Nuovo pentito, nuova accusa: venghino signori, venghino..

Strage via dei Georgofili, Firenze

Strage via dei Georgofili, Firenze

Repubblica ci informa che ci sarebbe un altro pentito ad aver fatto il nome di Berlusconi come mandante occulto delle stragi del ’93, quelle, per intenderci, di Firenze, Milano e Roma.
Il nuovo collaborante si chiama Pietro Romeo e nella più classica delle ricostruzioni, davanti ai pm del capoluogo toscano racconta i fatti in modo indiretto, ovvero, attraverso ciò che gli hanno detto altre persone.
Nello specifico, Romeo sotiene che Spatuzza gli abbia fatto il nome di Berlusconi dopo che lo stesso Spatuzza ne venne a conoscenza grazie alle indiscrezioni dei fratelli Graviano, ai quali gliel’avrebbe nominato qualcun’altro non meglio precisato.

Un giro di chiacchiere davvero superbo, ma, lungi dal voler giudicare anzitempo queste dichiarazioni (che saranno i magistrati a definire attendibili o meno), mi preme far notare un piccolo particolare.

Nell’interrogatorio, il Romeo parla esplicitamente di “un politico” che ordinò le stragi del ’93 per incentivare l’abolizione del 41bis (un movente decisamente non politico…): non fosse però, che Berlusconi, nel ’93, non era ancora “un politico” e quando poi lo divenne, quel 41bis che i boss volevano fosse soppresso non solo lo mantenne, ma lo ha pure rafforzato.

Insomma, come previsto il cappio si sta stringendo attorno al collo di Berlusconi, in attesa che a dare lo strattone definitivo sia un altro collaboratore, Gaspare Spatuzza, che deporrà in aula il 4 dicembre per ripetere il nome del Cavaliere e del suo sodale Dell’Utri come mandanti delle stragi del ’93.

Ma è davvero possibile fidarci di pentiti che per 17 anni tacciono e poi pretendono d’essere ascoltati e creduti per le versioni che danno di fatti raccontatigli da altri?

E intanto il clamore mediatico aumenta…

[Update: della notizia, però, non c’è più traccia in hp…]

[UPDATE 2: non lo dico solo io… Oggi, 25 novembre 2009, sul Foglio, anche Massimo Bordin, direttore di RadioRadicale, esprime i suoi dubbi in merito alle ultime dichiarazioni del pentito Romeo]

Comments
158 Responses to “Nuovo pentito, nuova accusa: venghino signori, venghino..”
  1. Nick scrive:

    Dalla sentenza dell’Utri, dichiarazioni di Giuffrè (pag. 1482)

    ” Nella seconda metà del 1993, si comincia in modo particolare,
    verso…diciamo, più che la seconda metà, verso la fine del 1993, già si
    aveva dei sentori che si muoveva qualcosa di importante nella politica
    nazionale.
    Cioè si cominciava a parlare della discesa in campo di un personaggio
    molto importante…eh..che allora, in modo particolare in Sicilia…cioè si
    parla..intendo riferirmi al nome..si faceva di Berlusconi..queste notizie in
    modo particolare, diciamo che venivano portate all’interno di Cosa Nostra,
    diciamo che per un periodo è stato motivo di incontri, di dibattiti all’interno
    di Cosa Nostra, di valutazioni molto, ma molto attente. Cioè tutte le persone
    che avevano sentore, notizie di questo movimento che stava per nascere,
    venivano trasmessi ed arrivavano come le ho detto, dentro Cosa Nostra.
    Queste in modo particolare di Provenzano se ne cercavano l’affidabilità.
    Cioè persone che di un certo valore e di una certa serietà e inizia,
    appositamente, un lungo periodo di discussione, nello stesso tempo oltre
    che di discussione, di indagine, per vedere se era in modo particolare un
    discorso serio che poteva interessare a Cosa Nostra e in modo particolare,

    per potere curare quei mali che da diverso periodo avevano afflitto Cosa
    Nostra, che erano stati causa di notevoli danni” (v. pagg. 62 e 63 ud. cit.).
    Più avanti: “Abbiamo fatto anche degli incontri, delle riunioni, assieme,
    appositamente per discutere, per valutare come ci dovevamo comportare,
    fino a quando il Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani
    che ci potevamo fidare, diciamo che per la prima volta il Provenzano esce
    allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben
    precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze
    ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e
    poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”

    http://www.narcomafie.it/sentenza_dellutri.pdf

  2. Nick scrive:

    @Luigi

    Non penso che questo lo potrai leggere nel blog di enrix, dove si parla di Truman Show.
    E’ un’altra campana e fa sempre bene ascoltarle entrambe.

    http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2009&mese=11&file=07CRI17a

    http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2009&mese=05&file=26CRI18a

  3. Nick scrive:

    Adesso ne ho invuato due duplicati… di cui il secondo più lungo.
    Mi scuso.

  4. Nick scrive:

    @Marco

    Il messaggio originale era questo. Vediamo se oggi funziona.

    Niente, Marco. Spiace più a me che ho dovuto riscriverlo. Ma questo perchè ho sbagliato a postarlo e sono stato stupido, in quanto prima di postarlo non me lo sono salvato…🙂
    Piuttosto ti ringrazio perchè nel tuo spazio mi permetti di scrivere queste cose, che sono fortemente in contrasto con quello che tu pensi di enrix.
    Se scrivo delle sciocchezze o cose inesatte ti prego di farmelo notare.
    E spero che i miei commenti e l’ultima risposta di enrix ti abbiano fatto riflettere almeno un pò.
    A proposito di un post che avevi scritto in precedenza.

    @enrix
    A proposito visto che ti lamentavi del fatto eri stato bannato dal forum di Travaglio perchè non pubblichi sul tuo sito i miei precedenti commenti?
    E visto che ci sei pubblica anche il “succoso verbale” attribuendolo a Sabella.
    Io aspetto..

    Giuro che non replico però.

    @tutti
    Che Sabella non c’entri niente col processo di Firenze è un’affermazione che ho fatto precedentemente e che adesso motivo.

    Il sito che ho citato si occupa esclusivamente dei processi per le stragi del 93.
    E’ possibile fare diverse ricerche nel sito, ed è possibile scaricare e visionare TUTTI gli atti dei processi. Verbali compresi
    Per fare la prima cosa andare in:

    http://www.strageviadeigeorgofili.org/indici/index.php

    e cercare qualunque cosa spuntando “negli atti ufficiali”.

    Bene. Se si fa questo e si cerca : Sabella spuntano 17 risultati.
    Se poi si va a vedere uno per uno questi risultati si vede che Sabella viene citato SOLO in quanto in passato aveva interrogato alcuni testimoni e imputati.

    Sabella non è quindi presente in nessuna delle udienze.

    Alternativamente si può esaminare uno per uno tutti gli atti del processo.
    Per fare ciò dalla home page si va in:

    Documenti ufficiali e lì ci sono tutti gli atti del processo.

    Ad esempio è possibile scaricare la sentenza di primo grado (che è quella che interessa) di circa 1800 pagine.

    http://www.strageviadeigeorgofili.org/sentenze/980606_motivazione.pdf

    Bene. In queste 1800 pagine non c’è UN solo riferimento a Sabella.

    I pm al processo erano Chelazzi e Nicolosi.

    Pertanto l’interrogatorio di cui enrix cita UNA PARTE, e precisamente quella più CONVENIENTE e che si adatta alla sua teoria non è avvenuto DAVANTI A SABELLA.

    E il verbale “originale”, “succoso” e “difficile da reperire” è una parte del verbale di udienza del processo di via dei Georgofili.

    Di questo enrix dovrebbe renderci conto.

    Sabella è l’ex procuratore di Palermo. E come dice enrix: “Palermo non è Firenze, non è vero?”
    Sembra che questo lo sappia benissimo..

    Un’altra cosa. Enrix dice che la procura ha passato il dossier mafia-appalti ad alcuni mafiosi. LO PROVI.
    Quello che è certo è che sono state aperte varie inchieste e non hanno provato nessun coinvolgimento dei magistrati.

    Ma anche qui, il garantismo va bene SOLO a senso alterno.

    Tra le poche cose che sappiamo c’è questo.
    Le accuse ai magistrati non provengono da nessun pentito, ma vengono dal capitano De Donno. Che dice che quelle cose gli sono state dette da Siino.
    Siino nega. Anzi.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/11/27/siino-conferma-le-accuse-al-ros.html.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/12/13/caso-siino-moro-de-donno-non-diffamarono.html

    Ecco da dove è partita l’inchiesta su CANALE.

    Sorpresi?

    PS

    Del resto anche al processo di Firenze Brusca non dice SOLO le cose che enrix riferisce, ma parla anche della trattativa e dei ROS.
    Anzi anche Mori e De Donno sono stati interrogati, per la prima volta in seguito alle dichiarazioni di Brusca, che prima non aveva mai accennato a questo.
    Basta leggere i verbali.

    PPS

    Non è vero che nessuno prima di enrix nessuno mai aveva parlato del fatto che il dossier mafia-appalti interessava molto a Falcone e a Borsellino.
    E che Giammanco e Pignatone ostacolavano Falcone.
    Basta leggere i giornali dell’epoca facendo una ricerca per nome sui siti di Repubblica e del Corriere.
    O leggere quello che ne diceva TRAVAGLIO (già, l’autore del complotto: quello che non dice mai niente contro i magistrati) sul libro Intoccabili:

    Il metodo Giammanco-Pignatone.

    Nel disperato tentativo di salvare il salvabile, di far rientrare
    dalla finestra il metodo del pool scacciato dalla porta, Falcone
    lascia l’Ufficio istruzione e passa in Procura come aggiunto. È,
    l’abbiamo visto, il 1989. Ma anche lì la storia si ripete. Anche lì
    gli «specialisti delle carte a posto», che fanno capo al procuratore
    Giammanco, appena subentrato a Salvatore Curti Giardina,
    gli muovono guerra per impedirgli di ricostituire il pool. La
    partita si gioca, ancora una volta, sul terreno della circolazione
    delle informazioni sulle indagini antimafia. Giammanco,
    democristianamente, usa il metodo del doppio binario. A livello
    ufficiale, nessun problema a informare il pool delle strategie
    contro la Cupola e la mafia militare. Tutt’altra questione è il livello
    ufficioso, quello delle informazioni e delle decisioni operative
    sulle questioni più delicate, rigorosamente riservate ai
    capi. Falcone, per la verità, è un procuratore aggiunto, e dunque
    rientrerebbe fra questi. Ma viene tagliato fuori dal secondo
    circuito, riservato a Giammanco e ai suoi fedelissimi, tra i quali
    spicca soprattutto il suo consigliere e alter ego Giuseppe Pignatone,
    figlio di un potente notabile democristiano (più defilato,
    al fianco del procuratore, c’è anche Guido Lo Forte, il
    quale, diversamente da Pignatone, si riscatterà da quegli anni
    grigi nella stagione di Caselli).
    Falcone, ogni volta che scopre di essere stato tenuto all’oscuro
    di una decisione importante, protesta. Ma ogni volta gli «specialisti
    delle carte a posto» hanno una giustificazione formalmente
    ineccepibile da opporgli, un «sacro principio» da sbattergli
    in faccia: quello gerarchico, che affida tutti i poteri al procuratore
    capo, o quello dell’«informazione funzionale» riservata ai
    pm titolari di questa o quella indagine (perlopiù pm «affidabili»
    e «obbedienti» al capo). Quando proprio si è a corto di alibi, allora
    ci si scusa dicendo che è stato tutto un equivoco, una svista,
    un errore di sottovalutazione, una semplice dimenticanza.
    Così, giorno dopo giorno, Falcone viene silenziosamente
    espulso dal Palazzo. Ma, a futura memoria, decide di annotare
    sul suo computer gli episodi più scandalosi di questo strisciante
    ostracismo e di condividerli con l’amica giornalista Liana
    Milella, la quale li pubblicherà sul «Sole 24 Ore» dopo la strage
    di Capaci (quando i soliti pompieri già si affrettano a dire
    che Falcone in Procura si era trovato benissimo). Eccone una
    breve antologia.
    Si è rifiutato [Giammanco] di telefonare a Giudiceandrea (Roma)
    per la Gladio, prendendo pretesto dal fatto che il procedimento
    ancora non era stato assegnato ad alcun sostituto [7
    dicembre 1990].
    Sollecitata la definizione di indagini riguardanti la Regione al
    cap. cc De Donno (procedimento affidato a Enza Sabatino),
    assumendo che altrimenti la Regione avrebbe perso i finanziamenti.
    Ovviamente, qualche uomo politico gli ha fatto questa
    sollecitazione ed è altrettanto ovvio che egli preveda un’archiviazione
    e che solleciti l’ufficiale dei cc in tale previsione [intorno
    al 10 dicembre 1990].
    Dopo che, ieri pomeriggio, si è deciso di riunire i processi Reina,
    Mattarella e La Torre stamattina gli ho ricordato che vi è
    l’istanza della parte civile nel processo La Torre (Pci) di svolgere
    indagini su Gladio. Ho suggerito, quindi, di richiedere al
    G.I. di compiere noi le indagini in questione, incompatibili
    col vecchio rito, acquisendo copia dell’istanza in questione.
    Invece, sia egli, sia Pignatone, insistono per richiedere al G.I.
    soltanto la riunione riservandosi di adottare una decisione soltanto
    in sede di requisitoria finale. Un modo come un altro
    per prendere tempo [18 dicembre 1990].
    Altra riunione con lui, con Sciacchitano e con Pignatone. Insistono
    nella tesi di rinviare tutto alla requisitoria finale e, nonostante
    io mi opponga, egli sollecita Pignatone a firmare la richiesta
    di riunione dei processi nei termini di cui sopra [19 dicembre
    1990].
    Non ha più telefonato a Giudiceandrea e così viene meno la
    possibilità di incontrare i colleghi romani che si occupano della
    Gladio [19 dicembre 1990].
    Ho appreso per caso che qualche giorno addietro ha assegnato
    un anonimo su Partinico, riguardante tra gli altri l’on.
    Avellone, a Pignatone, Teresi e Lo Voi, a mia insaputa (gli ultimi
    due non fanno parte del pool) [19 dicembre 1990].
    I quotidiani riportano la notizia del proscioglimento, da parte
    del G.I. Grillo, dei giornalisti Bolzoni e Lodato, arrestati per
    ordine di Curti Giardina tre anni addietro con imputazione di
    peculato. Il G.I. ha rilevato che poteva trattarsi soltanto di rivelazione
    di segreti di ufficio e che l’imputazione di peculato
    era cervellotica. Il P.M. Pignatone aveva sostenuto invece che
    l’accusa in origine era fondata ma che le modificazioni del codice
    penale rendevano il reato di peculato non più configurabile.
    Trattasi di un’altra manifestazione della «furbizia» di certuni
    che, senza averne informato il pool, hanno creduto, con
    una «ardita» ricostruzione giuridica, di sottrarsi a censura per
    una iniziativa (arresto di giornalisti) assurda e faziosa di cui
    non può essere ritenuto responsabile il solo Curti Giardina,
    procuratore capo dell’epoca [10 gennaio 1991].
    Apprendo oggi, arrivato in ufficio, da Pignatone, alla presenza
    del capo, che egli e Lo Forte, quella stessa mattina si erano recati
    dal cardinale Pappalardo per sentirlo in ordine a quanto
    riferito, nel processo Mattarella, da Lazzaroni Nara. Protesto
    per non essere stato previamente informato sia con Pignatone
    sia con il capo, al quale faccio presente che sono prontissimo a
    qualsiasi diverso impiego ma che, se vuole mantenermi al
    coordinamento delle indagini antimafia, questo coordinamento
    deve essere effettivo. Grandi promesse di collaborazione e
    di lealtà per risposta [26 gennaio 1991].
    Caponnetto rievocherà così l’angoscia dell’amico Giovanni:
    Posso ricordare le amarezze che Falcone mi raccontava al telefono,
    quando mi diceva di sentirsi come un leone in gabbia, o di
    quando mi riferiva delle umiliazioni – testualmente – e dei contrasti
    che lo dividevano dal gruppo dirigenziale della Procura.
    Parlava proprio del gruppo dirigenziale: qualche volta di Giammanco,
    qualche volta di tutti quelli che gli stavano accanto

    Prima Giovanni, poi Paolo.
    Accerchiato e paralizzato anche in Procura, sotto il tiro anche
    del «fuoco amico» del Coordinamento antimafia di Leoluca
    Orlando e di altri che lo accusano di «tenere nel cassetto» le
    prove sui mandanti dei delitti eccellenti, Falcone getta la spugna.
    E, prima dell’estate del 1991, accetta la proposta di trasferirsi
    a Roma, al ministero di Grazia e Giustizia, come direttore
    generale degli Affari penali (qui viene raggiunto anche dal
    «fuoco amico» di alcuni esponenti della Rete di Leoluca Orlando
    che accusano la magistratura siciliana e anche lui di «tenere
    nel cassetto» le prove sui mandanti dei delitti politici, costringendolo
    a «discolparsi» davanti al Csm).
    Ma gli «specialisti delle carte a posto» non sono ancora sazi.
    Subito dopo Falcone, sistemano Borsellino, che ha lasciato la
    Procura di Marsala per sostituirlo a Palermo come procuratore
    aggiunto. In ossequio al «sacro principio» dell’anzianità, lo relegano
    a occuparsi della provincia di Trapani, impedendogli di
    occuparsi della mafia palermitana (riservata a un pm più anziano,
    di scuola Giammanco). Ancora nel giugno 1992, dopo la
    strage di Capaci, quando il pentito Gaspare Mutolo chiede di
    collaborare proprio con Borsellino per fare luce sul delitto Falcone,
    Giammanco e i suoi tentano di impedire il contatto, sventolando
    un altro «sacro principio»: Mutolo era un mafioso palermitano,
    non trapanese, ergo non è affare di Borsellino. Questi,
    alla fine, deve minacciare di lasciare la Procura, sulla scia di
    Falcone, per spuntarla. Ma con Mutolo può solo avviare un paio
    di interrogatori preliminari, in cui il pentito gli preannuncia rivelazioni
    sconvolgenti sui rapporti fra mafia, politica e pezzi delle
    istituzioni (a cominciare dal superpoliziotto Bruno Contrada
    e dal giudice Corrado Carnevale). Poi, il 19 luglio 1992, la strage
    di via D’Amelio chiude per sempre la partita appena iniziata.
    Caponnetto racconterà anche l’angoscia dell’amico Paolo:
    «Ma cosa c’è che non va?», gli chiedevo. «Mi ritrovo più o meno
    nella stessa situazione in cui si trovava Giovanni.» Ed esprimeva
    valutazioni analoghe a quelle di Falcone sullo staff dirigenziale
    della Procura. E aggiungeva: «Come caratteri, io e
    Giovanni siamo diversi. Io cerco di evitare scontri frontali,
    aperti, cerco di svolgere il mio lavoro nel modo migliore, di
    adattarmi alla situazione, creandomi una mia nicchia. Ma non
    è facile, non sono molti quelli su cui posso contare. Anzi, sono
    pochissimi. E quindi lavoro in condizioni difficili».
    Dopo via D’Amelio, in Procura è la rivolta. Il 23 luglio un
    gruppo di otto sostituti (sui sedici che compongono il pool antimafia),
    i più vicini a Falcone e Borsellino, escono allo scoperto
    con uno strappo clamoroso: si dimettono dal pool dicendosi
    incompatibili con la dirigenza di Giammanco e chiedendone la
    sostituzione con «una guida autorevole e indiscussa». Sono Roberto
    Scarpinato, Teresa Principato, Vittorio Teresi, Alfredo
    Morvillo, Ignazio De Francisci, Antonio Ingroia, Antonio Napoli
    e, con qualche distinguo, Giovanni Ilarda. Altri otto magistrati
    che sembrano fare dell’antimafia una questione personale,
    privata, volontaristica. Escono allo scoperto, sporgendosi al
    di là della siepe, anziché starsene tranquilli a godere della luce
    riflessa che i bagliori delle bombe hanno gettato sulla magistratura
    palermitana. E hanno partita vinta.
    Sull’onda emotiva delle stragi e dell’indignazione popolare
    seguita anche alla pubblicazione dei diari di Falcone, Giammanco
    se ne va, seguito a ruota dai suoi fedelissimi. Resiste per
    un po’ Pignatone; ma ben presto, con l’avvio dei grandi processi
    su mafia e politica, si defilerà, parcheggiandosi alla Procura
    presso la Pretura, in attesa di tempi migliori. Ritroveremo
    anche lui, più avanti.

    Caselli, vita da giudice.
    Nei 56 giorni fra Capaci e via D’Amelio, Borsellino lavora freneticamente,
    anche di notte, alla ricerca dei mandanti del delitto
    Falcone. Rispolvera vecchi dossier investigativi su mafia e
    appalti. Si concentra sul delitto Lima, che ha avviato la stagione
    delle stragi. Interroga i pentiti Mutolo e Messina. E trova
    anche il tempo di partecipare a incontri pubblici e manifestazioni,
    per pungolare i siciliani a ribellarsi e le istituzioni a intervenire.
    In un convegno di «Società Civile» a Milano incrocia
    Gian Carlo Caselli, presidente di una sezione della Corte d’Assise
    di Torino, giudice pluridecorato nella lotta al terrorismo e
    membro del primo pool d’Italia ai tempi delle Brigate rosse. A
    fine lavori, prima di infilarsi nell’auto blindata per rientrare
    precipitosamente a Palermo, il giudice siciliano manda un ufficiale
    dei Carabinieri a comunicare al collega piemontese un
    messaggio-testamento: «Il dottor Borsellino le manda a dire
    che non è ancora venuto il momento di andare in pensione».
    Sulle prime Caselli rimane perplesso, quasi risentito: presiedere
    la Corte d’Assise e distribuire ergastoli a terroristi, mafiosi e
    assassini è tutt’altro che un’attività da pensionati. Ma il 19 luglio,
    appena giunge notizia della strage di via D’Amelio, ripensa
    a quelle parole. Borsellino sapeva di avere i giorni contati
    («A Palermo è già arrivato il tritolo per me», aveva confidato a
    un paio di amici intimi) e l’aveva messo in preallerta. Quasi
    un’investitura alla successione, una cartolina precetto per una
    missione da «volontario forzato» a Palermo. Ancora una volta,
    la lotta alla mafia come questione personale, quasi privata. Ma
    perché Caselli? E chi è Caselli?
    Nato ad Alessandria il 9 maggio 1939, trascorre l’infanzia
    tra Fubine (il paese dei suoi nell’Alessandrino), Vignale Monferrato
    e Pinerolo. Poi i genitori si trasferiscono a Torino per
    lavoro: Borgo San Paolo, quartiere «rosso» e operaio. Il padre
    Filippo fa l’autista di un piccolo industriale. La madre Virginia
    è dattilografa nella stessa azienda. Famiglia cattolica e di sinistra.
    Con qualche sacrificio, mandano Gian Carlo a studiare
    dai salesiani. Prima nel Borgo, poi al liceo classico Valsalice.
    Lui li ripaga sgobbando parecchio. E un secchione. Vita da «semiconvittore»:
    mattina in classe, pomeriggio al doposcuola, la
    sera a casa, ancora a studiare. Salvo le pause, riservate alla fidanzata
    Laura (che diventerà sua moglie) e alle partite di pallone.
    Nel luglio del ’57, la maturità. Poi la naja, in Puglia. E il ritorno
    a Torino, per l’università: Giurisprudenza. Gli studi costano
    e per arrotondare Gian Carlo vende porta a porta macchine
    per scrivere. Si laurea nel marzo 1964. Centodieci con lode
    e dignità di stampa.
    Nel 1968 i primi passi in magistratura, come uditore. Nel
    1970 la prima nomina, alle funzioni di giudice istruttore. L’Ufficio
    istruzione è capeggiato da un fuoriclasse come Mario Carassi,
    ex partigiano di scuola «azionista»: il suo primo maestro.
    L’altro è Bruno Caccia, il procuratore capo, che sarà assassinato
    dalla mafia nel 1983. Due magistrati piuttosto conservatori,
    come pure il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora capo
    del Nucleo speciale antiterrorismo, anche lui presto vittima
    delle cosche. Eppure i capi scelgono proprio il giudice ragazzino
    iscritto a Magistratura democratica, quando si affaccia alle
    cronache la stella a cinque punte delle Brigate rosse. Si comincia
    con Sossi, sequestrato a Genova nel 1974. Caselli ha 35 anni.
    Fa arrestare un mito della guerra partigiana, Giovanbattista
    Lazagna, uomo del Pci genovese, per collusioni col terrorismo.
    Qualcuno lo chiama «fascista» e «servo del generale Dalla
    Chiesa», senza sapere che vent’anni dopo passerà per «toga
    rossa». Lui fa semplicemente il suo dovere. Così, da quel momento,
    smette di vivere un’esistenza normale: gli assegnano la
    scorta, che lo accompagnerà sino a fine carriera.
    Nel 1975 gli uomini di Dalla Chiesa arrestano a Pinerolo
    Renato Curcio e Alberto Franceschini, i capi storici delle Br,
    grazie alla celebre «soffiata» di Silvano Girotto alias «Frate Mitra»,
    infiltrato dei Carabinieri. E tocca proprio al giudice ragazzino,
    insieme a Caccia, interrogare Franceschini. «Sono il
    giudice Caselli.» «E io sono Franceschini, prigioniero politico.»
    Il terrorista rifiuta di rispondere e pretende che sul verbale
    i giudici scrivano «rivoluzionario di professione». Caselli rifiuta,
    perde la pazienza, gli da dell’assassino. Franceschini risponde
    con un ceffone. Il giovane giudice vacilla, ma non cade
    nella provocazione. Si trattiene e incassa impassibile.
    È un duro, ma negli interrogatori non si limita a fare domande
    sui reati: vuole capire anche i perché di quella generazione
    ubriacata dall’ideologia e dalla violenza. Mette in discussione
    tutto, anche le coscienze dei suoi imputati. E spesso li
    manda in crisi. Nasce in quegli anni il primo pool d’Italia (prima
    ristretto, con Caselli, Luciano Violante e Mario Griffey; poi
    allargato a Franco Giordana, Maurizio Laudi e Marcello Maddalena),
    cui s’ispireranno Chinnici e Caponnetto per quello di
    Palermo. Nasce anche la leggenda rossa che vuole l’amico e
    collega Violante nel ruolo di «mente» e Caselli in quello di
    «braccio». «Storie», smentirà Maddalena: «l’idea che uno come
    Gian Carlo si faccia suggerire qualcosa da qualcuno mi
    giunge del tutto nuova».
    Nel 1978, il processo ai capi storici delle Br, in pieno sequestro
    Moro. Nel 1980, l’arresto di Patrizio Peci. Anche stavolta,
    dall’altra parte del tavolo, c’è il giudice dai capelli brizzolati.
    «Ho deciso di collaborare con la giustizia», gli dice Peci. È
    il primo «pentito» d’Italia. Gli consegna la mappa dell’organizzazione:
    covi, capi, complici, fiancheggiatori. Ne trascinerà in
    carcere una settantina. Poi verrà l’altra «gola profonda» della
    lotta amata: Roberto Sandalo. Altro pentimento, altre rivelazioni,
    altri blitz con quasi 200 arresti.
    Caselli ormai è un uomo nel mirino. A Torino tentano di fargli
    la pelle due volte. Altri progetti di attentato seguiranno, a
    Palermo. Quella Palermo che entra nella sua vita fin dai tempi
    del Csm, sullo scorcio degli anni Ottanta, quando è fra i pochi
    a sostenere Falcone nella guerra dei veleni e dei corvi. Quella
    Palermo che torna a irrompere con prepotenza all’indomani di
    Capaci, con quelle parole di Borsellino: «Non è ancora venuto
    il momento di andare in pensione». Caselli ci pensa per tutta
    l’estate, ne parla con la moglie e i figli, ma anche con i colleghi
    e gli amici di sempre: don Ciotti, Violante, Maddalena, Ambrosini,
    Galante Garrone. «Vai. Se poi ti ammazzano, vado io
    al tuo posto», gli dice Maddalena con quella complicità all’humour
    nero nata negli anni del terrorismo. L’ultimo consiglio,
    quello decisivo, è del figlio diciassettenne Stefano, che oggi fa il
    giornalista: «Dai, papà, si vede che ci vuoi andare. È giusto così.
    Vai a Palermo e non se ne parli più».
    E lui va. Ma, prima di partire, ha un incontro ravvicinato
    con il Potere. Che si manifesta con il volto, pubblicamente accattivante
    ma privatamente raggelante, del ministro della Giustizia
    Claudio Martelli. Socialista rampante, in quei mesi Martelli
    si sta sganciando da Bettino Craxi travolto da Tangentopoli
    e proclama ai quattro venti il proposito di «restituire l’onore
    al Psi» (poi, l’8 febbraio ’93, dovrà dimettersi per le rivelazioni
    di Silvano Larini sullo scandalo del Conto Protezione e
    dei finanziamenti occulti di Licio Gelli e del Banco Ambrosiano
    al Psi). La Sicilia la conosce bene, essendovi stato candidato
    come capolista nel 1987 e avendo raccolto – a quanto raccontano
    moltissimi pentiti – una gran messe di voti mafiosi.
    Caselli chiede di incontrarlo, insieme a due colleghi torinesi,
    nei primi giorni del ’93, quando ormai il Csm ha approvato la
    sua nomina e fissato il suo insediamento a Palermo per il 15
    gennaio. Racconta Mirella Prevete, all’epoca giudice a latere
    di Caselli alla Corte d’Assise di Torino, oggi al Tribunale civile
    subalpino:
    Quella data era troppo ravvicinata per consentirci di chiudere
    un importante processo che stavamo conducendo Gian Carlo
    e io. Si rischiava di buttare via tutto il lavoro fatto e di dover
    ricominciare da capo. Così, insieme al pm Alberto Perduca,
    chiedemmo udienza al ministro, per esporgli il problema e ottenere
    una proroga di qualche settimana per la «presa di possesso»
    di Gian Carlo a Palermo. In via Arenula, Martelli ci fece
    fare una lunga anticamera. Io, nella mia ingenuità, mi aspettavo
    che avrebbe accolto Caselli con i tappeti rossi, visto l’incredibile
    sacrificio che Gian Carlo aveva deciso di compiere al
    servizio dello Stato. Invece, quando finalmente Martelli ci ricevette,
    l’accoglienza fu gelida. Il rappresentante di quello Stato
    per cui Caselli abbandonava la famiglia per rischiare la pelle
    in terra di mafia, pochi mesi dopo le stragi Falcone e Borsellino,
    ci fece sedere molto freddamente e sgarbatamente. Prima
    ancora che potessimo esporgli la questione, fece notare a
    Gian Carlo che quella di andare a Palermo non era stata una
    grande idea: perché – disse – Caselli non era un esperto di cose
    siciliane. A un certo punto, si aprì una porta ed entrò il giudice
    Piero Grasso, che allora lavorava al ministero con Martelli.
    Anche lui si era candidato alla Procura di Palermo, ma il
    Csm aveva deciso diversamente. «Ecco un giudice davvero
    esperto in cose siciliane!», esclamò il ministro, che mostrava
    grande confidenza e benevolenza nei confronti di Grasso.
    L’atmosfera si fece, se possibile, ancor più raggelante. Caselli
    spiegò frettolosamente perché eravamo lì e chiese la proroga
    all’insediamento. Martelli la negò (poi riuscimmo a salvare
    una parte di quel processo grazie al nuovo collegio, che ritenne
    validi una serie di atti già compiuti). All’uscita, con Gian
    Carlo e Perduca, ci guardammo a lungo senza parlare. Poi
    commentammo quell’identico brivido di disagio, ma anche di
    spavento, che ci aveva percorso la schiena. Avevamo sbattuto
    il naso contro il vero volto del Potere che noi, dalla periferia
    dell’impero, non potevamo conoscere né immaginare. Ho ripensato
    molte volte a quella trasferta romana, soprattutto
    quando andavo a trovare Gian Carlo a Palermo, e lo scoprivo
    talmente blindato che spesso non poteva neppure tornare a
    casa, la sera: doveva restare in una caserma, per motivi di sicurezza.
    Pensavo e ripensavo a quell’accoglienza ingrata, e a
    quella vita infame.
    Solo e con le spalle scoperte, Caselli parte per quel fronte, da
    dove tutti scappano. Va a rischiare la vita dove i giudici vengono
    ammazzati. Volontario.

    Questi sono i magistrati più vicini a Falcone e Borsellino.
    E direi che di questo Loro ne capivano molto più di enrix.

    PPPS

    Le cose che scrive enrix sono invece SIMILI a quelle che scrive Lino Jannuzzi
    E una semplice ricerca come QUESTI invece la pensava su Falcone e su Borsellino

    INFORMIAMOCI.

  5. Mork scrive:

    Martina,

    Ma ci sei o ci fai?

    Le mie parole sono LA CONSEGUENZA del tuo attacco “calcistico”.
    Non ti permetto di scambiare la causa con l’effetto.

    Detto questo sottolineo:
    STAMMI ALLA LARGA! Con gente come te non ci voglio avere a che fare nemmeno in un blog… quindi ARIA!

  6. Nick scrive:

    Niente, probabilmente per ora internet non mi funziona bene. Lo riposto domani. Stavolta l’ho salvato. Grazie Marco

  7. Nick scrive:

    Si vede il commento?

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  1. […] Dicembre 2009 in Mafia | Tags: ciancimino jr, Dell'Utri, Mafia, trattativa stato mafia Dopo il pentito Romeo che parla del “politico” Berlusconi come mandante delle stragi del 93 […]



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