Antiberlusconismi.

Fortuna che sono in vacanza.
Avrei scritto volentieri al giornalista autore dell’articolo che mi interessava commentare, ma di lui non ho trovato alcun contatto mail nè altro, quindi sono “costretto” a dire la mia su questa pagina: trovo alquanto scorretto il pezzo di Emilio Guariglia, pubblicato a pagina 13 del Tirreno di oggi, relativo alle polemiche nate dopo il palio remiero di Castiglione della Pescaia, corso dal Rione Portaccia con una maglietta “anti-Berlusconi”.
Parla di censura, quando invece le parole del sindaco, al massimo, possono essere considerate una diffida a non reiterare un comportamento sgradito; e fa paragoni azzardati tirando fuori addirittura il regime iraniano; in più racconta i fatti in modo mendace: la maglietta in questione non è stata portata goliardicamente solo “durante la premiazione”, bensì durante tutta la gara (come testimoniano le foto che ho fatto) e poi anche sul palco al ritiro del Palio.

La maglietta anti-Silvio.

La maglietta anti-Silvio.

La maglietta anti-Silvio.

La maglietta anti-Silvio.

Insomma: capisco che il gruppo Espresso non possa fare a meno di attaccare Berlusconi o giustificare chi lo fa, ma…a tutto ci vorrebbe un limite.
Questa tolleranza verso l’offesa gratuita mascherata da goliardia o “scherzo” è un insulto all’intelligenza di chi legge.
Attaccare poi chi invece si risente di o stigmatizza questi atteggiamenti bollandoli come censori o illiberali è la scorrettezza peggiore di tutte.

Per concludere: il signor Emilio Guariglia farebbe meglio a comportarsi più da giornalista che da tifoso politico.
Il suo articolo, al di là delle inesattezze che riporta, trasuda passione anti-berlusconiana esprimendo un sentimento filo-PD onestamente sfacciato.

Comments
56 Responses to “Antiberlusconismi.”
  1. Anonimo scrive:

    o.k. Sagra,i controcoglioni non ce l’hai…..
    dino

  2. Anonimo scrive:

    Questo nella tv rincoglionente non si puo’ vedere, lo ordina il padrone …..

    Facciamolo girare, dimostriamo di avere un cervello e a chi e’ addormentato cerchiamo di svegliarlo.

    Tra poco tutto questo schifo ci crollera’ addosso.

  3. Mork scrive:

    Caruso, risvegliati e chiedi scusa a tutti per la faccia tosta che hai, magari vieni perdonato e nessuno si schiferà di darti la mano un giorno.

  4. Anonimo scrive:

    Che vergogna vivere in questo paese. Questo blog dimostra tutto il livello di ignoranza e lobotomizzazione televisiva raggiunta in 30 anni di imbrogli.

    Siamo con le pezze al culo grazie a questo blocco del paese che dura da tempo immemorabile, ma la gente non si sveglia.

    Basta continuare a fare i servi sciocchi di destra e sinistra e aspettare che il padrone lanci una briciola al cane servo in un futuro che non verra’ mai.

    Questa e’ l’Italia , questi sono gli italiani.
    La minoranza di persone che a tutto questo non ci sta osserva dai nuovi media questo squallido e ridicolo spettacolo della classe dirigente italiana, aspettando il crollo totale.

  5. sagra scrive:

    per Marco Caruso

    Mostruoso articolo di Marco Travaglio:

    LA MOSCA TZÉ TZÉ | Marco Travaglio

    Feccia Tricolore
    29 agosto 2009

    Silvio Berlusconi ha vissuto ieri una delle giornate più nere della sua vita politica (e non). La cosiddetta opposizione naturalmente non c’entra nulla: il Pd è troppo impegnato a farsi le pippe sulle primarie e il congresso, nonché a inseguire la Carfagna dopo la ferale notizia che la ministra delle Troppe Opportunità diserterà il Democratic Party di Genova, per pensare di opporsi. No, il venerdì nero di Al Pappone è tutto interno al suo mondo. E’ in casa sua che si annidano ormai da mesi i più temibili oppositori. La sua signora, la sua diciottenne preferita (con famiglia al seguito), la sua escort ufficiale, il suo presidente della Camera che si dissocia su tutto, il senatore Guzzanti che svela ogni particolare della Mignottocrazia arcoriana, l’amico Bossi che ne combina una al giorno e ora perfino l’amico Putin che s’è sfilato all’ultimo momento dalla festa di Gheddafi lasciando Silvio solo col beduino e le frecce tricolori. Come se non bastasse, ora si son messi a remare contro anche l’on. prof. avv. Niccolò Ghedini, in arte Mavalà, e il megadirettore galattico de Il Giornale, Littorio Feltri (che pare gli costi quanto Ronaldinho).

    L’Avvocato Mavalà ha avuto la splendida idea, finora inedita, di querelare dieci domande, chiedendo a Repubblica 1 milione di euro (figurarsi quanto chiederebbe per le risposte) e, per soprammercato, minaccia di trascinare in tribunale anche i giornali e i tg stranieri – alcune centinaia in tutto, dalla Turchia all’Australia, dal Canada alla Terra del Fuoco – che han parlato di Puttanopoli. Si salvano, per ovvi motivi, tutti i telegiornali e la gran parte dei giornali italiani. Così le famose dieci domande, che stavano diventando un tantino stucchevoli, e il sexy scandalo, che iniziava a denunciare l’usura del tempo, riprendono improvvisamente vigore e ricominciano a circolare su tutta la stampa mondiale, come nuovi. Un capolavoro. Perfettamente sincronizzato con Mavalà, Littorio Feltri si dedica quotidianamente a rovinare i rapporti del suo padrone con tutti i poteri forti che ancora non gli appartengono: non solo quelli tradizionalmente ostili, come l’ingegner De Benedetti e il suo gruppo, ma anche quelli benevolmente neutrali o decisamente favorevoli. Prima la famiglia Agnelli-Fiat, poi i fratelli Moratti (compreso Gianmarco, il marito di Letizia), infine il Vaticano.

    Geniale anche la scelta dei tempi: Il Giornale spara in prima pagina un vecchio patteggiamento di Dino Boffo, direttore di Avvenire, per aver molestato la fidanzata del suo ex fidanzato, proprio nel giorno della Perdonanza abruzzese, cioè dell’annunciata cenetta a lume di candela fra Al Pappone a il cardinal Bertone. Cenetta subito annullata, con scomunica incorporata dal cardinal Bagnasco e sdegno del mondo cattolico. Altro che Perdonanza. Ora manca soltanto un editoriale feltriano che dà del pedofilo a Putin e un’inchiesta su Ratzinger che non paga le multe della Papamobile per eccesso di velocità, magari affidato a un condannato a caso fra Betulla Farina e Geronimo Pomicino, per completare l’opera. Nel ringraziare i compagni terzinternazionalisti Mavalà e Littorio per il generoso tributo offerto all´antiberlusconismo e per l’impegno profuso nell’organizzare le opposizioni, mi si consenta un appello al Cainano: Silvio, dai retta, licenzia i servi infidi. E fìdati soltanto di noi del Fatto Quotidiano. Anche noi, sia chiaro, vogliamo mandarti a casa, anzi possibilmente al fresco. Ma almeno lo sai già: te lo diciamo da sempre, con franchezza, senza tramare alle tue spalle. E non ti costiamo un euro. Dai falsi amici ti guardi Iddio. E ricordati dei nemici veri che, in fondo in fondo, ti hanno sempre voluto bene.

    Amorevoli saluti da Sagra

  6. Anonimo scrive:

    Semplicemente il paese delle banane …………..

    http://www.irishexaminer.com/world/snsngbidmh/rss2/

  7. Mork scrive:

    Ai miei ospiti, quasi tutti di provenienza internazionale, dico sempre:
    purtroppo in Italia ci sono dei microcefali o autentici delinquenti che sostengono Berlusconi e poi ci sono degli “imbambolati” dalle TV che lo votano. Tutto questo si risolverà con il risveglio di questi zombi, che avvenga perchè dall’estero imporanno il risveglio o che avvenga con un bagno di sangue in una semi guerra civile lo vedremo.
    Tu Caruso stai remando per la seconda, alla faccia dei tuoi riferimenti saldi, Dio, patria e famiglia. A mettersi nei tuoi panni c’è da vergognarsi.

    da Repubblica:

    I giornali esistono per fare domande
    E dagli Usa: “Qui non avrebbe potuto”

    JOFFRIN: “PUBBLICHIAMO LE 10 DOMANDE”
    E’ un inammissibile attacco alla libertà di espressione e di critica. Non mi stupisce che venga da un personaggio come Berlusconi, ma è un segnale inquietante per tutta l’Europa. Tra l’altro, non escludo che si possa fare ricorso alla Corte europea per contrastare questa palese minaccia al diritto dell’informazione. I metodi del primo ministro italiano mostrano un disprezzo assoluto delle regole democratiche. Rispondere alle domande dei giornalisti è infatti il minimo che gli elettori possono pretendere da ogni governante. Berlusconi invece è infastidito da ogni manifestazione di opposizione. Fa finta di dire che sono attacchi alla sua vita privata e cerca di nascondere alle troppe menzogne che ha detto in questi mesi. I suoi metodi mi ricordano quelli di Putin: manca soltanto che faccia uccidere i giornalisti più scomodi. In Francia non sarebbe pensabile una denuncia come quella che ha fatto Berlusconi a Repubblica. Sarebbe uno scandalo. Esiste una tacita regola repubblicana che impedisce al Presidente di portare in giustizia giornalisti e oppositori. Libération ha deciso che pubblicherà le 10 domande di Repubblica a Silvio Berlusconi.
    Laurent Joffrin (direttore di Liberation)

    JOSEF: “CHE DENUNCI SUA MOGLIE VERONICA”
    Berlusconi ha deciso di dichiarare la guerra. Il Cavaliere evidentemente è passato al contro-attacco e vuole avviare una campagna di intimidazione per tutta la stampa italiana. Ma allora dovrebbe denunciare per prima sua moglie Veronica, visto che è stata lei la prima a dire pubblicamente che frequentava minorenni e che aveva gravi problemi di salute.
    Eric Josef (corrispondente Liberation e le Temps)

    CAREY: “QUI NEGLI USA NON AVREBBE POTUTO”
    La decisione di Silvio Berlusconi di denunciare “Repubblica” semplicemente per avere posto legittime domande sulla sue scappatelle sessuali è scandalosa. Lo stesso vale per le sue minacce di denunciare giornali negli altri paesi. Berlusconi non soltanto sta usando queste minacce per distogliere l’attenzione dall’esame minuzioso e legittimo che i media stanno facendo dei suoi recenti cattivi comportamenti; lui
    sta sperando che le denunce intimidiscano altri dall’occuparsi delle inchieste. Negli Stati Uniti, i media sono generalmente ben protetti da questo tipo di cause intimidatorie da un’importante condizione nella nostra legge sulla diffamazione: chi viene definito come “figura pubblica” – e questo naturalmente include i politici – ha un onere della prova più alto quando cerca di fare causa di diffamazione. Questo è un bene perché incoraggia l’esame minuzioso e netto delle figure pubbliche, specialmente dei politici, da parte dei media. E l’esame minuzioso e netto dei leader politici da parte dell’informazione è uno dei fondamenti di una democrazia sana – una democrazia che ora in Italia da
    Berlusconi è minacciata.
    Roane Carey (managing editor di The Nation)

    GREILSAMER: “SEMBRA UNA BRUTTA FAVOLA”
    Se il Presidente Berlusconi è il garante delle libertà pubbliche in Italia, come può fare causa contro Repubblica? Se il Presidente deve assicurare alla stampa le condizioni per il pluralismo, come ammettere poi che gli chieda un riscatto pari a 1 milione di euro? Se il Presidente è il padre della nazione, come comprendere che si rivolti contro uno dei suoi figli ombrosi e indipendenti? Un Presidente contro un Giornale: sembra una brutta favola. Si chiama scandalo.
    Laurent Greilsamer (vicedirettore Le Monde)

    BARBIER: “DANNEGGIA L’IMMAGINE DELL’ITALIA”
    Non mi stupisco della causa intentata da Berlusconi anche se la considero molto grave e temo che possa ispirare altri capi di governo. A giugno avevamo ricevuto una lettera di protesta dall’ambasciata italiana a proposito di una copertina dell’Express dedicata agli scandali sessuali del Cavaliere. I toni ci erano sembrati francamente eccessivi ma avevamo deciso di pubblicarla lo stesso. Berlusconi è un leader democraticamente eletto e sembra godere del consenso della maggioranza dell’opinione pubblica. Ma questo non vuole dire che possa comportarsi come più gli piace. L’immagine dell’Italia è stata gravemente danneggiata dalle sue frequentazioni private. Come dicevano gli Antichi: “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Ma io aggiungo: anche Cesare dovrebbe esserlo.
    Christophe Barbier (direttore L’Express)

    THREARD: “BERLUSCONI FACCIA MARCIA INDIETRO”
    Pochi presidenti francesi hanno brandito la minaccia legale contro un giornale. Nei rari casi in cui è successo, sono stati costretti a rinunciare. Il caso di Berlusconi mi ricorda la storia di Valery Giscard d’Estaing e del Canard Enchainé. Quando il settimanale pubblicò l’inchiesta sullo scandalo dei diamanti del ditattore Bocassa, il presidente promise di denunciarli. Poi, però, fece marcia indietro. Aveva capito che sarebbe diventato ancor più impopolare e che gran parte del paese lo avrebbe accusato di voler imbavagliare la stampa. E’ auspicabile che Berlusconi faccia altrettanto. Un primo ministro deve essere al di sopra della mischia.
    Yves Threard (vicedirettore Le Figaro)

    DE GAULMYN: “BERLUSCONI DICE COSE INCOMPRENSIBILI”
    Ancora una volta, Berlusconi si comporta come un uomo d’affari che difende i suoi interessi e non come un uomo dello Stato che dovrebbe essere il garante di tutti: anche dei suoi oppositori. Gli attacchi del Cavaliere a Repubblica, tutte le cose confuse che ha detto nelle ultime settimane, sono per noi incomprensibili. In fondo, non riusciamo a capire neanche come l’opinione pubblica italiana possa tollerare tutto questo.
    Isabelle De Gaulmyn (caporedattore La Croix)

    RUSBRIDGER: “ESISTIAMO PER FARE DOMANDE”
    Gli organi di informazione indipendenti esistono per chiedere domande scomode ai politici. In Gran Bretagna, come nella maggior parte delle democrazie, sarebbe impensabile per un primo ministro fare causa a un giornale perché fa delle domande. Sarebbe anche impensabile usare le leggi sulla diffamazione per impedire ai cittadini di sapere quello che autorevoli giornali stranieri stanno dicendo sul loro paese. Le azioni contro la Repubblica somigliano molto a un tentativo di ridurre al silenzio o intimidire gli organi di informazione che rimangono direttamente o indirettamente indipendenti dal primo ministro italiano. Spero che i giornali di tutto il mondo seguano con grande attenzione questa storia.
    Alan Rusbridger (direttore del quotidiano The Guardian di Londra)

    CAMPBELL: “INIMMAGINABILE”
    Chiunque abbia esperienza del modo in cui funzionano i media in Gran Bretagna, troverà piuttosto straordinario il fatto che un primo ministro faccia causa a un giornale per una serie di domande, e per avere riportato quello che scrivono giornali stranieri.
    Il tutto è ancora più straordinario perché il primo ministro in questione è a sua volta un potentissimo editore. Un fatto, anche questo, che sarebbe inimmaginabile nella cultura politica del nostro paese.
    Alastair Campbell (ex portavoce di Tony Blair)

    DI LORENZO: “E’ IN GIOCO LA DEMOCRAZIA”
    Per il direttore di Die Zeit, “la questione non riguarda certo solo Repubblica, è in gioco il ruolo dei media in una democrazia. E non credo che Repubblica si lascerà intimidire, per cui non capisco il passo di Berlusconi nemmeno da un punto di vista tattico.
    Giovanni Di Lorenzo (direttore di Die Zeit)

    VIDAL: “UN AVVERTIMENTO A TUTTI I GIORNALISTI”
    Questa denuncia è un avvertimento a tutti i giornalisti italiani, un modo di zittire la stampa. Il messaggio è chiaro: vietato criticare, vietato fare domande. E’ molto preoccupante vedere che il premier italiano vuole colpire così platealmente una delle poche voci di informazione libera e indipendente. La cifra richiesta, poi, è disproporzionata. Nel merito il premier italiano sbaglia, perché il compito di un organo di stampa è anche quello di fare domande. La Repubblica ha posto domande non soltanto sono legittime ma sono anche doverose, visto che Berlusconi ha spudoratamente mentito al suo paese. Questo attacco legale dimostra che in Italia c’è un’anomalia, ovvero un premier proprietario di un impero mediatico che ha anche la tendenza a voler mettere sotto silenzio l’opposizione. Reporters Sans Frontières è pronta a denunciare in ogni sede internazionale questo grave attacco alla libertà di stampa in Italia.
    Esa Vidal (responsabile Europa Reporters sans Frontieres)

    WERGIN: “IN ITALIA POCA PLURALITA”
    Secondo Clemens Wergin, editorialista di politica estera ed esperto di affari italiani della Welt, a proposito della querela di Berlusconi legata alle dieci domande poste da Repubblica, “il fatto è strano, visto che la pluralità del panorama mediatico in Italia mi sembra già abbastanza ristretto. La situazione appare a tinte forti in generale, uno scandalo in cui sembra essere coinvolto il capo del governo italiano, feste forse con prostitute seminude, sembra molto strana, vista dalla Berlino protestante, dove governa una Cancelliera tutt’altro che a forti tinte. Berlusconi ha commesso un grave errore, sembra che non capisca il ruolo di una stampa libera. Il semplice fatto che Repubblica abbia posto domande è parte del giusto ruolo dei media. Uno stile inquietante.”
    Clemens Wergin (editorialista del Die Welt)

    GIESBERT: “LA DEMOCRAZIA E’ MALATA”
    Il conflitto tra il potere politico e la stampa è sempre latente ma quando esplode in questo modo significa che la democrazia è malata. Finora in Francia c’è stata una regola d’oro secondo la quale i Presidenti non si rivolgono a un giudice per difendersi dagli attacchi dei giornali. Per i francesi la funzione presidenziale è sacra. Il capo dello Stato sa che se si abbassasse a questi metodi contro la stampa perderebbe inevitabilmente prestigio. Il fatto che Berlusconi abbia attaccato legalmente Repubblica è un’ammissione di debolezza. Il vostro capo del governo si comporta come un qualsiasi cittadino, dimenticando il suo ruolo istituzionale. Ma per il vostro giornale è paradossalmente anche un attestato di libertà e di indipendenza.
    Franz-Olivier Giesbert (direttore di Le Point)

    THUREAU-DAUGIN: UN PRECEDENTE PERICOLOSO PER L’EUROPA
    Courrier International aveva già pubblicato le prime 10 domande a Berlusconi. Dopo questo attacco legale degli avvocati del premier, abbiamo deciso che mostreremo ai nostri lettori anche le 10 nuove domande. Ci sembra un atto doveroso nei confronti di Repubblica, che ha condotto una campagna insistente e coraggiosa. Sarebbe molto preoccupante se i magistrati italiani stabilissero il carattere diffamatorio di questi dieci, semplici interrogativi. Potrebbe essere un precedente pericoloso per tutta l’Europa.
    Philippe Thureau-Daugin (direttore di Courrier International)

  8. Matteo Maratea scrive:

    Il Travaglio giustizialista trasformato in un Travaglio sentimentale.
    Che carino!!!

    http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/2009/08/29/feccia_tricolore.html

    Nel ringraziare i compagni terzinternazionalisti Mavalà e Littorio per il generoso tributo offerto all´antiberlusconismo e per l’impegno profuso nell’organizzare le opposizioni, mi si consenta un appello al Cainano: Silvio, dai retta, licenzia i servi infidi. E fìdati soltanto di noi del Fatto Quotidiano. Anche noi, sia chiaro, vogliamo mandarti a casa, anzi possibilmente al fresco. Ma almeno lo sai già: te lo diciamo da sempre, con franchezza, senza tramare alle tue spalle. E non ti costiamo un euro. Dai falsi amici ti guardi Iddio. E ricordati dei nemici veri che, in fondo in fondo, ti hanno sempre voluto bene.

  9. Matteo Maratea scrive:

    L’IRA DEL CAVALIERE. MA SARA’ POI VERO?
    di Marco Galluzzo
    Berlusconi, stanco degli attac­chi del giornale dei vescovi, e delle reprimende sulla sua vita privata, pensa (sondaggi alla mano) che il cosiddetto voto cattolico è categoria sopravvaluta­ta. Ma la vicenda e’ molto più complessa di quel che appare.

    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=774784

  10. Matteo Maratea scrive:

    LA RABBIA DEI MORALISTI MASCHERATI
    di *Vittorio Feltri
    “Quel Feltri – grida Boffo – è un killer.
    Tuttavia non ha smentito la notizia: egli ha patteggiato nel tribunale di Terni per una storiaccia di molestie alla moglie di un uomo col quale il signor direttore Savonarola aveva una relazione omosessuale”.

    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?ART_ID=774802

    Secondo me Feltri è un figlio di buona donna… e ne ho la conferma quando IL DIRETTORE afferma: – Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle è nostro dovere. –

    Capito?!?
    Feltri in tutti questi anni s’è spellato vivo per FORNIRE INFORMAZIONI e COMMENTARLE.
    Pazzesco n’evvero?

  11. sagra scrive:

    Per Marco Caruso

    “LA POLEMICA
    L’artiglieria pesante
    del Cavaliere
    di ADRIANO SOFRI

    Il sito del nuovissimo Giornale registrava ieri come “il più letto” l’articolo intitolato “Boffo, il supercensore condannato per molestie”. L’ho letto anch’io. E ho letto anche, come tutti i giorni da molti anni, l’Avvenire.

    Alla fine mi sono chiesto se le “rivelazioni” su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, anche a prescindere dalla loro dubbia accuratezza (e in assenza della versione dell’imputato) avessero influito sulla mia lettura del quotidiano, tirando addosso ai suoi argomenti un sospetto di ricatto o di coda di paglia. Mi sono risposto francamente di no. Ci ho letto, con il solito interesse, una pagina dedicata a Timor dieci anni dopo: infatti l’Avvenire è fra i quotidiani più attenti ai problemi internazionali, e fa tesoro delle fonti peculiari di comunità e missioni cattoliche. Ho letto gli articoli che ogni giorno trattano di questioni cosiddette bioetiche, e come ogni giorno ne ho tratto argomenti al mio dissenso. Ho letto con riconoscenza le pagine sull’umanità immigrata e sull’umanità incarcerata. Ho letto gli articoli sulla Perdonanza di Celestino, che piuttosto vistosamente eludevano la cena fra Bertone e Berlusconi, andata poi felicemente di traverso. Ho letto le pagine culturali di Agorà e quella delle lettere, fino alla rubrica quotidiana di Rosso Malpelo, che mi pizzica ogni tanto, ripizzicato.

    Stando così le cose, che le “rivelazioni” del nuovissimo Giornale siano vere o false o, peggio ancora, mezzo vere o mezzo false, non mi importa niente. La vita sessuale di Boffo, sulla quale non a caso non mi sarei mai interrogato, non ha alcun rilievo per me – e per qualunque altra persona seria- se non quando si provasse che inficia la sua lealtà e serenità professionale. In questo l’alibi dell’aggressione giornalistica contro di lui è del tutto fittizio: “Voi frugate nel letto di Berlusconi, e noi facciamo altrettanto nei vostri”. Boffo non è il capo del governo, e nemmeno un sottocapo: non ha barattato le proprie relazioni private con prebende pubbliche. I suoi fatti sono fatti suoi.

    I suoi aggressori perfezionano l’alibi della ritorsione con la pretesa di una magnanima campagna contro “il moralismo”. Il moralismo è uno di quei gomitoli di cui si è perso il capo, a furia di ingarbugliare. Ha un fondo da tenere fermo: che, con pochissime patologiche eccezioni, le persone di una società sanno che cosa è bene e che cosa è male. Che lo sappiano, non assicura affatto che seguano il bene e si astengano dal male. “Non bisogna giudicare gli uomini dalle loro azioni. Tutti possono dire come Medea: video meliora proboque, deteriora sequor”. Vedo bene che cosa è il meglio, ma poi vado dietro al peggio. (Ho citato Diderot che cita la Medea innamorata di Ovidio: un po’ di sbieco illuminista fa bene, ai nostri giorni. Ma bastava l’evangelista Giovanni).

    Tuttavia, reciprocamente, che le persone agiscano male non significa affatto che ignorino che cosa è bene, e addirittura lo proclamino. Quando lo proclamano troppo stentoreamente, dimenticandosi di allegare la propria incoerenza, allora il moralismo diventa una disgustosa ipocrisia. E’ avvenuto platealmente nelle manifestazioni sull’indissolubilità sacra delle famiglie guidate da poligami ferventi, o sull’inesorabilità della punizione di prostitute e clienti da parte di puttanieri e cortigiane (scortum impudens satis – una escort davvero svergognata: così il cronista Liutprando a proposito di Marozia, concubina di papi e papessa lei stessa, in quel secolo X che si chiamò pornocrazia ). Ora l’equivoco cui Berlusconi (d’ora in poi B.: ragioni di spazio) e i suoi difensori si aggrappano è appunto quello dell’invasione moralista nei suoi vizi privati, a scapito delle sue pubbliche virtù. E dunque la rappresaglia – almeno dieci per uno, come nelle migliori rappresaglie- affidata alla Grande Berta del nuovissimo Giornale. Ma io, per esempio (che sono ufficialmente pregiudicato, e personalmente peccatore in congedo, per effetto se non altro delle stesse vicissitudini cliniche che hanno dotato altri più fortunati del premio della satiriasi senile, che i desideri avanza) non mi sarei mai piegato a rovistare nei costumi e nelle pratiche sessuali di B. o di altri, qualunque piega avessero. Come me, direi, questo intero giornale. E non mi sarei mai augurato una pubblica campagna che approdasse a un’invadenza e una persecuzione delle scelte sessuali di adulti capaci, o supposti capaci, di intendere e di volere. Ma si è trattato d’altro, fin dall’inizio: intanto, dall’inizio, dell’allusione diretta a frequentazioni di minori, a una condizione patologica, all’usanza invalsa e contagiosa di fare di incontri sessuali ossessivi, grossolanamente e ridicolmente maschilisti e per giunta mercenari l’introduzione, metà elargita metà estorta, a pubbliche carriere elettorali, governative, spettacolari. E di un contraccolpo irreparabile di discredito e di ricattabilità.
    B. non governa più, benché dia in certi momenti più inconsulti l’impressione di spadroneggiare, che è altra cosa. E’ lì – sia detto a proposito del 25 luglio – per questo: perché altri sgovernano e spadroneggiano assai più licenziosamente alle sue spalle, e di quegli altri bisognerebbe tenere ogni conto già mentre lo sgombero è incompiuto, e minaccia di travolgere tutti.

    B., come succede, vuole vendere cara la pelle. E siccome è molto ricco, la venderà molto cara. L’inversione della sua politica degli ingaggi all’indomani della rotta – fuori Kakà, dentro Feltri – lo proclama. E già un solo giorno ha visto scattare la controffensiva così a lungo dilazionata del nuovo attacco. Gran colpi, combinati: la denuncia delle dieci domande di Repubblica alla magistratura, l’assalto molto sotto la cintura a Boffo, e con lui alla Chiesa cattolica romana, che dopotutto non aveva lesinato indulgenze ed elusioni nei confronti dello scandalo politico e civico, oltre che morale, del capo del governo. L’ostentata persuasione di poter forzare un qualche tribunale all’intimidazione della stampa libera, se non la pura disperazione, hanno ispirato la denuncia contro Repubblica: la quale non avrebbe desiderato di meglio che di discutere ovunque, e anche in un tribunale, di quelle domande senza risposta – o con la più nitida delle risposte- ripetute non a caso ostinatamente, in bilico fra una frustrazione e una determinazione catoniana. E insieme la scelta di distruggere in effigie il direttore del giornale dei vescovi italiani e di far intendere alla suocera vaticana che, quando si spingesse ad applicare a B. un centesimo della severità con cui maneggia le comuni presunte peccatrici, la guerra diventerebbe senza quartiere. A questa, chiamiamola così, strategia, presiede il principio secondo cui non c’è maschio, credente o no, laico o chierico, che non si possa prendere con le mani nel sacco di qualche magagna sessuale. (Maschio, dico, perché negli strateghi della controffensiva la guerra resta guerra fra maschi, e le digressioni servono tutt’al più a insultare le donne altrui o a sfregiare le proprie sospette di intelligenza col nemico). La Grande Berta, l’ho chiamata. Vi ricordate, la scena di artiglieria pesante all’inizio del Grande Dittatore. Naturalmente, possono fare molto male i tiri pesanti ad alzo zero. Possono davvero umiliare le persone e devastare le famiglie. B. non può rinfacciare a nessuno di aver attentato alla sua famiglia. Possono fare molto male, ma è difficile che possano prevalere, direi. Le due cannonate strategiche di giovedì, per esempio, denuncia contro Repubblica ed esecuzione sommaria di Boffo, all’una di venerdì avevano già fatto cancellare la famosa cena della Perdonanza. Alle 13,40 di ieri ci si chiedeva se Gheddafi non volesse togliersi lo sfizio – se ne toglie parecchi, avete visto- di disdire il pranzo con B., e tenersi graziosamente le Frecce tricolori. Nel tardo pomeriggio poi B. si è dissociato dal Giornale, cioè da se stesso. E domani è un altro giorno.

    Le guerre, tanto più quelle senza quartiere, non fanno bene a nessuno. B. ha una mossa vincente: dimettersi, e piantarla una volta per tutte con l’incubo del potere. Che gusto c’è ormai? Non può più invitare i capi di Stato stranieri a Villa Certosa. Nemmeno cenare all’Aquila con un Segretario di Stato straniero. Non ha da perdere che qualcuna delle sue catene televisive. Ha un’intera vita privata da riconquistare.

  12. sagra scrive:

    per im

    “embè? ma stavolta Feltri è inattacabile, perchè la prova giudiziale c’è.
    perchè non lo ha detto anche travaglio, il trombettiere stonato delle carte giudiziarie di Berlusca?
    perchè tanta acidità tra i trombetti di travaglio? non va giu che stavolta è tutto vero?”

    Non confondiamo le cose.

    1) Feltri ha fatto benissimo a sputtanare il direttore di Avvenire, che da buon cattolico curiale predica bene e razzola male.

    2) Feltri ha fatto malissimo al suo “vero padron Silvio”, che cercava in tutti i modi di zittire il malcontento dei vescovi italiani, un po’ perché “piscia ormai abitualmente fuori dal vaso”, ma soprattutto perché, indebolito politicamente, ha lasciato la briglia sciolta alla Lega, che nelle pieghe del federalismo vuole inserirci pure un “rapporto federale” con Santa Romana Chiesa, e questo non garba per niente al Vaticano, che considera intoccabile il Concordato con lo Stato Italiano.

    3) Dopo l’avvocato Ghedini, quello che tutti ormai chiamano “Mavalà” famoso per la “colossale stronzata dell’utilizzatore finale”, vero autore del Lodo Alfano (autentica marionetta) e dell’ultima solenne puttanata della querela a Repubblica, direi che Feltri è il secondo Samurai che sfodera la katana e gli combina solo guai.

    4) Marco Travaglio, a differenza di Littorio Feltri, evita di fare danni “collaterali” che non siano finalizzati. Si vede subito chi è più intelligente e chi e più fesso.
    E Littorio Feltri è proprio scemo come l’acqua calda.

    Un ringraziamento da parte di tutti gli antiberlusconiani a Littorio Feltri.

    Saluti da Sagra

  13. sagra scrive:

    per Dino

    “Sagra perche’ non ci racconti tutto?Se hai i controcoglioni…..”

    I coglioni che ho mi bastano, mi soverchiano e mi avanzano.

    Saluti da Sagra

  14. sagra scrive:

    per la povera mindy

    “….o vuoi che lo faccia io…..
    ribacetti da mindy”

    La legge sulla privacy condanna chiunque pubblichi nomi o fatti che abbiano attinenza con personaggi che non abbiano rilevanza pubblica.

    Qualunque nome nome o fatto realmente accaduto che abbia attinenza con la sfera privata è puramente casuale.

    Dillo ai tuoi amichetti Coglionix ed Asdrubalax.

    E cerca di stare attenta a non mettere nei guai il nostro amabile ospite
    Per una cosetta del genere la Polizia Postale potrebbe anche chiudergli il simpatico Blog.

    Indagare nella vita privata di un blogger anonimo è un reato.

    Minacciare un blogger anonimo è un reato.

    Essere stronza come te non è un reato, ma per quello basta Sagra.

    Vaffanculo da Sagra

  15. lm scrive:

    embè? ma stavolta Feltri è inattacabile, perchè la prova giudiziale c’è.

    perchè non lo ha detto anche travaglio, il trombettiere stonato delle carte giudiziarie di Berlusca?

    perchè tanta acidità tra i trombetti di travaglio? non va giu che stavolta è tutto vero?

  16. Anonimo scrive:

    Sagra perche’ non ci racconti tutto?Se hai i controcoglioni…..
    Dino

  17. Anonimo scrive:

    ….o vuoi che lo faccia io…..
    ribacetti da mindy

  18. Anonimo scrive:

    Sagra,pezzo di merda,comincia a mettere il tuo di nome,quello vero pero’…..
    bacetti da mindy

  19. sagra scrive:

    per Marco Caruso

    Goduria mostruosa!!!!!

    “La mosca tzé tzé di Marco Travaglio

    Scrive Littorio Feltri nell’editoriale d’esordio sul Giornale che è tornato a dirigere dopo averlo lasciato nel dicembre del 1997: “Con il cuore, non me n’ero mai andato”. Uahahahahahah. Feltri se ne andò 12 anni fa dopo che il Cavaliere aveva definito “incidente gravissimo” il suo articolo di prima pagina in cui chiedeva scusa a Di Pietro per averlo calunniato per due anni con le fandonie su inesistenti tangenti di D’Adamo e Pacini Battaglia: “Caro Di Pietro, ti stimavo e non ho cambiato idea”. Seguivano due paginoni in cui il Giornale di Feltri si rimangiava quei due anni di campagne antidipietriste: “Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”, “Di Pietro è immacolato”, “dei famigerati miliardi di Pacini” non ha visto una lira, dunque la campagna del Giornale era tutta una “bufala”, una “ciofeca”, una “smarronata” perché la famosa “provvista” da 5 miliardi non è mai esistita. Insomma Feltri confessava di aver raccontato per ben due anni un sacco di balle ai suoi lettori. E lo faceva proprio alla vigilia delle elezioni suppletive nel collegio del Mugello, dove Di Pietro era candidato al Senato per il centrosinistra contro Giuliano Ferrara e Sandro Curzi. In cambio di quella ritrattazione e di un risarcimento di 700 milioni di lire, l’ex pm ritirò le querele sporte contro il Giornale, tutte vinte in partenza. Furente Ferrara, furente Berlusconi. Così Feltri, spintaneamente, se ne andò. Non a nascondersi, come gli sarebbe capitato in qualunque altro paese del mondo. Ma a dirigere altri giornali: il Borghese, il Quotidiano nazionale di Andrea Riffeser (sei mesi prima aveva dichiarato all’Ansa: “Per carità! Conosco Riffeser da una vita e ogni volta che ci vediamo mi dice ‘Sarebbe bello se tu venissi con noi’, ma tutto finisce lì. Non sto trattando con nessuno. Ma tanto so già che nessuno ci crederà, comunque è così”).

    Mentre usciva dal Giornale, Littorio sparò a palle incatenate contro i fratelli Berlusconi: “Provo un certo fastidio: per la causa comune mi sono esposto (alla transazione con Di Pietro, ndr), poi gli altri si sono ritirati e io sono rimasto con la mia faccina e tutti ci hanno sputato sopra. La cosa non ha fatto per niente piacere. Così si rompe un rapporto di fiducia… Mi sono trovato da solo e ho le ferite addosso e il morale a terra” (Ansa,10 novembre 1997). E il Cavaliere gli diede del bugiardo: “Feltri ha detto ultimamente qualche piccola bugia, però è ampiamente scusato” (Ansa, 7 dicembre 1997).

    Feltri ora ricorda la sua prima esperienza (dal 1994 al ’97) di direttore del Giornale, “ereditato da Indro Montanelli” e si appella ai “lettori che già furono miei e di Montanelli prima che cedesse a corteggiamenti progressisti”. Uahahahahahah. In realtà Montanelli non cedette ad alcun corteggiamento progressista: rimase l’uomo libero che era sempre stato. E Feltri non ereditò un bel niente: semplicemente prese il suo posto (dopo averlo a lungo negato) quando Berlusconi mise in condizione Montanelli di andarsene perché “non volevo trasformarmi in una trombetta di Forza Italia” né Il Giornale che aveva fondato “nell’organo di Forza Italia”, come il Cavaliere pretendeva e come Feltri voluttuosamente accettò di fare. Montanelli, lungi dal ritenere Feltri il suo erede, lo disprezzava profondamente. Infatti il 12 aprile 1995 dichiarò al Corriere della sera: “Il Giornale di Feltri confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”.

    Ma il meglio Littorio lo dà quando racconta che ora “Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare”, perché lui sarebbe “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”. Uahahahahahah. Prima di lasciare Il Giornale nel 1997, Feltri chiese provocatoriamente a Berlusconi di venderglielo: “Ho fatto una proposta organica per l’acquisto del Giornale perchè non sono disposto a fare un quotidiano di partito. Se la famiglia Berlusconi la accetterà, bene, altrimenti potrei pensare di lasciare. Rimarrei solo a condizione di poter fare un giornale indipendente e non, come qualcuno evidentemente sperava, l’organo di Forza Italia o del Polo, di cui non mi frega niente. Se un deputato di Forza Italia come Roberto Tortoli chiede le mie dimissioni e nessuno lo smentisce, vuol dire che non è il solo a pensare che Il Giornale debba essere il quotidiano di Forza Italia. Sono stato costretto a questo passo dopo le ultime vicende che hanno umiliato la redazione e rischiano di far sentire al lettore l’esistenza di un cordone ombelicale che lega Il Giornale a Forza Italia. Io invece voglio fare un quotidiano indipendente e lo dimostrerò, quando ne avrò occasione, anche in modo clamoroso” (Ansa, 14 novembre 1997).

    Oggi, nella fretta, Feltri dimentica di spiegare come mai a richiamarlo al Giornale sia stato un signore che non possiede nemmeno un’azione del Giornale, cioè il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scavalcando l’editore, il fratello Paolo, informato come al solito a cose fatte. Se l’è lasciato sfuggire, come se fosse un dettaglio insignificante, lo stesso Littorio l’altra sera nella rassegna di regime di Cortina Incontra: “Il 30 giugno scorso ho incontrato Silvio Berlusconi. Ogni volta che lo vedevo mi chiedeva: ‘Ma quand’è che torna al Giornale?’. E io: ‘Sto bene dove sono’. Ma quel giorno entrò subito nei dettagli, fece proposte concrete e alla fine mi ha convinto”. Materiale interessante per le Authority che dovrebbero vigilare sui conflitto d’interessi, se non fossimo in Italia.

    L’ultima parte dell’editoriale feltriano è una grandinata di insulti a Gianni Agnelli (possibile “furfante”, “vero peccatore”) per le ultime rivelazioni sui fondi neri in Svizzera. Una prova di coraggio da vero cuor di leone, visto che l’Avvocato è morto da tempo. Per la verità, che la Fiat e la famiglia Agnelli avessero montagne di soldi all’estero era già emerso nel processo intentato dai giudici di Torino ai vertici Fiat a metà degli anni 90, concluso con la condanna definitiva dell’allora presidente Cesare Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Ma all’epoca Agnelli era vivo e potente, dunque Feltri e il Giornale difendevano a spada tratta casa Agnelli e attaccavano i giudici che osavano processarla

    Visto che Il Giornale non è l’organo di Forza Italia né, men che meno, il megafono di Berlusconi, Littorio Feltri sul Giornale difende appassionatamente Papi dalle inchieste del gruppo Repubblica-Espresso. Che strano. Nel ’97, lasciando Il Giornale, lo stesso Feltri si profondeva in salamelecchi verso il gruppo Repubblica Espresso e il suo editore Carlo De Benedetti: “Non ho mai litigato con nessuno, tantomeno con De Benedetti, che ho sempre stimato e di cui credo di potermi definire da sempre amico. Quando si sposò, fummo l’unico giornale italiano a pubblicare la sua foto con signora. Ho ottimi rapporti anche… con Carlo Caracciolo e Eugenio Scalfari” (Ansa, 13 novembre 1997). Come passa il tempo.

    La chiusa dell’editoriale di oggi è un capolavoro: “I neopuritani laici – scrive Feltri – non muovono un dito per deplorare quanto sta avvenendo sul fronte fiscale” a proposito dei presunti fondi neri di Agnelli in barba al fisco. Invece – aggiunge – “se un simile sospetto gravasse sulla testa di Berlusconi, i giornali non si occuperebbero d’altro”, anche perché “i soldi sottratti al fisco sono un danno allo Stato, ai cittadini che sono costretti a versare puntualmente denaro all’Agenzia delle Entrate”. Uahahahahahah. Il fatto è che un simile sospetto grava eccome sulla testa di Berlusconi, rinviato a giudizio dinanzi al Tribunale di Milano per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita per svariate centinaia di milioni di euro nascosti nei paradisi fiscali. Processo sospeso dal lodo Al Fano. Perché Littorio Feltri, questo campione della libertà di stampa “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, questo pezzo d’uomo a cui “manca la stoffa del cortigiano” non se ne occupa con una bella inchiesta sul suo Giornale libero e bello? Uahahahahahah.

  20. Matteo Maratea scrive:

    E’ scandaloso che Silvio Berlusconi, come un Bokassa, faccia causa a La Repubblica. E’ l’insofferenza per ogni controllo, per qualsiasi critica che sfugga al dominio proprietario o all’intimidazione di un potere che si concepisce come assoluto.

    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.aspx?art_id=774401

  21. sagra scrive:

    Per tutti i Berluscones scornati

    Goduriosa inchiappettata del Vaticano a Silvione; per la serie ” ‘un ce provà! ”

    “IL SEGRETARIO DI STATO VATICANO: «L’ASSENZA DEL PREMIER? NON CHIEDETE A ME»
    Festa della Perdonanza: salta la prevista cena tra Berlusconi e il cardinal Bertone
    Il presidente del Consiglio delega Gianni Letta per rappresentare il governo alle celebrazioni dell’Aquila”

    E quando t’inchiappetta un Cardinale, significa che l’è proprio dura!

    Per chi vuol godere:

    http://www.corriere.it/politica/09_agosto_28/berlusconi_bertone_salta_cena_perdonanza_1ff948ec-93c5-11de-8445-00144f02aabc.shtml

    Bacetti consolatori da Sagra

  22. sagra scrive:

    per mindy

    “pensa che c’e’ gente che critica Berlusconi e nello stesso tempo usa il nome e cognome di altre persone per pararsi il culo……”

    Invece c’è gente che s’inventa nomignoli da cartone animato perché non ha neanche più il coraggio di usare quello con cui è stato sputtanato e smerdeggiato per le sue scemenze berlusconiane.

    A ciascuno il suo
    Sagra

  23. Anonimo scrive:

    @primo capo
    pensa che c’e’ gente che critica Berlusconi e nello stesso tempo usa il nome e cognome di altre persone per pararsi il culo……
    mindy

  24. pippo io scrive:

    Io adoro quando berlusconi dice che va al contrattacco e poi come effetto spara una raffica di querele!
    E’lo stesso piacere che ha il pescatore nel macellare il tonno nella tonnara quando si dimena! e più si dimena e più va giù di arpione!
    Dai D’Avanzo, tiraci fuori qualche altra intercettazione! Anche falsa non importa!

  25. Anonimo scrive:

    @primo capo

    odiare?

    io mi faccio delle grasse risate a leggere i pro-Berlusca e come difendono l’indifendibile

    e poi anche a leggere i commenti dei senza cervello come te
    che con quattro righe insultano pesantemente gli altri

    a quanto ho capito che credi che io, ad esempio, passi la mia vita a odiare il Berluska?

    c’è un ragionamento + miserabile di questo?

    ripeto la lettura di questo blog e i commenti ridicoli come i tuoi sono un puro svago

    ad esempio l’immagine, da te evocata, del Cavaliere che si rititra in pensione

    mi ha fatto troppo sganasciare

    uahahahahahahahahaahahahahahahahaha
    ahahahahahahahahaahahahahahahahaha
    ahahahahahahahahaahahahahahahahaha
    ahahahahahahahahaahahahahahahahaha

    saluti e roditi di meno il fegato

    c’è anche chi la pensa diversamente da te

  26. Nick scrive:

    @Mork

    INTERESSANTISSIMO quello che tu dici !!!!!!
    Dove l’hai letto?
    Potresti fornirmi il link dell’articolo?

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