Attenti a quei due: Ingroia e Scarpinato, servitori dello stato o rivoluzionari?

Vorrei proporvi un articolo molto interessante, a firma di Federico Punzi, che riprende alcuni spunti del pezzo che oggi Maurizio Crippa ha firmato per Il Foglio di Giuliano Ferrara.

Il tema è di quelli già trattati qualche giorno fa, ma stavolta l’approccio è decisamente più diretto e l’interrogativo contenuto sia nel titolo che a conclusione del post necessitano una risposta che è anche il primo passo verso la presa di coscienza di una questione oggi più scottante che mai: i perversi rapporti tra magistratura e politica e i rischi che ne derivano.

Buona lettura!

di Federico Punzi [fonte: il Velino]

Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

Quella di Palermo è una procura normale, o una sorta di tribunale supremo della rivoluzione giudiziaria permanente?“. Se lo chiede oggi Maurizio Crippa su Il Foglio. Purtroppo non è un interrogativo retorico o capzioso, considerando certe tesi, recenti e passate, di alcuni suoi procuratori e i processi che hanno condotto o stanno conducendo.
In un recente convegno organizzato dall’Italia dei Valori, il procuratore aggiunto di Palermo Antono Ingroia ha attaccato le annunciate riforme del governo in materia di giustizia, sostenendo che nel nostro Paese c’è “un’emergenza democratica”, che da decenni l’Italia sarebbe governata da chi fa affari con la mafia, da chi ha gli stessi obiettivi della mafia, cerca l’impunità come la mafia e vuole abbattere lo stato di diritto, depotenziando i pm con leggi come quella sulle intercettazioni, e che contro tutto questo occorra “ribaltare il corso degli eventi”.
Una frase estrapolata dal suo contesto, si è difeso il pm.
Ma è lo stesso Ingroia che insieme ad un altro procuratore di Palermo, Roberto Scarpinato (il pm del processo a Giulio Andreotti), firmava un articolo dal titolo “Un programma per la lotta alla mafia”, pubblicato sulla rivista MicroMega n. 1/2003 (numero che raccoglieva in tutti gli ambiti programmi di governo alternativi al governo Berlusconi), in cui sosteneva la necessità di “un’istanza politica superiore” che in determinate circostanze – di “collegamenti” con la mafia, o “condizionamento” da parte di essa, di elementi di un governo eletto – avesse il compito “di sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza”.

Roberto Scarpinato

Roberto Scarpinato

Anche questa una frase estrapolata dal suo contesto, che magari si riferisce solo ai consigli comunali in odore di infiltrazioni mafiose?
“La dimensione politica della mafia – è la premessa dei due magistrati – non è un dato eventuale e aggiuntivo del fenomeno, ma genetico e strutturale… ma se il fenomeno mafioso è espressione sistematica della polis, come può la polis estirpare tale fenomeno senza contraddire sé stessa?
In altri termini, se è la politica il nerbo della potenza mafiosa, come può la stessa politica abbattere la potenza mafiosa?”.
Ingroia e Scarpinato individuano il problema nelle “tesi ricorrenti” secondo cui “la democrazia consiste nella dittatura della maggioranza aritmetica”.
Ma proprio “questo meccanismo – osservano – portò democraticamente al potere il fascismo e il nazismo i quali, una volta insediatisi, distrussero la democrazia”.
Per questo, “per salvare la democrazia da sé stessa la moderna ingegneria istituzionale colloca in alcuni nodi strategici delle clausole ‘salvavita’, tali cioè da impedire il suicidio della democrazia, che sospendono o relativizzano il dogma del consenso, disinnescandone il suo potenziale effetto antropico e autodissolutorio… Bisogna dunque affidare – concludono Ingroia e Scarpinato – a un’istanza politica superiore il compito di sospendere autoritativamente la democrazia elettiva aritmetica al fine di salvare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza.
Un’ipotesi avanzata per i soli consigli comunali, provinciali e, al limite, regionali?
Non sembra.
“Tenuto conto che è in via di elaborazione la nuova costituzione europea – scrivono anche i due pm – sarebbe tempo di affrontare in sede di Parlamento europeo il problema degli interventi politici e istituzionali, ivi compreso come estrema ratio il commissariamento europeo nei confronti degli stati membri i cui vertici dovessero risultare in collegamento diretto o indiretto con la criminalità organizzata o subire forme di condizionamento”.


Basterebbe dunque un collegamento anche indiretto, o una forma di condizionamento, ravvisato da un'”istanza politica superiore” da collocare in sede europea, per giustificare il “commissariamento” di una democrazia.
Ma c’è di più, perché secondo Ingroia e Scarpinato, una qualche “istanza politica superiore” dovrebbe attivarsi anche in presenza di fatti e circostanze che “di per sé potrebbero non essere penalmente rilevanti”, ma che non possono essere considerati “politicamente indifferenti”. E bisognerebbe attribuire “la competenza a giudicare tali comportamenti a organismi politici (che potrebbero essere la commissione parlamentare Antimafia o altri organismi collegiali appositamente costituiti, veri e propri giurì…)”.
A livello nazionale, dunque, basterebbe una circostanza anche non penalmente rilevante perché una sorta di consiglio dei guardiani possa sanzionare, fino a decretarne la revoca del mandato, un singolo parlamentare o un presidente del Consiglio.


Se uno degli autori di quell’articolo, Roberto Scarpinato, anni fa intimava a Massimo D’Alema di non avventurarsi nel confronto sulle riforme istituzionali con quanti erano sospettati di essere i mandanti delle stragi di mafia (“Chi pensa di disegnare l’Italia futura, sappia che non la si può scrivere con i mandanti delle stragi. La corruzione si può sopportare. Le stragi, no. Questo è il mio parere”), in questi giorni, guarda caso, nel processo in cui il secondo autore, Ingroia, sostiene la pubblica accusa contro Marcello Dell’Utri, nelle “ricostruzioni” del pentito Spatuzza sta riaffiorando la tesi – pur afflitta da qualche problema di tempistica – secondo cui Berlusconi avrebbe interagito con la mafia stragista. Insomma, per Scarpinato e Ingroia sembra sussistano tutte le circostanze per quella sospensione della “democrazia aritmetica” (che ha mandato di nuovo al governo Silvio Berlusconi), che vagheggiavano nell’articolo per MicroMega.
Alla luce di queste tesi è pensabile che possano svolgere in totale serenità l’attività giudiziaria cui sono chiamati i magistrati della Repubblica?

Comments
594 Responses to “Attenti a quei due: Ingroia e Scarpinato, servitori dello stato o rivoluzionari?”
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  3. Nick scrive:

    COSA HA FATTO IL POOL DI CASELLI

    Nei sei anni e mezzo trascorsi alla guida della Procura di Palermo,
    Caselli ha collezionato con i suoi uomini una discreta serie
    di tentativi di attentato (da un lanciamissili puntato contro di
    lui a una falsa ambulanza imbottita di tritolo che doveva penetrare
    nei sotterranei del Palazzo di Giustizia, al progetto di
    piazzare un’autobomba nella strada che passa sotto l’incrocio
    antistante il tribunale dove ogni mattina transitano le auto blu
    dei magistrati). E, in parallelo, una gragnuola di calunnie e diffamazioni
    che l’hanno costretto a sporgere decine di denunce
    penali e a intentare cause civili per risarcimento danni. L’ex
    procuratore conserva un catalogo aggiornato degli insulti più
    pittoreschi. Breve antologia:
    Assassini, terroristi, farabutti, brigatisti, faziosi, sadici, torturatori,
    perversi da manuale, venduti, menti distorte, falsificatori
    di carte, folli, predicatori di mostruosità, bugiardi, frodatori
    processuali, spregiatori di norme (costituzionali e ordinarie),
    criminali vestiti da giudici, mafiosi, dissennati, macigni
    sulla strada della democrazia, omuncoli bisognosi di una perizia
    psichiatrica, cupola mafiosa, corruttori della dignità dei siciliani,
    foraggiatori di pentiti destinati ad alimentare il pozzo
    nero dell’antimafia postfalconiana, malati di mente, antropologicamente
    diversi dal resto della razza umana…
    Il settimanale berlusconiano «Panorama» ospita le diffamazioni
    di Lino Jannuzzi, Giuliano Ferrara, Andrea Marcenaro e altri.
    Marcenaro riesce in un’impresa che pareva impossibile: insultare
    in blocco, in un solo articolo, ben 13 magistrati della Procura
    di Palermo, alcuni colpiti anche nei loro affetti familiari.
    Molti di questi insulti non sono una novità: erano stati indirizzati,
    tali e testuali, anche contro Falcone e Borsellino. Anche
    Falcone e Borsellino erano accusati di essere succubi dei pentiti,
    di nutrire ambizioni di carriera, di piegare la giustizia a fini
    politici, di costituire un centro di potere e addirittura (Jannuzzi
    dixit) una «cupola mafiosa». Poi, una volta morti ammazzati,
    divennero santi. E i loro cadaveri cominciarono a essere scagliati
    contro i loro successori, rimasti colpevolmente vivi.
    Questo linciaggio organizzato e sistematico ha lasciato tracce
    indelebili sulla schiena e sulla pelle di tanti magistrati. Alcuni
    hanno seguitato a compiere il proprio dovere come se
    nulla fosse. Altri hanno accusato il colpo. Accanto a una minoranza
    isolata di «volontari» che continuano ad applicare la
    legge in maniera uguale per tutti, molti altri si imboscano in
    postazioni più comode fuggendo lontano dall’epicentro del sisma,
    si adeguano all’idea che «certi processi non si possono fare»,
    si voltano dall’altra parte, modificano i criteri di valutazione
    della prova a seconda dell’influenza degli imputati, assolvono
    gli intoccabili per insufficienza di prove anche quando
    le prove sono più che sufficienti. O più semplicemente, come
    ha scritto Peppino Di Lello a proposito della magistratura
    pre-1992, adottano
    una grande scaltrezza nel riconoscere in teoria la pericolosità
    della mafia per le sue connessioni con il potere politico ed economico
    e, al momento di passare alle prassi giudiziarie, nel
    perseguire costantemente l’ala militare dell’alleanza, tenendo
    fuori dal campo d’azione l’altro corno del problema. Molti fallimenti
    della giurisdizione si possono senz’altro spiegare con
    la funzionalità di questa strategia della rilegittimazione continua
    del potere «legale» o, detto altrimenti, con una solidarietà
    di classe intesa come solidarietà di interessi.
    Osserva Caselli, nel libro scritto con Ingroia:
    Ci si dovrebbe chiedere (e fin qui ben pochi l’hanno fatto)
    quali effetti finiscano per avere sulla magistratura [certi] attacchi
    […]. Specie se sistematicamente ripetuti. Quali condizionamenti,
    anche inconsapevoli, possono causare le continue
    aggressioni contro i magistrati scomodi? Fino a che punto la
    «scientifica» demolizione dei pubblici ministeri può aver inciso
    sulla serenità della magistratura giudicante? Quanta parte
    della slavina di assoluzioni che si è abbattuta su vari processi
    «eccellenti» in ogni parte d’Italia, sulla fine del secolo scorso e
    all’inizio del Duemila, può essere dipesa proprio da questa situazione,
    creata ad arte da chi vi aveva interesse?
    In questi mesi sono tornato varie volte con la memoria a quello
    che dentro di me ho sempre definito il periodo della grande
    speranza (non riesco proprio a parlare di grande illusione) nel
    contrasto a Cosa Nostra. È stato così fino al 1996, credo, o giù
    di lì, quando abbiamo avvertito con sempre maggior chiarezza
    come importanti strutture di Cosa Nostra stessero davvero cedendo.
    Un errore, mi sono convinto, l’abbiamo commesso anche
    noi. Abbiamo pensato che quel processo di disgregazione
    dell’organizzazione criminale davanti al nostro incalzare, davanti
    al continuo incremento delle nostre conoscenze dei loro
    affari, fosse ormai irreversibile […]. Abbiamo pensato che, se
    avessimo continuato come fino a quel momento, avrebbe potuto
    trovare conferma la constatazione di Falcone: anche la
    mafia è un fenomeno umano, anche la mafia perciò può avere
    un inizio e una fine. Abbiamo pensato che l’isolamento di Cosa
    Nostra che andava profilandosi fosse ormai irreversibile.
    Così invece non è stato. Isolata, lo abbiamo constatato, non
    era Cosa Nostra. Qualcuno cercava di isolare noi […].
    Sono scattate reazioni diverse ma convergenti, spesso mascherate,
    che, via via sempre meglio orchestrate, hanno avuto lo
    scopo di spuntarci come minimo le unghie, se non proprio di
    fermarci. Noi rappresentavamo l’Italia delle regole, o meglio
    un’Italia che voleva finalmente applicare le regole, non solo
    enunciarle. Contro, ci siamo trovati l’Italia dei furbi che le regole
    le sentono come un fastidio, l’Italia dei mille affaristi che
    considerano le regole un impedimento al loro affermarsi. Contro,
    ci siamo trovati l’Italia delle impunità, di chi le regole le
    conosce, le viola e pretende che nessuno gliene chieda conto.
    Diversa, ma inestricabilmente intrecciata con questa, l’Italia
    della normalizzazione, dei compromessi, di un’improbabile
    pacificazione fra chi ha rubato e chi no. Anche a causa di questo
    intreccio, quelle reazioni contro il nostro lavoro non hanno
    trovato, se non sporadicamente, adeguate risposte. E, proprio
    perché non contrastate, hanno finito per dilagare, senza
    più argine. Sono diventate quasi moda, tendenza. […]
    Se i magistrati, i pubblici ministeri diventano le persone da
    mettere sotto accusa, ecco che ad avvantaggiarsene obiettivamente
    sono i loro avversari istituzionali, è la criminalità. Ecco
    che Cosa Nostra fa meno fatica a risorgere. Contro le nostre
    speranze. Contro ogni nostra volontà. […] Cosa Nostra ha
    avuto più tempo e più spazio per ricostruire le fortificazioni
    sbrecciate, e noi ci siamo trovati senza più scale adeguate per
    salire i bastioni di quelle fortificazioni. Con alle spalle squadroni
    con insegne e obiettivi evidenti, anche se mascherati.
    Con la sensazione di finire schiacciati contro le mura delle fortezze
    che stavamo stringendo d’assedio. […] Quante opportunità,
    nonostante il costante impegno nostro e delle forze dell’ordine,
    sono svanite.
    Metodo Falcone, metodo Caselli.
    «Perché gli stessi pm, sulla base degli stessi pentiti, sono bravissimi
    a far condannare centinaia di mafiosi con la coppola, e
    diventano incapaci quando processano i mafiosi in colletto
    bianco?» Se lo domanda spesso, provocatoriamente, Caselli da
    quando ha lasciato Palermo. Parla di quello che lui e i suoi colleghi,
    ma anche insigni giuristi, descrivono spesso come il continuo
    «innalzamento della soglia probatoria» necessaria per
    condannare imputati eccellenti. Traduzione: negli ultimi anni,
    per condannare gli intoccabili, i giudici pretendono prove dieci
    volte superiori a quelle ritenute sufficienti per condannare
    imputati anonimi. Basta confrontare le sentenze di condanna
    di tanti picciotti con quelle di assoluzione (con la comoda clausoletta
    del comma 2 dell’articolo 530) di tanti potenti. Ci ha
    provato efficacemente Enrico Bellavia in un articolo per «MicroMega»:
    E se Andreotti non fosse Andreotti, ma un Calogero Picciotto
    qualunque? Se fosse stato uno dei tanti nessuno, o uno di quegli
    effimeri colonnelli dell’esercito dei boss che attraversano le
    aule di giustizia di questo paese, come sarebbe finita?
    Questa è la storia di uno come Calogero, un Giuseppe Maiorana,
    operaio emigrato a far fortuna a Milano nei primi anni
    Settanta. Giuseppe ha un cugino, Angelo Galatolo, che è un
    boss palermitano e che sarà ucciso in un conflitto a fuoco. Il
    23 maggio del 1978 muore a Trezzano sul Naviglio un certo
    Damiano Savino. Per capirci qualcosa si cerca tra quelli che
    conoscono la vittima. Spunta il nome di Maiorana. In tre giureranno
    di aver sentito dire da uno che non verrà mai interrogato
    che la sua Opel gialla è stata vista andare via dal luogo
    dell’omicidio. È ergastolo. Nessuno dei tre ha visto in faccia
    Maiorana. Di più, ma lo si sarebbe saputo soltanto l’anno
    scorso, c’è anche un testimone oculare che però è cieco. Maiorana
    prova a dimostrare che nel giorno dell’omicidio era a Palermo.
    Non ci sono buchi nei suoi spostamenti. Non ci sono
    prove che mancano, registri spariti, sorprendenti omissioni.
    Maiorana ha dei biglietti ferroviari nominativi, e ha un medico
    che si gioca la carriera per affermare che nel giorno dell’omicidio
    procurò un aborto illegale alla moglie dell’operaio e che
    Maiorana era presente. Non basta. E non bastano ancora a
    una revisione del processo neppure tre pentiti, nuovi di zecca,
    che giurano che Maiorana non c’entra nulla con quel delitto.
    Che concordano nel dire che l’autore è proprio quel suo cugino
    che gli soffiò la macchina, profittando dell’assenza. Il movente?
    Uno schiaffo. Proprio così, con la Opel gialla Angelo
    Galatolo andò a vendicare uno schiaffo preso da Savino.
    Questa è, invece, la storia di Giovanni Vitale: un pentito che
    lo accusa per sentito dire per un delitto del 1994 e una condanna
    all’ergastolo per un omicidio che sostiene di non avere
    mai commesso. Il pentito è Pasquale Di Filippo, che racconta
    ai giudici dell’assassinio di un tale Armando Vinciguerra che
    fu punito per avere messo in giro la voce, falsa, che il boss di
    San Giuseppe Jato, Bernardo Brusca, stava per pentirsi. Di Filippo
    dice che di quell’omicidio gli parlò uno che lo aveva fatto,
    Vincenzo Buccafusca. E quest’ultimo gli avrebbe parlato
    anche di Vitale. Giovanni Brusca, figlio di Bernardo, da pentito,
    racconta soltanto di aver saputo che al delitto partecipò
    anche un ragazzo. È Vitale? Non è chiaro, ma è lui che finisce
    nell’elenco di quelli che prendono la condanna a vita. Nessuno
    quasi se ne accorge. Per ben altro ci si è occupati di quel
    processo. È il primo nel quale è stato condannato per mafia
    Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. È quello nel quale
    Marcello Dell’Utri è venuto ad avvalersi della facoltà di non
    rispondere. Chi ci pensa a un Vitale?
    E se Andreotti non fosse Andreotti, ma Vitale, o Maiorana, insomma
    uno dei tanti Picciotto, ci si sarebbe arrovellati su un
    bacio? Oppure lo si sarebbe liquidato come possibile e probabile
    declinando la gamma dell’ospitalità sicula, così avara di
    convenevoli, ma gelosa dei propri riti? […]
    «Non poteva non sapere», ripetono i colpevolisti, spargendo
    non solo il seme del dubbio, ma evocando un principio in base
    al quale la gran parte dei processi di mafia a carico dei componenti
    della Cupola ha ricevuto il bollo in Cassazione. Un
    principio in base al quale sono state pronunciate le venti condanne
    a carico di Totò Riina, che certo non ha firmato alcun
    ordine di servizio per alcuno dei cento omicidi di cui lo si è
    accusato.
    «I riscontri, i riscontri, sono mancati i riscontri», hanno urlato
    sui giornali i più prudenti, quelli che si sono provati in un’analisi
    che non fosse la solita filastrocca sulle toghe rosse pronte a
    porre un sigillo giustizialista sulla storia.
    Ma in un processo per mafia, che ruota intorno alla necessità
    di provare ciò che è coperto da un vincolo di segretezza, cos’è
    un riscontro? È un fatto, quando c’è, ma anche una serie di indizi
    che costituiscono una prova logica…
    Chi non coglie o non vuole cogliere questo aspetto preferisce
    contrapporre il «metodo Falcone» al «metodo Caselli»: il primo
    serio, rigoroso, prudente, fondato su prove granitiche e
    pentiti «veri», «garantista» con tutti i crismi e i riscontri, dunque
    foriero di grandi successi processuali; l’altro disinvolto, irruento,
    «emergenziale», fondato su teoremi evanescenti e pentiti
    «falsi», senza prove né riscontri, «giustizialista» e dunque
    votato al fallimento. Ma è davvero così? Se fosse così, il «casellismo»
    non avrebbe raccolto condanne nemmeno nei processi
    all’ala militare di Cosa Nostra: lì, invece, non ne ha mancata
    nemmeno una. E allora?
    È stato Caselli, insieme con un pugno di colleghi torinesi
    impegnati contro il terrorismo, a inventare il lavoro in pool, dal
    quale poi impararono Chinnici e Caponnetto trapiantando
    quel modello a Palermo nelle indagini di mafia con Falcone,
    Borsellino e gli altri. Fu Caponnetto a telefonare a Caselli per
    chiedergli spiegazioni sul metodo del pool di Torino: «Come
    fate ad affidare a più giudici istruttori una stessa inchiesta, visto
    che per il nostro codice il giudice istruttore è monocratico?».
    Caselli ricorda con emozione quella telefonata:
    Le primissime inchieste sulle Br, di competenza di Torino, erano
    state assegnate tutte a un solo giudice istruttore, che ero io:
    erano le inchieste che avevano al centro i sequestri Labate,
    Amerio e Sossi, operati dal nucleo storico delle Brigate rosse.
    L’idea di formare un pool ci venne in mente dopo l’assassinio
    del procuratore generale di Genova, Francesco Coco, ucciso
    insieme a due uomini che lo scortavano. La Cassazione aveva
    designato per questa inchiesta noi di Torino poiché, correttamente,
    aveva interpretato quel delitto come una rappresaglia
    contro Coco che si era opposto alla liberazione, richiesta dai
    brigatisti, di detenuti in cambio di quella di Sossi. Mi chiamò
    nel suo studio il capo dell’Ufficio Istruzione di Torino, Mario
    Carassi, che mi affidò l’inchiesta Coco dicendomi che però, da
    quel momento, tutte le inchieste di terrorismo sarebbero state
    assegnate con me anche ad altri colleghi, che inizialmente sarebbero
    stati Mario Griffey e Luciano Violante: «È bene che
    tu non sia più solo», mi disse Carassi, che è stato uno dei miei
    maestri: «l’estensione del terrorismo è sempre maggiore, per
    cui è necessario che vi siano in campo più risorse per contrastarlo.
    E poi, più obiettivi possibili vi sono, minore diventa il
    rischio per ogni singola persona». […] Caso mai fosse successo
    qualcosa a uno di noi, sarebbero restati gli altri due ad andare
    avanti. In quei giorni nacquero i pool. Io allora gli feci
    subito la stessa domanda che poi ci rivolsero Caponnetto, Falcone
    e Borsellino: come era possibile, dal punto di vista procedurale,
    realizzare un simile progetto? Come si poteva attribuire
    a tre magistrati, a tre giudici istruttori contemporaneamente
    la titolarità di una stessa inchiesta giudiziaria?
    La risposta il nostro consigliere istruttore l’aveva trovata lavorando
    sull’articolo 17 delle disposizioni di attuazione del […]
    codice Rocco. Aveva cioè deciso di intestare il processo a se
    stesso, cioè al dirigente dell’ufficio, delegando poi il compimento
    dei singoli atti congiuntamente o disgiuntamente ad altri
    giudici istruttori. Da quel giorno varie volte la Cassazione
    sarebbe stata investita del problema da ricorsi presentati da
    difensori di imputati e sempre la Cassazione avrebbe sottoscritto
    e sostenuto quell’intuizione del geniale consigliere
    istruttore di Torino. Questo voleva sapere Caponnetto. Questo
    gli spiegai. Anche a Palermo decisero di lì a poco di adottare
    un’interpretazione sostanzialmente simile a quella torinese.
    Per me è stato motivo di grande soddisfazione sapere di
    aver contribuito in qualche modo a intraprendere fin da allora
    (assieme a Palermo) una via procedurale assai efficace per
    contrastare la grande criminalità organizzata. Mi faceva piacere
    ricordare come gli effetti positivi di una scintilla torinese si
    fossero presto estesi anche a Palermo con grandi, indiscutibili
    risultati.
    Quando approda a Palermo, avendolo «inventato», Caselli conosce
    bene quel metodo. E così i magistrati della Procura, che
    l’hanno sperimentato per anni lavorando fianco a fianco con
    Falcone e Borsellino. I tempi sono diversi, ma il sistema è identico.
    E identici sono gli strumenti – i pentiti, i riscontri, l’associazione
    mafiosa, il concorso esterno – anche se ora c’è in più la
    legge sui collaboratori di giustizia, che Falcone e Borsellino avevano
    chiesto per anni e avevano ottenuto solo dopo la morte.
    Anche il contestatissimo concorso esterno in associazione
    mafiosa era, per Falcone e Borsellino, un reato sacrosanto: l’unica
    arma per recidere le collusioni politico-istituzionali che
    garantiscono lunga vita e grande potere alla mafia. I due magistrati
    lo scrissero nero su bianco – plasmando la figura giuridica
    (tutt’altro che sconosciuta in passato) del concorso esterno
    in associazione mafiosa – nella sentenza-ordinanza del processo
    «maxi-ter» a Cosa Nostra, il 17 luglio 1987:
    Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone
    inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente
    – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere
    mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti,
    sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione
    mafiosa. Ed è proprio questa «convergenza di interessi» col
    potere mafioso […] che costituisce una delle cause maggiormente
    rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura
    di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate
    nel reprimerne le manifestazioni criminali.
    Collusioni politico-istituzionali che potevano portare anche all’assassinio,
    come disse ancora Falcone a proposito dei delitti
    Mattarella, Dalla Chiesa, Reina e La Torre:
    Omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi
    mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della
    cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto
    un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno
    ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati
    e colpiti se si vuole davvero voltare pagina.
    Non per nulla, è proprio dal 1987 che si intensifica la guerra
    politico-mediatica al pool di Falcone e Borsellino, fino a impedir
    loro di lavorare a Palermo: appena lasciano intendere che le
    loro indagini stanno per fare un salto di qualità, investendo i
    piani alti delle collusioni istituzionali, il pool antimafia viene
    spazzato via dai corvi, dalle manovre della politica e dell’ala più
    retriva della magistratura, infine dal tritolo.
    Anche sull’uso dei pentiti, il metodo Falcone e il metodo
    Caselli coincidono. Basta leggere il mandato di cattura spiccato
    nel 1984 per i cugini Nino e Ignazio Salvo dopo le rivelazioni
    di Buscetta. Il pentito aveva raccontato che gli esattori erano
    «uomini d’onore» e che lo avevano ospitato nella loro villa di
    Santa Flavia. Quali riscontri trovarono i giudici del pool alle
    sue parole? Si fecero descrivere gli ambienti della villa, poi andarono
    a verificare sul posto se quella descrizione corrispondeva
    alla realtà. Corrispondeva. Così i Salvo finirono in carcere.
    Lo stesso metodo fu seguito, spesso con maggiore dovizia di riscontri,
    dalla Procura di Caselli per verificare le accuse dei pentiti
    nei vari processi, più o meno eccellenti, celebrati fra il 1993
    e il 1999. E ancora, basta scorrere le ordinanze di rinvio a giudizio
    e le sentenze dei tre maxiprocessi, per rendersi conto che
    la «convergenza del molteplice» – cioè il valore probatorio delle
    dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’articolo
    192 del codice di procedura penale – stava già alla base
    delle indagini del vecchio pool (che infatti venne accusato di
    «abuso» dei pentiti, proprio come il nuovo pool). Gli imputati
    dei tre maxiprocessi furono condannati su elementi almeno altrettanto
    (se non meno) consistenti di quelli che hanno portato
    a certe assoluzioni nell’era Caselli. Il che si spiega, appunto,
    con quel progressivo «innalzamento della soglia probatoria»
    che chi vuole giudicare in buona fede non può non notare, confrontando
    le sentenze degli anni Ottanta con quelle degli anni
    Novanta. Come ha scritto Antonio Ingroia:
    Con il massimo rispetto delle sentenze, siano esse di condanna
    o di assoluzione, va ricordato che non pochi studiosi, storici e
    giuristi, hanno da tempo evidenziato che è un dato ricorrente
    nella storia della magistratura che le oscillazioni degli orientamenti,
    soprattutto in tema di valutazione della prova, e specialmente
    nei processi di mafia, non sono mai state del tutto
    immuni dal mutamento degli orientamenti politico-culturali
    dominanti in un dato momento storico. La stagione delle assoluzioni
    per insufficienza di prove degli anni 60 70 si inseriva
    nel clima di lassismo nei confronti della mafia prevalente in
    quegli anni. La stagione dei maxiprocessi fu anche il frutto
    della reazione statale alla sequela degli omicidi eccellenti a cavallo
    fra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. Subentrò una
    nuova fase di stanca e di «stallo» sul fronte giudiziario, quel
    «calo di tensione» a più riprese denunciato da Falcone e Borsellino.
    Oggi si ha spesso la sensazione di assistere ad uno
    spettacolo già visto. E allora la domanda da porsi è questa:
    non è quantomai singolare che gli orientamenti politico-culturali
    prevalenti e, conseguentemente, gli indirizzi giurisprudenziali
    mutino a seconda che la stagione, nella quale essi
    maturano, sia quella in cui si processano imputati appartenenti
    alla mafia militare o soggetti appartenenti al ceto dirigente
    del paese? Quale giustizia è quella che sottopone cittadini
    appartenenti a classi sociali diverse a differenti criteri di
    valutazione della prova?
    Un solo esempio, fra i mille possibili. Nell’ordinanza-sentenza
    di rinvio a giudizio del «maxi-uno», Falcone e Borsellino scrivono:
    Le rivelazioni di Buscetta e di Contorno si integrano e completano
    a vicenda, provenendo da personaggi che hanno vissuto
    esperienze di mafia da diversi punti di osservazione.
    Avendo due soli pentiti a disposizione, bastava l’incrocio fra le
    dichiarazioni dell’uno e dell’altro per riscontrarle entrambe. E
    tanto bastò ai giudici per condannare centinaia di mafiosi a pene
    molto pesanti, anche all’ergastolo. Anche quando i pentiti
    raccontavano notizie di seconda mano (de relato). Sono ancora
    Falcone e Borsellino a scrivere, nel ricorso contro la scarcerazione
    di un presunto mafioso chiamato in causa da Totuccio
    Contorno:
    Se un uomo d’onore apprende da un altro consociato che un
    terzo è un uomo d’onore, quella è la verità. Non importa conoscere
    fisicamente l’uomo d’onore.
    Il giudice diede loro ragione e il presunto mafioso fu riarrestato
    qualche tempo dopo, in compagnia di un latitante. Il pool
    commentò:
    L’episodio costituisce la più chiara dimostrazione del grado di
    attendibilità di Contorno e dovrebbe indurre a rifuggire da
    quell’aprioristico atteggiamento di generalizzata svalutazione
    delle chiamate in correità da parte dei pentiti in mancanza di
    altri riscontri.
    Parole che, a ripeterle oggi, un magistrato rischia il procedimento
    disciplinare, con l’accusa di «giustizialismo» assicurata.
    I conti tornano.
    Prima di addentrarci nei grandi processi dell’era Caselli, facciamo
    un po’ di conti per stilare un bilancio attendibile di quella
    stagione. In quei sei anni e mezzo, dal gennaio 1993 all’estate
    1999, la Procura di Palermo ha sequestrato beni mafiosi per
    un valore di oltre diecimila miliardi di lire. Ha sventato decine
    di attentati e omicidi; sequestrato un numero impressionante
    di arsenali con armi da guerra di ogni tipo, missili compresi; indagato
    89.655 persone, di cui 8.826 per fatti di mafia (un decimo
    del totale, con buona pace di chi sostiene che furono trascurati
    gli altri delitti). I rinviati a giudizio sono stati in tutto
    23.850, di cui 3.238 per mafia. Impossibile stilare una statistica
    esaustiva delle sentenze nei vari gradi di giudizio: soltanto gli
    ergastoli, nei processi avviati in quella stagione, sono stati 647.
    A questi vanno aggiunte svariate centinaia di condanne a pene
    inferiori, da 30 anni di reclusione in giù. A volte più condanne
    hanno colpito la stessa persona, quindi il numero dei condannati
    è inferiore a quello delle condanne. Ma è comunque altissimo:
    il più alto mai registrato nella storia di Palermo. Così come
    quello dei mafiosi, latitanti e non, catturati dalle forze dell’ordine
    coordinate dalla Procura, soprattutto dal pm Alfonso
    Sabella.
    La lista comprende il gotha di Cosa Nostra (con l’eccezione
    dei soli Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro) e include
    tutti gli autori delle stragi del 1992 e ’93, poi processati a
    Caltanissetta e Firenze. A cominciare da Santino Di Matteo,
    che nella notte fra il 23 e il 24 ottobre 1993 inizia a collaborare
    davanti a Caselli, in una stanza della Dia a Roma, e in un lunghissimo
    interrogatorio squarcia per la prima volta il velo sulla
    strage di Capaci, alla quale ha personalmente partecipato (prima
    ne aveva parlato soltanto, de relato, Pino Marchese), facendo
    decollare l’inchiesta di Caltanissetta. Pagherà un prezzo altissimo:
    il sequestro e l’assassinio del figlio Giuseppe, strangolato
    e sciolto nell’acido. L’elenco delle catture eccellenti fa impressione,
    e ancor di più ne fa l’oblio interessato che le ha fatte
    dimenticare: Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo
    Brusca, Pietro Aglieri, Vito Vitale, Mariano Tullio Troia, Carlo
    Greco, Nino Gioè, Gioacchino La Barbera, Balduccio Di Maggio,
    Santino Di Matteo, Salvatore Biondino, Vincenzo Sinacori,
    Filippo e Giuseppe Graviano, Raffaele Ganci con i figli Domenico
    e Calogero, Giuseppe e Gregorio Agrigento, Francesco
    Paolo Anzelmo, Mico Farinella, Giuseppe La Mattina, Natale
    Gambino, Antonino Mangano, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo,
    Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Cosimo Lo
    Nigro, Fifetto Cannella, Pino Guastella, Nicola Di Trapani, Salvatore
    Cucuzza, Giovanni Buscemi e tanti altri. Scorrendo quei
    nomi, un tempo terrore della Sicilia, ben si comprende perché
    si parlò per qualche anno di «fine del mito dell’inafferrabilità e
    dell’immunità di Cosa Nostra». Perché alla Procura si ebbe la
    breve, ma netta sensazione di poter vincere la guerra. E perché
    tanti mafiosi scelsero di collaborare con lo Stato. Lo Stato, in
    quel momento, appariva più forte di Cosa Nostra. Poi le acque
    del Mar Rosso violentemente si richiusero. E cominciò il triste,
    inesorabile, eterno riflusso.
    Lo ha fotografato splendidamente lo storico Salvatore Lupo
    intervenendo nel 2002 a un convegno di Magistratura democratica:
    Non possiamo dire che i risultati nel contrasto alla mafia sono
    stati ottenuti dallo Stato. Lo Stato in quanto tale non esiste, e
    tanto meno esiste nell’Italia degli ultimi vent’anni. È errato
    presupporre una volontà unitaria delle istituzioni e una capacità
    dello Stato di far pesare la propria realtà. I risultati non
    sono frutto dello Stato, che, anzi, ha ampiamente ostacolato il
    lavoro svolto da altri. Sono frutto, quei risultati, di un gruppo
    composto di rappresentanti dell’opinione pubblica, di uomini
    delle istituzioni e di uomini della politica, probabilmente minoritario
    in tutti e tre i settori. Questo gruppo ha esercitato un
    peso contro Cosa Nostra, che si è trovata isolata nelle sue relazioni
    interne e quel peso, per minimo che fosse […], è stato
    sufficiente per ottenere quella che io penso […] sia stata una
    grande vittoria. […] Quando il ministro Lunardi dice le cose
    che dice, o quando l’on. Berlusconi spara contro i magistrati e
    dice le cose che dice, purtroppo non lo fanno per pendenze
    passate (che nessuno riuscirà, credo, a dimostrare e da cui
    Berlusconi uscirà santificato); lo fanno per il futuro, perché
    c’è bisogno di mafia o di altre cose analoghe alla mafia. Poi si
    vedrà cosa è disponibile sul mercato: altrimenti non si capisce
    perché, fin dalla sua prima campagna elettorale, Forza Italia
    […] sia partita con un attacco, che allora nell’opinione pubblica
    nessuno accettava, alla legge sui pentiti e perché è andata
    all’assalto della magistratura quando la magistratura era sulla
    cresta dell’onda. Non si capì perché! Se fosse solo un problema
    di consenso, un uomo politico non avrebbe fatto quell’operazione.
    Ha fatto l’operazione per il futuro, perché occorre
    che domani questa gente, che siete voi magistrati, non ci
    siate più.

  4. Nick scrive:

    CHI E’ CASELLI

    Caselli, vita da giudice.
    Nei 56 giorni fra Capaci e via D’Amelio, Borsellino lavora freneticamente,
    anche di notte, alla ricerca dei mandanti del delitto
    Falcone. Rispolvera vecchi dossier investigativi su mafia e
    appalti. Si concentra sul delitto Lima, che ha avviato la stagione
    delle stragi. Interroga i pentiti Mutolo e Messina. E trova
    anche il tempo di partecipare a incontri pubblici e manifestazioni,
    per pungolare i siciliani a ribellarsi e le istituzioni a intervenire.
    In un convegno di «Società Civile» a Milano incrocia
    Gian Carlo Caselli, presidente di una sezione della Corte d’Assise
    di Torino, giudice pluridecorato nella lotta al terrorismo e
    membro del primo pool d’Italia ai tempi delle Brigate rosse. A
    fine lavori, prima di infilarsi nell’auto blindata per rientrare
    precipitosamente a Palermo, il giudice siciliano manda un ufficiale
    dei Carabinieri a comunicare al collega piemontese un
    messaggio-testamento: «Il dottor Borsellino le manda a dire
    che non è ancora venuto il momento di andare in pensione».
    Sulle prime Caselli rimane perplesso, quasi risentito: presiedere
    la Corte d’Assise e distribuire ergastoli a terroristi, mafiosi e
    assassini è tutt’altro che un’attività da pensionati. Ma il 19 luglio,
    appena giunge notizia della strage di via D’Amelio, ripensa
    a quelle parole. Borsellino sapeva di avere i giorni contati
    («A Palermo è già arrivato il tritolo per me», aveva confidato a
    un paio di amici intimi) e l’aveva messo in preallerta. Quasi
    un’investitura alla successione, una cartolina precetto per una
    missione da «volontario forzato» a Palermo. Ancora una volta,
    la lotta alla mafia come questione personale, quasi privata. Ma
    perché Caselli? E chi è Caselli?
    Nato ad Alessandria il 9 maggio 1939, trascorre l’infanzia
    tra Fubine (il paese dei suoi nell’Alessandrino), Vignale Monferrato
    e Pinerolo. Poi i genitori si trasferiscono a Torino per
    lavoro: Borgo San Paolo, quartiere «rosso» e operaio. Il padre
    Filippo fa l’autista di un piccolo industriale. La madre Virginia
    è dattilografa nella stessa azienda. Famiglia cattolica e di sinistra.
    Con qualche sacrificio, mandano Gian Carlo a studiare
    dai salesiani. Prima nel Borgo, poi al liceo classico Valsalice.
    Lui li ripaga sgobbando parecchio. E un secchione. Vita da «semiconvittore»:
    mattina in classe, pomeriggio al doposcuola, la
    sera a casa, ancora a studiare. Salvo le pause, riservate alla fidanzata
    Laura (che diventerà sua moglie) e alle partite di pallone.
    Nel luglio del ’57, la maturità. Poi la naja, in Puglia. E il ritorno
    a Torino, per l’università: Giurisprudenza. Gli studi costano
    e per arrotondare Gian Carlo vende porta a porta macchine
    per scrivere. Si laurea nel marzo 1964. Centodieci con lode
    e dignità di stampa.
    Nel 1968 i primi passi in magistratura, come uditore. Nel
    1970 la prima nomina, alle funzioni di giudice istruttore. L’Ufficio
    istruzione è capeggiato da un fuoriclasse come Mario Carassi,
    ex partigiano di scuola «azionista»: il suo primo maestro.
    L’altro è Bruno Caccia, il procuratore capo, che sarà assassinato
    dalla mafia nel 1983. Due magistrati piuttosto conservatori,
    come pure il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora capo
    del Nucleo speciale antiterrorismo, anche lui presto vittima
    delle cosche. Eppure i capi scelgono proprio il giudice ragazzino
    iscritto a Magistratura democratica, quando si affaccia alle
    cronache la stella a cinque punte delle Brigate rosse. Si comincia
    con Sossi, sequestrato a Genova nel 1974. Caselli ha 35 anni.
    Fa arrestare un mito della guerra partigiana, Giovanbattista
    Lazagna, uomo del Pci genovese, per collusioni col terrorismo.
    Qualcuno lo chiama «fascista» e «servo del generale Dalla
    Chiesa», senza sapere che vent’anni dopo passerà per «toga
    rossa». Lui fa semplicemente il suo dovere. Così, da quel momento,
    smette di vivere un’esistenza normale: gli assegnano la
    scorta, che lo accompagnerà sino a fine carriera.
    Nel 1975 gli uomini di Dalla Chiesa arrestano a Pinerolo
    Renato Curcio e Alberto Franceschini, i capi storici delle Br,
    grazie alla celebre «soffiata» di Silvano Girotto alias «Frate Mitra»,
    infiltrato dei Carabinieri. E tocca proprio al giudice ragazzino,
    insieme a Caccia, interrogare Franceschini. «Sono il
    giudice Caselli.» «E io sono Franceschini, prigioniero politico.»
    Il terrorista rifiuta di rispondere e pretende che sul verbale
    i giudici scrivano «rivoluzionario di professione». Caselli rifiuta,
    perde la pazienza, gli da dell’assassino. Franceschini risponde
    con un ceffone. Il giovane giudice vacilla, ma non cade
    nella provocazione. Si trattiene e incassa impassibile.
    È un duro, ma negli interrogatori non si limita a fare domande
    sui reati: vuole capire anche i perché di quella generazione
    ubriacata dall’ideologia e dalla violenza. Mette in discussione
    tutto, anche le coscienze dei suoi imputati. E spesso li
    manda in crisi. Nasce in quegli anni il primo pool d’Italia (prima
    ristretto, con Caselli, Luciano Violante e Mario Griffey; poi
    allargato a Franco Giordana, Maurizio Laudi e Marcello Maddalena),
    cui s’ispireranno Chinnici e Caponnetto per quello di
    Palermo. Nasce anche la leggenda rossa che vuole l’amico e
    collega Violante nel ruolo di «mente» e Caselli in quello di
    «braccio». «Storie», smentirà Maddalena: «l’idea che uno come
    Gian Carlo si faccia suggerire qualcosa da qualcuno mi
    giunge del tutto nuova».
    Nel 1978, il processo ai capi storici delle Br, in pieno sequestro
    Moro. Nel 1980, l’arresto di Patrizio Peci. Anche stavolta,
    dall’altra parte del tavolo, c’è il giudice dai capelli brizzolati.
    «Ho deciso di collaborare con la giustizia», gli dice Peci. È
    il primo «pentito» d’Italia. Gli consegna la mappa dell’organizzazione:
    covi, capi, complici, fiancheggiatori. Ne trascinerà in
    carcere una settantina. Poi verrà l’altra «gola profonda» della
    lotta amata: Roberto Sandalo. Altro pentimento, altre rivelazioni,
    altri blitz con quasi 200 arresti.
    Caselli ormai è un uomo nel mirino. A Torino tentano di fargli
    la pelle due volte. Altri progetti di attentato seguiranno, a
    Palermo. Quella Palermo che entra nella sua vita fin dai tempi
    del Csm, sullo scorcio degli anni Ottanta, quando è fra i pochi
    a sostenere Falcone nella guerra dei veleni e dei corvi. Quella
    Palermo che torna a irrompere con prepotenza all’indomani di
    Capaci, con quelle parole di Borsellino: «Non è ancora venuto
    il momento di andare in pensione». Caselli ci pensa per tutta
    l’estate, ne parla con la moglie e i figli, ma anche con i colleghi
    e gli amici di sempre: don Ciotti, Violante, Maddalena, Ambrosini,
    Galante Garrone. «Vai. Se poi ti ammazzano, vado io
    al tuo posto», gli dice Maddalena con quella complicità all’humour
    nero nata negli anni del terrorismo. L’ultimo consiglio,
    quello decisivo, è del figlio diciassettenne Stefano, che oggi fa il
    giornalista: «Dai, papà, si vede che ci vuoi andare. È giusto così.
    Vai a Palermo e non se ne parli più».
    E lui va. Ma, prima di partire, ha un incontro ravvicinato
    con il Potere. Che si manifesta con il volto, pubblicamente accattivante
    ma privatamente raggelante, del ministro della Giustizia
    Claudio Martelli. Socialista rampante, in quei mesi Martelli
    si sta sganciando da Bettino Craxi travolto da Tangentopoli
    e proclama ai quattro venti il proposito di «restituire l’onore
    al Psi» (poi, l’8 febbraio ’93, dovrà dimettersi per le rivelazioni
    di Silvano Larini sullo scandalo del Conto Protezione e
    dei finanziamenti occulti di Licio Gelli e del Banco Ambrosiano
    al Psi). La Sicilia la conosce bene, essendovi stato candidato
    come capolista nel 1987 e avendo raccolto – a quanto raccontano
    moltissimi pentiti – una gran messe di voti mafiosi.
    Caselli chiede di incontrarlo, insieme a due colleghi torinesi,
    nei primi giorni del ’93, quando ormai il Csm ha approvato la
    sua nomina e fissato il suo insediamento a Palermo per il 15
    gennaio. Racconta Mirella Prevete, all’epoca giudice a latere
    di Caselli alla Corte d’Assise di Torino, oggi al Tribunale civile
    subalpino:
    Quella data era troppo ravvicinata per consentirci di chiudere
    un importante processo che stavamo conducendo Gian Carlo
    e io. Si rischiava di buttare via tutto il lavoro fatto e di dover
    ricominciare da capo. Così, insieme al pm Alberto Perduca,
    chiedemmo udienza al ministro, per esporgli il problema e ottenere
    una proroga di qualche settimana per la «presa di possesso»
    di Gian Carlo a Palermo. In via Arenula, Martelli ci fece
    fare una lunga anticamera. Io, nella mia ingenuità, mi aspettavo
    che avrebbe accolto Caselli con i tappeti rossi, visto l’incredibile
    sacrificio che Gian Carlo aveva deciso di compiere al
    servizio dello Stato. Invece, quando finalmente Martelli ci ricevette,
    l’accoglienza fu gelida. Il rappresentante di quello Stato
    per cui Caselli abbandonava la famiglia per rischiare la pelle
    in terra di mafia, pochi mesi dopo le stragi Falcone e Borsellino,
    ci fece sedere molto freddamente e sgarbatamente. Prima
    ancora che potessimo esporgli la questione, fece notare a
    Gian Carlo che quella di andare a Palermo non era stata una
    grande idea: perché – disse – Caselli non era un esperto di cose
    siciliane. A un certo punto, si aprì una porta ed entrò il giudice
    Piero Grasso, che allora lavorava al ministero con Martelli.
    Anche lui si era candidato alla Procura di Palermo, ma il
    Csm aveva deciso diversamente. «Ecco un giudice davvero
    esperto in cose siciliane!», esclamò il ministro, che mostrava
    grande confidenza e benevolenza nei confronti di Grasso.
    L’atmosfera si fece, se possibile, ancor più raggelante. Caselli
    spiegò frettolosamente perché eravamo lì e chiese la proroga
    all’insediamento. Martelli la negò (poi riuscimmo a salvare
    una parte di quel processo grazie al nuovo collegio, che ritenne
    validi una serie di atti già compiuti). All’uscita, con Gian
    Carlo e Perduca, ci guardammo a lungo senza parlare. Poi
    commentammo quell’identico brivido di disagio, ma anche di
    spavento, che ci aveva percorso la schiena. Avevamo sbattuto
    il naso contro il vero volto del Potere che noi, dalla periferia
    dell’impero, non potevamo conoscere né immaginare. Ho ripensato
    molte volte a quella trasferta romana, soprattutto
    quando andavo a trovare Gian Carlo a Palermo, e lo scoprivo
    talmente blindato che spesso non poteva neppure tornare a
    casa, la sera: doveva restare in una caserma, per motivi di sicurezza.
    Pensavo e ripensavo a quell’accoglienza ingrata, e a
    quella vita infame.
    Solo e con le spalle scoperte, Caselli parte per quel fronte, da
    dove tutti scappano. Va a rischiare la vita dove i giudici vengono
    ammazzati. Volontario.

    La fase 2.

    L’arrivo di Caselli a Palermo inaugura la «fase 2» dell’antimafia.
    Riallaccia i fili dell’eredità di Chinnici, Caponnetto, Falcone
    e Borsellino, recisi e scollegati negli ultimi anni. Ritornano,
    e non soltanto pro forma, la filosofia e il metodo del pool: la circolazione
    delle informazioni e la messa in comune delle decisioni
    più importanti fra tutti i componenti della Direzione distrettuale
    antimafia (Dda). Fin dalla primissima e gravissima
    decisione assunta: l’iscrizione di Giulio Andreotti nel registro
    degli indagati.
    Caselli eredita da Giammanco una Procura spaccata, allo
    sfascio. La rimette in piedi in poche settimane, facendo lavorare
    tutti, anche la vecchia guardia, che i più giovani vedono come
    il fumo negli occhi per le sue compromissioni con
    l’«Ancien Régime». Non esistono «caselliani» né «anti-caselliani». Il
    momento non consente divisioni: si ricomincia, con entusiasmo,
    tutti al lavoro.
    Riprendono le indagini e i processi alla mafia militare, che
    porteranno finalmente all’arresto di molti boss della Cupola latitanti
    da decenni, compresi i killer delle stragi del 1992 93, subito
    «consegnati» alla Procura di Caltanissetta, dove sono appena
    arrivati, in missione «volontaria», Ilda Boccassini e Luca
    Tescaroli: una donna venuta da Milano e un ragazzo venuto dal
    Veneto per indagare sulla mattanza mafiosa.
    Ma la Procura di Palermo si inoltra anche su un terreno ormai
    tabù: quello dei rapporti tra mafia e potere politico, tra mafia
    e colletti bianchi, fra mafia e pezzi più o meno deviati delle
    istituzioni e delle forze di polizia. Un terreno disertato fino al
    1992 dagli stessi pentiti, da Buscetta in giù, convinti che i tempi
    non fossero «maturi» e che a scoperchiare certi altarini si rischiasse
    di finire al manicomio. O al cimitero. Previsioni realistiche,
    come avevano sperimentato Falcone e Borsellino non appena
    avevano osato toccare gli intoccabili più intoccabili: i potentissimi
    cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, e poi Vito Ciancimino,
    tutti andreottiani, tutti mafiosi; e ancora i famosi cavalieri
    del lavoro di Catania. Subito si era scatenato l’inferno. Prima i
    corvi, poi gli «specialisti delle carte a posto», infine il tritolo.
    Nel 1992, come vedremo, i collaboratori alzano quel velo.
    Mutolo e Messina cominciano con Borsellino, altri li imitano
    dopo via D’Amelio davanti a quello che presto sarà il pool di
    Caselli. Nascono i grandi processi su mafia e politica. E lo stesso
    inferno si scatena ora sulla Procura di Caselli, con un massacro
    mediatico nutrito degli stessi slogan usati contro il pool di
    Caponnetto. Stessi slogan e, spesso, stessi protagonisti. Come
    Lino Jannuzzi, già frequentatore di Michele Sindona, di Renato
    Squillante e dei clan craxiano e andreottiano, già intervistatore
    compiacente del boss Michele Greco, oggi senatore di
    Forza Italia: quasi quotidianamente, dalle colonne del «Giornale»,
    del «Foglio», di «Panorama» e dell’agenzia «il Velino»,
    Jannuzzi scarica sul pool fiumi di veleni e calunnie. Le stesse
    scagliate a suo tempo contro Falcone e gli altri: «professionisti
    dell’antimafia», «centro di potere», «uso strumentale dei pentiti»,
    «giustizia politicizzata».
    Nel 1986, il boss Pippo Calò aveva fatto contattare il giornalista
    per scrivere la prefazione di un suo libro contro Buscetta
    e gli altri pentiti e gli aveva pure versato un anticipo di 5 milioni
    di lire (poi la cosa non andò in porto). Il 29 ottobre 1991,
    in un articolo non firmato sul «Giornale di Napoli» intitolato
    Cosa Nostra uno e due, Jannuzzi aveva sistemato Falcone e
    Gianni De Gennaro, candidati rispettivamente a dirigere la
    Procura nazionale Antimafia e la Dia:
    È una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura
    per il pentitismo ed i maxiprocessi, è approdata al più
    completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro i maggiori
    responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla mafia […].
    Se i «politici» sono disposti ad affidare agli sconfitti di Palermo
    la gestione della più grave emergenza della nostra vita è,
    almeno entro certi limiti, affare loro. Ma l’affare comincia a
    diventare pericoloso per noi tutti […]. Dovremo guardarci da
    due «Cosa Nostra»: quella che ha la Cupola a Palermo e quella
    che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata
    di mano il passaporto.
    Per certuni – come dice una celebre vignetta di ElleKappa – i
    giudici antimafia si dividono in due categorie: quelli buoni e
    quelli vivi. Così, dopo averli demoliti da vivi, Jannuzzi comincia
    a utilizzare Falcone e Borsellino da morti per scagliare i loro
    cadaveri contro chi ne ha raccolto l’eredità all’indomani delle
    stragi. E lo stesso fa un’ampia e variegata compagnia della
    buona morte. A reti unificate e a edicole quasi unificate, trapana
    il cervello dell’opinione pubblica con la leggenda nera dell’antimafia:
    quella secondo cui, per anni, sotto la guida di Caselli,
    un manipolo di toghe rosse avrebbe elaborato, d’intesa
    con pentiti prezzolati e pilotati, un’infinità di «teoremi» per
    colpire avversari politici e spianare la strada alle sinistre. Il tutto
    mentre la mafia militare avrebbe prosperato praticamente
    intatta, grazie alla distrazione dei pm «caselliani», che inseguivano
    i fantasmi dell’inesistente «terzo livello». Un «fallimento»
    clamoroso, che sarebbe dimostrato dall’assoluzione plenaria di
    tutti gli imputati politici. Sette anni perduti, insomma, nella lotta
    a Cosa Nostra.
    La verità è, invece, quella opposta. Mai come nei sette anni
    di Caselli la mafia ha subito tante sconfitte. Mai tanti latitanti
    arrestati, mai tante condanne inflitte, mai tanti beni sequestrati.
    Mai tanti mafiosi che si arrendono allo Stato, abbandonando
    Cosa Nostra e collaborando con la giustizia. E, soprattutto, mai
    tante collusioni istituzionali smascherate. I pentiti «storici» e
    quelli nuovi (che da poche decine passano, dopo le stragi, a
    1.500, rappresentativi di tutte le organizzazioni criminali) fanno
    finalmente i nomi di quelle «menti raffinatissime» che Falcone
    sapeva esistere, ma non riuscì a incastrare per mancanza
    di prove. E si scoperchia il vaso di Pandora. Finiscono alla
    sbarra quegli intoccabili che, grazie all’omertà dei mafiosi, erano
    rimasti intoccati per anni, per decenni.
    La partita che si apre è di quelle che fanno tremare le vene e
    i polsi. In pochi anni, finiscono sotto inchiesta un ex (sette volte)
    presidente del Consiglio, Andreotti; un giudice della Cassazione
    del calibro di Carnevale; il presidente del Consiglio in carica
    Berlusconi e il suo plenipotenziario sulla linea Palermo-
    Milano, Dell’Utri, oltre all’onorevole forzista Gaspare Giudice;
    il superpoliziotto Contrada, che aveva imperversato per
    trent’anni a Palermo prima di approdare al Sisde; un generale
    dei Carabinieri come Mori, capo del Ros e poi del Sisde; il tenente
    dell’Arma Carmelo Canale, già al fianco di Paolo Borsellino;
    un plotone di massoni deviati ed eversori di estrema destra,
    a cominciare da Licio Gelli, indagati nel fascicolo «Sistemi
    criminali» sulle manovre politico-mafiose che fanno da sfondo
    agli anni delle stragi e delle «trattative» fra Stato e mafia; vari
    esponenti del clero, fra cui padre Mario Frittitta, il confessore
    di Pietro Aglieri, e il vescovo di Monreale monsignor Salvatore
    Cassisa; un principe del foro come Ciccio Musotto, presidente
    in carica della Provincia di Palermo; un ex ministro democristiano
    di lungo corso, fra i più potenti dell’isola, come Mannino;
    vecchi politici scudocrociati come Inzerillo e Gorgone, ma
    anche gli ex missini Scalone e Lo Porto. L’esito dei processi, almeno
    di quelli più importanti, lo vedremo nel prossimo capitolo.
    Ciò che interessa, qui, è dare un quadro delle indagini avviate,
    indipendentemente dagli esiti dibattimentali (Frittitta,
    Cassisa, Carnevale, Canale, Musotto, Lo Porto e altri che vedremo
    verranno assolti).
    È importante notare che la sinistra non è stata affatto risparmiata:
    negli anni di Caselli, vengono indagate e perquisite le
    cooperative rosse, e finiscono sotto inchiesta l’ex sindaco di Palermo
    Leoluca Orlando (per vari, presunti abusi); l’ex segretario
    siciliano del Pds Pietro Folena e altri tre deputati della Quercia
    (per i bilanci di Tele L’Ora); il leader del Ppi Sergio Mattarella
    (per finanziamento illecito); l’ex sindacalista Cisl ed europarlamentare
    del Ppi (e poi della Margherita) Luigi Cocilovo,
    per una tangente di 350 milioni ricevuta dal costruttore Domenico
    Mollica (che sarà condannato per quella corruzione, mentre
    il politico si salverà grazie al nuovo articolo 513, per la scena
    muta dell’imprenditore in tribunale); l’ingegner Giuseppe Montalbano,
    figlio di una delle bandiere del Pci siciliano nonché padrone
    di casa di Totò Riina negli ultimi anni di latitanza (per favoreggiamento
    di un altro boss inafferrabile, Salvatore Di
    Gangi). Il fatto che (Montalbano a parte, arrestato e rinviato a giudizio)
    tutte le azioni penali intraprese si siano concluse con l’archiviazione,
    o la prescrizione, o l’assoluzione in Tribunale, qui è
    poco rilevante: perché stiamo parlando delle indagini della Procura,
    una Procura che – con le inevitabili approssimazioni insite
    nelle indagini preliminari – ha investigato a tutto campo e in tutte
    le direzioni. E non solo in quella degli «uomini da copertina»:
    in quei sei anni e mezzo finiscono alla sbarra, o in carcere,
    o sott’inchiesta centinaia di esponenti della buona borghesia palermitana,
    più o meno noti: imprenditori, finanzieri, banchieri
    (dal Banco di Sicilia alla Sicilcassa, santuari che fino ad allora
    avevano goduto dell’impunità), professionisti, medici, ingegneri,
    architetti, avvocati, magistrati, poliziotti, giornalisti, commercianti,
    funzionari dei potentissimi enti regionali.
    Il peso specifico degli interessi intoccabili che vengono toccati
    è spaventoso, come la reazione che proporzionalmente si
    scatena. Contro la Procura e i suoi uomini di punta. E, di pari
    passo, contro i collaboratori di giustizia che la riforniscono di
    rivelazioni e spunti d’indagine. Collaboratori che sono ottimi,
    abbondanti, sinceri e benemeriti finché parlano dell’ala militare
    di Cosa Nostra. Ma appena – con la prudenza e la fatica che si
    possono immaginare – s’azzardano a raccontare ciò che sanno
    sulle collusioni fra mafia e istituzioni, diventano bugiardi, inaffidabili,
    maledetti. La vulgata secondo cui il pentito non vede l’ora
    di accusare un potente, ansioso di compiacere il pm che lo interroga,
    è pura leggenda. Basta leggere i verbali per rendersi
    conto che, ai pentiti, certe verità nascoste i magistrati sono costretti
    a cavarle di bocca con le tenaglie. Il pentito sa, proprio in
    quanto ex mafioso, che cosa gli accadrà se farà certi nomi. E le
    sue previsioni puntualmente si avverano, ogni volta che un nuovo
    intoccabile viene tirato in ballo e finisce sotto inchiesta.
    Si crea così un clima sfavorevole a chi collabora e favorevole
    a chi tace o si limita a inguaiare qualche killer o quaquaraquà di
    terz’ordine, delimitando con mille paletti le responsabilità di
    chi conta. Si approntano o si minacciano, trasversalmente a destra
    e a sinistra, riforme penalizzanti per i pentiti e per l’utilizzabilità
    delle loro dichiarazioni. E, per mandare in fumo i processi,
    si organizzano depistaggi, inquinamenti delle prove, «casi»
    giornalistici inesistenti. Si arriva addirittura ad avvicinare i pentiti
    per farli ritrattare (caso Di Maggio, nel processo Andreotti)
    o per metterli gli uni contro gli altri (caso Cirfeta-Chiofalo, nel
    processo Dell’Utri). O ancora si verificano casi di gestione «allegra»
    o «distratta» da parte delle forze dell’ordine (che rispondono
    al governo) di alcuni collaboratori di giustizia, che tornano
    a delinquere anche per mancanza di controlli e screditano
    così le loro dichiarazioni processuali (sospetti in questo senso –
    come vedremo – sorgono sul caso di Di Maggio, tornato indisturbato
    a delinquere nella natia San Giuseppe Jato).
    Intanto i magistrati, innalzati sugli altari dopo il sacrificio di
    Falcone e Borsellino, finiscono sul banco degli accusati con
    campagne politico-mediatiche che li fanno apparire non più
    vincenti, ma sconfitti: così i mafiosi che nel 1992 94, annusando
    i rapporti di forza fra Stato e Cosa Nostra, abbandonavano
    di corsa la barca che sembrava affondare, negli anni successivi
    ci pensano non due, ma tre volte prima di lasciare un organizzazione
    tornata potentissima e affidarsi a una magistratura fiaccata,
    perdente, delegittimata e isolata dalle altre istituzioni.
    Non è un caso se, dopo Giovanni Brusca, dal 1996 al 2001, da
    Cosa Nostra si stacca e si «pente» un solo mafioso di spicco:
    Angelo Siino. E, dal 2001 al 2005, si registra un solo nuovo
    pentito: il provenzaniano Nino Giuffrè.

  5. Nick scrive:

    Nel giorno della Memoria voglio ricordare un eroe VIVO troppo spesso dimenticato.

    Dal libro: Intoccabili.

    La guerra al pool di Palermo inizia praticamente all’indomani
    dell’arrivo di Caselli (15 gennaio ’93). Un battesimo del fuoco,
    se si pensa che, appena arrivato, il nuovo procuratore si ritrova
    sul tavolo tre bombe a orologeria. La prima è la mancata perquisizione
    del covo di Rana da parte del Ros dei Carabinieri,
    che aveva garantito di tenerlo sotto osservazione giorno e notte,
    e invece l’ha inopinatamente lasciato incustodito (ne riparleremo
    più diffusamente nel capitolo 5). La seconda è il dossier
    su Bruno Contrada, in carcere da fine dicembre. La terza è il
    fascicolo segretissimo su Giulio Andreotti, ricco delle rivelazioni
    dei pentiti Messina, Mutolo e Marchese, a cui si aggiungono
    ben presto le nuove dichiarazioni di Balduccio Di Maggio
    (che il 18 febbraio parla dell’incontro fra Andreotti e Riina
    in casa di Ignazio Salvo) e in seguito quelle di Mannoia e Buscetta
    (3 e 6 aprile): il che impone di iscrivere il senatore a vita
    sul registro degli indagati e subito dopo di chiedere al Senato
    l’autorizzazione a procedere per mafia (27 marzo).
    Poi la seconda terribile estate delle stragi: la mafia, per la
    prima volta, sbarca nel Continente e semina terrore e morte a
    Milano, Firenze e Roma, proprio mentre le inchieste milanesi
    su Tangentopoli s’incrociano sempre più con quelle sul sistema
    degli appalti in Sicilia. Ne hanno parlato un anno prima Borsellino
    e Di Pietro, in un incontro destinato a restare unico.
    Ora la nuova Procura di Palermo riannoda il filo con i colleghi
    ambrosiani. Il 10 giugno 1993 Caselli vola a Milano con l’aggiunto
    Lo Forte e i sostituti Patronaggio e Ingroia per incontrare
    nell’ufficio di Borrelli, oltre al procuratore capo, l’aggiunto
    Gerardo D’Ambrosio e i sostituti del pool Di Pietro, Davigo
    e Colombo. Segue un interrogatorio congiunto del costruttore
    Vincenzo Lodigiani, che ha molte cose da raccontare sugli appalti
    in Sicilia. L’indomani, vertice in Procura per coordinare e
    dividersi le indagini sulla Tangentopoli isolana, che ruota intorno
    al «tavolino a tre gambe» (politica-imprenditoria-mafia) gestito
    dal costruttore Filippo Salamone. Dopo un vivace scambio
    di vedute fra Caselli e Di Pietro sulla competenza territoriale,
    il clima si rasserena e la sera del 2 giugno Borrelli invita
    tutti a casa sua per una cena in amicizia. Meno di due mesi dopo,
    una bomba di Cosa Nostra colpirà per la prima volta Milano,
    facendo strage in via Palestro.
    Alla fine del 1993 si consegna alla giustizia Salvatore Cancemi,
    capomandamento della famiglia di Porta Nuova: il primo
    membro della Cupola a pentirsi. E inizia a collaborare con le
    Procure di Palermo e di Caltanissetta. Di qui, nel marzo ’94,
    Ilda Boccassini trasmette ai colleghi di Palermo il verbale del 18
    febbraio in cui Cancemi parla dei rapporti della mafia con Dell’Utri
    e Berlusconi. Una notizia di reato che imporrà a Caselli
    l’iscrizione sul registro degli indagati del braccio destro del Cavaliere,
    il quale intanto è «sceso in campo» e a fine mese affronta
    la sua prima sfida elettorale. L’iscrizione di Dell’Utri e
    Berlusconi, però, non è immediata: verrà disposta soltanto un
    anno dopo, nel luglio ’95, «retrodatata» con decorrenza 5 agosto
    ’94. Ma si comincia a lavorare fin da subito per cercare i riscontri
    alle parole di Cancemi. Una «talpa» interna alla Procura,
    specializzata in fughe di notizie su Berlusconi e i suoi cari,
    ma questa volta male informata, da la cosa per fatta e avverte la
    stampa: così Berlusconi può buttare tutto in politica. Sono le
    20,48 del 19 marzo ’94 quando, a otto giorni dalle elezioni politiche,
    l’Ansa diffonde il primo dispaccio sulle dichiarazioni di
    Cancemi contro Dell’Utri, riscontrate da altri due pentiti,
    Gioacchino La Barbera e Giuseppe Marchese, e ipotizza l’iscrizione
    quantomeno del manager berlusconiano per concorso
    esterno. La Procura «non può né confermare né smentire», la
    Fininvest insorge, Forza Italia strilla. Due giorni dopo, una gaffe
    del presidente dell’Antimafia Luciano Violante – che chiacchiera
    con un giornalista dalle antenne lunghe come Augusto
    Minzolini della «Stampa» su presunte inchieste a Catania a carico
    di Marcello Dell’Utri e del gemello Alberto – getta altra
    benzina sul fuoco (Violante è costretto a dimettersi). Nasce in
    quel momento un copione che si riprodurrà infinite volte, per
    sette anni, sempre uguale a se stesso.
    Caselli entra nel mirino. Tanto in quello del Polo delle Libertà
    (con l’eccezione della Lega Nord, che stravede per i giudici
    antimafia) quanto in quello della mafia. A Catania, nei
    giorni a cavallo delle elezioni del 21 marzo, si da da fare un
    gruppo di cui fanno parte gli uomini d’affari Aldo Papalia e Felice
    Cultrera (quest’ultimo ritenuto vicino al boss Nitto Santapaola).
    Dalle intercettazioni della Dia, questi risultano in rapporti
    con i gemelli Alberto e Marcello Dell’Utri. Papalia, responsabile
    provinciale per il territorio e le relazioni esterne di
    Forza Italia, il 20 febbraio telefona al suo socio Franco La Rosa:
    «Sono stato con Giancarlo Innocenzi. Presto sarà onorevole»
    (uomo Fininvest e poi parlamentare di Forza Italia, Innocenzi
    diventerà sottosegretario alle Comunicazioni nel 2001).
    Poi i due parlano di Dell’Utri che – dice La Rosa – ha dei problemi
    per via delle fatture false (è infatti sotto indagine, per
    questo, a Torino e a Milano), «ma sono tutte stronzate». Comunque
    il nuovo governo dovrà «mettere un freno alla magistratura».
    Due giorni prima delle elezioni Papalia si sfoga con Cultrera:
    Il giorno in cui Berlusconi salirà, così come ho detto in una cena
    alla presenza anche di Marcello Dell’Utri, si dovranno
    prendere tante di quelle soddisfazioni […], fra cui l’annientamento
    dell’amministrazione, perché sono gruppi di comunisti!
    […] Attenzione a Tiziana Parenti, perché sa tutto, era con
    Colombo, con Di Pietro, con Borrelli. Sa tutto, perciò lei è addetta
    a queste cose…
    L’ex pm di Milano Tiziana Parenti, in lista con Forza Italia proprio
    in Sicilia, diventerà presidente della commissione Antimafia.
    Papalia prosegue snocciolando la lista di proscrizione dei
    magistrati indesiderabili:
    Ci sono altri pool che sono d’accordo con loro: c’è Vigna a Firenze,
    c’è Cordova a Roma [in realtà Agostino Cordova è procuratore
    di Napoli, N.d.A.], Caselli a Palermo, a Catania sono
    cinque o sei magistrati, Palmi, Bari, Verona e Trieste. Per ogni
    Procura c’è un gruppo di cinque…
    Nel maggio ’94, mentre s’insedia il primo governo Berlusconi,
    «L’Italia settimanale», diretta da Marcello Veneziani e molto
    vicina ad An, pubblica una lista di «teste da mozzare» nell’Italia
    del Polo. In prima fila, quelle dei procuratori di Milano, Palermo
    e Napoli: Borrelli, Caselli e Cordova. Caselli reagisce,
    parlando di «liste di proscrizione» e «prove di squadrismo».
    Nei discorsi d’insediamento alla Camera e al Senato, Silvio
    Berlusconi promette però lotta senza quartiere alla corruzione
    e alla criminalità organizzata, garantendo sostegno illimitato ai
    giudici di Milano e Palermo:
    Questo governo è schierato dalla parte dell’opera di moralizzazione
    della vita pubblica avviato da valenti magistrati […].
    Falcone e Borsellino hanno dato la vita contro la mafia. È nel
    loro nome che il governo si sente vincolato a proseguirne l’opera.
    Sarebbe suicida abbassare la guardia contro la criminalità.
    Bisogna invece dotare di strumenti migliori la polizia e la
    magistratura [16 e 18 maggio 1994].
    Ma sono belle parole. I fatti dicono tutt’altro. La prima prova
    del fuoco arriva il 21 maggio, quando la Procura di Palermo –
    dopo un solo anno di indagine – chiede il rinvio a giudizio di
    Andreotti per associazione mafiosa. Il 25 maggio Totò Riina, in
    gabbia nell’aula bunker di Catanzaro dove si celebra il processo
    per l’omicidio Scopelliti, approfitta di una pausa dell’udienza
    per lanciare il suo programma politico:
    C’è uno strumento politico, ed è il partito comunista: ci sono i
    Caselli, i Violante, poi questo Arlacchi che scrive i libri… Ecco,
    secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi
    dei comunisti. E la legge sui pentiti dev’essere abolita, perché
    sono pagati per inventare le cose, sono gestiti… e fanno il
    loro mestiere. E poi uno dice quel che dice l’altro.
    Prima della pausa estiva, il decreto Biondi scava il primo fossato
    fra governo e magistratura. Anche Caselli, per i danni che le
    nuove norme provocherebbero alla lotta alla mafia cancellando,
    fra l’altro, la segretazione degli atti delle indagini preliminari,
    si pronuncia contro. E il suo «no» sarà decisivo per far
    cambiare idea al ministro dell’Interno Maroni, e dunque alla
    Lega Nord, che lo consulta spesso, e che insieme ad An chiederà
    e otterrà il ritiro del «Salvaladri».
    In ottobre, la prima resa dei conti. Mentre il governo sguinzaglia
    gli ispettori ministeriali contro il pool di Milano, Berlusconi
    vola a Mosca in visita ufficiale e, il 14 ottobre, parla di
    mafia per attaccare addirittura il serial televisivo La Piovra e
    minimizzare il pericolo di Cosa Nostra:
    Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come La Piovra,
    perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato
    insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. Non ce ne
    siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese
    un’immagine veramente negativa. Si pensa all’Italia e sapete
    cosa viene in mente… C’è chi dice che c’è anche la mafia, nella
    realtà italiana. Ebbene, non so fino a che punto, rispetto alla
    realtà vera e operosa dell’Italia. E poi che cos’è la mafia? Un
    decimillesimo, un milionesimo. Quanti sono gli italiani mafiosi,
    rispetto a quei 57 milioni di cittadini? Noi non vogliamo
    che un centinaio di persone diano un’immagine negativa in
    tutto il mondo.
    Riina, dalla solita gabbia, gli fa subito pervenire il suo plauso:
    È vero, ha ragione il presidente Berlusconi, tutte queste cose
    sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia
    e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con
    questa storia di Cosa Nostra, della mafia, che fanno scappare
    la gente. Ma quale mafia, quale piovra, sono romanzi… Andreotti
    è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale è
    più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati,
    prendono soldi [20 ottobre 1994].
    Contro i giudici («Assassini!») si scatena Vittorio Sgarbi, deputato
    di Forza Italia e presidente della commissione Cultura della
    Camera, nella sua rubrica «Sgarbi quotidiani» su Canale 5.
    Per lui il vero «mafioso» è Caselli e i veri nemici sono i pentiti
    di mafia. Gli danno manforte nella crociata contro i pm antimafia
    e i collaboratori di giustizia il ministro Guardasigilli Alfredo
    Biondi, il sottosegretario Domenico Contestabile, il ministro
    della Difesa Cesare Previti, la presidente dell’Antimafia
    Tiziana Parenti e l’ex comunista Tiziana Maiolo, ora deputata
    forzista e presidente della commissione Giustizia della Camera.
    In quella augusta veste, la Maiolo riesce a definire Caselli e i
    suoi pm «associazione a delinquere» e «associazione mafiosa di
    stampo istituzionale». Durante tutta la legislatura si distinguerà
    per le sue iniziative contro le toghe, contro i pentiti, contro il
    41 bis (carcere duro e isolato per i boss), ma anche contro il
    416 bis (l’articolo del codice penale che punisce l’associazione
    mafiosa). Contro il 41 bis si scagliano anche Contestabile e il
    ministro dei Rapporti col Parlamento Giuliano Ferrara. Altri,
    come Berlusconi (16 maggio) e Biondi (29 maggio), chiedono
    di «rivedere» la legge sui pentiti. Biondi aggiunge che occorre
    «sottrarre alle isole di Pianosa e Asinara [dove i boss sono detenuti
    al 41 bis, N.d.A.] ogni funzione punitiva per restituirle alla
    loro funzione naturale e culturale» (19 agosto 1994).
    Se quei progetti non vanno in porto, lo si deve soprattutto
    alla linea dura del ministro dell’Interno Maroni. Sarà lui stesso
    a rivelare i suoi ottimi rapporti con Caselli, qualche anno più
    tardi, appoggiando la richiesta d’arresto di Dell’Utri avanzata
    dal pool di Palermo:
    Escludo un complotto politico contro Dell’Utri, perché conosco
    bene e di persona il capo della Procura di Palermo Gian
    Carlo Caselli: quando ero ministro dell’Interno è stato mio
    consulente gratuito e mi ha aiutato a gestire la complessa vicenda
    del pentitismo. È una persona onesta che fa le cose solo
    perché ci crede e non per secondi o terzi fini.
    Lo stesso Maroni, qualche mese più tardi, telefona a Caselli
    perché alcuni esponenti della maggioranza, fra cui Previti, hanno
    avuto la bella pensata di degradare a prefetto di Palermo il
    capo della Dia Gianni De Gennaro, il superpoliziotto che nel
    capoluogo siciliano ha lavorato per anni ai tempi di Falcone e
    Borsellino guadagnandosi l’eterna ingratitudine di Cosa Nostra,
    cioè la condanna a morte. Delegittimarlo e riportarlo nella
    tana del lupo significherebbe isolarlo ed esporlo alla possibile
    vendetta mafiosa. Caselli lo dice a Maroni, che blocca la manovra.
    Sarà lo stesso ministro a rivelarla in un’intervista a «Panorama»,
    nel momento di più aspra polemica con Berlusconi, prima
    del rientro all’ovile:
    In generale avevo la netta sensazione che il vero ministro della
    Giustizia nel governo Berlusconi fosse Cesare Previti, che la
    politica e la strategia nei confronti della magistratura la facesse
    lui e non il Guardasigilli Alfredo Biondi […]. Previti era
    sempre presente alle discussioni cruciali. Ricordo ad esempio
    che quando andai nella villa di Berlusconi in Sardegna per
    parlare del nuovo assetto di vertice della Polizia, Previti mise
    il veto su Gianni De Gennaro, allora a capo della Dia. Lo voleva
    nominare prefetto di Palermo. Mi consultai con Gian
    Carlo Caselli che mi disse: «Se viene qui lo faranno fuori subito».
    Così riuscii a spuntarla mettendolo alla testa della Criminalpol
    […]. Di dossier ne giravano tanti, questo è certo. Se ne
    parlava. Mi stupisco che non ne sia saltato fuori anche uno su
    di me. Mi dissero che esisteva addirittura un fascicolo su
    Oscar Luigi Scalfaro […]. Era la fase in cui si parlava del reincarico
    a Berlusconi in alternativa alla designazione di un altro
    presidente del Consiglio. Per correttezza e mio incarico istituzionale
    decisi di avvertire il Capo dello Stato. Lui mi rispose
    tranquillo: «Che lo tirino fuori, io non ho nulla da nascondere».
    Di quel dossier non si seppe più nulla…

    Ispettori ficcanaso.

    Il governo Berlusconi non si limita agli attacchi e ai dossier. La
    guerra al pool di Palermo prosegue con una stranissima ispezione
    ministeriale «ordinaria», disposta da Biondi in stereofonia
    con quella inviata contro il pool di Milano, nell’autunno del
    ’94. Precisamente il 21 settembre. Il vicecapo dell’Ispettorato
    Vincenzo Nardi, mentre Caselli è assente, si reca al Palazzo di
    Giustizia di Palermo, ufficialmente per verificare presunte irregolarità
    nella sezione fallimentare del Tribunale. Ma ben presto
    si mostra molto interessato a un fascicolo della Procura su mafia
    e massoneria: chiede alla cancelleria di visionare alcuni atti,
    in particolare il registro delle intercettazioni telefoniche che riguardano
    il professor Pietro Di Miceli. Chi è costui? Un commercialista
    molto affermato, che segue per le Procure di Palermo,
    Trapani e Marsala gli accertamenti patrimoniali su alcuni
    boss. Nel 1992, in base a imputazioni poi archiviate, è stato accusato
    di essere legato a esponenti mafiosi e massonici, e dunque
    indagato dalla Procura di Palermo, che gli ha messo i telefoni
    sotto controllo. Così, il 22 giugno ’94, è stato intercettato
    un fax che gli ha inviato un ispettore ministeriale, Enrico De
    Felice, che gli chiedeva una raccomandazione per diventare capo
    dell’Ispettorato di via Arenula. Di Miceli, infatti, si vanta di
    essere buon amico del ministro Biondi (che smentirà). E De
    Felice sembra essere al corrente delle indagini su mafia e massoneria
    che investono anche Di Miceli, visto che pare ne abbia
    parlato con qualcuno. Quel fax e quegli elementi impongono
    alla Procura di indagare anche su De Felice per abuso d’ufficio
    e rivelazione di segreto investigativo.
    E proprio quel fax chiede di vedere l’ispettore Nardi (che è
    il capo di De Felice) appena giunto a Palermo, insieme alle intercettazioni
    in cui – secondo le cronache dell’epoca – si farebbe
    cenno alla presunta affiliazione massonica di Biondi e del
    suo vicecapo di gabinetto, il pretore catanese Vincenzo Vitale,
    collaboratore del «Giornale» di Berlusconi (i due interessati la
    smentiranno categoricamente). Un ispettore che s’interessa alle
    indagini su un altro ispettore, in cui si parla pure dei vertici del
    Ministero? Ecco allora che un cancelliere denuncia la cosa al
    procuratore Caselli: «L’ispettore sembrava sapere bene quel
    che cercava». Caselli apre un’inchiesta. Ce n’è abbastanza per
    far esplodere un caso fra il governo e la Procura. E infatti, ai
    primi di dicembre, il caso deflagra.
    Caselli, a fine ispezione, interroga Di Miceli e chiede notizie
    a Nardi, il quale sostiene che, a parlargli dell’inchiesta sull’ispettore
    Di Natale, è stato il procuratore aggiunto Luigi Croce, che
    lo smentisce. Di Miceli rivela che a dirgli di essere intercettato è
    stata una collega, la commercialista romana Claudia Sinibaldi.
    La quale, a sua volta, dice di averlo saputo dall’ex presidente
    della Regione, il democristiano Rino Nicolosi. Questi conferma
    tutto, e sostiene di aver appreso la notizia dal giudice Vitale.
    Che viene indagato anche lui per abuso e rivelazione di segreti:
    l’accusa è quella di aver confidato – tramite quegli intermediari
    – a Di Miceli che il suo studio romano era intercettato e che
    quel fax (con il curriculum e la richiesta di raccomandazione di
    Di Natale) era finito sul tavolo di Caselli. Il 13 dicembre Ugo
    Dinacci, capo dell’Ispettorato, si dimette (salvo poi ripensarci
    dopo qualche ora). Vitale, difeso dall’onorevole avvocato Enzo
    Fragalà di An, nega tutto, anche di conoscere Di Miceli. Ma secondo
    l’accusa conosce sia il commercialista sia la Sinibaldi: il
    terzetto si sarebbe incontrato in giugno all’hotel Nazionale di
    Roma. Di Miceli, sempre secondo l’accusa, aspirava a una consulenza
    in un dicastero economico del governo: in aprile aveva
    anche preso contatto col futuro ministro della Difesa Previti,
    che però non gli aveva dato soddisfazione. Così aveva chiesto
    una mano alla Sinibaldi, perché lo segnalasse al ministro leghista
    del Bilancio Giancarlo Pagliarini. Ma la cosa non aveva avuto
    seguito. L’inchiesta verrà poi trasferita, per competenza, da
    Palermo a Roma. Dove verrà archiviata. Ma intanto la tensione
    fra magistrati palermitani e governo è al calor bianco.
    Intervistato dal Tg3 l’11 novembre, Caselli denuncia il «calo
    di tensione nella lotta alla mafia» dovuto alle posizioni di
    «una parte della classe politica contro i pentiti, il carcere duro
    e il ruolo dei pm». Berlusconi, dimenticando le promesse fatte
    nel suo discorso d’insediamento, risponde con gli insulti: «Caselli
    viene dalle cellule del partito comunista» (8 dicembre
    1994). Il fido Ferrara lo spalleggia:
    Caselli si comporta come uno dei leader del partito dei giudici,
    una sorta di Politbiuro […]. È un magistrato fortemente
    politicizzato: partecipava a riunioni nella sede del Pci di Torino.
    Se ritiene di fare politica, allora si pone fuori dalla Costituzione
    [9 dicembre 1994].
    E Sgarbi, di rincalzo:
    Caselli è una vergogna della magistratura italiana, siamo ormai
    in pieno fascismo: si comporta come un colonnello greco, in
    modo dittatoriale, arbitrario, intollerante […]. I suoi atti giudiziari
    hanno portato alla morte [8 dicembre 1994].
    Per gli intoccabili, le partite giudiziarie che si giocano in quei
    mesi, a Palermo come a Milano, sono ad alto rischio. Tutto il
    Potere si trova o si sente in qualche modo alla sbarra. C’è la
    sua quintessenza incarnata, Giulio Andreotti, che sta per essere
    rinviato a giudizio. E ci sono decine, centinaia di mafiosi
    che si arrendono e collaborano con la giustizia, cominciando
    ad accennare ai possibili «mandanti occulti» delle stragi del
    1992 93. Inseguendo quella pista, ai primi del ’95, si fa «applicare»
    a Palermo anche Ilda Boccassini, reduce da Caltanissetta
    dove ha appena avviato i processi ai boss e ai killer delle
    stragi e ha raccolto le prime esplosive dichiarazioni di Cancemi.
    Ma durerà pochi mesi: per una serie di incomprensioni e
    di rigidità caratteriali, ampiamente ricambiate, non riesce a
    «legare» con i colleghi della Dda di Palermo, e sceglie di tornare
    a Milano dove ben presto prenderà in mano l’inchiesta
    «Toghe sporche» nata dalle rivelazioni della Ariosto. Sui «Sistemi
    criminali» che fanno da sfondo ai mandanti occulti, come
    vedremo, il pool antimafia di Palermo apre comunque
    un’indagine collegata a quelle di Caltanissetta e Firenze: un fascicolo
    che fin dal titolo allude a scenari non solo mafiosi, ma
    anche istituzionali della vecchia e della nuova politica.
    Appena Andreotti viene rinviato a giudizio, scatta unanime
    la gara di solidarietà della «casta» politica. Pierferdinando Casini
    e Clemente Mastella, leader del Ccd, scendono a Palermo
    il 26 settembre ’95 per presenziare alla prima udienza del processo.
    E Berlusconi si schiera platealmente dalla parte dell’imputato:
    Andreotti è stato sette volte presidente del Consiglio: all’estero
    penseranno che l’Italia è stata governata ininterrottamente
    dalla mafia. Mettere sotto accusa Andreotti, il cittadino italiano
    più conosciuto all’estero, è una cosa che offende l’appeal
    dei nostri prodotti all’estero e danneggia il made in Italy. È
    un male per il Paese. Mi addolora sapere che il mio Paese è
    conosciuto all’estero prima per la mafia e poi per la pizza [11
    ottobre 1995].
    La politica tutta, non solo Berlusconi, torna a rivendicare il suo
    presunto «primato» su tutto, anche sulla legalità. Quella di rimettere
    in riga la magistratura diventa un’ossessione che percorre
    trasversalmente il Parlamento, da destra a sinistra. Nasce
    così, dalle ceneri del defunto decreto Biondi, la cosiddetta riforma
    della custodia cautelare, fortemente osteggiata soprattutto
    dalle Procure antimafia e varata dalle Camere nell’estate del ’95.
    Prevede manette più «difficili», ma anche una custodia cautelare
    più breve, producendo centinaia di scarcerazioni per decorrenza
    dei termini e decine di processi – anche di mafia – celebrati
    a «gabbie vuote». Ma abolisce pure l’arresto in flagranza
    per i falsi testimoni (articolo 371 bis del codice penale, «inventato»
    da Falcone per sbrecciare il muro dell’omertà e approvato
    soltanto dopo la sua morte). Due gentili omaggi agli imputati
    colpevoli, soprattutto mafiosi. La legge passa in tutta fretta nell’agosto
    ’95, con i voti di tutti i partiti, eccetto la Lega Nord e
    pochi cani sciolti del centrosinistra. È la prova generale di quel
    che accadrà nel quinquennio dell’Ulivo.

  6. Nick scrive:

    Nel giorno della Memoria voglio riportare questo link

    Viva CASELLI! Viva il pool Antimafia!

    PS

    La memoria è sovversiva.

  7. Mork scrive:

    Ciao Nick,

    diciamo che la mia impressione generale su Caruso è quella che ti ho già espresso e che siamo d’accordo sul fatto che Caruso risulti leggermente migliore di Cesare/enrix, ma sono tutti berlusconiani quindi innamorati del loro ducetto… ohibò!

    Hai ragione, il nostro problema è Berlusconi, non tanto come persona quanto come cartina al tornasole della debolezza della democrazia/trasparenza/legalità/sviluppo dell’Italia. Proprio ieri sera, conversando ad una festa, anche un mio amico di destra ha espresso la stessa preoccupazione, lui per esempio ha smesso di votare. Quando ci sveglieremo da questo torpore pre-ventennio?

  8. Nick scrive:

    Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci ecco un bellissimo video di SPERANZA.

    Falcone e Borsellino non sono morti, ma vivono in tutte quelle persone che credono in quegli ideali.

    Un saluto a tutti

  9. Nick scrive:

    Poco tempo dopo, mosso dalla curiosità…

  10. Nick scrive:

    Mork e chi lo sa?
    Anche Filippo Facci qualche volta dice cose assennate.
    E’ in buona fede quando le dice ?
    Non lo è quando non lo fa ? O quello che scrive è sempre frutto di sue riflessioni e non di partigianeria?

    E chi lo sa?
    E il post Bilanci da Aggiornare?
    O quello Chi sono (reloaded)?

    Personalmente giudico articolo per articolo. E non voglio convincerti di nulla,

    Dico comunque che l’ho trovato CORRETTO nella discussione (se sia in buonafede o in malafede sempre non lo so).

    Ti faccio un esempio.
    In passato ha pubblicato un post in cui parlava di una sentenza (mi sembra riguardasse il risarcimento di Berlusconi di 750 milioni a De Benedetti)
    Mi sono andato a leggere la sentenza e gli ho fatto notare che le cose stavano diversamente da come era indicato nel post
    Due giorni dopo ha inserito nel post una rettifica per dire che in realtà le cose stavano in maniera diversa, anche se ha aggiunto le considerazioni della seconda parte del post restavano comunque valide .
    L’ho apprezzato tantissimo

    Cosa pensi avrebbe fatto cesare al suo posto?
    Si sarebbe aggrappato a un qualunque cavillo per non far pesare di aver scritto una cosa inesatta.

    Tempo fa discutendo con cesare a proposito della magistratura italiana mi è capitato di citare il rapporto CEPEJ. Invece di riflettere sul fatto che i nostri magistrati sono i più produttivi in quanto concludono il maggior numero di processi all’anno se n’è uscito con questo argomento: i dati non possono essere confrontati da paese a paese perchè ogni paese ha le sue peculiarità.
    Poi mi ha indicato un libro di Liviadotti che proverebbe che i magistrati sono dei fannulloni.
    Bene. Lo sai da dove sono presi i dati di quel libro (l’ho scoperto da poco)? Dal rapporto CEPEJ che avevo linkato io. Solo che quel libro ne cita solo ALCUNI (e precisamente quelli relativi alla durata dei processi e non al loro NUMERO e che fanno supporre FALSAMENTE quindi che lavorano pochissimo)

    Questo è quello che chiamo disonestà.

    Altro esempio.

    Tempo fa mi è capitato far notare a enrix e a Paradisi di aver scritto cose incomplete sull’incipit del libro Mani Sporche.
    Cose che ne stravolgevano completamente il senso.
    Il post si intitolava PENNE SPORCHE.

    Ho chiesto gentilmente se era possibile una rettifica e ancora aspetto risposta….
    Anche enrix serve a qualcosa, comunque. Poco tempo mosso dalla curiosità dopo ho acquistato il libro di Travaglio e mi si è aperto un mondo. 🙂

    Ma perchè parliamo di Marco o di chi è berlusconiano?
    Parliamo invece di Berlusconi. E’ lui il nostro problema (assieme a certa sinistra).

    O no?

  11. Mork scrive:

    Nick,

    Se, e sottolineo SE, allora si ricadrebbe almeno un po, e sottolineo “un po”, nel:
    “Ti dico sinceramente che sarei felice di scoprire un Caruso con equilibrato senso critico, le persone così sono benedette e benvolute SEMPRE.”

    Finchè non accade io diffido e sospetto severamente della buona fede ed equilibrio di Caruso. I fatti dicono che certamente non c’è equilibrio e probabilmente neanche buona fede, anzi siamo sul 99% di faziosità. Basta rileggersi i suoi post.

  12. Nick scrive:

    Dal Fatto:

    Sulla nuova legge in materia di intercettazioni si è detto tutto. I limiti di tempo: come si fa a sapere quando un telefono comincerà a “parlare”? Si sa solo che, presto o tardi, qualcosa di utile dirà. Ma ora, dopo 75 giorni si dovrà smettere. Chi usa quel telefono sta progettando un omicidio; non si sa dove né a danno di chi né quando. Ma i 75 giorni scadono e si deve staccare la spina. E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato. Il divieto di usare il contenuto di un’intercettazione per chiedere altra intercettazione: e se solo questo hanno in mano gli investigatori? La persona intercettata parla con qualcuno di un omicidio: non si sa dove né a danno di chi né quando. Si potrebbe intercettare il nuovo telefono: ma non si può, l’unico elemento è la telefonata e la legge non consente di utilizzarla per una nuova intercettazione E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato.

    Il divieto di intercettare il telefono della persona offesa in caso di reato commesso da ignoti; a meno che sia la stessa persona offesa a richiederlo. Così tutte le vittime di estorsioni, che abitualmente hanno paura di far intervenire la Giustizia e preferiscono pagare, continueranno a pagare in silenzio. L’ipocrisia di binari preferenziali per i delitti di mafia e terrorismo, per i quali si può intercettare senza limiti di tempo e, in caso di reato commesso da ignoti, senza consenso della persona offesa: vera e propria mistificazione per far credere ai cittadini che, nei casi di maggiore gravità, la “sicurezza” prevarrà sulla “privacy”.

    Ipocrisia vergognosa, perché nessun delitto ha un’etichetta che dica “mafia”. Un omicidio, un incendio, possono avere mille moventi; solo con le intercettazioni si scoprirà se, a monte, vi era la mafia oppure passione, interesse. Così, per l’incendio del negozio, della macchina, della casa ci sarà sempre bisogno della richiesta della parte offesa per intercettare. E questa sarà sempre meno probabile quanto più gli autori dell’incendio siano mafiosi. Il divieto di microspie, salvo che non vi siano prove che lì, in quel momento, si stanno commettendo reati. Che è ridicolo solo a dirlo, visto che, a quel punto, le microspie non si fa più in tempo a piazzarle.

    E poi: quanti progetti criminosi, quanti discorsi su delitti già commessi si fanno in macchina, in cella, al bar? Ma nessuno ne saprà mai nulla. Si è detto tutto; e anche io ho detto tutto, tante volte. Ho fatto il magistrato per tutta la vita, so che cosa succederà con questa legge. Ma oggi voglio dire una cosa diversa; posso dirla perché non faccio più il magistrato. Il blocco delle intercettazioni impedirà le indagini, soprattutto quelle nei confronti di una classe dirigente che ha toccato il fondo dell’abiezione etica e criminale. Ma il blocco dell’informazione, che è il secondo (o il primo a pari merito) obiettivo della legge, distruggerà l’assetto democratico del nostro Paese.

    I cittadini non sapranno più nulla, i delinquenti che hanno infiltrato la politica a ogni livello si presenteranno con le mentite spoglie di brave e oneste persone. La classe dirigente perpetuerà se stessa senza controlli e senza resistenze. La parte sana di essa si ridurrà progressivamente. E l’Italia diventerà un paese senza legge e senza etica, sempre più povera e indifesa. Fino al disastro finale, fino alla bancarotta istituzionale ed economica. Non possiamo permetterlo. Non so quali e quante informazioni riuscirò a conoscere; non so in che misura farle conoscere ai cittadini potrà rallentare il degrado del nostro paese. Ma io non rispetterò questa legge; e sono certo che molti altri non la rispetteranno. Vedremo se davvero è arrivato il tempo della dittatura.

    NON CI SONO PAROLE E NON CI SONO SCUSE: E’ UNA LEGGE FOLLE.

  13. Nick scrive:

    “anche se c’è una piccola verità in quello che scrive”

    Appunto. Mi trovo a mio agio a discutere con lui perchè spesso parte da una cosa vera, per poi generalizzare qualche volta.
    Alcuni giornali invece partono da una cosa falsa, e su questo ci costruiscono un castello senza fondamento.

    Poi la discussione è di solito centrata sugli argomenti del post e mai sulla persona.
    Non mi ha mai detto: ma tu non avevi detto…. citando a metà un mio pensiero.

    “Questo mi basta e avanza per diffidare fortemente di Caruso”

    Mork e se Caruso facesse un post dove dice che Berlusconi questa benedetta riforma liberale che ha promesso non l’ha mai realizzata e che pensa solo a se stesso?
    Alcune volte ci è andato vicino a dire questo…

  14. Mork scrive:

    Nick,

    io sostengo che Marco ha usato l’articoletto sul calcio per attaccare a 360° Il Fatto, ovvero ha usato un argomento insulso (il calcio mi sta pesantemente sulle palle!) che riguarda l’1% delle notizie del Il Fatto per considerarlo al 100% carta straccia, cosa che ritengo di una disonestà unica soprattutto perché si sa della faziosità di Caruso.

    Questo mi basta e avanza per diffidare fortemente di Caruso anche se c’è una piccola verità in quello che scrive… PICCOLA! Le grandi verità preferisce ignorarle, come per esempio gli innumerevoli e INGIUSTIFICABILI problemi con la giustizia che ha lo psiconano.

    Tutto qui.

  15. Sagra scrive:

    per Sympatros

    “Tacciono le cime dei monti e le vallate intorno…. tacciono i Cieli Limpidi di Gabriele Paradisi e tacciono pure gli scoopanti ululati alla luna del Segugio-Enrix.. Sagra che dici? E’ il silenzio che preannuncia bufera… o è proprio silenzio… il silenzio del deserto….. e Asdrubalino…. asdrubalino con la simoncina che fine hanno fatto? Sic transit gloria mundi”

    La cosa non mi è sfuggita e mi fatto tornare alla mente una curiosità musicale che mi colpì in una lontana gioventù.

    Riporto la notiziola da Wiki:

    La Sinfonia n. 45 in Fa diesis minore, nota anche come “Sinfonia degli addii”, è stata scritta dal compositore austriaco Franz Joseph Haydn nel 1772. È stata composta per il mecenate di Haydn, il principe Nikolaus Esterházy, quando la corte si trovava nella residenza estiva di Eszterhaza. Il primo movimento della Sinfonia n. 85 contiene dei riferimenti a questa’opera[1].
    È detta “sinfonia degli addii” perché nell’esecuzione dell’adagio finale i musicisti a turno smisero di suonare, spensero la candela del loro leggio e lasciarono la sala, e l’esecuzione venne portata a conclusione solo da due violini con sordina, suonati da Haydn stesso e dal primo violino.

    Ad occhio e croce, anche i musicisti più accorati si sono rotti le palle delle stronzate del loro “mecenate di Arcore”, lasciando per ultimo il “violino strimpellante” del misero Cesaronzo.

    Guzzanti invece, dimentico delle passate batoste, visti i successi editoriali sulle biografie dei vincenti, ha presto dimenticato le piccole figure su cui cercava di costruire un fatuo successo, abbandonando presto il ricordo di antichi sodali finiti non proprio bene.
    Mollati Scaramella e Litvinenko, forieri di infauste fortune politiche, si è lanciato sul Berlusca e su DeBenedetti, cavandone miglior guiderdone e maggior gloria.

    E l’allegra brigata di simpatiche canaglie che si era imbarcata sulla sua goletta lo ha lasciato solo col nostromo “Cesaronzo”, sempre più sbronzo!!

    Cordialissimi saluti da Sagra

  16. Nick scrive:

    Mork, trovo questo post di Marco particolarmente “azzeccato”.
    Il che ovviamente non vuol dire che mi trovo d’accordo con lui in tutto .
    Il Fatto è un ottimo giornale e che ci sia un articolo scritto male non cambia tutto questo.
    Il punto è però che l’articolo è effettivamente scritto male, oltre a essere di parte.
    I giornalisti che lo hanno scritto sono tifosi sfegatati (controlla tu stesso) che per danneggiare una squadra si sono inventati una macchinazione fondata su nulla.
    Ora io ritengo che tutto ciò faccia male al giornale. E non sono il solo.
    Se guardi i commenti sul sito del Fatto sono tutti estremamente critici.
    Penso che le critiche facciano solo bene quando sono fondate e che servano solo a migliorarci.
    Il Fatto dopotutto campa solo grazie ai suoi lettori ed è anche per questo motivo che è un OTTIMO giornale.

    Poi per me, il fatto non dovrebbe occuparsi di calcio, ma questo è un altro discorso ….

    Cerco di vedere sempre il lato positivo dei post di Marco, che non sono quasi mai campati per aria.
    Sulla generalizzazione invece ho già detto come la penso.

  17. Anonimo scrive:

    Ma ve lo immaginate il presidente “segugio” della corruzione.Proprio lui , il capo cosca che indaga sui “birbantelli” .

    ahahhahahahaha

    Che paese di merda, ma tanto finche ci saranno sti quattro decelebrati a stargli dietro tocchera’ pagare sempre a noi.

  18. Sympatros scrive:

    I guzzantofili sono in crisi, ma Guzzanti, invece, se ne frega, lui, ammalato di giovanilismo, passa da un partito all’altro…. sempre teso…. sempre teso a nuove avventure… politico-editoriali… Scaramella è solo un ricordo lontano… i guzzantofili invece ci hanno lasciato le penne!

  19. Sympatros scrive:

    Tacciono le cime dei monti e le vallate intorno…. tacciono i Cieli Limpidi di Gabriele Paradisi e tacciono pure gli scoopanti ululati alla luna del Segugio-Enrix.. Sagra che dici? E’ il silenzio che preannuncia bufera… o è proprio silenzio… il silenzio del deserto….. e Asdrubalino…. asdrubalino con la simoncina che fine hanno fatto? Sic transit gloria mundi!

  20. Mork scrive:

    Ciao Nick,

    tu sei certamente una bravissima persona, almeno per come ti ho percepito leggendo i tuoi post, ma per circostanziare la mia scetticità sul fatto che Caruso possa essere critico ti voglio riportare le prime righe del suo ultimo post:

    “Altro che fatti.
    Di quotidiano, al giornale di Padellaro e Travaglio, c’è solo il pettegolezzo spacciato per notizia…”

    e poi giustifica il tutto additando con un articoletto insulso che riguarda il calcio (che palle sto calcio!).

    Non so da che “parti” giri (internet parlando), comunque questo blog si sta spegnendo quindi ti saluto cordialmente e ti auguro in bocca al lupo.

    Ciao

  21. Anonimo scrive:

    Una riflessione sull’immigrazione e perche’ la gente scappa dal proprio paese (paese tra l’altro ricchissimo).

    http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_18/crisi-dimenticate-congo_2c1b693c-6293-11df-92fd-00144f02aabe.shtml

  22. Anonimo scrive:

    “Ma Guzzanti OGGI è ancora berlusconiano?”
    Anche se lo chiedi a Sagra io ti risponderei di no. Ce l’ha con SB perche’ ha deluso le sue aspettative e forse delle promesse che gli ha fatto.

    minchia MA QUESTO CESARE è ARGUTO!! MA QUANTE NE SAI??

  23. Mork scrive:

    Dai Nick,

    ti ricordi bene i post che ha fatto?
    Io nei suoi panni ne farei almeno uno nel quale manifestare lo sdegno per tutta la corruzione che sta venendo a galla.
    Il silenzio è doppiamente colpevole, ma convengo che risulta migliore di un nuovo post pieno di cazzate per scusare la posizione politica che ha sposato, e confermare ad essa una cieca (ma sarebbe più esatto scrivere ottusa) obbedienza.

    Ti dico sinceramente che sarei felice di scoprire un Caruso con equilibrato senso critico, le persone così sono benedette e benvolute SEMPRE.

    Gli ottusi soldatini obbedienti (stile piattola su Garraffa per intendersi) invece sono mal voluti SEMPRE, e il “mal voluto” non è mai troppo.

    Ciao

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