Feltri imbavagliato.

Feltri imbavagliato

Com’è assordante il silenzio dei difensori della libertà di stampa…
Dimenticavo: si tratta di Vittorio Feltri…

Comments
42 Responses to “Feltri imbavagliato.”
  1. anonimo scrive:

    A proposito di bavagli, questa e’ la rivoluzione liberale di questi delinquenti .

    http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/11/15/news/web_tv_regole-9126784/?ref=HREC1-8

  2. cesare scrive:

    in effetti ti devo ringraziare Pippo io per avermi fatto sorridere:
    “non è stato punito perchè quell’intervista era autentica, essendoci un giornalista che faceva domande e uno che rispondeva.”
    E’ veramente una bella battuta😀

  3. pippo io scrive:

    😀 ridi cesare!🙂🙂 beato te, ringraziami per il tuo buon umore.
    anonimo: comunque anche sto week end capezzone non l’ho sentito. mi manca🙂 Non è che anche lui aveva coraggiosamente fatto i conti e, dato per morto il berlusca, se ne stava zitto in attesa di novità? e adesso che il berlusca rilancia gli tocca di nuovo fare il portavoce e mostrarsi in pubblico? e quindi ha coraggiosamente un po’ paura?

  4. cesare scrive:

    Pippo io,
    “non è stato punito perchè quell’intervista era autentica, essendoci un giornalista che faceva domande e uno che rispondeva.”
    Sei ridicolo.
    “Cesare, fesso, ti sei fatto ciulare e hai votato la mafia per 16 anni!”
    Vedo che la tua stupidita’ non ha davvero limiti, hai capito l’esatto contrario di come stanno le cose: io voto chi combatte la mafia.

  5. anonimo scrive:

    Sti giorni di stop ci manchera’ Vittorio. Come fare senza i suoi articoli di grande giornalismo …

    http://www.polisblog.it/post/4391/stile-libero-veronica-lario-velina-ingrata

  6. Anonimo scrive:

    E’ proprio così, non fa una piega, bucaiolo.

    Santoro

  7. Sagra scrive:

    per Santavacca

    “…Pippo io e eroi del pc di tutta Italia, forza su, diciamo tutti insieme, NON ABBIAMO PAURA DI DIRE LE STRONZATE. Tanto chi ci tocca?…”

    1) Nessuno ci paga per dire le nostre stronzate quotidiane
    2) Non le diciamo sulle reti televisive, senza contraddittorio
    3) Non godiamo della protezione dell’immunità Parlamentare, concessa a ladri, farabutti, pluricondannati, falliti etc. etc.
    4) Soprattutto evitiamo di mostrare la nostra faccia, proprio per evitare sputazzate e cazzotti pedagocici

    Viagra

  8. Anonimo scrive:

    “è bastata una sacrosanta mano di botte per impaurire il coraggiosissimo portavoce del PDL?”
    Così si fa, abbasso Capezzone impaurito. Non capisce, deve fare come me, cioè pippo io che sto seduto al calducci davanti il pc e dico tutte le stronzate che voglio senza tema di
    mettermi paura di un sacrosanto calcio in culo.
    Pippo io e eroi del pc di tutta Italia, forza su, diciamo tutti insieme, NON ABBIAMO PAURA DI DIRE LE STRONZATE. Tanto chi ci tocca?
    Ma vaffan’bicchiere, da

    Santoro

  9. Sagra scrive:

    per Marco Caruso

    “Questo perchè, come ebbe a dire Sagra qualche post più addietro, gli elettori di sinistra sono diversi da quelli di destra. Ahi, quanto aveva ragione…nel senso più desolante del termine!”

    Gli elettori di Sinistra hanno il pudore di non identificarsi con “Dio, Patria e Famiglia”.

    Gli elettori di Destra invece hanno la faccia come culo:

    Si appellano a quel Dio appaltato ad una Chiesa che nasconde e protegge i preti inculatori.
    Si associano ai Leghisti della Bandiera nel cesso.
    Difendono l’emblema dell’onestà e della famiglia identificato in Berlusconi.

    Sagra

  10. Nick scrive:

    “allora, che si puniscano con la medesima sospensione tutti i giornalisti che dovessero incappare in una condanna civile o penale per diffamazione: spacciano per vere notizie false o tendenziose”

    Se uno incappa in una condanna civile o penale per diffamazione non è detto che abbia spacciato notizie false o tendenziose: è possibile possa avere chiamato con un epiteto che il giudice ha giudicato ingiurioso una persona di cui ha scritto.

    Esempio: caso Schifani.
    Travaglio è stato condannato a pagare per aver dato del lombrico a Schifani, ma i giudici hanno scritto anche che tutto quello che lui ha raccontato è vero.

    Vuoi che TUTTI i giornalisti che hanno riportato condanne civili e penali per diffamazione vengano puniti con una sospensione?
    E questo (diciamolo) per toglierti dalle scatole l’odiato Travaglio?

    Ti troveresti un panorama quasi completamente deserto:
    Via Minzolini, Vespa, Sallusti, Porro, Facci, Belpietro,
    assieme all’odiato Travaglio.

    D’Avanzo non lo so, Gomez e Lillo neppure

    Leggi qui:

    hxxp://www.sconfini.eu/Cronaca/nuovo-successo-per-minzolini-condanna-da-30mila-euro-per-diffamazione.html

    e qui:

    hxxp://www.julienews.it/notizia/cronaca/augusto-minzolini-condannato-per-diffamazione-/55319_cronaca_2.html

    Come giudichi Minzolini ?

    @pippo io
    Penso che la situazione sia molto più complicata da come tu la vedi tu.

    Ti riporto un brano di Travaglio preso da Intoccabili, di Travaglio

    “Primato della politica o del «papello»?
    Vinte le elezioni del 18 aprile ’96, il centrosinistra butta a mare
    il suo programma elettorale – le «Cento tesi» di Prodi, piene di
    ottimi propositi per una giustizia rapida ed efficiente – per sposare
    quello del Polo, scritto di suo pugno da Cesare Previti in
    un agile e profetico libretto verde dal titolo Un programma per
    la giustizia. La realizzabile utopia di un’Italia più civile. Nel
    quinquennio 1996-2001, quasi tutte le proposte avanzate nei
    primi anni Novanta da Riina nel cosiddetto «papello» (di cui
    parlano alcuni pentiti), riservato ai referenti vecchi e nuovi di
    Cosa Nostra, già fatte proprie da vari esponenti del Polo nel
    ’94 ma non realizzate per mancanza di tempo, balzano all’ordine
    del giorno dell’agenda politica e vengono in gran parte attuate.
    Con maggioranze bulgare, che vanno dall’estrema destra
    all’estrema sinistra (salvo poche, lodevoli eccezioni).
    L’elenco dei provvedimenti che complicano la vita ai magistrati,
    ai pentiti e ai testimoni, e la agevolano ai delinquenti, soprattutto
    mafiosi, sarebbe sterminato. Basta ricordare, il 10 luglio
    ’97, la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale,
    che lascia le mani libere agli amministratori scorretti; e,
    alla fine dello stesso mese, la riforma dell’articolo 513 del codice
    di procedura penale, che cestina le dichiarazioni rese dai
    coimputati (pentiti inclusi) dinanzi ai pm, se non vengono ripetute
    in tribunale. Se l’accusatore non si presenta in aula, o fa
    scena muta avvalendosi della facoltà di non rispondere, l’accusato
    viene quasi sempre assolto. La mafia abolita per legge, s’intitola
    un durissimo editoriale di Caselli sulla «Repubblica». Diversi
    esponenti del centrosinistra chiedono le dimissioni del
    procuratore. Il 2 novembre ’98 la Consulta dichiara il nuovo
    513 incostituzionale. Ma in men che non si dica il Parlamento
    pressoché unanime lo infila addirittura nella Costituzione
    (nuovo articolo 111, che introduce i cosiddetti «principi del
    giusto processo»): il primo caso di una norma incostituzionale
    che entra nella Costituzione. La norma, sebbene richieda la
    doppia lettura sia alla Camera sia al Senato, viene definitivamente
    approvata a tappe forzate in otto mesi o poco più: prima
    votazione al Senato il 24 febbraio ’99, seconda approvazione
    alla Camera il 9 novembre. Un plebiscito: votano contro soltanto
    in sei. Risultato: le dichiarazioni di accusa dovranno essere
    ripetute in tribunale. Altrimenti quelle rese in fase d’indagine
    diventano carta straccia. Con gravissimi danni per i processi
    di mafia, dove è difficile vedere un testimone confermare le accuse
    in faccia a un boss mafioso che lo scruta dalla gabbia. Infatti
    sono centinaia quelli che, in aula, ritrattano oppure tacciono,
    preferendo un’incriminazione per reticenza a una vendetta
    dei picciotti. Che, intanto, vengono assolti con tante scuse in
    moltissimi processi. Caselli – nel frattempo passato alla direzione
    delle carceri – torna a scrivere, sempre sulla «Repubblica»,
    contro il giusto processo. Boselli, Cossiga e La Malfa – tutti alleati
    del governo D’Alema – tornano a chiedere le dimissioni di
    Caselli.
    In contemporanea, parte l’assalto del Polo e di ampi settori
    «garantisti» dell’Ulivo contro l’articolo 192, quello che consente
    al giudice, nel suo libero convincimento, di utilizzare come
    prova la «convergenza del molteplice»: ossia le dichiarazioni
    «incrociate» e coincidenti di due o più pentiti, che si integrano
    e si riscontrano a vicenda, purché, si capisce, siano state rese
    autonomamente e separatamente. Così è avvenuto al maxiprocesso
    e nei tanti altri dibattimenti istruiti da Falcone e Borsellino.
    E così la Cassazione ha più volte sentenziato: a cominciare
    dal verdetto del gennaio 1992, che ha reso definitive le condanne
    del «maxi».
    Complici tutti questi «segnali», il clima politico intorno alle
    indagini di mafia è pessimo. Non passa giorno senza che qualcuno
    attacchi i magistrati e i pentiti. Si distingue nel tiro al bersaglio
    la massima autorità del ramo: il presidente della commissione
    Antimafia, il socialista Ottaviano Del Turco, preferito a
    candidati come Pino Arlacchi e Pietro Folena nonostante la sua
    totale incompetenza in materia (o forse proprio per questa).
    Appena accennano a qualche intoccabile, i pentiti diventano
    inattendibili, pilotati, prezzolati, calunniatori. Ed è unanime
    convinzione che siano troppi e costosi, insomma, che vadano
    sfoltiti. A questo provvede una gestione sconcertante della
    commissione ministeriale (presso il Viminale) sui collaboratori
    e i testimoni. Vengono espulsi a decine, anche per minime violazioni
    formali, dai programmi di protezione: in pratica riconsegnati
    fra le braccia delle organizzazioni criminali, ben felici
    di riaccoglierli nelle proprie file. Altri, abbandonati dallo Stato
    o mal sorvegliati dalle forze dell’ordine, tornano ben presto a
    delinquere: regalando così altra legna al falò «garantista».
    Il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick decide di
    chiudere le supercarceri di Pianosa e dell’Asinara, come da anni
    chiedeva il Polo, per restituirle al turismo d’élite. Spariscono
    così i simboli del 41 bis, peraltro progressivamente addolcito e
    dunque «svuotato» anche in seguito a sentenze della Consulta
    (isolamento meno rigido, ora d’aria più «socializzante», qualche
    telefonata in più a casa). La legge del 1998 sulla privacy
    contiene una norma che disarma i magistrati di un altro strumento
    investigativo indispensabile: i tabulati telefonici, che
    d’ora in poi dovranno essere distrutti dai gestori (Telecom,
    Omnitel e così via) dopo soli cinque anni. Il che significa che le
    indagini sulle stragi del 1992 93, superato il quinquennio, devono
    continuare senza. Se, passata la scadenza, dovessero
    emergere sospetti su questo o quel personaggio non ancora
    sfiorato da indagini, nessuno potrà sapere a chi telefonava nei
    giorni della mattanza.

    Massimo e Silvio, i ricostituenti.
    Il 22 gennaio 1997 nasce la commissione Bicamerale per la
    riforma della seconda parte della Costituzione, sotto la presidenza
    bipartisan di Massimo D’Alema (votato anche da Forza
    Italia e dal Ccd). Dell’illustre consesso di padri costituenti fa
    parte anche, al tavolo d’onore, il pluri-imputato Silvio Berlusconi.
    Il presidente Scalfaro, fiutando l’aria che tira, ha avvertito i
    neocostituenti fin da prima che s’insediassero: «La Bicamerale
    non perda tempo con la giustizia e si occupi delle riforme di
    sua competenza» (30 novembre 1996). E infatti la giustizia non
    è neppure prevista dalla legge costituzionale che istituisce la
    commissione, approvata il 24 gennaio 1997:
    La Commissione elabora progetti di revisione della parte seconda
    della Costituzione, in particolare in materia di forma
    di Stato, forma di governo e bicameralismo, sistema delle garanzie.
    Quattro temi, quattro comitati che prendono nome da quattro
    dei cinque «titoli» della seconda parte della Costituzione. Manca
    proprio quello denominato «Magistratura». Che dunque
    non è previsto fra le competenze della Bicamerale, come precisa
    lo stesso presidente in pectore D’Alema: «Le grandi questioni
    all’ordine del giorno sono federalismo, parlamentarismo,
    forma di governo» (17 luglio 1996). Berlusconi subito lo avverte:
    «Vi accorgerete dell’incombente drammaticità del tema giustizia»
    (10 ottobre 1996). Ma D’Alema sembra non sentirci:
    «Sulla giustizia non vedo questioni costituzionalmente rilevanti»
    (18 ottobre 1996). Giuliano Ferrara però ordina:
    La giustizia è il problema numero uno. Il capo dell’opposizione
    [Berlusconi, N.d.A.] viene sistematicamente perseguitato
    dai giudici. D’Alema deve […] intervenire per fermare gli aggressori.
    Se no D’Alema e i suoi si possono scordare tutto: le
    pensioni, l’ingresso in Europa, le riforme costituzionali, tutto.
    Basterebbe poco per rimettere in riga i pm […] sotto controllo
    della politica. Vedrete che la sinistra qualcosa concederà.
    Ed è un ottimo profeta. L’11 febbraio 1997 D’Alema si rimangia
    tutto e proclama: «Il rapporto fra magistratura e potere politico
    è uno dei temi che più seriamente dovrà impegnare la
    Commissione». Il 23 Berlusconi scomoda Dante per dargli ragione:
    «La giustizia in Bicamerale? Qui si parrà la nobilitate dei
    signori dell’Ulivo. Per fortuna il clima è molto positivo». Lo dimostra
    la creazione di un comitato denominato «Sistema delle
    garanzie» che abusivamente riformerà la magistratura. Dov’è il
    trucco? Nel fatto che la Costituzione, sotto il titolo «Garanzie
    costituzionali», non si occupa mai di magistratura, ma della
    Consulta e delle leggi costituzionali. Infilarci la magistratura è
    un abuso. A completare il quadro del «clima molto positivo»
    (per Berlusconi) è la nomina del relatore di quel comitato: il
    verde Marco Boato, ex lottatore continuo, ex radicale, ex socialista,
    sempre critico con la magistratura, sostenitore della separazione
    delle carriere e della discrezionalità dell’azione penale,
    nonché fondatore con il forzista Marcello Pera di un sedicente
    «Comitato per la giustizia» che consente al «Foglio», diretto
    da Giuliano Ferrara ed edito da Veronica Berlusconi, di
    attingere ai finanziamenti statali della stampa di partito. Boato
    partorirà ben sette bozze sulla giustizia, molto applaudite dal
    Polo e molto criticate dall’Anm e dalle Procure più impegnate,
    ma anche dai più insigni giuristi e costituzionalisti, oltreché dal
    presidente Scalfaro.
    In sintesi, l’ultima bozza Boato prevede: la gerarchizzazione
    delle Procure; lo sdoppiamento del Csm in due sezioni, una per
    i pm e una per i giudici, le cui carriere vengono di fatto separate;
    l’aumento dei membri laici (politici) a discapito dei togati
    (magistrati); la riduzione dei poteri del Csm e l’aumento delle
    interferenze del ministro della Giustizia nell’azione giudiziaria;
    l’obbligatorietà dell’azione disciplinare, affidata a un procuratore
    generale eletto dal Senato (cioè gradito alla politica), il
    quale «riferirà annualmente al Parlamento sull’esercizio dell’azione
    disciplinare»; i magistrati non risponderanno più disciplinarmente
    al Csm, ma a una «Corte di giustizia della magistratura»
    presieduta da un politico; la fine dell’obbligatorietà
    dell’azione penale, visto che «il ministro della Giustizia riferisce
    annualmente al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale
    e sull’uso dei mezzi di indagine», e visto che saranno punibili
    solo i reati che determinano «una concreta offensività»; i pm
    non potranno più avviare indagini motu proprio, ma dovranno
    limitarsi ad attendere le denunce della polizia giudiziaria (che
    dipende dal governo) e di cittadini volonterosi. Completa il
    quadro un’altra norma, prevista dalla bozza sulla riforma del
    Parlamento: la maggioranza per le amnistie scende dai due terzi
    al 50% più uno.
    Quando legge il lavoro di Boato, Licio Gelli dichiara entusiasta:
    Vedo che, vent’anni dopo, questa Bicamerale sta copiando
    pezzo per pezzo il mio Piano di rinascita democratica, con la
    bozza Boato. Meglio tardi che mai. Anche la sinistra sta sposando
    la mia causa. A quella fonte purissima si stanno abbeverando
    tutti, dopo avermi perseguitato come golpista per tanti
    anni […]. Mi dovrebbero dare il copyright.
    Il 30 ottobre 1997 tutti i partiti, eccetto Rifondazione comunista,
    approvano la bozza Boato in Bicamerale. Ora la palla passa
    al Parlamento. Il 14 febbraio 1998 Paolo Flores d’Arcáis raccoglie
    su «MicroMega» le firme contrarie di Bobbio, Galante
    Garrone, Montanelli, Bocca, Sylos Labini, De André, De Gregori,
    Stajano, Baricco, Starnone, Tabucchi, Vattimo, Del Colle
    e Sansa. L’Anm è in agitazione. Borrelli e Caselli parlano di sistema
    «incostituzionale» per le enormi lesioni all’indipendenza
    della magistratura. I procuratori Scarpinato e Cordova evidenziano
    le analogie con il piano della P2. Il 22 febbraio Gherardo
    Colombo rilascia un’intervista al «Corriere della Sera», dal titolo:
    Bicamerale, figlia del ricatto. E subisce assalti forsennati
    più da sinistra (D’Alema, Mussi, Folena, Boato, Salvi) che da
    destra. I presidenti delle Camere, Violante e Mancino, lo attaccano
    in un comunicato congiunto. Il ministro Flick lo fulmina
    con un procedimento disciplinare, da cui verrà assolto.
    Il 27 maggio 1998 – quando i giochi sembrano fatti – Berlusconi
    annuncia di aver cambiato idea: in Parlamento voterà
    contro i progetti della Bicamerale. Il presidenzialismo gli pare
    troppo annacquato e la controriforma della giustizia non gli basta
    più. Vuole l’amnistia per sé e i suoi amici, ma né An né una
    parte del centrosinistra sono disposti a pagarne il prezzo d’impopolarità.
    Che fosse l’impunità, più che la Grande Riforma, il
    suo vero obiettivo lo fanno chiaramente intendere i suoi più
    stretti collaboratori, che parlano di un accordo firmato sottobanco
    fra destra e sinistra e accusano «qualcuno» di essersi tirato
    indietro. Rivela Giuliano Ferrara:
    Fu stipulato un patto, nel gennaio ’97, che ha resistito per oltre
    un anno: l’opposizione collabora lealmente a fare le riforme
    istituzionali, la maggioranza accetta un programma di restaurazione
    dello Stato di diritto e garantisce il leader dell’opposizione
    dall’agguato giudiziario.

    Quei favori trasversali.
    Nell’ottobre del 1998, tramontata la Bicamerale, cade il governo
    Prodi per lo sfilarsi di Rifondazione comunista dalla maggioranza.
    L’indomani Massimo D’Alema ha già pronta una
    maggioranza alternativa (con Mastella, Buttiglione e Cossiga
    alla guida di un plotone di parlamentari eletti nel centrodestra
    che passano al centrosinistra). E, previa dichiarazione di morte
    dell’Ulivo, diventa presidente del Consiglio. Oliviero Diliberto
    sostituisce Flick alla Giustizia. Nel ’99, oltre al «giusto processo»,
    viene varata la riforma del «giudice unico», voluta per razionalizzare
    il lavoro dei magistrati accorpando preture e tribunali
    e istituendo collegi monocratici per i reati minori. Ma la
    legge attuativa (la cosiddetta «Carotti», approvata nel 1999)
    contiene un altro enorme regalo a Cosa Nostra, già invocato da
    Totò Riina nel famigerato «papello»: l’abolizione di fatto dell’ergastolo,
    attraverso l’allargamento del rito abbreviato a tutti i
    delitti, anche quelli più gravi (stragi mafiose comprese). Chi accede
    all’abbreviato ha diritto allo sconto di un terzo della pena,
    e invece dell’ergastolo rischia al massimo 30 anni, che con tutti
    i benefici della legge Gozzini diventano quasi sempre meno di
    20. Per la prima volta, i mafiosi ergastolani contano gli anni che
    li separano dalla scarcerazione. Il tutto, mentre a Firenze e a
    Caltanissetta si processano i boss per le stragi del ’92 e ’93. Il
    23 ottobre 2000, nell’aula bunker della Corte d’Assise d’Appello
    di Firenze, Riina, Giuseppe Graviano e altri 15 colleghi
    condannati in primo grado all’ergastolo per gli eccidi di Milano,
    Firenze e Roma si alzano e chiedono alla Corte il rito abbreviato,
    che consentirebbe loro di scendere a 30 anni. Solo allora,
    e solo per le proteste dei magistrati antimafia e dei familiari
    delle vittime, il nuovo governo (premier Giuliano Amato,
    Guardasigilli Piero Fassino) ingrana la retromarcia e in tutta
    fretta, il 23 novembre, vara un decreto che di fatto, con un
    escamotage, esclude dal rito abbreviato i mafiosi processati per
    omicidio o strage: chiunque, oltre al delitto di sangue, risponde
    anche di un altro reato (tipo l’associazione mafiosa), viene condannato
    all’ergastolo più l’isolamento diurno. L’abbreviato elimina
    l’isolamento diurno, ma l’ergastolo rimane intatto, senza
    più scendere a 30 anni.
    Le leggi, varate o progettate, che favoriscono l’illegalità non
    si contano più: l’abolizione delle omologhe societarie; la proposta
    del sottosegretario Antonino Mirone (Ppi) di modificare
    il falso in bilancio depenalizzando quello che non supera certe
    quote di «rilevanza» (la cosiddetta modica quantità); la depenalizzazione
    dell’utilizzo di false fatture (un favore a Marcello
    Dell’Utri, condannato a Torino anche per quel reato); la norma
    che consente di patteggiare le pene anche in Cassazione (sempre
    per salvare Dell’Utri, che con i 3 anni e 2 mesi rimediati in
    Appello rischia la galera, e invece la eviterà patteggiando in terzo
    grado 2 anni e 6 mesi); la Simeone-Saraceni che rende ancor
    più complicata l’esecuzione delle pene definitive; l’obbligo di
    cancellare le intercettazioni «indirette» a carico dei parlamentari
    (quando il criminale viene sorpreso a telefonare a un deputato
    o a un senatore); il dimezzamento delle scorte per i magistrati
    antimafia e gli altri soggetti «a rischio».
    Poi, nell’ultima fase della legislatura (governo Amato, guardasigilli
    Fassino), ecco il micidiale «uno-due» della riforma dei
    pentiti e della legge sulle indagini difensive. La prima cancella
    un’altra delle conquiste che Falcone e Borsellino pagarono con
    la vita, riducendo di molto i premi riservati dallo Stato ai mafiosi
    che collaborano con la giustizia: in pratica elimina gran
    parte degli incentivi che avevano indotto tanti boss a scaricare
    la mafia e impone a chi ancora collabora di dire tutto ciò che sa
    entro e non oltre 180 giorni: sei mesi, pochissimi per chi vive
    da trenta o quarant’anni dentro Cosa Nostra e ha tutta una vita
    da ricordare e raccontare. Il risultato è quello di bloccare, di
    fatto, il fenomeno delle collaborazioni (i nuovi pentiti si conteranno
    d’ora in poi sulle dita di una mano). La seconda legge assegna
    agli avvocati poteri di indagine pari a quelli dei pm,
    senz’alcun vero controllo sulla genuinità delle prove raccolte.
    Addirittura un avvocato potrà interrogare i testimoni di un delitto
    prima ancora che il suo cliente venga iscritto nel registro
    degli indagati, cioè prima ancora che il testimone sia comparso
    dinanzi al magistrato: con gravi rischi di inquinamento e di intimidazione.
    Arrivano così le «indagini preventive», affidate
    naturalmente agli avvocati, fra le proteste dei magistrati antimafia”.

  11. Anonimo scrive:

    No,no. Casi come quello di Feltri. Con riscontri e documenti. Le chiacchiere non mi piacciono.

  12. Heiji scrive:

    @Joker
    Pensavo che fossi sufficientemente autonomo e capace di leggere criticamente gli articoli della stampa ‘libera’. Purtroppo mi sbagliavo. Gli esempi sono talmente numerosi ed evidenti che solo un cieco potrebbe, forse, non vederli. Perdere tempo ad indicarti il titolo, la data di pubblicazione e la testata di riferimento dei numerosi articoli risulterebbe offensivo per te e, se mi permetti, anche per me.

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