Mentre sono sull’autobus il chiacchiericcio non si placa un attimo. La notizia del giorno è sulla bocca di tutti e tutti ne discutono cercando una risposta. Ancora non si conoscono molti dettagli; la sparatoria in piazza Dalmazia è di poche ore fa e le voci girano incontrollate. Sono morti due senegalesi, un altro è in fin di vita all’ospedale. Qualcuno ha puntato la pistola contro dei ragazzi, in un mercato, e ha fatto fuoco. Le prime ipotesi descrivono la scena come un regolamento di conti. La comunità africana a Firenze è nutrita e buona parte di essa è ben visibile quando si girano le strade e i luoghi più significativi del centro storico della città. Hanno tra le mani orologi, cinture, borsette: tutta roba contraffatta. Alcuni allestiscono bancarelle di fortuna con cartoni o teli di stoffa su cui dispiegano la loro merce, che va dalla bigiotteria ad una varietà di occhiali firmati, anch’essi contraffatti. Di tanto in tanto si vedono correre tra i passanti e si intuisce che di lì stiano per passare vigili o poliziotti intenti nei loro giri di ronda.
L’idea di fondo che influenza le prime ricostruzioni è quella che lega questi ragazzoni di colore alla criminalità che li sfrutta e che li può punire se le cose non vanno come dovrebbero andare…
Non c’è traccia di razzismo nei pensieri dei fiorentini. E’ una ipotesi che stenta a trovare spazio nei ragionamenti della gente.
Sono da poco passate le tre. Non ho nemmeno bisogno di prenotare la mia fermata: scendo al capolinea. Ho appuntamento con la mia fidanzata in piazza San Marco e decido che per raggiungerla la strada migliore è quella che taglia il mercato di San Lorenzo, che sotto Natale è una vera fucina di idee regalo…
Imboccata via Nazionale avverto una certa concitazione: il passo delle persone è svelto e devo fare attenzione a schivare quelle che procedono in senso contrario al mio sul marciapiede.
Non ho nemmeno il tempo di chiedermi cosa abbia scatenato questa fuga di massa: intercetto ansiosi ammonimenti tra i passanti. “Hanno sparato ancora”.
I rotori dell’elicottero della polizia mi sovrastano. Sirene. Gazzelle e Pantere si precipitano sul posto. Ambulanze. E’ un macello.
C’è una tensione palpabile.
Raggiunte le prime bancarelle tutti gli interrogativi sono fugati: l’hanno preso o forse si è suicidato. In ogni caso è finita!
Non era un “regolamento di conti”. Un italiano sui 50 anni aveva deliberatamente preso la mira contro alcuni senegalesi.
Ma neanche stavolta si parla di razzismo, bensì di follia.
Un pazzo ha sparato. Un pazzo ha ucciso.
Non mi fermo a guardare. Passo oltre, tenendo in cuore sentimenti contrastanti.
Dispiaciuto per quei giovani, ma sollevato al pensiero che non ci fosse più alcun pericolo. Il “giustiziere” era a terra, assieme ai suoi bersagli…
Di lì a poco, i banchi di San Lorenzo cominceranno a sbaraccare, come se non ci fosse più spazio, almeno per oggi, ai sorrisi, alle spese per i regali… Il Natale è lontano: può aspettare che per qualche ora si pianga e si rifletta su quanto accaduto.
Nelle stesse ore, decine di senegalesi si sono raccolti per dar vita ad una manifestazione spontanea, durante la quale non sono mancati attimi di tensione, per urlare il loro dolore e gridare “vergogna” contro chi non è in grado di garantire la loro sicurezza e quella dei cittadini di Firenze.
Il sindaco Renzi si è affrettato ad indire una giornata di lutto in ricordo delle vittime.
Perchè vi ho raccontato tutto questo?
Perchè sono sicuro che nessuno vorrebbe leggere notizie così tremende, almeno quanto nessuno vorrebbe trovarsi a far da comparsa ad un set da far west in cui volano pallottole tra la gente.
Ma soprattutto, perchè penso che, passato lo spavento e provando a far fruttare la commozione che fatti del genere possono suscitare, sia doveroso interrogarsi sui limiti della società multietnica e multiculturale così come la conosciamo.
Fino a ieri, infatti, a parte i pochi assidui frequentatori del centro città, la maggior parte dei fiorentini non aveva la benchè minima idea delle dimensioni di un fenomeno, quello dell’immigrazione, che solitamente relegano sui giornali e di cui parlano distrattamente solo quando la cronaca gli punta i riflettori addosso.
La mancanza di un’integrazione compiuta, la povertà e l’assenza di concrete possibilità di costruirsi una vita dignitosa, invece, fa di questi extracomunitari dei capri espiatori per squilibrati come Casseri, che facilmente possono identificarli come un vulnus in una società che vedrebbero più virtuosa senza di loro.
Non basta parlare di razzismo o di follia omicida, applicando delle etichette buone solo per spenderle poi sui media nazionali: l’ignoranza non si combatte con degli slogan e men che meno con le canzonette. Ci vogliono fatti. E spesso la politica latita o sbraita, andando dal lassismo sinistroide all’estremismo leghista, col risultato di abbandonare a loro stesse associazioni e cittadini che si ritrovano a dover sopportare in totale solitudine il peso di una realtà dalle mille sfaccettature, che vanno dall’onestà di tanti, alla disperazione di molti, che poi sfocia nella rinuncia alla legalità.
Facile parlare di accoglienza, senza poterla garantire.
Pura demagogia.
Ha senso lasciare al loro destino persone che vengono in Italia cariche di mille speranze e si ritrovano poi in balia della criminalità, a vivere in condizioni disumane, tra gli sguardi sospettosi di chi se le ritrova per la strada?
Soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo, con una società in crescente fibrillazione, servono risposte che non possono più tardare ad arrivare!