Se non saranno l’Asinara e Pianosa studieremo altre soluzioni“.
Così Roberto Maroni e Stefania Prestigiacomo sulla possibilità che vengano riaperti i carceri di massima sicurezza di Toscana e Sardegna, che tanti malumori aveva sollevato nelle associazioni ambientaliste e tra quelli che consideravano eccessivamente onerosa un’operazione del genere.

Evidentemente, però, l’annuncio non dev’essere comunque piaciuto a Travaglio, che nel suo ultimo articolo pubblicato per l’Espresso (“Alfano è naufragato all’Asinara“) è partito proprio da questo dietrofront del Guardasigilli per stoccare l’ennesima staffilata contro il governo Berlusconi, reo di praticare un’antimafia molle, fatta più di annunci e parole che di fatti concreti.

Inutile far notare al giornalista piemontese che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non dovrebbe cambiare (che siano Pianosa e Asinara o istituti penitenziari costruiti ex novo poco importa): Travaglio è proprio convinto che negli ultimi 15 anni lo Stato abbia pressochè assecondato le richieste con cui i boss avrebbero compilato il famigerato “papello”, di cui oggi abbiamo finalmente traccia cartacea, e nessuno riuscirà mai a distoglierlo dalle sue certezze.

Nel mirino dell’editorialista de “Il Fatto Quotidiano” ci sono pure il nuovo 41bis e le ultimissime norme con cui lo Stato può aggredire i patrimoni delle cosche. In entrambi i casi, secondo Travaglio, il governo Berlusconi avrebbe gettato fumo negli occhi dell’opinione pubblica, mentre in realtà rendeva più facile la cessazione del carcere duro e parimenti più complicate le confische dei beni dei mafiosi.

Le cose però non stanno esattamente così.
Nell’ultimo pacchetto sicurezza, infatti, sono state previste nuove misure aggravanti il 41bis e più agevolatrici dei sequestri dei tesori dei boss.

La tanto vituperata stabilizzazione del carcere duro (rinnovabile di 4 anni in 4 anni e non più di 6 mesi in 6 mesi) ha di fatto regolarizzato una situazione giuridica fino all’anno scorso sul baratro dell’incostituzionalità, garantendo omogeneità nell’applicazione del diritto a livello nazionale.
Capiamo però, che nella mente del giovane Robespierre cresciuto all’ombra della Mole antonelliana, era molto meglio quando la lotta alla mafia si faceva con metodi fondati sul cavillo e sulla farsa giudiziaria.
E’ bene ricordare che PRIMA il 41bis veniva rinnovato di mezzo anno in mezzo anno, impedendo, a causa della lentezza delle pratiche e dei magistrati, che i ricorsi al Tribunale da parte dei sottoposti al carcere duro potessero anche solo essere esaminati.
In pratica: una denegata giustizia mascherata da lotta alla mafia!
Un ottimo segnale di coerenza per chi va recitando la nenia della “legge uguale per tutti”.
A quanto pare, per tutti tutti proprio no…

Anche sull’altro fronte, però, Travaglio manca il bersaglio.
Mai come negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi, i sequestri dei patrimoni mafiosi sono stati così rilevanti.
Questo grazie proprio alle nuove regole volute dal governo Berlusconi (che infatti Travaglio non si azzarda a commentare nel dettaglio), salutate da magistrati e commentatori con deciso favore.

La ciliegina sulla torta poi ce la regala parlando dei presunti “regali” fatti alla mafia negli anni 1999/2000…in pratica quando al governo c’era il centrosinistra e non Berlusconi.

Insomma: invece di interrogarsi sull’attendibilità e l’autenticità del “papello”, tema forte dell’ultimo mese, Travaglio s’impegna a sputare sulle poche cose buone che il governo Berlusconi ha fatto a contrasto della criminalità organizzata.
Ma siccome ammettere che Berlusconi abbia avallato la lotta alla mafia non collima troppo bene col suo teorema sulla trattativa (tuttora in corso) tra Stato e boss, allora eccotelo alzare il sopracciglio e arricciare il nasino da buon professionista dell’antimafia.

Purtroppo per tutti (compreso Travaglio), sarebbe molto più utile cercare La Verità piuttosto che le prove di Una Verità più teatrale che realistica…

Bocciata una legge, se ne fa un’altra.
Ma se il lodo Alfano aveva elementi condivisibili, questa pseudo riforma del processo, giustificata sulla scorta delle indicazione della Corte Europea dei Diritti, ha veramente poco di apprezzabile. E di salvabile.
Solo le intenzioni, forse.
Si, perchè che i procedimenti in Italia siano interminabili e violino costantemente il principio costituzionale della “ragionevole durata” è una verità impossibile da smentire, ma era davvero questa del “processo breve” l’unica via per risolvere l’annoso problema?
Direi di no.
Anzi: se ne intacca uno per crearne altri cento.
Il provvedimento proposto in Senato vuole i processi chiusi in 6 anni: due per ogni grado di giudizio a partire dalla richiesta di rinvio dell’indagato/imputato al dibattimento.
Peccato che in tutta Europa i tempi iniziano a decorrere da molto prima, ovvero dal primo avviso di garanzia.
Cade perciò da subito lo spirito imitativo a cui il ddl sembrava inizialmente ispirato.
Perchè dire di voler seguire i diktat UE e poi non farlo?
Questa la prima assurdità!
In secondo luogo, è impossibile pensare ad una velocizzazione e ad uno snellimento del nostro sistema Giustizia partendo da singole norme del tutto scollegate da una necessaria visione d’insieme.
In questo caso, le contraddizioni di cui il provvedimento è gravido denotano una superficialità del legislatore veramente imbarazzante.
Non starò qui a fare un elenco noioso delle cose che non vanno, basti però pensare a come con una legge del genere si creerebbero disparità di trattamento tra incensurati e recidivi e tra imputati per reati diversi che difficilmente supererebbero il vaglio di costituzionalità.
Oppure: pensate all’assurdo caso per cui un processo si prescrive prima ancora che si prescriva il reato. Avremmo quindi una situazione per cui un reato sarebbe perseguibile per un tempo ulteriore alla morte del processo.

Insomma, per tornare all’incipit del post: era molto meglio il lodo Alfano.

Una soluzione, comunque ci sarebbe: imporre tempi certi ai magistrati.
Trasformare i termini “ordinatori” in termini “perentori”, in modo da costringere le Toghe a ritmi “forzati” a pena di sanzioni disciplinari e ovviamente la chiusura anticipata del processo a causa di una loro negligenza.
Ma servirebbe molto di più…anche se purtroppo all’orizzonte non si vede granchè…

Certo è che se son questi i frutti degli accordi politici tra il Cav e Fini, beh…meglio che continuino a litigare, fanno più bella figura!

Come saprete, l’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi di carcere per esser stato ritenuto responsabile del reato di corruzione in atti giudiziari, ovvero di aver reso una serie di false testimonianze, nel 1997 e nel 1998 (comunque mai contestategli) con cui avrebbe protetto Silvio Berlusconi (il presunto corruttore) da altri guai giudiziari e da cui avrebbe ricevuto in cambio una somma di 600mila dollari a titolo di corrispettivo per il “servizio perstato”.
Ciò risultava anche dalla prima confessione del leguleio d’Oltremanica, sebbene quel che scrisse al suo commercialista venne poi ritrattato più volte davanti ai magistrati durante l’inchiesta e poi in dibattimento.

Niente da fare, però, i pubblici ministeri e i giudici che hanno preso parte al procedimento penale nei suoi confronti non gli hanno creduto e hanno portato avanti l’accusa fino alle sentenze di primo grado e di appello.

Se sulla prima decisione del tribunale di Milano, però, pesavano forti dubbi sull’imparzialità dei giudici che l’avevano emessa, su quella di secondo grado sembrava esserci poco da polemizzare, in quanto addirittura tra i tre togati ve n’era uno che in un altro processo aveva smontato le tesi della procura assolvendo con formula piena il Premier (anche se a questo giro Berlusconi non era direttamente imputato).

A questo punto, si aspettavano solo le motivazioni per capire come mai la sicumera dei difensori, convinti dell’innocenza del loro assistito, fosse stata sbaragliata da un’Accusa capace di convincere i giudici della bontà delle loro teorie.
Ebbene, quelle motivazioni sono state depositate e…COLPO DI SCENA! Scopriamo che…la sentenza puzza di assurdità!
A tal punto che non mi meraviglierei se si rinfocolassero le polemiche relative ad un probabile uso politico della giustizia per colpire il Cavaliere.

In sostanza, se ho ben compreso, i giudici d’Appello smontano in parte il teorema accusatorio con cui la procura di Milano aveva ottenuto una sentenza di condanna in primo grado, ed emettono un’altra sentenza di condanna sostenendo che: “Mills è stato corrotto DOPO aver testimoniato il falso nei procedimenti All Iberian e Arces“. Ovvero, nel 1997 e 98 Mills produce false testimonianze, poi si presenta Carlo Bernasconi a fine 1999 e gli promette una somma di 600mila dollari che verrà pagata il 29 febbraio 2000…

Ora, se la logica ha ancora un senso in questo pazzo, pazzo Mondo, qualcuno sa spiegarmi come si può addebitare a Mills il reato di corruzione in merito a fatti che ha commesso senza essere stato corrotto?
O meglio: com’è possibile esser ritenuti corrotti per aver fatto qualcosa, dopo che però quel qualcosa è già stato fatto senza sapere che si stava facendo qualcosa per cui si sarebbe stati corrotti per farlo?

Un vero arzigogolo giurisprudenziale insomma!

Della serie: tu rendi una falsa testimonianza senza che nessuno ti chieda o prometta niente in cambio. Quel tale ne beneficia e decide poi di ricompensarti per aver fatto una cosa che tu però hai fatto senza aver prima pattuito alcunchè.
Ecco: questo è il quadro.
Ma secondo i giudici della corte d’Appello di Milano, Mills sarebbe da definirsi comunque un corrotto perchè mentendo negli altri processi avrebbe favorito Berlusconi, da cui poi avrebbe ricevuto in cambio 600mila dollari.
Eppure la corruzione consta di un patto tra il corrotto e il corruttore/beneficiario.
Come fa allora ad esserci corruzione se quel patto non c’è stato o addirittura si ritiene sia stato postumo?
Si doveva dimostrare che Mills aveva reso false testimonianze avendo in mano almeno una promessa, ma secondo i giudici, che così sconfessano i pm, quella promessa gli sarebbe giunta solo nel 1999, ovvero DOPO aver detto fandonie nel procedimento All Iberian.

Insomma: qualcuno può aiutarmi a capire?
O forse, tutto sommato, il sospetto che si sia trattato di una sentenza politica e del tutto assurda non è poi così infondato?

O la Riforma oppure è meglio non far niente, perchè qualunque provvedimento questo governo voglia avanzare sarà difficile non interpretare come l’ennesimo tentativo di proteggere Berlusconi disinteressandosi dei veri problemi che affliggono la Giustizia in questo Paese.

Così è anche stavolta.
Che senso ha annunciare la Grande Riforma, in campagna elettorale come pure da un anno e mezzo a questa parte, e poi partorire topolini innoqui almeno quanto velenosi.
Di fatto, norme come il Lodo Alfano o la cosiddetta “aggiusta processi” di cui si parlava ad inizio legislatura non hanno prodotto alcun effetto in virtù degli interventi della Corte Costituzionale o di veri e propri dietro front politici sul tema, ma hanno comunque contribuito ad invelenire il clima tra gli schieramenti e in seno alla stessa opinione pubblica, col risultato che oggi c’è addirittura chi parla di “emergenza democratica” nel modo meno opportuno che si possa immaginare e, soprattutto, senza che sia manco stato intaccato il cancro che affligge il nostro sistema giudiziario.

Oggi il teatrino prevede in scena lo stesso copione: una norma, quella sul “processo breve”, che del tutto decontestualizzata come si presenta fa giustamente drizzare le orecchie a chi vede buio sempre e comunque e impedisce in concreto qualunque confronto.
L’Italia non ha bisogno di leggi così “personalizzate”, ma di una seria Rivoluzione che riguardi in generale la Giustizia e ne tocchi i singoli problemi sdradicandoli alla radice e non invece come si vorrebbe fare ora potandoli di qualche rametto rinsecchitto (sempre ammesso che poi non arrivi l’ennesima ghigliottina Costituzionale…)!

Berlusconi aveva detto che avrebbe fatto vedere a tutti come si sarebbe difeso. Nelle aule di tribunale, però.
Lasci perdere quelle parlamentari…che manco gli portano granchè bene!

Qualcuno, dopo il siparietto del procuratore antimafia Antonio Ingroia ad un convegno organizzato dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, giustamente si è chiesto come mai il CSM stavolta non abbia niente da dire a tutela della credibilità della Magistratura.
Credibilità che di fatto va a ramengo non soltanto quando un magistrato viene delegittimato dalle inopportune critiche di politici di qualsiasi ordine e grado, ma anche ogni volta che quel giudice o quel pm si mette a fare politica, partecipando a dibattiti e convegni dei quali sfrutta i pulpiti per lanciare bordate contro l’azione legislativa di un Governo e del Parlamento, parlando più da militante di partito che da funzionario dello Stato cui la Costituzione impone la sottomissione e il rispetto della Legge.

Non è la prima volta, purtroppo, che sentiamo parlare di magistrati “impegnati” che accompagnano la società civile e i partiti nelle loro battaglie contro i provvedimenti di un Esecutivo che non gradiscono o che proprio oppongono nelle Aule della Camera e del Senato.
Questo atteggiamento danneggia l’immagine di una magistratura organo di garanzia per tutti, rafforzando invece l’idea di una magistratura schierata e allineata a posizioni politiche che non dovrebbero esserle proprie.

Lo dice la Costituzione e lo vorrebbe anche il buon senso.
Sono sempre più convinto che un magistrato dovrebbe rimanere invisibile, non esporsi, proprio per non correre il rischio di esser travisato o accostato a taluno o trascinato nell’agone della polemica politica!

In passato abbiamo già assistito alla trasformazione di personaggi elevati all’onore delle cronache per merito della toga che indossavano e che poi hanno sfruttato quella pubblicità per convertirsi ad uomini di partito. Abbiamo già avuto la riprova dell’eccessiva permeabilità del sistema giudiziario al fascino del idealismo politico e dell’eccessiva dissolutezza con cui il potere politico ha demandato a quello giudiziario la soluzione di conflitti che dovevano e potevano rimanere in Parlamento.

Adesso è il turno del dottor Ingroia (il pm antimafia, discepolo di Falcone e Borsellino, che però non disdegnava di farsi ristrutturare casa velocemente da imprenditori mafiosi e che affidava indagini importanti come quelle sui rapporti tra Cosa Nostra e politica a finanzieri favoreggiatori dei mafiosi, con cui poi andava pure in vacanza discutendo a bordo piscina delle questioni giudiziarie più spinose con giornalisti del calibro di Travaglio…), che si presenta a Napoli ospite del partito di Di Pietro e con la sicumera del politico navigato inizia a parlare di “emergenza democratica” e di un Governo sempre più prossimo alla “soluzione finale” contro lo Stato e le Istituzioni, auspicando un impegno da parte di tutti i suoi colleghi per “ribaltare il corso politico degli eventi”.

Eccovi servito su un piatto dorato il motivo essenziale per cui si ritiene necessaria una radicale riforma della Giustizia che rimetta al loro posto tutti i pezzi dello Stato: ogni potere col suo limite costituzionale.

Lo diceva lo stesso Montesquie, a cui dobbiamo l’origine del pensiero giuridico della divisione dei poteri dello Stato: la magistratura si occupa di perseguire i delitti e applicare le leggi.
Non di fare politica.
Altrimenti, la vera emergenza democratica diventa quella legata ad un abuso di potere: quello giudiziario. E la nostra non si potrà più definire una Repubblica parlamentare, bensì giudiziaria.

Confesso che ero indeciso se commentare o no la decisione della Corte Europea sul crocifisso, ma poi mi son detto che era rischioso dare un senso ai ragionamenti di un tribunale che un giorno si occupa di curvature degli zucchini e l’altro del diametro dei piselli, che arriva a ritenere anti-igienica la pizza cotta nel forno al legna e schifezze via dicendo, perchè il terreno è scivoloso e volevo evitare di scadere nella banalità di frasi scontate, tipo “l’Europa rinnega sè stessa”. Ormai si sa. Non c’è nemmeno bisogno di ribadire il concetto…

Mi premeva invece, lanciare una provocazione, rivolta a tutti i dipendenti pubblici e in particolare alle insegnanti e agli insegnanti di ogni ordine e grado, cattolici, credenti o semplicemente cristiani: andate a scuola ed entrate in classe con un bel crocifisso appeso al collo.
Strafate pure nelle dimensioni, perchè nessuno potrà dirvi niente: a nessuno potrà venire in mente di opporsi ad una vostra insindacabile libertà di professione della vostra Fede! Così come non potranno obiettare il vostro abbigliamento, perchè trattasi di piena libertà di espressione della vostra personalità, quindi…siete inattaccabili.

Con buona pace di quell’Europa che…beh…tocca dirlo, rinnega sè stessa.
L’importante è che noi non chiudiamo gli occhi o peggio ancora, il cuore!

[post in possibile/probabile aggiornamento]

Pensate a un reato. Uno qualsiasi.
Non ditemelo. Non importa.
Vi so già dire chi è il colpevole.
Berlusconi Silvio!
Vero?

Ecco…se vi chiamate Giuseppe D’Avanzo o Marco Travaglio o fate parte dell’allegra combriccola, la vostra risposta sarà sempre: SI!
A prescindere da tutto (o quasi).
E se mai qualcuno vi dovesse spiegare che forse state pisciando un po’ fuori dal vaso, beh…non preoccupatevi, continuate pure a dargli di “servo”, “zerbino”, “escort”, “berluscoide”, “plagiato” etc etc etc…tanto ormai c’abbiamo fatto il callo!

Anche stavolta perciò non mi tiro indietro.

Ormai sarete tutti a conoscenza del “caso Marrazzo”: quattro carabinieri hanno fatto illecita irruzione nell’appartamento di un trans dove sapevano che avrebbero trovato anche il governatore del Lazio, all’insaputa del quale (a quanto risulta dalle ultime dichiarazioni rese ai magistrati) avrebbero ripreso un video per poterlo poi rivendere. Cosa effettivamente avvenuta: dopo averlo affidato nelle mani di un’agenzia fotografica, il filmato è stato proposto a diversi direttori di riviste e giornali, i quali tutti si sono rifiutati di acquistarlo (per una cifra, trattabile, di circa 200mila euro).
In quei pochi minuti di riprese si vede e si sente Marrazzo implorare i militari dell’Arma di non rovinarlo e staccargli alcuni assegni.

Fin qui, se ne deduce che Marrazzo è vittima di un ricatto, di un’estorsione.
Passano i giorni e nella ridda di voci che si accavallano sui giornali e in televisione, spunta il nome di Silvio Berlusconi.
Il presidente del Consiglio avrebbe telefonato a Marrazzo per fargli sapere che quel video era arrivato anche alle redazioni dei suoi giornali, ma che non lo avrebbe mai fatto pubblicare. Di più: gli avrebbe anche detto dove poter trovare il venditore di quel filmato.

A questo punto entrano in azione i due segugi del pool antiSilvio: D’avanzo e Travaglio.
In rapida successione, prima uno su Repubblica, poi l’altro dalle colonne del Fatto Quotidiano e dalle pagine del suo blog, impiccano il Cavaliere lanciando un’accusa abbastanza fantasiosa: è Berlusconi il vero autore del ricatto!
Non si spingono a dire che sia stato il Cavaliere a mandare i carabinieri in casa di Nataly, ma qualcosa ci spinge a credere che pensano anche quello.
Comunque…
I reati che secondo “i due” andrebbero ipotizzati nei confronti di Berlusconi, oltre a quello morale, come si diceva, di voler tenere sotto ricatto politico il signor Marrazzo (avversario politico del Cavaliere) sono quello di ricettazione (art 648 cp) e omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale venuto a conoscenza di un illecito (art 361 cp).

L’assurdità di questa accusa, che denota la sempre più scarsa affidabilità dei due giornalisti, sta tutta proprio nelle sue premesse logiche.
In pratica, si dovrebbe supporre che Berlusconi sapesse della provenienza illecita di quel filmato. Ma questo è impossibile da dimostrare.
Pensate poi al fatto che le riviste scandalistiche pubblicano foto “rubate” in ogni modo e non per questo si parla di ricettazione.
Ancora: pensate a quante volte proprio Travaglio, D’avanzo, Repubblica e altri quotidiani hanno sbattuto in prima pagina stralci di verbali secretati, provenienti quindi da un illecito decisamente grave come la rivelazioni di segreti d’ufficio.

Insomma, già così i fatti assumono i contorni della baggianata.
Ma c’è di più.
Anche la seconda accusa nei confronti del Cav sta come le foglie sugli alberi d’autunno.
Per imputare a Berlusconi l’omissione di denuncia dovremmo innanzitutto sapere di quale reato sia venuto a conoscenza.
Nel caso specifico, la procura ha imputato ai quattro carabinieri la realizzazione illecita del video in cui appare Marrazzo con le brache calate e la cocaina sul comò.
Detto reato (615bis cp) è procedibile d’ufficio, ma solo perchè coinvolti sono dei pubblici ufficiali (i 4 carabinieri).
Altrimenti è un reato a querela di parte (perchè realizzato non nel domicilio di Marrazzo), ovvero era prima necessario che Marrazzo o la trans si recassero dai magistrati e sporgessero querela nei confronti dei “registi”.
Poteva, Berlusconi, sapere che quel filmato fosse stato girato da 4 carabinieri e che quindi fosse stato commesso un reato (per il quale altrimenti non si procede se non a querela di parte???) ?
Credo proprio di no. Non poteva saperlo! Come avrebbe potuto?
Poichè l’articolo 361 cita esplicitamente che le sue disposizioni non si applicano nei casi di reati a querela di parte, se ne deduce che, se Berlusconi non sapeva che questi erano carabinieri non poteva sapere se si fosse o meno consumato un reato, per cui, pur essendo un pubblico ufficiale non aveva alcun obbligo di denuncia (d’altronde, non l’avave fatto manco Marrazzo)!

Il quadro, a questo punto si completa: Travaglio e D’avanzo sono ossessionati da Berlusconi e s’inventerebbero qualunque cosa pur di “incastrarlo” ad una qualsiasi responsabilità, anche quando per una volta non ne ha.

Ecco, adesso potete pure darmi addosso come al solito, ma intanto spero che qualcuno meno ottuso dei “travagliones”, comprenda il pericolo dell’affidamento cieco a personaggi alquanto equivoci e mossi da impeto ideologico contro qualcuno.

Può darsi che, come dicono i difensori dell’avvocato inglese David Mills, la sentenza della Corte di Appello che ne ha confermato la condanna di primo grado “metta a dura prova la fiducia nello stato di diritto” o, come ha detto poi Ghedini, già pensando al suo cliente, l’altro “coimputato di pietra”, Berlusconi, “a Milano non si possono celebrare processi equilibrati quando c’è di mezzo il presidente del Consiglio”; può darsi. Ma non si può negare che a questo punto l’imbarazzo per questa vicenda stia diventando insopportabile.
Accresciuto poi dalle indiscrezioni che parlano dello studio di una possibile norma che accorci ancora di più i termini di prescrizione per i reati indultabili (compreso quindi quello commesso da Berlusconi e Mills), così da far cadere ogni eventualità che il procedimento a carico del Cavaliere arrivi a un qualsiasi termine.

Onestamente, non se ne può più.
La situazione è grottesca.
Sappiamo bene come l’Italia si sia dimostrata un Paese anormale, qualunque fosse la faccia della medaglia si volesse guardare, ma a certi paradossi era meglio non arrivare.
Da una parte il tentativo di Berlusconi di difendersi ad ogni costo dalle presunte persecuzioni giudiziarie della magistratura milanese; dall’altra ogni sorta di escamotage per appendere il Cavaliere a delle responsabilità penali: il risultato è stato una sconfitta per tutti, per tutto il sistema in cui dovremmo credere e a cui dovremmo affidarci.
Giustizia politicizzata; politici irresponsabili.
Una caccia tra gatto e topo che non poteva finire peggio: l’autodistruzione!

Oggi abbiamo un personaggio, il leguleio britannico, che secondo due tribunali dovrebbe finire in ceppi per 4 anni e sei mesi.
Il reato contestatogli è quello di truffa in atti giudiziari.
Ha mentito e lo ha fatto non per salvare sè stesso, ma per mettere a riparo Berlusconi da altri guai giudiziari.
Perciò è stato corrotto.
E là dove c’è un corrotto non può che esserci anche il corruttore.
Il nostro sistema penale, però, impone che si possano condannare i responsabili di un reato dopo un regolare processo in cui siano state accertate le singole responsabilità: questo è quel che sta accadendo a Mills, ma che ancora non è stato per Berlusconi, protetto fino a pochi giorni fa dallo Scudo Alfano.

Di qui il paradosso: Mills possiamo dire sia stato corrotto (pur dovendo attendendere il verdetto di Cassazione per esserne certissimi), ma non possiamo parlare di Berlusconi come del corruttore, perchè per il Cav il processo non è ancora manco cominciato.
E dovendolo affrontare di fronte ad una Corte diversa, con un team di difensori diverso e soprattutto accusatori diversi, tutto è possibile.
Perfino, per assurdo, che Mills sia stato condannato mentre Berlusconi possa venire assolto.

A pensarci, mi viene in mente il proverbiale versetto biblico: “muoia Sansone con tutti i filistei”.
Della serie: compromessa non è solo la credibilità della Politica (già ampiamente affondata in tempi non sospetti), ma anche quella della Giustizia, troppo spesso affidata a personaggi più simili a giustizieri o moralisti o militanti di partito che magistrati alla ricerca della Verità.

Sebbene i motivi per sospettare della bontà di certe sentenze non siano pochi, non resta che assistere a questo scempio.
Anche se una soluzione ci sarebbe e sarebbe quella delle dimissioni immediate di Berlusconi.
Ma forse è chiedere troppo: l’anomalia in questo Paese non riguarda solo lui.

E allora non si può far altro che sperare che il Cavaliere abbia la dignità di difendersi davanti al Popolo tutto e non solo quello in nostra rappresentanza nei tribunali, ma senza ricorrere ad altre furberie.

L’imbarazzo, a questo giro, è troppo e non può essere messo a tacere sventolando ancora una volta una prescrizione come fosse un’assoluzione senza incertezze!

Attesa per oggi la sentenza di Appello…

I post precedenti sullo stesso argomento:

- Due cose sul processo Mills.

- Verso l’assoluzione nel processo Mills.

- Il processo Mills-Berlusconi.

- Il processo Berlusconi, il caso Mills.

- Condannato Mills. E ora?

La Corte d’Appello ha confermato la sentenza di primo grado. L’avvocato inglese sarebbe stato corrotto da Berlusconi con 600mila dollari per rendere falsa testimonianza in alcuni processi contro il presidente del Consiglio.
4 anni e 6 mesi di reclusione, il verdetto.
Il Cavaliere, però, non essendo stato ancora processato, paradossalmente è da considerarsi comunque non colpevole.
Ma a questo punto non dovrebbe più mancare molto all’apertura del procedimento penale anche a suo carico. Con una differenza: altro giudice, altri pm, altra difesa.
Immagino già la ridda di voci che si scatenerà dopo questa sentenza.
Legittimamente si potrà affermare che Berlusconi ha corrotto Mills, ma altrettanto legittimamente si potrà pretendere di attendere una condanna definitiva anche per il Cavaliere.
Un bel “casino” insomma…
Da cui potremmo uscire con la rassegna delle dimissioni da parte del presidente del consiglio. O con la rassegnazione ad attendere il pronunciamento di un qualsiasi tribunale contro di lui…

Trovo molto divertente osservare come chi ha costruito una campagna mediatico-politica nazionale e internazionale contro Berlusconi, reo d’esser andato a letto con una puttana (senza averla nemmeno pagata, tra l’altro!!!), oggi faccia di tutto per cercare le differenze tra quei fatti e il caso Marrazzo, come a voler trovare un cavillo morale che giustifichi le richieste di dimissioni per il primo e la possibilità di restare al suo posto per il secondo.
Basta leggere l’articolo di D’avanzo che campeggia ben in vista sulla homepage di Repubblica.it per sbellicarsi dalle risate!!!

Non mi permetto di esprimere giudizi politici sulla vicenda, ma un consiglio a quelli di sinistra vorrei comunque darlo: smettetela di andare a letto coi transessuali pensando che la cosa vi faccia apparire più “democratici”: siete solo più pervertiti.

Ah: e fatela finita con questa storia di Berlusconi che tratta le donne come degli oggetti.
I primi a voler stare con degli oggetti purchè assomiglino a delle donne son quelli che preferiscono scoparsi maschioni travestiti ma con le tette finte, invece che coricarsi accanto ad una bella femmina con tutte le cose al loro posto e soprattutto…senza sorprese!

E così, cinque anni dopo il verdetto sul lodo Schifani, anche lo scudo processuale che porta il nome del ministro Alfano ha avuto la stessa sorte: bocciato.

La sorpresa non sta però nel finale della vicenda.
Che il Lodo Alfano potesse esser considerato incostituzionale era impossibile da negare.
Il disorientamento lo provoca invece la sentenza nella sua sostanza.
Sebbene le motivazioni non siano state ancora pubblicate (ed è giusto aspettarle prima di commentare nel merito questa decisione), appare piuttosto evidente come sia bastato il trascorrere di un misero lustro per modificare radicalmente l’orientamento della Corte Costituzionale e dei suoi membri in merito ad una questione giuridica su cui si era già espressa.

Lecito chiedersi cosa sia accaduto. Come mai ciò che nel 2004 veniva considerato in un modo, oggi, nel 2009, e senza interventi legislativi ulteriori in materia, in tutt’altro?
Il riferimento è in primis alla definizione del Lodo: ai tempi di quello Schifani, la Corte parlava di esso come di una mera sospensione e non invece di una vera e propria immunità.
Questa interpretazione della legge a difesa delle più alte cariche dello Stato si traduceva in un suggerimento rivolto direttamente al legislatore, a cui in pratica si diceva che non serviva modificare la Costituzione, ma che si poteva comunque procedere con una norma ordinaria.
Ieri il ribaltone.
Citare l’articolo 138 della Carta significa aver cambiato idea sulla sostanza stessa del Lodo.

Furono anche altri i rilievi che i giudici costituzionali mossero nella precedente sentenza sullo scudo Schifani.
Uno di essi riguardava il nuovamente citato articolo 3 della Costituzione, ovvero quello a tutela del principio di uguaglianza.
Nel 2004, la Corte si pronunciò in due direzioni: da una parte sosteneva che quella norma violasse la Carta perchè prevedeva che se ne avvalesse UNA persona soltanto (il capo del Governo); dall’altra però offriva una soluzione.
Ritenendo l’interesse in gioco (la stabilità di un governo democraticamente eletto dal popolo) meritevole di tutela, sosteneva che questo dovesse valere anche per ALTRI soggetti istituzionali.

Questi “suggerimenti” sono stati tutti accolti nel nuovo Lodo che Berlusconi ha fatto approvare.
Tanto che perfino Napolitano non trovò di che obiettare. Anzi. Riferiva che la legge che si apprestava a firmare non appariva manifestamente incostituzionale proprio in virtù del fatto che i precedenti motivi di incompatibilità con la Carta fossero stati superati dal nuovo testo.

La Corte però ha sorpreso tutti, lasciando intendere che quell’interesse che ieri aveva sostenuto essere meritevole di tutela oggi non lo sarebbe più.

Il risultato è stato netto in questa decisione: 9 giudici contrari al Lodo e 6 favorevoli.
La giurisprudenza però appare divisa sull’argomento.
Ma quel ch’è peggio, contraddittoria.

A questo punto, c’è chi evoca le manette, chi le dimissioni, chi la crisi di governo.
Dal mio piccolo punto di vista, mi limito a supporre una crisi di sistema.

Come ci si può fidare di una magistratura che, dalle questioni ordinarie a quelle più Alte, si dimostra incerta e non dà risposte univoche su fatti simili?
Se stessimo assistendo ad un match di calcio sicuramente taluni tirerebbero fuori la “cupola di Moggi”, altri sarebbero invece più clementi, ma il dopo-partita sarebbe comunque infuocato, dibattendo sull’uniformità di giudizio da parte dell’arbitro.

Questo però non dovrebbe dare adito agli eccessi a cui abbiamo assistito.
E da parte del Cavaliere e di Bossi e da parte dei suoi antagonisti, stile Di Pietro con la sua richiesta di dimissioni (e perchè mai?!), sia stile Travaglio e il suo giornale, Il Fatto Quotidiano, con lo sventolio delle manette senza manco aspettare l’esito dei processi.

Processi che ora si riaprono per Berlusconi.
L’unico motivo di speranza, a questo punto, è che il Cavaliere mantenga la promessa fatta ieri sera ai microfoni di Porta a Porta: “mi difenderò in aula e porterò sui giornali e su tutti i medias i processi in cui sono imputato”.
Mi limito a questa parte della sua dichiarazione (il resto è difficile da contenere…), perchè potrebbe essere un’ottima occasione per far avere all’Italia la giusta idea di ciò di cui si parla.

Non tiriamo fuori le elezioni anticipate, quindi: non ho mai capito in che modo  il voto popolare potrebbe assicurare a Berlusconi maggiore protezione nei confronti della magistratura.
Non mi pare che fino ad oggi sia successo e non capisco perchè dovrebbe accadere il miracolo domani…

PS: fermate il Senatur…a tutto c’è un limite!

La Consulta ha appena espresso il suo verdetto: 9 giudici contro 6 hanno decretato illegittimo il cosiddetto Lodo Alfano. Violata la Costituzione agli articoli 138 e 3.

Per Berlusconi si riaprono le porte dei tribunali…

“Una difesa da Fattoria degli animali”.

Così, Richard Owen sul Times e felicemente ripreso da Repubblica.

“Un interessante esempio di duplicità di pensiero”, dice il corrispondente del giornale londinese,  notando che per il “cadaverico” avvocato Ghedini, un conto è la legge e un altro conto è “l’applicazione della legge”.

Segue poi il ricordo dell’incontro conviviale tra due giudici della Corte Costituzionale e alcuni esponenti del Governo.

Una ricostruzione che indurrebbe qualunque lettore non propriamente consapevole dei fatti e delle loro sfumature, a credere che in Italia la democrazia sia in gioco o, peggio ancora, che il nostro Paese viva già schiacciato da un regime autoritario.

Niente di più falso, ovviamente.
Da qui, la domanda più scontata di tutte al nostro caro Richard Owen: ma che stai a dì?
Con annesso un caloroso invito a rileggersi o il famoso romanzo di Orwell e a non scopiazzare penosamente quello che i suoi colleghi scrivono  per Repubblica o sugli altri quotidiani schierati contro il Cavaliere.
Capisco che quello del giornalista sia un mestiere difficile, ma se si decide di lanciarsi in questa missione, che lo si faccia almeno con senno e il dovuto rispetto di chi si aspetta un’informazione un tantinello meno parziale.
Non basta riportare le dichiarazioni di Tizio se tanto non si comprendono. E non è cosa buona e giusta costruire un articolo dando credito alle sfuriate di Caio.
Si rischia di fare una figuraccia dietro l’altra, caro il nostro Richard!

Eppure era già successo e speravamo che la lezione fosse bastata e invece…
La volta scorsa si inventò di sana pianta un’intervista con Noemi inseguendo lo schema già proposto dai suoi amichetti di Largo Fochetti.
Ora la trombata se l’è cercata tendando di parlare di cose di cui ha dimostrato non sapere un’acca!

Nel particolare: la citazione tratta da “La fattoria degli animali”, di George Orwell poco si addice al caso in esame e, quel che più conta, non viene confermata, bensì smentita, dalle arringhe della difesa di Berlusconi davanti alla Consulta.

Dire che tutti sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri è un no-sense, se si pensa che sia Ghedini che Pecorella hanno tenuto a dire che non ci sarebbe uguaglianza tra il Presidente del Consiglio e gli altri membri del Governo o del Parlamento (e se vogliamo anche rispetto agli altri cittadini): questo in virtù del ruolo svolto e delle funzioni ad esso riservate.

Mentre fino a ieri il capo dell’Esecutivo, infatti, era effettivamente da ritenersi “primus inter pares”, con le intervenute modifiche della legge elettorale, il Premier è diventato “primus SUPER partes”.
E questo è ciò che hanno sottolineato i legali/parlamentari a giustificazione del Lodo Alfano.

In pratica, si è detto che la legge è uguale per tutti, ma non a tutti si può applicare alla stessa maniera, per mere questioni di opportunità.

Concetto, questo, di cui Richard Owen si meraviglia, ma che in realtà è abbastanza frequente in Italia: si pensi, ad esempio, al caso della mancata applicazione di norme penali a carico del discendente qualora gli illeciti da quello commessi siano stati realizzati a danno dell’ascendente (tradotto: i figli che rubano ai padri non vengono puniti); o a tutta una lunga serie di cause di non punibilità che fanno perno e trovano la loro ratio proprio in considerazione delle condizioni oggettive e soggettive dei soggetti interessati.

A questo si aggiunga, che l’articolo 3 della nostra Costituzione non ragiona in termini semplicistici e superficiali come invece fa il corrispondente del Times: il principio di uguaglianza va sempre rapportato alle diverse situazioni sui una legge si applica.
Tal che una legge applicata a chiunque senza distinzione di casi, rischierebbe di essere addirittura INGIUSTA!

Non è questo certamente il caso, ma è solo per far capire quale abisso ci sia tra le conoscenze del giornalista inglese e la realtà di cui pretende essere interprete.

L’altro fatto citato da Richard Owen vede come protagonisti due giudici della Consulta, rei, a quanto fa intendere, di essere palesemente schierati col governo e quindi i sostenitori del Lodo Alfano.

Quello che invece non dice è che proprio il giudizio di incostituzionalità è stato sollevato da un procuratore (Alessandro Pace) che, udite udite, è da tempo immemore sulle barricate contro il Cavaliere: da avvocato, difendeva la CIR di De Benedetti contro Fininvest. Da PM ha messo Berlusconi alla sbarra.
Un caso?
Su questo però, il buon Richard non s’interroga.

Il tutto, glissando sulle offese personali (in perfetto stile Travaglio) rivolte ai legali del Cavaliere.
Un consiglio, caro Richard: non dar retta a Donadi, da cui poi scopiazzi tutto per avere lo spunto di dire queste bischerate…e informati un po’ di più su come funzionano le cose in Italia…

Lodi mattutine

Lodi mattutine

La Consulta ha avviato l’esame della legge 124 del 2008 su cui dovrà esprimere un giudizio di costituzionalità, ovvero di compatibilità tra il cosiddetto Lodo Alfano e i principi espressi nella nostra Carta fondamentale.

Sicuramente qualcuno starà pregando: chi perchè la Corte lo bocci definitivamente, facendogli fare la fine del precedente tentativo del 2003 (lodo Schifani) di immunizzare le più alte cariche dello stato (che infatti fu cassato); chi perchè invece i magistrati accolgano le ragioni dell’esecutivo rispedendo al mittente le obiezioni mosse dai suoi detrattori.

Il fronte che divide le tue parti belligeranti è segnato dall’articolo 3 della Costituzione, in cui si celebra (passatemi il termine) il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Chi è convinto che il lodo Alfano non comprometta tale norma/valore sostiene che non si tratta di una violazione del principio di uguaglianza, ma che semplicemente si vuole introdurre una forma di immunità che sia bilanciamento tra interessi confliggenti quali quello alla giustizia e quello alla stabilità di un governo democraticamente eletto.
Una sorta di immunità parlamentare più specifica per ragioni di opportunità. Un trattamento meramente procedurale diversificato che però non comprometterebbe nella sostanza la possibilità di rendere Giustizia.

Al contrario, chi invece è fermamente convinto del contrasto tra il lodo Alfano e il principio d’uguaglianza, sostiene una totale incompatibilità tra la norma voluta dal Governo e l’articolo 3 della Carta, sottolineando una diversità sostanziale del trattamento giudiziario, tale per cui di fatto vi sarebbero nel nostro Paese alcuni privilegiati cittadini praticamente non imputabili.

Sull’argomento mi sono già espresso (e addirittura ci mise bocca il Financial Times) spiegando e rispiegando perchè, secondo me, la Corte potrebbe decidere di non bocciare il lodo Alfano e quindi non mi dilungherò oltre.
Quel che m’interessava era solo appuntare sul calendario questa data.
Anche se non sappiamo quanto durerà questo esame…che potrà terminare oggi, come pure domani, come tra una settimana.

Di sicuro c’è che in gioco non c’è solo la validità di una legge dello Stato, quanto piuttosto proprio il futuro e del Governo e quindi del Paese stesso.
Il rischio è quello di un vero e proprio terremoto dalle conseguenze imprevedibili.

Non ci resta che aspettare il verdetto…

E fu così che la magistratura potè (o potrà) dove gli altri fallirono.

Come un fulmine a ciel sereno, il tribunale civile di Milano ha presentato al gruppo Fininvest un conto salatissimo a risarcimento della vicenda del Lodo Mondadori: 750 milioni di euro che dalla cassaforte di Berlusconi dovranno passare a rimpinguare quella del suo eterno nemico De Benedetti.

In poche parole: un tracollo finanziario che intaccherebbe importanti fette del patrimonio societario e personale del Premier.
I pignoramenti, infatti, potrebbero riguardare i gruppi Mediolanum, Mediaset, Mondadori e perfino il Milan. Società, a parte quest’ultima, quotate in borsa.
Che tradotto, significherà ritrovarsi con uno dei più importanti gruppi editoriali del Paese col culo per terra assieme ai risparmiatori che negli anni vi hanno investito e dipendenti a rischio licenziamento.

Il tutto a vantaggio del diretto concorrente: il proprietario del gruppo Espresso-Repubblica.

Ebbene, pur volendo mantenere un certo distacco sulla vicenda, è impossibile non farsi cogliere dal sospetto che le coincidenze politiche e le incongruenze processuali non siano del tutto prive di malizia.
E c’è infatti chi sta già gridando al golpe, pensando addirittura di mobilitare le piazze per rispondere ad un simile attacco da parte della magistratura.

Personalmente, però, non credo sia la soluzione migliore e anzi la trovo assolutamente deprecabile. A tal punto che ad un’ipotetica manifestazione non potrebbero mai e poi mai contare sulla mia presenza: non ci tengo proprio a fare da scudo umano e politico in situazioni come questa!

Questo però non impedisce di fare alcune valutazioni oggettive sulla vicenda.
In primo luogo sulla sentenza civile di condanna al risarcimento.
Un risarcimento impressionante (il più alto nella Storia d’Italia) e fondato letteralmente su un vero e proprio paradosso giudiziario.

Senza potersi addentrare troppo nel merito basti pensare che ancora una volta la magistratura ha giudicato fondandosi su di un principio di creazione giurisprudenziale, quindi non presente nel codice.
Il tribunale di Milano, infatti, ha condannato Fininvest al risarcimento di 750 milioni di euro come ristoro per la “perdita di chance” subita dal gruppo di De Benedetti.
Perdita di chance che però non va confusa con la formula del mancato guadagno o del lucro cessante, perchè il giudice civile ha inteso condannare il Biscione per non aver concesso alla Cir un giudizio imparziale.

In pratica, per esser più chiari, non ha detto che la sentenza che aveva portato la Mondadori a Berlusconi fosse ingiusta (*), ma semplicemente che quel giudizio non era stato sereno (per intervenuta corruzione).
Paradossalmente, perciò, Fininvest si vede costretta a risarcire De Benedetti anche nell’ipotesi che i termini della contesa giudiziaria sul Lodo Mondadori diano comunque ragione al Cavaliere e al suo gruppo.

Tant’è che anche nei procedimenti penali che hanno visto soccombere l’avvocato Cesare Previti e i giudici Pacifico e Metta, fu accertato il reato di corruzione, ma non fu esaminata nel merito la sentenza che aveva dato ragione a Berlusconi per l’acquisizione delle quote di maggioranza della Mondadori.

Ed ecco che con questo incastro di fatti il quadro appare delinearsi con maggiore chiarezza: c’è la clamorosa possibilità che là dove la politica e la piazza non hanno riuscito sia arrivata la magistratura.

Fine del Cavaliere, del suo impero e di conseguenza del suo “conflitto d’interessi”?
Qualcuno si preoccuperà della posizione dominante del nuovo super gruppo editoriale (quello facente capo a De Benedetti) che si ritroverà così senza concorrenti all’altezza?

Chi vivrà vedrà…
Alle prossime puntate!

[Note (*): in realtà, come mi ha fatto notare Nick con uno dei suoi commenti, in cui ha riportato il pdf della sentenza, il tribunale di Milano ha preso in considerazione la decisione della Corte d'Appello che aveva ribaltato il lodo tra De Benedetti e i Formenton, giudicandolo parzialmente ingiusto.
Tuttavia, le tesi addotte a sostegno di questa sentenza appaiono comunque quantomeno opinabili.
Se non altro per le continue "invasioni di campo" e reinterpretazioni rispetto alle conclusioni tratte dal giudice penale.
Senza contare poi, che la sentenza della Corte d'Appello sul Lodo Mondadori non fu mai impugnata dal gruppo De Benedetti e dovrebbe quindi ritenersi tutt'ora valida perchè passata in giudicato.
Come sottolineato, le incongruenze sono molteplici.
Questo però non è un tribunale in cui si vuol mettere alla sbarra un giudice, perciò...come già detto: staremo a vedere...]

 

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