Chi guida il PdL: Berlusconi o Fini?

Non vorrei interrompere l’interessantissima discussione sulla relatività che i miei più assidui commentatori stanno portando avanti da giorni ingrossando il numero delle risposte al precedente post, ma sono costretto a farlo, perchè ho bisogno della loro capacità di analisi per discutere di qualcosa di un po’ più “concreto” e vicino a noi…
Per cui, torniamo a parlare di politica…  😉

Nel Lazio, in Puglia e in Calabria i candidati presidenti alle prossime regionali saranno targati AN: Polverini, Poli Bortone, Scopelliti.
In Campania, Cosentino, vicino a Berlusconi, è stato silurato per le molte insistenze di Fini, contrario a che il PdL si presentasse nel regno di Bassolino con un uomo sotto processo.
Il Veneto è saldamente nelle mani della Lega Nord.
Anche il Piemonte potrebbe essere nelle mire del partito del Senatur.
La Sicilia è una scheggia impazzita: Lombardo fa di testa sua…e si vede.
A Roma c’è Alemanno.

A conti fatti, il Cavaliere sembra stretto nella morsa degli alleati.
Bossi al nord, Fini al centro-sud.
E sulle riforme è la stessa identica cosa: dal suo scranno super partes, il Presidente della Camera non disdegna di tuffarsi nell’agone politico.
Certo, lo fa col suo stile, ma comunque lo fa. E ha ottenuto diversi risultati. Non tanto in positivo, non avendo proposto alcunchè, quanto piuttosto limitando le smanie di Berlusconi, in particolare su giustizia e finanza pubblica.

Insomma: chi tiene le redini del PdL?
Il Cavaliere è sicuramente un grande trascinatore. E’ carismatico. Sa parlare alla gente e sa come rabbonire gli alleati.
Epperò, sebbene a più di un anno dalla strepitosa vittoria elettorale mantenga un discreto consenso tra gli italiani, vero è che a forza di cedere su tutti i fronti (dalle candidature all’azione di programma) si ritrova  con un pugno di mosche in mano.

Forse era proprio quel che sperava Fini: che Berlusconi finisse nelle sabbie mobili, impantanato con la magistratura e artigliato dalla Costituzione.
Nel frattempo, e non è un caso, sempre Fini ha acquistato credito sia a destra che a sinistra.

Una situazione, questa, decisamente destabilizzante.
Perchè il tempo fugge e il Paese è fermo, appeso alle promesse elettorali che ormai sanno di stantio e la fiducia cala giorno dopo giorno.

Serve una scossa.
Ma se non sappiamo chi sta davvero al timone della nave, come possiamo sperare che questa arrivi sul serio?

Comments
570 Responses to “Chi guida il PdL: Berlusconi o Fini?”
  1. Anonimo scrive:

    All’estero presi per il culo dalla mattina alla sera

  2. Nick scrive:

    In particolare, al dr Falcone, si attribuiva la responsabilità di avere impedito che i tradizionali referenti politici intervenissero sulla Corte di Cassazione per condizio­nare l’esito del maxiprocesso in senso favorevole all’organizzazione, puntando “i suoi riflettori tramite agganci politici”. Inoltre, sussisteva la preoccupazione che il magistrato, divenendo Procuratore Nazionale Antimafia, potesse imprimere un im­pulso alle investigazioni nel settore inerente la gestione illecita degli appalti, su cui aveva già investigato occupandosi del Comune di Baucina e anche di Angelo Siino, e, più in generale, su tutto ciò che rappresentava “l’utile” per Cosa Nostra. Difatti, il dr Falcone aveva già inciso con le sue inchieste sul riciclaggio di denaro sporco e sul traffico di stupefacenti (pagg. 168 e segg., ud. del 1° luglio 1999).
    Peraltro, il dr Falcone, attraverso le indagini sugli appalti aveva la possibilità di in­dagare nei confronti degli imprenditori e dei politici, con i quali i primi mantene­vano rapporti anche nell’interesse di Cosa Nostra, e nel 1991 il predetto magistrato aveva contribuito a bloccare il progetto con cui l’organizzazione mirava ad impostare nuovi collegamenti con rappresentanti delle istituzioni per il tramite di strutture imprenditoriali (pagg. 172-173, ud. del 1° luglio 1999).
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    A ben vedere, dalle ulteriori precisazioni di Brusca emerge un’ulteriore spinta moti­vazionale che contribuì all’eliminazione del dr Falcone. Tale concausa, di natura preventiva, era volta a impedirgli di promuovere le investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti in maniera ancora più efficace di quanto aveva fatto in passato; un’azione che avrebbe inciso o, comunque, compromesso i nuovi rapporti in fase di consolidamento tra Cosa Nostra ed i nuovi referenti nei settori dell’economia e della politica.
    Tale ulteriore ipotesi, affacciatasi nel corso del giudizio di gravame, ha trovato con­ferma nella deposizione del dr Antonio Di Pietro, il quale, escusso nell’ambito del processo di Via D’Amelio ter, ha riferito di aver parlato con il dr Borsellino e di aver accennato al dr Falcone dell’intreccio tra politica, mafia ed imprenditoria che operava nel campo dei pubblici appalti, la cui gestione illecita era stata disvelata al Nord attraverso l’indagine su Tangentopoli e che poteva avere, come poi ebbe, svi­luppo anche nelle regioni meridionali, come la Sicilia, la Campania e la Calabria ove dette imprese agivano (pagg. 23 e segg., ud. 21 aprile 1999).
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    La indicata causale preventiva ha trovato ulteriore conferma nelle dichiarazioni rese da Angelo Siino.
    Il dichiarante, con specifico riferimento alle ragioni delle eliminazioni del giudice Falcone, ha riferito che nel corso del 1991 – quando già il Governo aveva emanato il decreto con cui si dispose il rientro in carcere dei boss imputati nel maxiprocesso, scarcerati per decorrenza dei termini – Salvo Lima gli aveva detto, alla presenza Ignazio Salvo, che il giudice Falcone “s’avia futtuto ‘a testa “ in quanto “quel cane rognoso si voleva mettere l’Italia nelle mani” (pag. 62, ud. del 17 novembre 1999). Pertanto, egli aveva pensato che Lima desiderasse l’eliminazione del dr Falcone, dal momento che Ignazio Salvo era un esponente di prestigio di Cosa Nostra.
    A dire del Siino, le indagini promosse dal giudice Falcone nel settore della gestione illecita degli appalti, verso cui aveva mostrato un “crescendo di interessi”, avevano portato alla sua eliminazione. Difatti, in Cosa Nostra, e, in particolare, da parte di Pino Lipari e Antonino Buscemi, era cresciuta la consapevolezza che il dr Falcone avesse compreso la rilevanza strategica del settore appalti e che intendesse appro­fondirne gli aspetti: “questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare” (pag. 74, ud. del 17 novembre 1999).
    In maniera del tutto pertinente al tema, Siino ha rievocato l’esternazione pubblica del dr Falcone, avente ad oggetto il fatto che la mafia era entrata in Borsa; dichia­razione che aveva mandato su tutte le furie Antonino Buscemi, il quale, sentendo quelle parole, gli aveva manifestato la convinzione che il magistrato avesse com­preso che dietro la quotazione in Borsa del gruppo Ferruzzi “c’era effettivamente Cosa Nostra” e che tra quest’ultima e una frangia del partito Socialista, riconduci­bile all’on. Claudio Martelli, era intercorso un accordo elettorale.
    Peraltro, anche Giuseppe Madonia aveva manifestato il convincimento che il dr Falcone aveva compreso i legami tra mafia, politica e settori imprenditoriali.
    Siino, con riferimento all’eliminazione del dr Borsellino, ha inoltre aggiunto che Salvatore Montalto, durante la comune detenzione nel carcere di Termini Imerese, facendo riferimento agli appalti, gli aveva detto: “ma a chistu cu cìu purtava a par­lare di determinate cose”.
    Il dr Borsellino, infatti, nel periodo immediatamente successivo alla strage di Capaci, aveva pubblicamente affermato che una pista da seguire era quella degli ap­palti. Ed invero, a dire del collaborante, “c’era stato un qualcosa che aveva determi­nato l’uccisione del dr. Falcone a causa del suo volersi infilare sulla questione ap­palti”.
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    Alla stregua di tali ulteriori acquisizioni probatorie è lecito affermare che, attraverso la gestione illecita degli appalti ed il connubio con gruppi economici-finanziari ed esponenti della politica, si era coagulato un cospicuo grumo d’interessi in capo ai vertici di Cosa Nostra, che ben può avere contribuito o, comunque, rafforzato il proposito di eliminazione del dr Falcone. Quest’ultimo, infatti, aveva compreso i sottesi legami tra politici, imprenditori e mafia connessi agli appalti pubblici e, come per il passato, si apprestava ad incidere efficacemente su tale settore rico­prendo l’Ufficio di Procuratore Nazionale Antimafia.
    Sul punto, Angelo Siino, il quale, pur non rivestendo il ruolo di uomo d’onore, ha impostato la propria esistenza criminale, all’interno dell’ambiente imprenditoriale-politico-mafioso, ha evidenziato di avere appreso che Pino Lipari aveva contattato l’on. Mario D’Acquisto affinché intervenisse nei confronti dell’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, dr Giammanco, al fine di neutralizzare le indagini tra­sfuse nel rapporto c.d. “mafia-appalti” ed in quelle che si potevano stimolare in esito a tali risultanze.
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    Le ulteriori indicazioni di Angelo Siino consentono di apprezzare appieno l’evolu­zione di Cosa Nostra, dopo la metà degli anni ‘80, nella gestione degli appalti. Difatti, da un ruolo prettamente parassitario, incentrato sulle “messe a posto”, sui subappalti, sulle gestioni dei lavori per conto terzi, si era passati ad uno imprendito­riale, nel senso che la mafia aveva cominciato “a gestire direttamente l’aggiudica­zione degli appalti ad imprese a lei vicine”. Cosa Nostra, si era inserita “a tappeto” nella gestione “dei lavori conto terzi e nei subappalti”, applicando “il pizzo sul pizzo”, cioè decurtando le tangenti dirette ai politici dello 0,80%.
    Al riguardo, Siino ha testualmente riferito: “Ma cambia nel senso che prima era prettamente parassitario, cioè si trattava semplicemente delle messa a posto, una tantum c’era l’interessamento per la gestione dei lavori contro terzi, subappalti. Invece negli anni ‘80 praticamente la mafia diventa imprenditrice, perché nel senso che la mafia comincia a gestire direttamente l’aggiudicazione degli appalti ad im­prese a lei vicine e poi a tappeto comincia a gestire i lavori conto terzi, i su­bappalti e praticamente si inserisce nel… mette il pizzo sul pizzo, cioè, pratica­mente, mette questo 0,80, era a discapito della tangente politica” (pagg. 16-17, ud. del 17 novembre 1999).
    *
    Del mutamento del ruolo di Cosa Nostra nell’ambito della gestione degli appalti, ha riferito anche Brusca, precisando che Riina, ed i fratelli Buscemi in particolare, in­tendevano condizionare l’intero sistema imprenditoriale e politico, sfruttando e con­vertendo strutture aziendali già esistenti.
    Emblematica al riguardo era la vicenda della “Reale Costruzioni”, il cui ruolo Riina voleva potenziare, e che avrebbe dovuto sostituire l’Impresem di Filippo Salomone, in vista di incrementare i guadagni e di trovare nuovi agganci politici per consoli­dare il proprio potere.
    In particolare, Riina gli aveva detto, a proposito di tale impresa “fai finta che è mia”, perché era “il gestore di Siino” “quello che comandava a Siino”, che era te­nuto a eseguire i suoi ordini (pag. 46, ud. del 2 luglio 1999).
    Al riguardo, Brusca ha precisato che, intorno a metà del 1991, Siino si era aggiudi­cato il lavoro di Piana degli Albanesi, l’EAS; che il Siino non intendeva accettare l’invito a “fare associazione con questa impresa”; che pertanto gli aveva detto “vai avanti, fai finta che è mia”, senza però dirgli a chi era riconducibile l’azienda; che l’interlocutore di Siino era Pino Lipari, persona di fiducia di Salvatore Riina e dei corleonesi; che aveva dato “carta bianca” al Siino, che doveva uniformarsi a quello che gli diceva di fare il Lipari: “tutto quello che dice Pino Lipari fai, senza nessun tipo di problema” (pagg. 58 e segg., ud. del 2 luglio 1999).
    Brusca ha altresì riferito che Salvatore Riina agiva sia nell’interesse dell’intera or­ganizzazione, sia in quello suo personale; che in tale progetto avevano avuto un ruolo Nino Buscemi, fratello di Salvatore, Catalano, consuocero di Vito Ciancimino e Pino Lipari.
    Poiché gli era stato consigliato di coinvolgere l’impresa “De Bartolomeis”, legata a Vito Ciancimino, Brusca aveva accostato l’interesse per queste due imprese da parte di Cosa Nostra all’iniziativa del Cap. De Donno. Difatti, l’ufficiale, d’intesa con il Ciancimino, intendeva creare delle imprese da infiltrare nel sistema mafioso degli appalti con il compito di acquisire informazioni e notizie che avrebbero consentito di effettuare “un grosso blitz”.
    Sempre sul tema della gestione illecita degli appalti e degli interessi riconducibili ai fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, Brusca ha dichiarato che i predetti erano in­seriti nel mondo dell’edilizia ed avevano contatti con il gruppo Ferruzzi; che vi erano delle imprese come la “Cisa” e, forse, la “Cogefar” a loro riconducibili che rientravano in detta struttura imprenditoriale; che dopo l’arresto di Salvatore Buscemi chi gestiva era il fratello Antonino, che si serviva di Angelo La Barbera; che l’ing. Bini rappresentava il gruppo Ferruzzi e partecipava alla spartizione dei la­vori pubblici alle dipendenze di Pino Lipari e di Antonino Buscemi; che il predetto ing. Bini, doveva essere presentato a Filippo Salomone, il quale, a sua volta, si sa­rebbe dovuto adeguare al nuovo meccanismo di gestione.
    Quanto ai rapporti tra i fratelli Buscemi, il gruppo Ferruzzi-Gardini e l’ing. Bini, Brusca ha evidenziato di avere appreso da Salvatore Riina che, a seguito della legge Rognoni-La Torre, i Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese (la cava Bigliemi e una Soc. Calcestruzzi) al gruppo Ferruzzi; che Antonino Buscemi era ri­masto all’interno della struttura societaria come impiegato; che l’ing. Bini rappre­sentava il gruppo in Sicilia e la Calcestruzzi S.p.A..; che i fratelli Buscemi si “tenevano in mano…… questo gruppo imprenditoriale in maniera molto forte” e potevano contare sulla disponibilità di un magistrato appartenente alla Procura di Palermo, di cui non ha voluto rivelare il nome; che Salvatore Riina, in epoca precedente all’interesse per l’impresa Reale, si era lamentato del fatto che i Buscemi non mettevano a disposizione dell’intera organizzazione i loro referenti (pag. 137, ud. del 2 luglio 1999).
    Il dichiarante ha anche aggiunto che Antonino Buscemi aveva un ruolo anche nel nuovo progetto promosso dal Riina, a far data dagli anni 90-91; che, infatti, Buscemi, che aveva interessi societari nell’impresa Reale, doveva sedersi “nel tavo­lino per spartirsi i lavori”; che non era a conoscenza di quali fossero i referenti poli­tici del gruppo Ferruzzi-Gardini.
    In tale nuovo ordine di rapporti economici, il ruolo di Angelo Siino veniva limitato alla gestione degli appalti per un valore non superiore ai cinque miliardi di lire, po­sto che quest’ultimo doveva tornare a quelle che “erano le sue origini”, vale a dire occuparsi dei lavori dell’Amministrazione provinciale di Palermo. Pertanto, il Siino, su suo invito, aveva presentato a Filippo Salomone l’ing. Bini, che da quel momento avrebbe dovuto prendere il posto del predetto Siino.
    Anche Salomone doveva essere ridimensionato, ma in ogni caso si dovevano sfrut­tare i suoi contatti politici con gli onorevoli Sciangula, Nicolosi e con Mannino.
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    Lo stesso Siino ha convalidato le dichiarazioni di Brusca ammettendo che, in effetti, l’impresa Reale gli era stata imposta nella costruzione della rete idrica di Piana degli Albanesi (lavori che ha collocato negli anni 1990-1991) come compartecipe dei la­vori; che Pino Lipari gli aveva detto di inserirla, altrimenti sarebbero “successi fra­cassi” ; che, oltre ai Buscemi, vi erano anche altre persone che avevano interesse per questa impresa, che avrebbe dovuto acquisire un ruolo nel panorama imprenditoriale siciliano; che i Buscemi avevano fatto dell’impresa Reale “cosa loro”: l’avevano im­posta nei lavori per l’acquedotto di Presidiana (lavoro nella zona di Cefalù), in de­terminati lavori in provincia di Palermo e, in particolare, in quelli della discarica della provincia di Palermo; che l’interesse dei Buscemi per questa impresa rimon­tava al 1987, epoca del lavoro di Presidiana, e si accentuavano negli anni a venire; che l’impresa Reale aveva delle “belle iscrizioni nell’albo nazionale dei costruttori per cui poteva essere spinta nella maniera dovuta”, ma “aveva bisogno di fatturato”; che detta impresa era gestita dal cognato di Agostino Catalano, Nino Reale, anche se, nella sostanza, le decisioni venivano assunte da Antonino Buscemi e dall’ing. Bini; che aveva compreso che l’interesse maggiore, per l’impresa Reale, era quello di Riina, da quanto, nel corso degli anni 90-91, gli aveva detto Pino Lipari, e dal­l’interessamento inusitato di Giovanni Brusca (sempre nel medesimo periodo) che gli aveva detto “senti, Angelo, bisogna fare così e basta, perché sai, sennò c’è da fare una… un casotto con questa situazione” e che aveva preteso anche il pagamento del pizzo che “toccava alla zona da parte dell’impresa Reale” (pagg. 22-28, ud. del 17 novembre 1999);
    Siino ha anche precisato che Antonino Buscemi aveva la possibilità di contattare, tramite Lorenzo Panzavolta, Raul Gardini che, in un’occasione, era venuto a Palermo, ove aveva vinto una gara di tiro a volo (pagg. 169-170, ud. del 24 novem­bre 1999).
    Ha riferito che nel corso di una “tempestosa riunione”, tenutasi presso l’abitazione di Pino Lipari nel 1988-89, quest’ultimo, di fronte alle lamentele dello stesso Siino per gli scontri continui che aveva con i Buscemi, gli rappresentava che costoro erano degli “intoccabili” perché avevano stretto un accordo, tramite Raul Gardini, diretta­mente con l’on. Martelli, che implicava un sostegno per la campagna elettorale del 1987. Le ragioni dell’appoggio elettorale andavano ricercate nell’interessamento da parte dei signori socialisti per una risoluzione dei problemi giudiziari inerenti a Cosa Nostra.
    Ha aggiunto di avere avuto sentore di quest’accordo anche da altre fonti e Filippo Salomone gli aveva fatto capire che il politico intervenuto per promuovere l’incon­tro tra lo stesso Salomone, Bini e Buscemi, avente ad oggetto l’individuazione di un nuovo assetto nella gestione illecita degli appalti, era di area socialista (pagg. 46-50, ud. del 17 novembre 1999).
    Il predetto Filippo Salomone forniva la garanzia, a Cosa Nostra, di “pagare” e “far pagare” gli altri imprenditori, nonché di poter disporre di “suoi agganci politici” (l’on. Nicolosi, l’on. Mannino, Salvatore Sciangula, i socialisti che facevano capo al Capria ed i personaggi dell’agrigentino) (pagg. 31-34,. ud. del 24 novembre 1999).
    Il Siino ha anche riferito che l’interesse del mandamento di Caccamo nella gestione degli appalti, era iniziato con la gestione della costruzione della diga Rosa Marina, eseguita dall’impresa Astaldi, da parte di tale Catanese, il quale agiva nell’interesse di Francesco Intile; che quest’ultimo gli aveva confidato, durante l’ora d’aria all’in­terno del carcere di Termini Imerese, che avevano ricavato notevoli introiti da que­st’opera che erano stati distribuiti al mandamento; che da quando era stato esauto­rato nella gestione del mandamento, Antonino Giuffré non gli aveva fatto avere al­cunché (pagg. 40 e 41, ud. del 17 novembre 1999).
    Precisava, ancora il dichiarante, che Antonino Giuffré lo aveva fatto mettere a sua disposizione per la gestione dei lavori della zona, per cui si erano tenute delle riu­nioni: una presso la sua abitazione, altre nella sede della “Siciliana Molinari”, di proprietà di Nino Biancorosso, rappresentante della famiglia di Castronovo.
    Nel corso di tali riunioni si era stabilito che il referente nella gestione illecita degli appalti doveva essere lui “passando sempre da Nino Giuffré”.
    Vi era stata, poi, una riunione presso l’abitazione del Giuffré, nel corso del 1991, durante la quale si era stabilito che egli avrebbe potuto trattare con Giuseppe Biondolillo, con Panzeca, con un certo Lobello e con Biancorosso, tutte persone di fiducia di Giuffré, ma che si “doveva passare sempre dal suo placito” (pagg. 44 e 45, ud. del 17 novembre 1999).
    Il dichiarante ha anche riferito che Giuseppe Farinella, capo mandamento delle Madonie, non aveva tratto vantaggi dagli appalti, ma era intervenuto per l’assegna­zione dei lavori a favore di Cataldo Farinella, allorquando Buscemi “voleva prevari­care”, facendo sì che gli venisse assicurato il 40% dei lavori della costruzione della strada San Mauro-Gangi che ricadeva nel territorio del suo mandamento. Il restante 60% se l’era accaparrato il gruppo Buscemi-Ferruzzi (pagg. 21-22, ud. del 17 no­vembre 1999).
    Quanto alla gestione degli appalti nella provincia di Trapani, il Siino si rivolgeva a Vito Di Benedetto, ma “chi gestiva effettivamente gli appalti era Francesco Messina, inteso Ciccio “u muraturi”, il quale agiva in sostituzione di Mariano Agate. Quest’ultimo era titolare dell’impresa “Calcestruzzi” a Mazara del Vallo (pagg. 166-168, ud. del 24 novembre 1999).
    Il dichiarante era solito recarsi a Bagheria, nell’ufficio di Gino Scianna o in al­tri luoghi, per incontrare Giuseppe Madonia, al fine di riferirgli “le questioni ine­renti appalti nella provincia di Caltanissetta” e per consegnargli del denaro (pag. 70, ud. del 17 novembre 1999).
    Infine, Siino precisava che Bernardo Provenzano aveva specifici interessi nella ge­stione illecita degli appalti, lucrando per mezzo di un’impresa, la “Ital Costruzioni”, alla quale “partecipava” tramite interposte persone (prima attraverso il cavaliere Randazzo e, poi, a mezzo di Enzo Giammanco di Bagheria). Aveva fatto aggiudi­care a detta impresa alcune gare di appalto e, grazie a Filippo Salomone, aveva avuto uno “sbocco nei subappalti” (vedi pagg. 71 e 72, ud. del 17 novembre 1999).
    *

    Conclusioni
    La causale della strage di Capaci individuata dai primi giudici nella vendetta nei con­fronti del dr Falcone, nemico storico di Cosa Nostra, in esito alla disposta rinnova­zione del dibattimento, si è indubbiamente ampliata essendo stato individuato un al­tro movente di natura preventiva.
    Su tale punto deve convenirsi che l’eliminazione del magistrato, s’inquadrava indub­biamente in una più ampia strategia unitaria dell’organizzazione, nel cui ambito ve­nivano posti in essere e programmati svariati attentati.
    Tale azione era stata in primo luogo indirizzata nei riguardi dei tradizionali referenti politico-istituzionali che avevano tradito le aspettative di Cosa Nostra in quanto non erano stati in grado di influire sull’esito del maxiprocesso, che financo era stato sot­tratto al presidente Carnevale, atteso che era rimasto frustrato anche il tentativo volto ad ottenere che quest’ultimo componesse il collegio giudicante, qualora il giudizio fosse stato assegnato alle Sezioni Unite della Suprema Corte.
    Altra concausa era stata individuata nell’eliminazione di coloro che ricoprivano cari­che istituzionali e rappresentavano un pericolo per l’organizzazione come il ministro Martelli, ed il dr Falcone, che era ritenuto il più temuto degli avversari di Cosa Nostra.
    Il quadro probatorio apprezzato in prime cure, si è arricchito alla stregua delle ulte­riori indicazioni fornite da Giovanni Brusca e Angelo Siino, che vanno ad aggiungersi alle indicazioni provenienti da Leonardo Messina.
    Alla luce delle loro dichiarazioni ha trovato conferma il movente principale, cui si è aggiunta, quale concausa dell’eliminazione del magistrato, l’ulteriore finalità pre­ventiva volta ad evitare le investigazioni nel settore della gestione illecita degli ap­palti, del tutto prevedibili a cagione dell’attività anteatta del magistrato e di quella attuale e futura, atteso che sicuramente il dr Falcone avrebbe ricoperto l’alto incarico di Procuratore Nazionale Antimafia che metteva in un serio pericolo gli interessi vitali di Cosa Nostra.
    Si profila quindi la finalità preventiva, quale causa accessoria, ma non per questo meno pregnante, che si aggiunge alle motivazioni già indicate che determinarono l’eliminazione del dr Falcone, atteso che il settore degli appalti pubblici, per la vita­lità degli interessi gestiti da Cosa Nostra, era di per sé sufficiente a giustificare tale scelta, per come si desume dal compendio delle dichiarazioni dei collaboranti che sono stati esaminati su tale punto.
    Ed invero, sia Siino che Brusca, hanno delineato nel corso del loro esame l’evolversi dei rapporti tra politica, mafia e settori imprenditoriali, atteso che ormai da tempo erano state dismesse le originarie metodologie parassitarie legate all’esazione del pizzo avendo Cosa Nostra progressivamente assunto un atteggiamento diverso volto a realizzare un controllo diretto del settore degli appalti pubblici attraverso la loro gestione illecita che vedeva partecipare alla spartizione della lucrosa torta esponenti della politica del mondo imprenditoriale e della mafia.
    Con la costituzione di comitati d’affari che si sedevano attorno al c.d. “tavolino”, per come riferito dal Siino, si era creato in Sicilia un perverso meccanismo dove gli inte­ressi dei singoli referenti trovano una soluzione governata da precise regole spartito­rie che prevedevano, oltre la tradizionale presenza dei grandi gruppi economico-im­prenditoriali e degli esponenti della politica, anche quella di Cosa Nostra che anche attraverso le imprese paramafiose faceva sentire la sua presenza e si poneva come interlocutore istituzionale, se così si può dire, nella lottizzazione delle gare di ap­palto, da sempre appannaggio esclusivo dei comitati d’affari gestiti dalla politica e dall’impreditoria.
    La spartizione delle tangenti, erogate dalle imprese che si aggiudicavano gli appalti pubblici, trovava quindi un altro referente non legato al mondo della politica e/o istituzionale che attraverso il meccanismo delle “messe a posto” di cui ha riferito il Siino si aggiudicava una cospicua fetta di illeciti guadagni.
    Orbene l’opera di infiltrazione di Cosa Nostra nel delicato settore degli appalti pubblici si è realizzata attraverso la mediazione di personaggi, come il Siino, in condizione di conoscere e governare i peculiari meccanismi di gestione della gare di appalto e pertanto in possesso di una solida rete di relazioni che attraversa i settori della politica, dell’imprenditoria e delle istituzioni. Tale attività di penetrazione nel settore degli appalti, non riconducibile a metodiche rozze, quali quelle legate alla imposizione del pizzo e/o di subappalti, viene affidata a soggetti i quali, pur non es­sendo affiliati a Cosa Nostra, erano in grado di assicurare il perseguimento delle fi­nalità che Cosa Nostra si era prefissata.
    Indubbiamente, tra questi soggetti un ruolo di primo piano era stato svolto da Angelo Siino, che avvalendosi delle conoscenze nel campo politico-istituzionale, aveva spe­rimentato un efficiente sistema di turnazione nell’aggiudicazione degli appalti anche nell’interesse di Cosa Nostra, di cui, per come esattamente osserva l’accusa, aveva agito come longa manus.
    Indubbia appare la rilevanza delle dichiarazioni rese nell’ambito del presente giudi­zio da Siino, che essendo stato l’ideatore del sistema criminale della spartizione degli appalti pubblici, nonché l’anello di congiunzione tra la mafia ed il modo politico-istituzionale e quello dell’imprenditoria, era stato oggetto delle indagini condensate nello storico rapporto “Mafia e appalti” che aveva suscitato l’interesse del dr Falcone.
    Sul punto il Siino ha avuto modo di precisare che nel corso di alcune conversazioni intercettate si era fatto riferimento alla “grande S” che erroneamente era stata identi­ficata per il dichiarante, mentre in realtà si trattava di Filippo Salomone che aveva assunto un ruolo di primo piano nella spartizione dei grandi appalti pubblici a di­scapito del Siino che era stato ridimensionato per volere dello stesso Riina che lo aveva relegato “alle sue origini” affidandogli solo gli appalti non superiori a cinque miliardi: quelli della provincia di Palermo.
    Orbene, l’errore investigativo aveva consentito a Filippo Salomone, principale pro­tagonista del sistema di lottizzazione illecita degli appalti, di continuare ad agire del tutto indisturbato per molto tempo.
    Tuttavia, il rapporto in questione, oltre ad essere oggetto delle attenzioni del dr Falcone, aveva sollecitato l’interesse del dr Borsellino, che aveva raccolto le dichia­razioni di Leonardo Messina che aveva intrapreso la sua collaborazione proprio nel mese di giugno del 1992, subito dopo la strage di Capaci, e su tale tema erano ini­ziate le indagini della Procura di Milano.
    Il Messina aveva riferito degli interessi di Giuseppe “Piddu” Madonia, rappresentate della provincia mafiosa di Caltanissetta, nel settore degli appalti e dei suoi legami col gruppo corleonese a Bagheria per come confermato da Siino.
    I fratelli Antonio e Salvatore Buscemi, il primo uomo d’onore ed il secondo capo­mandamento di Boccadifalco, soci in alcune imprese, alla fine degli anni ’80 per volere di Riina avevano assunto un progressivo e rilevante ruolo nel settore degli ap­palti pubblici che aveva determinato il ridimensionamento di quello ricoperto da Angelo Siino.
    Quest’ultimo ha riferito che il gruppo Ferruzzi, facente capo a Raul Gardini e, dopo la sua morte, all’ing. Bini e a Lorenzo Panzavolta, che intendeva operare in Sicilia si era avvalso della protezione mafiosa dei fratelli Buscemi, i quali, a loro volta, in cambio della protezione offerta, potevano avvalersi della copertura e del prestigio del potente gruppo finanziario ravennate che vantata anche importanti agganci politici.
    Ed invero, al fine di evitare il sequestro e la confisca delle imprese riconducibili ai fratelli Buscemi, le stesse erano state acquistate dal gruppo Ferruzzi che aveva as­sunto Antonio Buscemi, il quale rimaneva all’interno della struttura imprenditoriale.
    Sia Siino che Brusca hanno riferito che l’esigenza dei fratelli Buscemi era in realtà un’esigenza di tutta l’organizzazione, tant’è che se ne era interessato lo stesso Riina che aveva promosso tra i predetti fratelli Buscemi, l’imprenditore Filippo Salomone e il gruppo Ferruzzi per il tramite dell’ing. Bini, la costituzione di un comitato d’af­fari che, esautorando il Siino, avrebbe dovuto regolare la spartizione degli appalti d’intesa con i politici, gli imprenditori e Cosa Nostra.
    In questo sistema di lottizzazione dei grandi appalti pubblici si inserisce la vicenda dell’impresa Reale, cui sono legati gli interessi di Riina dei fratelli Buscemi, ad ulte­riore conferma del ruolo strategico che tale azienda doveva assumere nel panorama imprenditoriale siciliano, similmente alla Impresem di Filippo Salamone che doveva sostituire nell’ottica di Cosa Nostra.
    A dire del Siino l’impresa Reale avrebbe dovuto assumere un ruolo di primo piano nel panorama imprenditoriale siciliano, e, segnatamente, per come riferito da Brusca, doveva consentire di individuare nuovi referenti politici.
    In tal senso vanno lette le dichiarazioni di Siino che ha precisato, per averlo appreso da Pino Lipari nel corso di una riunione tenutasi nel 1988 o nel 1989, che i Buscemi erano degli “intoccabili” perché tramite Raul Gardini aveva stretto un accordo con l’on. Martelli finalizzato al sostegno nella campagna elettorale del 1987; circostanza questa confermata anche da Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e riscontrata dagli esiti elettorali riferiti da dr Bò.
    Ed invero nel 1987 Cosa Nostra decise di non appoggiare la Democrazia Cristiana in quanto intendeva mandare un chiaro segnale al partito che era stato il referente tradi­zionale. Al riguardo Siino ha citato le elezioni regionali del 1987 che erano sfruttate allo stesso scopo, tant’è che Cosa Nostra decise di appoggiare lo sconosciuto candi­dato socialista Tony (Fony) Barba, soprannominato in gergo “ù signali” proprio per mandare un segnale chiaro al suo tradizionale referente politico.
    Sul medesimo punto, involgendo nell’iniziativa Michelangelo La Barbera, sostituto di Salvatore Buscemi, capomandamento di Boccadifalco e fratello di Antonino Buscemi, Brusca ha precisato: “Guardi, io sul punto sono stato interrogato in fase preliminare, non sono stato in condizione, ho fatto delle deduzioni però rimangono tali. Non so con chi é stato il tramite. Io gli posso dire che noi abbiamo votato in… per le regionali – é un nome che non mi posso dimenticare – un certo (Tony) Barba ed altri, per le provinciali. Per le nazionali c’era… c’era, se non ricordo male, c’era Martelli, c’era Fiorino e qualche altro, non… non glielo so dire con precisione. So solo che abbiamo avuto l’input, abbiamo avuto Angelo La Barbera, uomo d’onore della famiglia di Boccadifalco, ci ha portato i volantini e noi subito ci siamo attivati per cominciare a cercare i voti per l’onorevole Martelli.” (pag. 159 e segg., ud. 2 luglio 1999)
    Giova ricordare che il dibattimento di primo grado del maxiprocesso era iniziato nel febbraio del 1986 e che già nel corso di quel giudizio si era tentato di far decorrere i termini di custodia cautelare per gli imputati mediante la richiesta di lettura integrale di migliaia di pagine processuali, mediante la strumentale richiesta dei difensori in aperto contrasto con una prassi processuale di segno opposto ormai consolidatasi nel tempo. Tale pretestuosa manovra difensiva era stata vanificata dalla legge Mancino-Violante del 1987 che introduceva nel codice di rito penale una norma che consente di indicare gli atti da utilizzare per la decisione in luogo della loro effettiva lettura. Quindi sfu­mata la possibilità della scarcerazione per perenzione dei termini di custodia caute­lare si pensò di mandare un segnale forte ben comprensibile sul versante politico che si tradusse nel successo elettorale della lista socialista capeggiata dall’on. Claudio Martelli. La finalità di tale scelta era duplice in quanto da un lato il Partito Socialista aveva mostrato una particolare sensibilità per la questione giustizia mentre la Democrazia Cristiana non si era adeguatamente impegnata per risolvere i problemi giudiziari di Cosa Nostra.
    Di tale accordo elettorale, da cui Cosa Nostra ritenne di trarre un immediato vantag­gio a cagione della modifica delle norme che disciplinavano le misure di prevenzione nei confronti dei soggetti indiziati di appartenere ad organizzazioni di stampo ma­fioso, ha riferito anche Cancemi, precisando che furono restituite le patenti a ma­fiosi.
    Il collaborante, a proposito di contatti in epoca precedente all’88, ‘89 tra Cosa Nostra e l’onorevole Martelli, ha dichiarato: “….Sì, c’erano, c’erano… i contatti c’e­rano e sicuramente, perché abbiamo fatto una riunione credo, se non faccio confu­sione sempre nei tempi, nell’87 e c’è stata una riunione e Riina ha dato ordine di… di votare per il Partito Socialista, in particolare per il Ministro Martelli, Fiorino e Lombardo, e quindi abbiamo comunicato in tutti i mandamenti che si doveva portare queste persone, il Partito Socialista. Io mi ricordo, questo lo posso dire con… con as­soluta certezza, mi ricordo che é stato nell’88 o nell’89, ma credo nell’88, che c’è stato un Decreto Legge fatto del Ministro Martelli e centinaia di persone di Cosa Nostra che avevamo la patente ritirata, per motivi di diffida, per questi motivi riti­rata, ci siamo andati a prendere, dopo questo Decreto, i vecchi… c’è stato questo patto con Riina, ci siamo andati a prendere tutte le patenti in Prefettura.”
    Ed ancora: “E sì, lo so perché… c’è stata fatta una riunione, credo che é stata nell’87, in una riunione che Riina ha comunicato che si doveva votare per il Partito Socialista, in particolare Martelli, Fiorino e Lombardo, questi tre nomi io mi ri­cordo, che c’era stato un patto che… con Riina e quindi cosa che é avvenuta, che noi abbiamo… ci abbiamo dato i voti, li abbiamo comunicati in tutti i mandamenti e ci abbiamo dato i voti al Partito Socialista, e poi, credo nell’88, c’è stato un Decreto Legge fatto del Ministro Martelli di allora, e quindi tramite questo Decreto Legge ci siamo andati a ritirare tutti le patenti, centinaia di persone di Cosa Nostra che le ave­vamo queste patenti ritirati. E io mi ricordo che proprio io in persona andavo pi­gliando parenti, amici e portarli a farli votare, ce li accompagnavo io con la mac­china.”
    A tal proposito il Cancemi ha indicato significativamente il commento di sua zia, Maddalena Priolo, da lui indotta a votare il Partito Socialista in luogo della Democrazia Cristiana: “ Totuccio, io haiu vutatu sempre ppi’ ù Signuruzzu, ora tu m’ha fari vutari ppi’ ‘sti cristiani. Ma cu sù ‘sti cristiani?”….Mi ha voluto dire: “Io ho votato sempre…” perché secondo quella mentalità antica la Democrazia Cristiana era nostro Signore Gesù Cristo. Quindi, ora io poi ci avevo proposto di votare ppi’ i socialisti, lei pensava che stava facendo un tradimento a nostro Signore Gesù Cristo. Questo lei mi ha voluto dire. Ma io ci dissi: “No, non ti preoccupare, sono persone che mi devono dare aiuto. Non ti preoccupare”. Insomma, e l‘ho accompagnata, mi ricordo, io a questa sorella di mia mamma e a farla votare.” (pagg. 122 e segg., ud. del 22 ottobre 1999)
    Lo stesso Siino aveva avuto sentore anche da Filippo Salomone, dal quale aveva saputo che il politico che si era interessato per promuovere un nuovo assetto nella gestione degli appalti in Sicilia era di area socialista.
    Anche il dr Falcone aveva avuto conoscenza di tale accordo, di cui il Siino aveva avuto modo di parlare in più occasioni con l’on. Lima – il quale aveva maturato la convin­zione che per tale ragione l’on. Martelli si piegava ad ogni richiesta del dr Falcone – con Pino Lipari, Giuseppe Madonia, Pippo Calò, Brusca con Antonio Buscemi, il quale gli aveva detto: “questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare”.
    Alla stregua di tali ulteriori acquisizioni processuali, deve convenirsi con l’accusa sul ruolo di collegamento con settori della politica che le imprese vicine a Cosa Nostra avevano giocato nel tempo, per cui, pur cambiando le aziende, non erano mutati gli interessi perseguiti dalla mafia ed i soggetti che li coltivavano, come nel caso dei fra­telli Buscemi collegati attraverso il gruppo Ferruzzi al Partito Socialista.
    Anche l’impresa Reale, che avrebbe dovuto sostituire la Impresem di Filippo Salomone, che in quel momento godeva dei migliori agganci politici, doveva servire ad instaurare nuovi rapporti, avendo i vertici di Cosa Nostra deciso di recidere quelli vecchi ed ormai logori che in Sicilia erano rappresentati dall’on. Lima.

  3. Nick scrive:

    Dalla sentenza d’appello sulla strage di Capaci :

    Angelo Siino

    Il dichiarante, arrestato nel 1997 per associazione mafiosa e condannato ad una pena di otto anni di reclusione, che parzialmente aveva scontato, aveva deciso di collaborare con la giustizia, proprio per chiarire il meccanismo di assegnazione illecita degli appalti che per lungo periodo aveva gestito nell’interesse di Cosa Nostra, di cui era ritenuto “il ministro dei lavori pubblici”, ancorché non fosse mai stato affiliato a detto sodalizio, a differenza dei suoi parenti. Difatti, i nonni, Giuseppe Celeste e Giuseppe Di Maggio, erano stati personaggi di rilievo dell’organizzazione criminale, mentre suo zio, Salvatore Celeste, aveva ricoperto la carica di rappresentante della famiglia di San Cipirello.
    Per detta ragione aveva avuto modo di mantenere contatti con gli esponenti di vertice della mafia, come Stefano Bontade, Giovanni Brusca, Nitto Santapaola, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, in quanto si occupava della distribuzione degli appalti in Sicilia sia per conto della politica sia di Cosa Nostra.
    Il dichiarante ha disvelato il connubio esistente tra politica, imprenditoria e mafia, con assoluta precisione e dovizia di particolari, frutto della sua diretta e personale esperienza in tale nevralgico settore d’interesse per Cosa Nostra. Inoltre, con le sue dettagliate dichiarazioni, ha consentito di ampliare la causale dell’assassinio del dr Falcone, aggiungendo una finalità preventiva, volta ad impedire al magistrato di pro­muovere l’approfondimento delle investigazioni dallo stesso promosse e dirette ad indivi­duare l’intreccio esistente tra Cosa Nostra, alcune frange del partito Socialista Italiano ed il gruppo finanziario Gardini, che aveva come punto di riferimento in Sicilia imprenditori mafiosi come Antonio Buscemi e il di lui fratello Salvatore.
    Convalidando l’assunto di Brusca, il Siino ha anche ha con­sentito di porre in luce quali mutamenti erano intervenuti in epoca prossima alla stagione delle stragi nelle alle­anze con i gruppi im­prenditoriali e il peculiare interesse di Salvatore Riina in tale settore, coltivato attraverso l’impresa Reale.
    Il dichiarante ha posto altresì in rilievo che il dr Falcone aveva capito il tenore di questo accordo tra Cosa Nostra ed imprenditoria per il controllo degli ap­palti, avendo pubblicamente affermato che “la mafia era en­trata in borsa”.
    Tale osservazione non era sfuggita agli esponenti di Cosa Nostra che operavano in tale settore, così come in tale ambiente si riteneva che il maggior rigore dello Stato nei con­fronti della mafia era conseguenza della fortissima influenza che il dr Falcone aveva sul Ministro Martelli, che l’aveva chiamato al Ministero come direttore generale degli Affari penali. , poiché sostanzialmente, lo “aveva nelle mani”.
    Tanto da far ritenere, quindi, che l’uccisione del dott. Falcone abbia perseguito anche finalità preventive, nel senso che si è voluto evitare che il predetto magistrato, sfrut­tando le sue conoscenze sul coinvolgimento di pezzi della politica e del mondo im­prenditoriale nella attività di cosa nostra, potesse “mettersi l’Italia nelle mani”, come soleva dire l’on. Lima, cioè influenzare in maniera sempre più pregnante la gestione politica dell’attività di contrasto alla mafia.
    Il Siino ha legato alle vicende del maxi processo la causale degli omicidi dell’on. Lima e di Ignazio Salvo, precisando che le stragi in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino segnarono un momento di svolta nei rapporti tra Cosa Nostra ed i vecchi referenti politici, che dovevano essere sostituiti con nuovi interlocutori, tant’è che Provenzano stava adoperandosi per “agganciare” Craxi tramite Berlusconi.
    Le dichiarazioni del Siino, logiche, dettagliate, coerenti e compatibili col rilevante ruolo da lui svolto nell’ambito di un settore vitale per Cosa Nostra, come quello della gestione illecita degli appalti e dei rapporti con esponenti della politica e dell’imprenditoria, appaiono attendibili e disinteressate in quanto scevre da sentimenti di astio e/o di vendetta.

    I russi ? si, come no?

  4. Nick scrive:

    Per chi pensa che Giovanni Falcone sia stato ucciso dai russi e che forse sopravvaluta Martelli:

    http://www.lavocedellevoci.it/news1.php?id=64

  5. Nick scrive:

    anonimo, e perché non si può discutere su quello che pubblica il Giornale?

    Dopo tutto ha pubblicato la notizia che ci sono delle indagini gravissime su Carboni a differenza mi pare del tg1 di Minzolini. Ovviamente per difensere Carboni, ma viste le tesi ridicole che propone fa più danno che altro.
    🙂

  6. anonimo scrive:

    “Su Carboni c’è un articolo sul Giornale di Chiocci (l’hai letto?) dove la tesi di fondo è : altro che nuova P2, sono degli sfigati. ”

    Discutere su cose che scrive “il Giornale” ? Ma come siamo ridotti?

  7. cesare scrive:

    Nick suggerire non e’ imporre e io non mi scandalizzo nemmeno per la frase di Ingroia che hai virgolettato.
    Buone vacanze!

  8. Nick scrive:

    Cesare, il problema non è il risultato ottenuto (che poi in questo caso c’è stato, chissà perchè: forse perché molti giudici politicizzati, vedi anche Mantovano, sono più vicini alla TUA parte politica o, il che è quasi lo stesso, a quella del “pd-meno-elle”? Esiste nel CSM un appartenente all’idv?).
    Il problema è che Carnevale ha CHIESTO che gli venisse fatta una legge “ad personam”. E quindi è uscito dal suo ruolo suggerendo al governo leggi per sé .
    Quindi : ha fatto politica attiva.
    Non capisco come si fa a non scandalizzarsi per questo comportamento

    Scusa cosa diresti se domani Ingroia dicesse: “il governo dovrebbe tutelare i magistrati che hanno contribuito in maniera determinante all’arresto di pericolosi mafiosi (vedi ad esempio Raccuglia) attraverso un riconoscimento anche in termini di stipendio e facilitando l’accesso di questi magistrati a posizioni di responsabilità. Nella nuova riforma della giustizia un principio guida dovrebbe esssere il merito.”

    Non sarebbe anche giusto?
    Ma non diresti forse che Ingroia sta dettando l’agenda al governo?
    E perché non ti scandalizzi se a farlo è Carnevale?

    —-

    Per questo motivo quindi quando scrivo: “Prendo atto che per te un giudice che si occupa di una legge che lo favorisce cioè che fa attivamente politica non è politicizzato” non inganno nessuno: è ovvio che è così solo che non lo vuoi ammettere, e se tu non lo vuoi ammettere la colpa non è mia.
    Non ho scritto:

    “Prendo atto che per te un giudice che fa attivamente politica non è politicizzato”

    In questo caso rientrerebbe nella definizione di chi fa attivamente politica anche chi è candidato o peggio parlamentare… : io dico che per te chi fa politica attiva cioè suggerisce al governo leggi per sé (e se ne vanta pure)

    Altra cosa: essere iscritti a un partito non significa sempre fare politica attiva, quindi ti va bene che chi in alcune occasioni fa politica attiva (suggerendo leggi per sé) e non ti va mai bene chi magari in alcune occasioni non la fa (essendo semplicemente iscritto e non uscendo dal suo ruolo)

    Per oggi ti saluto…

    —-

    Non c’entra niente, o forse sì, così riprendo anche l’interessante spunto di anonimo (lascio a lui la palla) .

    Su Carboni c’è un articolo sul Giornale di Chiocci (l’hai letto?) dove la tesi di fondo è : altro che nuova P2, sono degli sfigati.

    In pratica hanno cercato di influenzare i giudici della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano e il CSM non riuscendoci: insomma quello che conta è il risultato.

    Non è grave?
    Non è grave che si dica che il problema dell’indipendenza della Corte Costituzionale e del CSM viene esageratamente sopravvalutato?

  9. cesare scrive:

    ti saluto per un po’!

  10. cesare scrive:

    Nick con tutti ‘sti anonimi e Anonimi non ci capisco piu’ una beneamata mazza!
    Dipende da che cosa intendi con “si occupa”. Chiunque ha piacere se gli viene fatta una legge dalla quale trae beneficio! Tu dici che attivamente ha condizionato la politica per farsela fare ad personam? Io credo di no.

  11. Nick scrive:

    Un giudice che di occupa di leggi che beneficiano se stesso, fa attivamente politica? si/no

    Scusa, per essermi dimenticato di firmarmi, pensavo comunque che avresti capito che ero io, altrimenti mi sarei corretto subito.
    Ieri sera poi non ti ho risposto perché impegnato in altro e anche oggi non ti posso dedicare molto tempo.

  12. anonimo scrive:

    Oggi sciopero della stampa. Solo nel paese delle banane possiamo esserci ridotti in queste condizioni per andare appresso ad un delinquente che si deve salvare il culo. Che schifo

  13. cesare scrive:

    Anonimo a che domande mia e tua ti riferisci?

  14. anonimo scrive:

    Oggi un nuovo martire della liberta’ … Flavio Carboni.

    Ma c’e un calendario per tutti sti martiri?

  15. Anonimo scrive:

    cesare, se tu rispondi alla mia domanda io rispondo alla tua.

  16. cesare scrive:

    davvero, Nick, non capisco perche’ vuoi far finta di non capire il mio modello, che tu definisci assiomatico, quando ti sei ormai reso conto anche tu che e’ il miglior modello per la nostra realta’ che tu abbia mai visto.
    E ammettilo su!
    Pur di non darmi soddisfazione dai anche contro il tuo Travaglio…😀😀😀😀😀

  17. cesare scrive:

    Ti ripeto Nick, se e’ vero che non provi ad ingannare, mi riporti dove avrei detto che:
    un giudice “che fa attivamente politica non e’ politicizzato”?
    Io mi batto per i piani distinti e non paralleli: la politica deve esser indipendente dalla magistratura e viceversa, ma hai sempre concordato anche tu che l’intersezione deve esserci!!

  18. Nick scrive:

    beneficiano se stesso

  19. Nick scrive:

    un giudice che di occupa di leggi che beneficiano se stesso, fa attivamente politica? si/no

    modera i toni, io non inganno

    Nel caso in cui non fosse così prendo atto che per te :

    “un giudice che di occupa di suggerire al governo leggi che beneficiano stesso”

    NON fa attivamente politica.

    E i piani distinti per cui “ti batti”?

    Parole, parole parole….

    Concludendo: per te un giudice puo’ comportarsi come un Berlusconi qualsiasi chiedendo che gli venga fatta una legge “ad personam”.

    BASTA

    🙂

  20. cesare scrive:

    “Prendo atto che per te un giudice che si occupa di una legge che lo favorisce cioè che fa attivamente politica non è politicizzato”
    L’hai detto tu, non io.
    Ma ormai ti conosco, Nick, il tuo metodo e’ arcinoto🙂, cerchi di metter in bocca cose che l’interlocutore non ha mai detto.
    Citami tra virgolette, dai: dove avrei detto che un giudice “che fa attivamente politica non e’ politicizzato”?
    Un giudicie che fa attivamente politica non e’ adatto a far il giudice, questo e’ cio’ che penso. Punto.
    Perche’ vuoi farmi dire cose che sono l’opposto del mio pensiero? Visto che siamo solo tu ed io a legger qua, chi credi di ingannare?

  21. Anonimo scrive:

    L’immoralità pubblica
    Articolo di Giustizia, pubblicato giovedì 1 luglio 2010 in Germania.

    [Sueddeutsche Zeitung]

    Che si tratti di collusione mafiosa o di frode aggravata, di ministri o del premier Berlusconi, i politici italiani continuano a mantenere il loro incarico anche dopo gli scandali. I cittadini perdono il rispetto nei confronti dello Stato, della legge e della politica.

    Un uomo di fiducia di vecchia data del premier italiano Silvio Berlusconi è stato giudicato colpevole anche in secondo grado per i suoi comprovati rapporti con la mafia. Sette anni di reclusione pendono su Marcello Dell’Utri, senatore del partito di governo PDL. Anche nel governo si possono trovare, senza dover cercare molto, persone nel mirino della magistratura. E si comincia proprio con il Premier Berlusconi, contro il quale pendono tre processi.

    Si potrebbe pensare che sarebbe motivo sufficiente per il suo partito per prendere le distanze da lui. Invece i leader del Pdl hanno commentato soddisfatti la condanna quasi fosse stata un’assoluzione. Perché sarebbe potuta andare anche molto peggio, ossia che il loro uomo venisse condannato anche per l’accusa di aver fondato il partito di Forza Italia con l’aiuto della mafia. Questo è solo l’ultimo caso in ordine di tempo che mette in luce quanto senso dell’onore, della vergogna o del rispetto nutra la gran parte della politica e del governo italiani verso le istituzioni dello Stato.

    Naturalmente Dell’Utri non ci pensa nemmeno a lasciare la sua poltrona di senatore in Senato. Lì infatti gode, per fare un esempio, della compagnia di Salvatore Cuffaro del partito UDC. Il senatore Cuffaro è stato condannato in secondo grado a diversi anni di reclusione, perché quando era Presidente della Regione Sicilia era in contatto con la mafia.

    I senatori onesti sono anche costretti a condividere i banchi del Parlamento con un altro senatore del PDL condannato per reati di tipo economico e che in questo momento è anche inquisito per frode aggravata. Ai vertici del Parlamento solo un senatore è sembrato davvero insostenibile quest’anno, il senatore del PDL Nicola di Girolamo, accusato di aver riciclato denaro per la ndrangheta e di frode elettorale, dopo una tenace resistenza si è dimesso ed è stato immediatamente arrestato.

    Anche nel governo stesso si possono trovare senza fatica persone al vaglio della magistratura. Si inizia con il Premier, a carico del quale vi sono tre processi pendenti. Il neoministro Aldo Brancher è accusato in un processo per reati finanziari. Poi c’è il Sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, che i giudici hanno voluto sottoporre a carcerazione preventiva per i suoi contatti con la camorra. Guido Bertolaso, il capo della protezione civile, è indagato per uno scandalo di corruzione su vasta scala. Dopo tutto, a maggio, il ministro Claudio Scajola ha dovuto dimettersi. E’ sembrato davvero poco plausibile che non si sia accorto che un imprenditore ha versato 900.000 euro per l’acquisto di un suo appartamento.

    Attacchi continui alla magistratura

    Questo elenco di politici corrotti è incompleto. Dimostra però che non è prassi tutelare gli organi costituzionali con la sospensione dagli incarichi almeno fino a quando non è tutto chiarito. Questi rappresentanti della politica non sembrano proprio porsi la questione di come i cittadini possano conservare in queste condizioni il rispetto per lo Stato, la legge e la politica. Tutto ciò è anche accompagnato dai continui attacchi del capo del governo alla magistratura. Berlusconi sta facendo tutto il possibile per delegittimare i giudici, come ha già fatto con il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione. Il Premier ha recentemente vituperato la Costituzione come un intruglio cattocomunista, con il quale sarebbe impossibile governare.

    Non ci vuole molta fantasia per rendersi conto che simili esternazioni ben poco hanno a che spartire col diritto e la legge. Quali effetti questo possa avere sull’opinione pubblica sembra non interessare affatto a Berlusconi. Questo è un messaggio devastante dai vertici della politica. Tuttavia un debole messaggio di speranza per il futuro sembra esserci stato dopo la sentenza a carico di Dell’Utri. L’organizzazione giovanile del PDL in Sicilia ha esplicitamente richiesto al suo partito di estromettere chi viene condannato per associazione mafiosa. A quanto pare almeno qualche esponente più giovane del partito aspira a una maggior decenza politica.

    [Articolo originale “Die öffentliche Unmoral” di Andrea Bachstein]

    http://www.sueddeutsche.de/politik/respekt-vor-staatsinstitutionen-italiens-oeffentliche-unmoral-1.968263

  22. Nick scrive:

    “si definisce “ispiratore”, non ha costretto nessuno”

    Ci mancherebbe! Ma è stato subito accontentato …

    Prendo atto che per te un giudice che si occupa di una legge che lo favorisce cioè che fa attivamente politica non è politicizzato e che rientra quindi nel ruolo dei magistrati anche quello di suggerire le leggi ai politici.
    Se poi queste leggi (giuste o ingiuste non mi interessa) avvantaggiano alcune persone appartenenti a quella che tu consideri l’Ultracasta, nessun problema.

    Saluti

  23. cesare scrive:

    “in applicazione della legge, di cui lo stesso magistrato si definisce «ispiratore», che nel 2003 ha stabilito il diritto al reintegro per i pubblici dipendenti sospesi dal servizio in conseguenza di un procedimento penale che si sia concluso con l’assoluzione. ”
    1) si definisce “ispiratore”, non ha costretto nessuno
    2) la legge mi pare giusta in generale, no? L’assoluzione dovrebbe cancellare il reato e la pena.
    3) adesso sei tu che non vuoi un giudice che non ti e’ simpatico perche’ ha parlato male di Falcone e Borsellino, perche’ dici che e’ politicizzato? A che partito e’ iscritto?
    4) se e’ iscritto ad un partito il CSM non avrebbe dovuto riammetterlo, secondo me.

  24. Nick scrive:

    Ma è un’analisi?

  25. Nick scrive:

    qual è il problema non ti fidi di Travaglio?

    http://www.ilgiornale.it/interni/carnevale_torna_magistratura_ci_restera_sei_anni/08-03-2007/articolo-id=162227-page=0-comments=1

    “in applicazione della legge, di cui lo stesso magistrato si definisce «ispiratore»”

    E adesso è possibile una critica a questo giudice politicizzato o sto chiedendo troppo?
    🙂

  26. cesare scrive:

    Che ne pensi Nick di questa analisi di Patton? Io non sono cosi’ complottista…pero’ pero’ pero’…
    “Falcone viene ucciso un mese dopo le dimissioni anticipate e forzate di Cossiga, cioè le dimissioni di un uomo che ha una profonda conoscenza del controspionaggio e una vasta esperienza internazionale. Falcone viene ucciso con un’operazione militare, concepita e organizzata da stati esteri come Russia e Siria, con la mafia che fa da basista.
    Questa semplice verità di fatto comincia a filtrare timidamente sui medias solo in queste ultime settimane (ho letto l’intervista di D’Avanzo a Boccassini del 2002, ma il termine “operazione militare” viene usato in senso riduttivo e sviante, solo per alludere a un’ambigua “forza esterna”; da quel viscido retore di D’Avanzo non c’era da aspettarsi niente di più e niente di meno).
    E quale fu la risposta del nuovo Parlamento italiano (eletto nell’aprile 1992) a questa operazione militare concepita e organizzata da stati esteri? La Lotta alla Corruzione! Cioè l’elezione della “Virtù” (Scalfaro) al Quirinale. La quale Virtù crea subito un “governo del Presidente”, che in realtà è un governo dei “Giudici”, perché ne vengono sistematicamente esclusi non solo i politici corrotti (come Craxi), ma anche tutti coloro che sono sospettabili di corruzione o che non sono amici dei “Giudici”. Scalfaro affida la PdC ad Amato e l’Interno a Nicola Mancino, spostando il principale fautore politico del 41 bis (Vincenzo Scotti) agli Esteri, carica dalla quale Scotti sarà costretto a dimettersi proprio da Scalfaro, dopo appena un mese: il 28 luglio, cioè dieci giorni dopo la strage di via D’Amelio! Sempre perché Scotti non dà sufficienti garanzie in materia di virtù… Al suo posto andrà Emilio Colombo, uomo certamente onesto, ma ricattabilissimo sul piano personale, per i suoi noti vizietti.

    In due parole: la criminalità organizzata nazionale e internazionale massacra impunemente i grandi servitori dello Stato, i gruppi finanziari internazionali comprano le aziende di Stato a prezzo di realizzo (”crociera del Britannia”), e lo Stato che fa? “Si costerna e s’indigna. Poi getta la spugna con gran dignità!”.

    La tanto sbandierata Lotta alla Corruzione e il “Governo dei Giudici” hanno avuto questo effetto concreto: esautorare dalle più alte cariche dello Stato tutti coloro che si erano distinti nella lotta alla criminalità organizzata nazionale e internazionale: Cossiga, Scotti, Martelli (ministro della Giustizia, che aveva chiamato Falcone a Roma alla fine del 1991, e fu costretto a dimettersi il 10 febbraio del 93), nonché Bruno Contrada, incastrato dai “Giudici” pochi giorni prima che il “kabulista” Caselli diventi Procuratore capo a Palermo (un “kabulista”: davvero l’uomo adatto per insabbiare definitivamente ogni inchiesta sulla opium connection KGB-mafia!). Al posto di Martelli verrà nominato un giurista insigne come Giovanni Conso, ma i “Giudici” riusciranno a contestare anche lui. E ai primi di novembre del 93, al culmine della tempesta sulla lira e mentre Scalfaro viene accusato per i fondi neri SISDE, anche Conso si troverà costretto a firmare un’attenuazione del 41 bis: su consiglio — presumo — del collega Nicola “Fox” Mancino (attuale vicepres. del CSM)…

    E a quel punto, quando la mafia affarista e pentitista di Provenzano, Denaro & Mannoia ha preso il posto di quella stragista di Totò “u’ curtu”, Scalfaro che fa? Come giustamente ricorda il da te citato ”Geronimo” (alias Cirino Pomicino), Scalfaro a fine 93 scioglie le Camere con una procedura incostituzionale e tira la volata alla “gioiosa macchina da guerra” di Akél Occhetto. Peccato che l’Akèl, a differenza di “Zu Binnu” Provenzano, avesse un tallone, appunto d’Achille: le elezioni politiche!

    Conclusione: la famosa trattativa tra mafia e stato c’è stata eccome, ma i suoi protagonisti furono, e sono, un tantinello diversi da quelli indagati dai “Giudici”. Sono, in due parole, i “Giudici” stessi!”

  27. cesare scrive:

    “Perché, per un magistrato italiano, la Legge con la Giustizia non ha nulla a che fare.” (Indro Montanelli)
    Ha detto testualmente che vuole una legge a suo favore o che ha ispirato una legge?

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