Di Pietro chiama.
Alfano risponde.
Il guardasigilli, ieri, si è presentato alle Camere per dare conto ad un’interrogazione parlamentare promossa dal leader dell’Italia dei Valori sugli effetti del cd “processo breve, quantificati dal ministro nel coinvolgimento dell’1% dei procedimenti pendenti.
Evidentemente la risposta non deve aver soddisfatto l’ex magistrato, che ha subito avuto da ridire su quei numeri, invitando il capo del dicastero della Giustizia a non comportarsi da “avvocato del premier”.
A ruota, il commento dell’Associazione Nazionale Magistrati i cui rappresentanti si sono affrettati a delegittimare i dati offerti da Alfano, in quanto fosse impossibile e prematuro fornire certezze in merito.

Eppure, era stata proprio l’ANM a parlare di catastrofe giudiziaria. E a quantificare il tutto in una somma ben precisa di processi che sarebbero andati al macero: CENTOMILA, dissero [fonte]. (Che poi…sempre 100mila sono i procedimenti che muoiono a causa delle leggi del governo? anche sulla stoppa processi spararono subito quel numerone…mah!).
Salvo poi ritrattare, giusto ieri, sostenendo che fosse “difficile quantificare gli effetti del provvedimento[fonte]. Per fare di nuovo retromarcia e assicurare che almeno TRENTAMILA processi sarebbero defunti con l’entrata in vigore del ddl Ghedini [fonte]. E chiosare che in ogni caso le previsioni del ministro fossero troppo rosee [fonte].

Insomma, prima dovevano spirare 100mila processi. Poi 30mila. Poi in realtà non si può sapere. Infine, qualunque cosa dica il ministro è troppo rosea.
Della serie: noi non sappiamo che impatto potrà avere la norma sul “processo breve”, ma intanto la contestiamo nel modo più demagogico possibile, usando cioè quel pizzico di catastrofismo che ingenera l’allarme sociale che poi verrà ben cavalcato dall’opposizione nelle piazze, reali e virtuali.

Eppure, lo stesso Alfano, dopo aver forse improvvidamente parlato di 1% di cause pendenti destinate alla prescrizione, aveva fatto notare come ancora fossero in corso gli accertamenti da parte dei tecnici del suo dicastero. Quindi, effettivamente, niente di definitivo, ma solo un orientamento. Secondo cui la catastrofe annunciata non ci sarebbe.

Solo su una cosa hanno (probabilmente) ragione i magistrati: fossero anche 10 i processi a risolversi prima del tempo, prima di una condanna, avremo 10 vittime cui non è stata resa giustizia (ho detto “probabilmente” perchè non è detto che poi gli imputati risultino realmente i colpevoli dei delitti loro ascritti…ma questo è un dettaglio che non cambia la sostanza del commento).

Ma l’atteggiamento del sindacato delle Toghe è sempre più insopportabilmente simile a quello di un’opposizione politica e questo non credo faccia bene nè alla magistratura nè al Paese!

Proprio ieri il governo Berlusconi ha chiesto e ottenuto la fiducia (la 26esima, se non sbaglio, dall’inizio della legislatura – un’enormità, visti i numeri parlamentari su cui la maggioranza potrebbe contare, ma questa è un’altra questione) per approvare il ddl Ronchi (cd salva-infrazioni), tra i cui articoli ve n’è uno che in particolare ha scatenato le proteste delle opposizioni e di parte dell’opinione pubblica: quello sull’impropriamente definita (forse demagogicamente!!) “privatizzazione dell’acqua.

Ma davvero stiamo assistendo ad una incondizionata cessione ai privati di un bene prezioso e vitale come l’acqua?
Macchè…
Le cose stanno un po’ diversamente da come taluni le raccontano.
In primis, l’acqua (o come la definiscono oggi, “l’Oro Blu”) è un bene demaniale e quindi indisponibile: lo Stato, perciò, non può “venderlo” ai privati e i privati, ovviamente, non possono acquistarlo.
Quel che il governo ha disposto col decreto Ronchi sulla “liberalizzazione dei servizi pubblici” è solo la possibilità di cedere ai privati la gestione dei servizi (acquedotti, fognature, pulizia e trattamento dei reflui) legati a questa risorsa.

Cosa, peraltro che già accade tuttora!
Solo che la partecipazione dei privati fino ad oggi avveniva e avviene secondo regole molto poco chiare, anzi, diciamo pure a totale discrezionalità dei singoli enti pubblici locali, che potevano e possono scegliersi partner industriali o costituire imprese pubbliche a libero piacimento, senza dover rendere conto ad alcuno.

Il governo, quindi, ha deciso di liberalizzare questo che di fatto è già un mercato aperto ai privati, sebbene in quote minoritarie.
L’intento è quello tipico di ogni intervento liberale: aprire alla concorrenza per ottenerne benefici in termini di spesa e trasparenza.

Detto in altre parole: mentre oggi i comuni, le regioni o le province scelgono autonomamente come gestire i servizi idrici, col decreto Ronchi si prospetta invece l’obbligo di battere dei bandi pubblici, in cui a vincere dovrebbe (dico dovrebbe, visto il noto malcostume italiano) essere il gestore che offre migliori servizi magari a prezzi inferiori degli altri!

E qui si gioca tutta la partita: migliorare un servizio che ad oggi fa “acqua da tutte le parti.
Le stime parlano di una perdita di “Oro Blu” nell’ordine di un terzo di ciò che viene estratto o raccolto alla fonte.
I privati, usando criteri di spesa ed efficienza molto diversi da quelli di qualunque ente pubblico (che tanto può permettersi di coprire i costi attraverso gli aiuti e i ripianamenti di Stato) potrebbero dunque contribuire a limitare gli sprechi investendo in strutture più moderne e servizi più efficaci.

Allo stesso modo, gli enti locali si sgraverebbero di notevoli costi di gestione.
In buona sostanza: è vero che domani potremmo pagare di più per bere i nostri soliti ettolitri d’acqua ogni anno, ma dovremmo, di contro, pagare meno tasse, visto che lo Stato dovrebbe risparmiare parecchi quattrini…

Chiarito questo, va detto anche che sempre all’articolo 15 del decreto Ronchi, si dice esplicitamente che alle gare per la gestione dei servizi idrici potranno partecipare anche aziende pubbliche (sul modello, ad esempio, di quella che già oggi opera nella Puglia di Vendola) e, addirittura, si consente di mantenere l’affidamento dei servizi “in-house”, esattamente come oggi, ma a ben precise condizioni.

Insomma: rispetto al passato grandi cambiamenti non vi saranno.
Nelle intenzioni del decreto c’è però il tentativo di innescare un meccanismo di trasparenza e apertura al mercato attraverso bandi di gara pubblici che potrebbero contribuire a migliorare un servizio che ad oggi, ribadiamolo, è un colabrodo. Con buona pace dei catastrofisti che non riescono a guardare al presente e men che mai al passato.

Detto questo, avrete notato che ho usato costantemente la forma condizionale.
E certo: siamo pur sempre in Italia e le variabili di fallimento anche delle buone idee sono infinite…
Ma l’auspicio è che finalmente qualcosa si muova!
Tutto comunque resta migliorabile, ma per farlo, al solito, è necessario eliminare i dubbi portati demagogicamente da chi non è d’accordo!

Ora si può anche ragionare sul resto…

[AVVISO ai naviganti]: post decisamente lunghetto, soprattutto nelle premesse. A chi volesse evitare di perder troppo tempo, se così si può dire, consiglio di scorrere velocemente al “dunque”, segnalato più in basso…

Evidentemente non son bastati tribunali e colleghi a fargli cambiare idea.
A lui, il taglia e cuci, piace troppo, perchè gli permette di creare dei pezzi unici esattamente come piacciono a lui, nella trama e nel disegno.
C’è sicuramente chi gradisce l’effetto ottenuto a lavoro completato, ma con altrettanta certezza si può sostenere quanto questo metodo professionale, poco si adatti al mestiere che fa e assolutamente contrasti col ruolo di smascheratore di Verità insabbiate che per primo si è attribuito e che talaltri gli hanno affidato, confidando nelle sue straordinarie capacità oratorie e le amicizie su cui poteva contare.
Uno sbugiardatore, insomma. Che però, forse preso dalla smania di risolvere gialli e intrighi al limite della paranoia, spesso ha finito con l’essere sbugiardato.
Motivo?
Talvolta i fatti non sono andati esattamente come li raccontava, ma leggendo i suoi pezzi, beh…non si può dire che come li presenta lui sono molto più accattivanti!
Della serie: Travaglio vede anche quel gli altri non vedono.
E questo anche perchè è capitato che lui vedesse cose che in realtà non c’erano proprio.

E’ un po’ come se lui avesse in mente una storia e per farla quadrare aggiustasse un pochetto i fatti di cui parla…
Uno zac di qua…un altro zac di là…e tutto torna.
Una bella torta da dare in pasto a chi si fida ciecamente di lui…senza fargli sapere che tra gli ingredienti c’è anche un pizzico di veleno!

Ma voglio provare a vedere le cose in maniera diversa: Travaglio agisce in buona fede!
Certo, però, gli indizi per pensare che non siano solo frutto di sbadataggini, le sue, cominciano ad essere un po’ troppi.

E a quelli passati se ne aggiungono via via altri.

Per esempio questo.

Da sempre interessato ai fatti di mafia, Travaglio non ci ha mai fatto mancare dettagliatissimi resoconti di episodi e vicende che coinvolgevano politici e imprenditori oltre, ovviamente, a boss di vario calibro.
Amico di magistrati antimafia (come Ingroia) e di alcuni agenti delle forze dell’ordine (come Pippo Ciuro)  è considerato egli stesso uno dei baluardi della legalità e della Verità.

Con un solo limite: voler spiegare l’indimostrato. E forse anche l’inspiegabile.
Al che, eccotelo appassionarsi a complotti e trattative degne di una fiction televisiva.
Da uno come lui ci aspetteremmo massima rigidità nei controlli delle fonti e nei riscontri dei fatti. E a volte è così, per carità.
Ma non sempre!
Non sempre, perchè altrimenti dovrebbe ammettere che qualche punto debole la sua teoria ce l’ha ed è molto meglio non esporsi, piuttosto che prestare il fianco al “nemico”.

Oggi, i suoi amici sono lì che cercano di ricostruire la famosa trattativa tra Stato e Mafia tentando di dimostrare che proprio quella portò alla morte il giudice Borsellino, e lui non vuol far mancare loro il sostegno dovuto.

Peccato: perchè Travaglio, in quanto giornalista, dovrebbe cercare di campire e raccontare in modo oggettivo la realtà, nella speranza di trovare una Verità svelata da ogni dubbio, mentre invece…come al solito si adagia sulle ipotesi di procure e procuratori…e alla fine a perderci siamo tutti!

[ il "DUNQUE" ]

Il 12 novembre scorso, Travaglio, dalle colonne del Fatto Quotidiano, rilancia la storia e le dichiarazioni di un pm antimafia, Alfonso Sabella, un tempo in prima linea contro Cosa Nostra e oggi finito quasi nel dimenticatoio.
La “straordinaria” vita di questo magistrato, sarebbe, secondo Travaglio, una delle tante prove (o uno dei tanti indizi) della presunta trattativa tra Stato e Mafia.
Nella fitta paginata del suo giornale, però, si possono riscontrare diversi punti critici, che ad un’analisi più attenta appaiono come il risultato di un magico “taglia e cuci” in perfetto armonia col famigerato e collaudato “metodo Travaglio”!

Il primo di questi si trova poco dopo l’inizio dell’articolo, quando Travaglio mette tra virgolette una dichiarazione di Brusca, resa davanti al Sabella.
Ebbene, il giornalista piemontese, pur di far coincidere il racconto con le premesse da lui addotte, non si accorge di cadere in contraddizione con le stesse, stravolgendo il senso di quelle testimonianze.

Vediamo meglio.
Dal blog di Enrix:

Ecco cosa ha scritto Travaglio:

“Ed è proprio davanti a lui [il pm Sabella ndR] che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri”.

Eh già, siamo alle solite. Travaglio è già stato condannato una volta, in un tribunale, per aver manomesso una frase di Riccio in maniera da imputare a Previti un reato non commesso.

E qui è lo stesso.

La frase intera, “scappata” a Brusca, era: “Noi nel commettere le stragi del ‘93 siamo stati pilotati dai carabinieri“. [ndR: frase che è possibile estrapolare anche da un'intervista del Sabella in cui è lo stesso pm a citarla per intero: QUI]

Vi pare una differenza di poco conto?

Se Travaglio l’avesse riportata giusta, anziché con il cammuffo, avrebbe dovuto scrivere che Giovanni Brusca dichiarò a Sabella che “la trattativa tra mafia e stato produsse la strage di Via D’Amelio, perché nel commettere le stragi del ‘93 siamo stati pilotati dai carabinieri”,  e ci saremmo fatti tutti una bella risata, perché,   per chi non lo sapesse, la strage di Via D’amelio  è del luglio 92 .

Giovanni Brusca precisa evidentemente “del 93” per escludere che quelle del 92 siano state effettuate sotto condizionamento della trattativa. Solo quelle del 93.

Travaglio, con il solito taglietto, e la solita frasetta aggiunta, ci fa credere il contrario, anzi arriva a precisare ipocritamente che Brusca abbia indicato proprio la strage di Via D’Amelio come effettuata sotto il condizionamento dei ROS.

Una vera e propria mascalzonata.

Ma non è finita qui.

Poco più avanti, si legge ancora:

[sempre dal blog di Enrix]

“Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio.” [questo quanto scritto sempre da Marco Travaglio nel suo articolo, ndR]

Eh… però, è davvero importante convincerci che il papello e la trattativa, ecc…ecc…tutto avvenne fra Capaci e Via D’Amelio. E già. Così diventa il movente della strage di Via D’Amelio, e le inchieste scottanti su cui aveva ormai le mani Borsellino, passano in cavalleria. Guarda un po’.

Veramente però, caro Marco,  non  sono stati solo due, i cenni di Brusca alla trattativa, ed invero non erano proprio solo dei cenni.

Brusca aveva parlato altre volte, e  schiettamente del papello e della trattativa.

E soprattutto, dotando le sue deposizioni di precise, dettagliate e rilevanti circostanze.

Lo aveva fatto anche a Caltanissetta, nell’aula bunker, il 28 marzo 97 (di quel cenno lì, te n’eri dimenticato, eh?), dove aveva dichiarato che dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. “E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato”, Ma un “patto” fermo’ la terza strage. (nota bene: la terza, non la seconda. Via D’Amelio era la seconda – ndr)  Un patto stipulato con “uomini delle istituzioni” tramite “qualcuno”. “finalmente qualcuno s’ era fatto vivo” Riina “Consegno’ a “qualcuno” due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro“. (corriere della sera – 29 marzo 97)

Anche nel gennaio 98, al processo per strage al tribunale di Firenze, (uno dei “cenni” citati da Travaglio), Brusca dice la stessa cosa:

“”Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: “Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando“. Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato“. (Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12)

Dunque qui Brusca non parla di “papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio” ma di un papello consegnato dopo Via D’amelio da Riina con le sue richieste, e per le quali aspettava una risposta mettendo un fermo agli attentati .

La cronologia suggerita da Travaglio, soddisfa invece la tesi di oggi dei PM di Palermo, che vorrebbe realizzata la strage di Via D’Amelio  per sollecitare una risposta positiva al papello, accelerare la trattativa, ed eliminare comunque un magistrato che avrebbe potuto contrastarla.

Peccato però che sin qui Brusca aveva detto tutt’altro, e con dettagli a corredo (lo stop al terzo attentato dopo la presentazione del papello).

E sin qui siamo a metà gennaio del 98. Ora, io non so esattamente cosa disse Brusca a Sabella il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Non dispongo dei verbali, purtroppo. E Travaglio, sempre così documentato e documentante, non ci riferisce neppure una parola di quei verbali.

So però che se ha veramente parlato di un “papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio”, allora vuol dire che, per fare inversione ad “U” nella sua versione dei fatti, ha impiegato circa un mesetto. Chissà che sarà successo a Brusca, in quel mesetto, così da convincerlo a smentire sé stesso così visibilmente.

Certamente Sabella, così preciso, nei verbali di deposizione si sarà fatto dettagliatamente illustrare, da Giovanni Brusca, le ragioni che lo hanno portato, nel giro di un mesetto ed in due diversi tribunali, a fornire delle versioni non coincidenti fra di loro, ed anzi diametralmente opposte, confessando praticamente di aver detto il falso nelle aule giudiziarie dove si celebravano i processi per le stragi, ancora sino a poche settimane prima.

Peccato non averli, quei verbali.

Fine. Per ora.
La domanda a questo punto sorge spontanea: ci possiamo davvero fidare ciecamente di un soggeto di questo tipo, più interessato a vender libri che a capire realmente dove stia la Verità?

Alla prossima puntata…che siamo sicuri non tarderà ad arrivare!

Dimenticavo: viva Marco Travaglio…

Vorrei proporvi un articolo molto interessante, a firma di Federico Punzi, che riprende alcuni spunti del pezzo che oggi Maurizio Crippa ha firmato per Il Foglio di Giuliano Ferrara.

Il tema è di quelli già trattati qualche giorno fa, ma stavolta l’approccio è decisamente più diretto e l’interrogativo contenuto sia nel titolo che a conclusione del post necessitano una risposta che è anche il primo passo verso la presa di coscienza di una questione oggi più scottante che mai: i perversi rapporti tra magistratura e politica e i rischi che ne derivano.

Buona lettura!

di Federico Punzi [fonte: il Velino]

Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

Quella di Palermo è una procura normale, o una sorta di tribunale supremo della rivoluzione giudiziaria permanente?“. Se lo chiede oggi Maurizio Crippa su Il Foglio. Purtroppo non è un interrogativo retorico o capzioso, considerando certe tesi, recenti e passate, di alcuni suoi procuratori e i processi che hanno condotto o stanno conducendo.
In un recente convegno organizzato dall’Italia dei Valori, il procuratore aggiunto di Palermo Antono Ingroia ha attaccato le annunciate riforme del governo in materia di giustizia, sostenendo che nel nostro Paese c’è “un’emergenza democratica”, che da decenni l’Italia sarebbe governata da chi fa affari con la mafia, da chi ha gli stessi obiettivi della mafia, cerca l’impunità come la mafia e vuole abbattere lo stato di diritto, depotenziando i pm con leggi come quella sulle intercettazioni, e che contro tutto questo occorra “ribaltare il corso degli eventi”.
Una frase estrapolata dal suo contesto, si è difeso il pm.
Ma è lo stesso Ingroia che insieme ad un altro procuratore di Palermo, Roberto Scarpinato (il pm del processo a Giulio Andreotti), firmava un articolo dal titolo “Un programma per la lotta alla mafia”, pubblicato sulla rivista MicroMega n. 1/2003 (numero che raccoglieva in tutti gli ambiti programmi di governo alternativi al governo Berlusconi), in cui sosteneva la necessità di “un’istanza politica superiore” che in determinate circostanze – di “collegamenti” con la mafia, o “condizionamento” da parte di essa, di elementi di un governo eletto – avesse il compito “di sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza”.

Roberto Scarpinato

Roberto Scarpinato

Anche questa una frase estrapolata dal suo contesto, che magari si riferisce solo ai consigli comunali in odore di infiltrazioni mafiose?
“La dimensione politica della mafia – è la premessa dei due magistrati – non è un dato eventuale e aggiuntivo del fenomeno, ma genetico e strutturale… ma se il fenomeno mafioso è espressione sistematica della polis, come può la polis estirpare tale fenomeno senza contraddire sé stessa?
In altri termini, se è la politica il nerbo della potenza mafiosa, come può la stessa politica abbattere la potenza mafiosa?”.
Ingroia e Scarpinato individuano il problema nelle “tesi ricorrenti” secondo cui “la democrazia consiste nella dittatura della maggioranza aritmetica”.
Ma proprio “questo meccanismo – osservano – portò democraticamente al potere il fascismo e il nazismo i quali, una volta insediatisi, distrussero la democrazia”.
Per questo, “per salvare la democrazia da sé stessa la moderna ingegneria istituzionale colloca in alcuni nodi strategici delle clausole ’salvavita’, tali cioè da impedire il suicidio della democrazia, che sospendono o relativizzano il dogma del consenso, disinnescandone il suo potenziale effetto antropico e autodissolutorio… Bisogna dunque affidare – concludono Ingroia e Scarpinato – a un’istanza politica superiore il compito di sospendere autoritativamente la democrazia elettiva aritmetica al fine di salvare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza.
Un’ipotesi avanzata per i soli consigli comunali, provinciali e, al limite, regionali?
Non sembra.
“Tenuto conto che è in via di elaborazione la nuova costituzione europea – scrivono anche i due pm – sarebbe tempo di affrontare in sede di Parlamento europeo il problema degli interventi politici e istituzionali, ivi compreso come estrema ratio il commissariamento europeo nei confronti degli stati membri i cui vertici dovessero risultare in collegamento diretto o indiretto con la criminalità organizzata o subire forme di condizionamento”.


Basterebbe dunque un collegamento anche indiretto, o una forma di condizionamento, ravvisato da un’”istanza politica superiore” da collocare in sede europea, per giustificare il “commissariamento” di una democrazia.
Ma c’è di più, perché secondo Ingroia e Scarpinato, una qualche “istanza politica superiore” dovrebbe attivarsi anche in presenza di fatti e circostanze che “di per sé potrebbero non essere penalmente rilevanti”, ma che non possono essere considerati “politicamente indifferenti”. E bisognerebbe attribuire “la competenza a giudicare tali comportamenti a organismi politici (che potrebbero essere la commissione parlamentare Antimafia o altri organismi collegiali appositamente costituiti, veri e propri giurì…)”.
A livello nazionale, dunque, basterebbe una circostanza anche non penalmente rilevante perché una sorta di consiglio dei guardiani possa sanzionare, fino a decretarne la revoca del mandato, un singolo parlamentare o un presidente del Consiglio.


Se uno degli autori di quell’articolo, Roberto Scarpinato, anni fa intimava a Massimo D’Alema di non avventurarsi nel confronto sulle riforme istituzionali con quanti erano sospettati di essere i mandanti delle stragi di mafia (“Chi pensa di disegnare l’Italia futura, sappia che non la si può scrivere con i mandanti delle stragi. La corruzione si può sopportare. Le stragi, no. Questo è il mio parere”), in questi giorni, guarda caso, nel processo in cui il secondo autore, Ingroia, sostiene la pubblica accusa contro Marcello Dell’Utri, nelle “ricostruzioni” del pentito Spatuzza sta riaffiorando la tesi – pur afflitta da qualche problema di tempistica – secondo cui Berlusconi avrebbe interagito con la mafia stragista. Insomma, per Scarpinato e Ingroia sembra sussistano tutte le circostanze per quella sospensione della “democrazia aritmetica” (che ha mandato di nuovo al governo Silvio Berlusconi), che vagheggiavano nell’articolo per MicroMega.
Alla luce di queste tesi è pensabile che possano svolgere in totale serenità l’attività giudiziaria cui sono chiamati i magistrati della Repubblica?

Eh già…ma se come in tanti cominciano a suggerire a Berlusconi si tornasse alle urne, le riforme chi le fa? E soprattutto: quando le fa?
Forse è il caso che il Cavaliere lasci perdere certi consigli e certi consiglieri!
Andare ad elezioni anticipate sarebbe un fallimento. E questo anche perchè, sarebbe bene ricordarlo a chi di dovere, la nostra è una Repubblica Parlamentare e non ancora Presidenziale. Ciò significa che a sciogliere le Camere non è autorizzato il presidente del Consiglio, bensì il capo dello Stato, il quale, a meno di crolli nella maggioranza, ad oggi non avrebbe alcun motivo per mandare a ramengo il governo in carica.
Logico supporre, quindi, che si debba prima passare per un voto di sfiducia, con annesse polemiche e le possibili e controproducenti trappole del “fuoco amico”.

Sicuri che alla fine il PdL si presenterà ancora unito?
Sicuri che alla fine il PdL potrà schierare ancora Berlusconi leader?
Sicuri che alla fine gli elettori appoggeranno ancora un presidente che si è appena visto sfuggire il controllo della sua maggioranza dalle mani?
Sicuri che alla fine gli elettori avranno voglia di rimettere il Paese nelle mani di chi li ha prima illusi e poi lasciati in mezzo al guado?

A ben vedere, quindi, i rischi connessi ad un possibile ritorno alle urne sono troppi e dovrebbe far riflettere che un consiglio del genere venga dalle fila amiche…
Questo governo e questa maggioranza erano partiti con lo spirito giusto, guadagnandosi anche l’approvazione di buona parte del Paese, che sognava le riforme e la necessaria “rivoluzione” liberale.
Poi, dopo poco più di un anno dal trionfo elettorale, eccoci ripiombare nel guado (o nel guano…fate voi).

La giustizia, anzi, i guai giudiziari di Berlusconi, sono tornati ad essere il tormento numero uno degli italiani, costretti ad assistere a questo squallido teatrino in attesa che qualcosa si smuova.
Certo la soluzione non può essere il “ritorno alle urne”. Non avrebbe senso!
Il Cavaliere è sicuramente una risorsa per il Paese, ma a furia di consigli maldestri e palesemente sbagliati si è finito per trasformarlo in un peso insopportabile.

Altro che elezioni: bisogna recuperare lo spirito riformatore perduto, smarrito sotto il solleone del gossip estivo.
Ci sono ancora troppe promesse elettorali sul piatto, prima di poter dire considerare conclusa anche questa esperienza di governo.
Possibile non si sia imparata la lezione prodiana? Se la sinistra è stata sconfitta è stato proprio perchè non ha saputo mantenere gli impegni…

Che vuol fare il centrodestra?
Un consiglio allora glielo do io:

- riforma delle istituzioni e del Parlamento: una Camera politica e un Senato Federale.
- riforma federale dello Stato.
- abolizione delle Province.
- riforma della Giustizia.
- taglio delle tasse (e non sole dilazioni di pagamento…).

Insomma: di lavoro ce n’è da fare, eccome.
Se si tornasse alle urne sarebbe stato tutto vano!
Un pensiero sinceramente insopportabile…per chiunque.
E se Berlusconi si dimostrasse più un problema che una risorsa, allora beh…avanti il prossimo.

Caro Silvio, scrollati di dosso la polvere che ti appesantisce e torna a ruggire come sai…

Se non saranno l’Asinara e Pianosa studieremo altre soluzioni“.
Così Roberto Maroni e Stefania Prestigiacomo sulla possibilità che vengano riaperti i carceri di massima sicurezza di Toscana e Sardegna, che tanti malumori aveva sollevato nelle associazioni ambientaliste e tra quelli che consideravano eccessivamente onerosa un’operazione del genere.

Evidentemente, però, l’annuncio non dev’essere comunque piaciuto a Travaglio, che nel suo ultimo articolo pubblicato per l’Espresso (“Alfano è naufragato all’Asinara“) è partito proprio da questo dietrofront del Guardasigilli per stoccare l’ennesima staffilata contro il governo Berlusconi, reo di praticare un’antimafia molle, fatta più di annunci e parole che di fatti concreti.

Inutile far notare al giornalista piemontese che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non dovrebbe cambiare (che siano Pianosa e Asinara o istituti penitenziari costruiti ex novo poco importa): Travaglio è proprio convinto che negli ultimi 15 anni lo Stato abbia pressochè assecondato le richieste con cui i boss avrebbero compilato il famigerato “papello”, di cui oggi abbiamo finalmente traccia cartacea, e nessuno riuscirà mai a distoglierlo dalle sue certezze.

Nel mirino dell’editorialista de “Il Fatto Quotidiano” ci sono pure il nuovo 41bis e le ultimissime norme con cui lo Stato può aggredire i patrimoni delle cosche. In entrambi i casi, secondo Travaglio, il governo Berlusconi avrebbe gettato fumo negli occhi dell’opinione pubblica, mentre in realtà rendeva più facile la cessazione del carcere duro e parimenti più complicate le confische dei beni dei mafiosi.

Le cose però non stanno esattamente così.
Nell’ultimo pacchetto sicurezza, infatti, sono state previste nuove misure aggravanti il 41bis e più agevolatrici dei sequestri dei tesori dei boss.

La tanto vituperata stabilizzazione del carcere duro (rinnovabile di 4 anni in 4 anni e non più di 6 mesi in 6 mesi) ha di fatto regolarizzato una situazione giuridica fino all’anno scorso sul baratro dell’incostituzionalità, garantendo omogeneità nell’applicazione del diritto a livello nazionale.
Capiamo però, che nella mente del giovane Robespierre cresciuto all’ombra della Mole antonelliana, era molto meglio quando la lotta alla mafia si faceva con metodi fondati sul cavillo e sulla farsa giudiziaria.
E’ bene ricordare che PRIMA il 41bis veniva rinnovato di mezzo anno in mezzo anno, impedendo, a causa della lentezza delle pratiche e dei magistrati, che i ricorsi al Tribunale da parte dei sottoposti al carcere duro potessero anche solo essere esaminati.
In pratica: una denegata giustizia mascherata da lotta alla mafia!
Un ottimo segnale di coerenza per chi va recitando la nenia della “legge uguale per tutti”.
A quanto pare, per tutti tutti proprio no…

Anche sull’altro fronte, però, Travaglio manca il bersaglio.
Mai come negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi, i sequestri dei patrimoni mafiosi sono stati così rilevanti.
Questo grazie proprio alle nuove regole volute dal governo Berlusconi (che infatti Travaglio non si azzarda a commentare nel dettaglio), salutate da magistrati e commentatori con deciso favore.

La ciliegina sulla torta poi ce la regala parlando dei presunti “regali” fatti alla mafia negli anni 1999/2000…in pratica quando al governo c’era il centrosinistra e non Berlusconi.

Insomma: invece di interrogarsi sull’attendibilità e l’autenticità del “papello”, tema forte dell’ultimo mese, Travaglio s’impegna a sputare sulle poche cose buone che il governo Berlusconi ha fatto a contrasto della criminalità organizzata.
Ma siccome ammettere che Berlusconi abbia avallato la lotta alla mafia non collima troppo bene col suo teorema sulla trattativa (tuttora in corso) tra Stato e boss, allora eccotelo alzare il sopracciglio e arricciare il nasino da buon professionista dell’antimafia.

Purtroppo per tutti (compreso Travaglio), sarebbe molto più utile cercare La Verità piuttosto che le prove di Una Verità più teatrale che realistica…

Bocciata una legge, se ne fa un’altra.
Ma se il lodo Alfano aveva elementi condivisibili, questa pseudo riforma del processo, giustificata sulla scorta delle indicazione della Corte Europea dei Diritti, ha veramente poco di apprezzabile. E di salvabile.
Solo le intenzioni, forse.
Si, perchè che i procedimenti in Italia siano interminabili e violino costantemente il principio costituzionale della “ragionevole durata” è una verità impossibile da smentire, ma era davvero questa del “processo breve” l’unica via per risolvere l’annoso problema?
Direi di no.
Anzi: se ne intacca uno per crearne altri cento.
Il provvedimento proposto in Senato vuole i processi chiusi in 6 anni: due per ogni grado di giudizio a partire dalla richiesta di rinvio dell’indagato/imputato al dibattimento.
Peccato che in tutta Europa i tempi iniziano a decorrere da molto prima, ovvero dal primo avviso di garanzia.
Cade perciò da subito lo spirito imitativo a cui il ddl sembrava inizialmente ispirato.
Perchè dire di voler seguire i diktat UE e poi non farlo?
Questa la prima assurdità!
In secondo luogo, è impossibile pensare ad una velocizzazione e ad uno snellimento del nostro sistema Giustizia partendo da singole norme del tutto scollegate da una necessaria visione d’insieme.
In questo caso, le contraddizioni di cui il provvedimento è gravido denotano una superficialità del legislatore veramente imbarazzante.
Non starò qui a fare un elenco noioso delle cose che non vanno, basti però pensare a come con una legge del genere si creerebbero disparità di trattamento tra incensurati e recidivi e tra imputati per reati diversi che difficilmente supererebbero il vaglio di costituzionalità.
Oppure: pensate all’assurdo caso per cui un processo si prescrive prima ancora che si prescriva il reato. Avremmo quindi una situazione per cui un reato sarebbe perseguibile per un tempo ulteriore alla morte del processo.

Insomma, per tornare all’incipit del post: era molto meglio il lodo Alfano.

Una soluzione, comunque ci sarebbe: imporre tempi certi ai magistrati.
Trasformare i termini “ordinatori” in termini “perentori”, in modo da costringere le Toghe a ritmi “forzati” a pena di sanzioni disciplinari e ovviamente la chiusura anticipata del processo a causa di una loro negligenza.
Ma servirebbe molto di più…anche se purtroppo all’orizzonte non si vede granchè…

Certo è che se son questi i frutti degli accordi politici tra il Cav e Fini, beh…meglio che continuino a litigare, fanno più bella figura!

Come saprete, l’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi di carcere per esser stato ritenuto responsabile del reato di corruzione in atti giudiziari, ovvero di aver reso una serie di false testimonianze, nel 1997 e nel 1998 (comunque mai contestategli) con cui avrebbe protetto Silvio Berlusconi (il presunto corruttore) da altri guai giudiziari e da cui avrebbe ricevuto in cambio una somma di 600mila dollari a titolo di corrispettivo per il “servizio perstato”.
Ciò risultava anche dalla prima confessione del leguleio d’Oltremanica, sebbene quel che scrisse al suo commercialista venne poi ritrattato più volte davanti ai magistrati durante l’inchiesta e poi in dibattimento.

Niente da fare, però, i pubblici ministeri e i giudici che hanno preso parte al procedimento penale nei suoi confronti non gli hanno creduto e hanno portato avanti l’accusa fino alle sentenze di primo grado e di appello.

Se sulla prima decisione del tribunale di Milano, però, pesavano forti dubbi sull’imparzialità dei giudici che l’avevano emessa, su quella di secondo grado sembrava esserci poco da polemizzare, in quanto addirittura tra i tre togati ve n’era uno che in un altro processo aveva smontato le tesi della procura assolvendo con formula piena il Premier (anche se a questo giro Berlusconi non era direttamente imputato).

A questo punto, si aspettavano solo le motivazioni per capire come mai la sicumera dei difensori, convinti dell’innocenza del loro assistito, fosse stata sbaragliata da un’Accusa capace di convincere i giudici della bontà delle loro teorie.
Ebbene, quelle motivazioni sono state depositate e…COLPO DI SCENA! Scopriamo che…la sentenza puzza di assurdità!
A tal punto che non mi meraviglierei se si rinfocolassero le polemiche relative ad un probabile uso politico della giustizia per colpire il Cavaliere.

In sostanza, se ho ben compreso, i giudici d’Appello smontano in parte il teorema accusatorio con cui la procura di Milano aveva ottenuto una sentenza di condanna in primo grado, ed emettono un’altra sentenza di condanna sostenendo che: “Mills è stato corrotto DOPO aver testimoniato il falso nei procedimenti All Iberian e Arces“. Ovvero, nel 1997 e 98 Mills produce false testimonianze, poi si presenta Carlo Bernasconi a fine 1999 e gli promette una somma di 600mila dollari che verrà pagata il 29 febbraio 2000…

Ora, se la logica ha ancora un senso in questo pazzo, pazzo Mondo, qualcuno sa spiegarmi come si può addebitare a Mills il reato di corruzione in merito a fatti che ha commesso senza essere stato corrotto?
O meglio: com’è possibile esser ritenuti corrotti per aver fatto qualcosa, dopo che però quel qualcosa è già stato fatto senza sapere che si stava facendo qualcosa per cui si sarebbe stati corrotti per farlo?

Un vero arzigogolo giurisprudenziale insomma!

Della serie: tu rendi una falsa testimonianza senza che nessuno ti chieda o prometta niente in cambio. Quel tale ne beneficia e decide poi di ricompensarti per aver fatto una cosa che tu però hai fatto senza aver prima pattuito alcunchè.
Ecco: questo è il quadro.
Ma secondo i giudici della corte d’Appello di Milano, Mills sarebbe da definirsi comunque un corrotto perchè mentendo negli altri processi avrebbe favorito Berlusconi, da cui poi avrebbe ricevuto in cambio 600mila dollari.
Eppure la corruzione consta di un patto tra il corrotto e il corruttore/beneficiario.
Come fa allora ad esserci corruzione se quel patto non c’è stato o addirittura si ritiene sia stato postumo?
Si doveva dimostrare che Mills aveva reso false testimonianze avendo in mano almeno una promessa, ma secondo i giudici, che così sconfessano i pm, quella promessa gli sarebbe giunta solo nel 1999, ovvero DOPO aver detto fandonie nel procedimento All Iberian.

Insomma: qualcuno può aiutarmi a capire?
O forse, tutto sommato, il sospetto che si sia trattato di una sentenza politica e del tutto assurda non è poi così infondato?

O la Riforma oppure è meglio non far niente, perchè qualunque provvedimento questo governo voglia avanzare sarà difficile non interpretare come l’ennesimo tentativo di proteggere Berlusconi disinteressandosi dei veri problemi che affliggono la Giustizia in questo Paese.

Così è anche stavolta.
Che senso ha annunciare la Grande Riforma, in campagna elettorale come pure da un anno e mezzo a questa parte, e poi partorire topolini innoqui almeno quanto velenosi.
Di fatto, norme come il Lodo Alfano o la cosiddetta “aggiusta processi” di cui si parlava ad inizio legislatura non hanno prodotto alcun effetto in virtù degli interventi della Corte Costituzionale o di veri e propri dietro front politici sul tema, ma hanno comunque contribuito ad invelenire il clima tra gli schieramenti e in seno alla stessa opinione pubblica, col risultato che oggi c’è addirittura chi parla di “emergenza democratica” nel modo meno opportuno che si possa immaginare e, soprattutto, senza che sia manco stato intaccato il cancro che affligge il nostro sistema giudiziario.

Oggi il teatrino prevede in scena lo stesso copione: una norma, quella sul “processo breve”, che del tutto decontestualizzata come si presenta fa giustamente drizzare le orecchie a chi vede buio sempre e comunque e impedisce in concreto qualunque confronto.
L’Italia non ha bisogno di leggi così “personalizzate”, ma di una seria Rivoluzione che riguardi in generale la Giustizia e ne tocchi i singoli problemi sdradicandoli alla radice e non invece come si vorrebbe fare ora potandoli di qualche rametto rinsecchitto (sempre ammesso che poi non arrivi l’ennesima ghigliottina Costituzionale…)!

Berlusconi aveva detto che avrebbe fatto vedere a tutti come si sarebbe difeso. Nelle aule di tribunale, però.
Lasci perdere quelle parlamentari…che manco gli portano granchè bene!

Qualcuno, dopo il siparietto del procuratore antimafia Antonio Ingroia ad un convegno organizzato dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, giustamente si è chiesto come mai il CSM stavolta non abbia niente da dire a tutela della credibilità della Magistratura.
Credibilità che di fatto va a ramengo non soltanto quando un magistrato viene delegittimato dalle inopportune critiche di politici di qualsiasi ordine e grado, ma anche ogni volta che quel giudice o quel pm si mette a fare politica, partecipando a dibattiti e convegni dei quali sfrutta i pulpiti per lanciare bordate contro l’azione legislativa di un Governo e del Parlamento, parlando più da militante di partito che da funzionario dello Stato cui la Costituzione impone la sottomissione e il rispetto della Legge.

Non è la prima volta, purtroppo, che sentiamo parlare di magistrati “impegnati” che accompagnano la società civile e i partiti nelle loro battaglie contro i provvedimenti di un Esecutivo che non gradiscono o che proprio oppongono nelle Aule della Camera e del Senato.
Questo atteggiamento danneggia l’immagine di una magistratura organo di garanzia per tutti, rafforzando invece l’idea di una magistratura schierata e allineata a posizioni politiche che non dovrebbero esserle proprie.

Lo dice la Costituzione e lo vorrebbe anche il buon senso.
Sono sempre più convinto che un magistrato dovrebbe rimanere invisibile, non esporsi, proprio per non correre il rischio di esser travisato o accostato a taluno o trascinato nell’agone della polemica politica!

In passato abbiamo già assistito alla trasformazione di personaggi elevati all’onore delle cronache per merito della toga che indossavano e che poi hanno sfruttato quella pubblicità per convertirsi ad uomini di partito. Abbiamo già avuto la riprova dell’eccessiva permeabilità del sistema giudiziario al fascino del idealismo politico e dell’eccessiva dissolutezza con cui il potere politico ha demandato a quello giudiziario la soluzione di conflitti che dovevano e potevano rimanere in Parlamento.

Adesso è il turno del dottor Ingroia (il pm antimafia, discepolo di Falcone e Borsellino, che però non disdegnava di farsi ristrutturare casa velocemente da imprenditori mafiosi e che affidava indagini importanti come quelle sui rapporti tra Cosa Nostra e politica a finanzieri favoreggiatori dei mafiosi, con cui poi andava pure in vacanza discutendo a bordo piscina delle questioni giudiziarie più spinose con giornalisti del calibro di Travaglio…), che si presenta a Napoli ospite del partito di Di Pietro e con la sicumera del politico navigato inizia a parlare di “emergenza democratica” e di un Governo sempre più prossimo alla “soluzione finale” contro lo Stato e le Istituzioni, auspicando un impegno da parte di tutti i suoi colleghi per “ribaltare il corso politico degli eventi”.

Eccovi servito su un piatto dorato il motivo essenziale per cui si ritiene necessaria una radicale riforma della Giustizia che rimetta al loro posto tutti i pezzi dello Stato: ogni potere col suo limite costituzionale.

Lo diceva lo stesso Montesquie, a cui dobbiamo l’origine del pensiero giuridico della divisione dei poteri dello Stato: la magistratura si occupa di perseguire i delitti e applicare le leggi.
Non di fare politica.
Altrimenti, la vera emergenza democratica diventa quella legata ad un abuso di potere: quello giudiziario. E la nostra non si potrà più definire una Repubblica parlamentare, bensì giudiziaria.

Confesso che ero indeciso se commentare o no la decisione della Corte Europea sul crocifisso, ma poi mi son detto che era rischioso dare un senso ai ragionamenti di un tribunale che un giorno si occupa di curvature degli zucchini e l’altro del diametro dei piselli, che arriva a ritenere anti-igienica la pizza cotta nel forno al legna e schifezze via dicendo, perchè il terreno è scivoloso e volevo evitare di scadere nella banalità di frasi scontate, tipo “l’Europa rinnega sè stessa”. Ormai si sa. Non c’è nemmeno bisogno di ribadire il concetto…

Mi premeva invece, lanciare una provocazione, rivolta a tutti i dipendenti pubblici e in particolare alle insegnanti e agli insegnanti di ogni ordine e grado, cattolici, credenti o semplicemente cristiani: andate a scuola ed entrate in classe con un bel crocifisso appeso al collo.
Strafate pure nelle dimensioni, perchè nessuno potrà dirvi niente: a nessuno potrà venire in mente di opporsi ad una vostra insindacabile libertà di professione della vostra Fede! Così come non potranno obiettare il vostro abbigliamento, perchè trattasi di piena libertà di espressione della vostra personalità, quindi…siete inattaccabili.

Con buona pace di quell’Europa che…beh…tocca dirlo, rinnega sè stessa.
L’importante è che noi non chiudiamo gli occhi o peggio ancora, il cuore!

[post in possibile/probabile aggiornamento]

Pensate a un reato. Uno qualsiasi.
Non ditemelo. Non importa.
Vi so già dire chi è il colpevole.
Berlusconi Silvio!
Vero?

Ecco…se vi chiamate Giuseppe D’Avanzo o Marco Travaglio o fate parte dell’allegra combriccola, la vostra risposta sarà sempre: SI!
A prescindere da tutto (o quasi).
E se mai qualcuno vi dovesse spiegare che forse state pisciando un po’ fuori dal vaso, beh…non preoccupatevi, continuate pure a dargli di “servo”, “zerbino”, “escort”, “berluscoide”, “plagiato” etc etc etc…tanto ormai c’abbiamo fatto il callo!

Anche stavolta perciò non mi tiro indietro.

Ormai sarete tutti a conoscenza del “caso Marrazzo”: quattro carabinieri hanno fatto illecita irruzione nell’appartamento di un trans dove sapevano che avrebbero trovato anche il governatore del Lazio, all’insaputa del quale (a quanto risulta dalle ultime dichiarazioni rese ai magistrati) avrebbero ripreso un video per poterlo poi rivendere. Cosa effettivamente avvenuta: dopo averlo affidato nelle mani di un’agenzia fotografica, il filmato è stato proposto a diversi direttori di riviste e giornali, i quali tutti si sono rifiutati di acquistarlo (per una cifra, trattabile, di circa 200mila euro).
In quei pochi minuti di riprese si vede e si sente Marrazzo implorare i militari dell’Arma di non rovinarlo e staccargli alcuni assegni.

Fin qui, se ne deduce che Marrazzo è vittima di un ricatto, di un’estorsione.
Passano i giorni e nella ridda di voci che si accavallano sui giornali e in televisione, spunta il nome di Silvio Berlusconi.
Il presidente del Consiglio avrebbe telefonato a Marrazzo per fargli sapere che quel video era arrivato anche alle redazioni dei suoi giornali, ma che non lo avrebbe mai fatto pubblicare. Di più: gli avrebbe anche detto dove poter trovare il venditore di quel filmato.

A questo punto entrano in azione i due segugi del pool antiSilvio: D’avanzo e Travaglio.
In rapida successione, prima uno su Repubblica, poi l’altro dalle colonne del Fatto Quotidiano e dalle pagine del suo blog, impiccano il Cavaliere lanciando un’accusa abbastanza fantasiosa: è Berlusconi il vero autore del ricatto!
Non si spingono a dire che sia stato il Cavaliere a mandare i carabinieri in casa di Nataly, ma qualcosa ci spinge a credere che pensano anche quello.
Comunque…
I reati che secondo “i due” andrebbero ipotizzati nei confronti di Berlusconi, oltre a quello morale, come si diceva, di voler tenere sotto ricatto politico il signor Marrazzo (avversario politico del Cavaliere) sono quello di ricettazione (art 648 cp) e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale venuto a conoscenza di un illecito (art 361 cp).

L’assurdità di questa accusa, che denota la sempre più scarsa affidabilità dei due giornalisti, sta tutta proprio nelle sue premesse logiche.
In pratica, si dovrebbe supporre che Berlusconi sapesse della provenienza illecita di quel filmato. Ma questo è impossibile da dimostrare.
Pensate poi al fatto che le riviste scandalistiche pubblicano foto “rubate” in ogni modo e non per questo si parla di ricettazione.
Ancora: pensate a quante volte proprio Travaglio, D’avanzo, Repubblica e altri quotidiani hanno sbattuto in prima pagina stralci di verbali secretati, provenienti quindi da un illecito decisamente grave come la rivelazioni di segreti d’ufficio.

Insomma, già così i fatti assumono i contorni della baggianata.
Ma c’è di più.
Anche la seconda accusa nei confronti del Cav sta come le foglie sugli alberi d’autunno.
Per imputare a Berlusconi l’omissione di denuncia dovremmo innanzitutto sapere di quale reato sia venuto a conoscenza.
Nel caso specifico, la procura ha imputato ai quattro carabinieri la realizzazione illecita del video in cui appare Marrazzo con le brache calate e la cocaina sul comò.
Detto reato (615bis cp) è procedibile d’ufficio, ma solo perchè coinvolti sono dei pubblici ufficiali (i 4 carabinieri).
Altrimenti è un reato a querela di parte (perchè realizzato non nel domicilio di Marrazzo), ovvero era prima necessario che Marrazzo o la trans si recassero dai magistrati e sporgessero querela nei confronti dei “registi”.
Poteva, Berlusconi, sapere che quel filmato fosse stato girato da 4 carabinieri e che quindi fosse stato commesso un reato (per il quale altrimenti non si procede se non a querela di parte???) ?
Credo proprio di no. Non poteva saperlo! Come avrebbe potuto?
Poichè l’articolo 361 cita esplicitamente che le sue disposizioni non si applicano nei casi di reati a querela di parte, se ne deduce che, se Berlusconi non sapeva che questi erano carabinieri non poteva sapere se si fosse o meno consumato un reato, per cui, pur essendo un pubblico ufficiale non aveva alcun obbligo di denuncia (d’altronde, non l’avave fatto manco Marrazzo)!

Il quadro, a questo punto si completa: Travaglio e D’avanzo sono ossessionati da Berlusconi e s’inventerebbero qualunque cosa pur di “incastrarlo” ad una qualsiasi responsabilità, anche quando per una volta non ne ha.

Ecco, adesso potete pure darmi addosso come al solito, ma intanto spero che qualcuno meno ottuso dei “travagliones”, comprenda il pericolo dell’affidamento cieco a personaggi alquanto equivoci e mossi da impeto ideologico contro qualcuno.

Può darsi che, come dicono i difensori dell’avvocato inglese David Mills, la sentenza della Corte di Appello che ne ha confermato la condanna di primo grado “metta a dura prova la fiducia nello stato di diritto” o, come ha detto poi Ghedini, già pensando al suo cliente, l’altro “coimputato di pietra”, Berlusconi, “a Milano non si possono celebrare processi equilibrati quando c’è di mezzo il presidente del Consiglio”; può darsi. Ma non si può negare che a questo punto l’imbarazzo per questa vicenda stia diventando insopportabile.
Accresciuto poi dalle indiscrezioni che parlano dello studio di una possibile norma che accorci ancora di più i termini di prescrizione per i reati indultabili (compreso quindi quello commesso da Berlusconi e Mills), così da far cadere ogni eventualità che il procedimento a carico del Cavaliere arrivi a un qualsiasi termine.

Onestamente, non se ne può più.
La situazione è grottesca.
Sappiamo bene come l’Italia si sia dimostrata un Paese anormale, qualunque fosse la faccia della medaglia si volesse guardare, ma a certi paradossi era meglio non arrivare.
Da una parte il tentativo di Berlusconi di difendersi ad ogni costo dalle presunte persecuzioni giudiziarie della magistratura milanese; dall’altra ogni sorta di escamotage per appendere il Cavaliere a delle responsabilità penali: il risultato è stato una sconfitta per tutti, per tutto il sistema in cui dovremmo credere e a cui dovremmo affidarci.
Giustizia politicizzata; politici irresponsabili.
Una caccia tra gatto e topo che non poteva finire peggio: l’autodistruzione!

Oggi abbiamo un personaggio, il leguleio britannico, che secondo due tribunali dovrebbe finire in ceppi per 4 anni e sei mesi.
Il reato contestatogli è quello di truffa in atti giudiziari.
Ha mentito e lo ha fatto non per salvare sè stesso, ma per mettere a riparo Berlusconi da altri guai giudiziari.
Perciò è stato corrotto.
E là dove c’è un corrotto non può che esserci anche il corruttore.
Il nostro sistema penale, però, impone che si possano condannare i responsabili di un reato dopo un regolare processo in cui siano state accertate le singole responsabilità: questo è quel che sta accadendo a Mills, ma che ancora non è stato per Berlusconi, protetto fino a pochi giorni fa dallo Scudo Alfano.

Di qui il paradosso: Mills possiamo dire sia stato corrotto (pur dovendo attendendere il verdetto di Cassazione per esserne certissimi), ma non possiamo parlare di Berlusconi come del corruttore, perchè per il Cav il processo non è ancora manco cominciato.
E dovendolo affrontare di fronte ad una Corte diversa, con un team di difensori diverso e soprattutto accusatori diversi, tutto è possibile.
Perfino, per assurdo, che Mills sia stato condannato mentre Berlusconi possa venire assolto.

A pensarci, mi viene in mente il proverbiale versetto biblico: “muoia Sansone con tutti i filistei”.
Della serie: compromessa non è solo la credibilità della Politica (già ampiamente affondata in tempi non sospetti), ma anche quella della Giustizia, troppo spesso affidata a personaggi più simili a giustizieri o moralisti o militanti di partito che magistrati alla ricerca della Verità.

Sebbene i motivi per sospettare della bontà di certe sentenze non siano pochi, non resta che assistere a questo scempio.
Anche se una soluzione ci sarebbe e sarebbe quella delle dimissioni immediate di Berlusconi.
Ma forse è chiedere troppo: l’anomalia in questo Paese non riguarda solo lui.

E allora non si può far altro che sperare che il Cavaliere abbia la dignità di difendersi davanti al Popolo tutto e non solo quello in nostra rappresentanza nei tribunali, ma senza ricorrere ad altre furberie.

L’imbarazzo, a questo giro, è troppo e non può essere messo a tacere sventolando ancora una volta una prescrizione come fosse un’assoluzione senza incertezze!

Attesa per oggi la sentenza di Appello…

I post precedenti sullo stesso argomento:

- Due cose sul processo Mills.

- Verso l’assoluzione nel processo Mills.

- Il processo Mills-Berlusconi.

- Il processo Berlusconi, il caso Mills.

- Condannato Mills. E ora?

La Corte d’Appello ha confermato la sentenza di primo grado. L’avvocato inglese sarebbe stato corrotto da Berlusconi con 600mila dollari per rendere falsa testimonianza in alcuni processi contro il presidente del Consiglio.
4 anni e 6 mesi di reclusione, il verdetto.
Il Cavaliere, però, non essendo stato ancora processato, paradossalmente è da considerarsi comunque non colpevole.
Ma a questo punto non dovrebbe più mancare molto all’apertura del procedimento penale anche a suo carico. Con una differenza: altro giudice, altri pm, altra difesa.
Immagino già la ridda di voci che si scatenerà dopo questa sentenza.
Legittimamente si potrà affermare che Berlusconi ha corrotto Mills, ma altrettanto legittimamente si potrà pretendere di attendere una condanna definitiva anche per il Cavaliere.
Un bel “casino” insomma…
Da cui potremmo uscire con la rassegna delle dimissioni da parte del presidente del consiglio. O con la rassegnazione ad attendere il pronunciamento di un qualsiasi tribunale contro di lui…

Trovo molto divertente osservare come chi ha costruito una campagna mediatico-politica nazionale e internazionale contro Berlusconi, reo d’esser andato a letto con una puttana (senza averla nemmeno pagata, tra l’altro!!!), oggi faccia di tutto per cercare le differenze tra quei fatti e il caso Marrazzo, come a voler trovare un cavillo morale che giustifichi le richieste di dimissioni per il primo e la possibilità di restare al suo posto per il secondo.
Basta leggere l’articolo di D’avanzo che campeggia ben in vista sulla homepage di Repubblica.it per sbellicarsi dalle risate!!!

Non mi permetto di esprimere giudizi politici sulla vicenda, ma un consiglio a quelli di sinistra vorrei comunque darlo: smettetela di andare a letto coi transessuali pensando che la cosa vi faccia apparire più “democratici”: siete solo più pervertiti.

Ah: e fatela finita con questa storia di Berlusconi che tratta le donne come degli oggetti.
I primi a voler stare con degli oggetti purchè assomiglino a delle donne son quelli che preferiscono scoparsi maschioni travestiti ma con le tette finte, invece che coricarsi accanto ad una bella femmina con tutte le cose al loro posto e soprattutto…senza sorprese!

 

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