Cosa c’è dietro certa antimafia?

E se dietro l’antimafia militante, quella dei professionisti del sospetto su tutto e su tutti, quella dei giornalisti sempre pronti ad ipotizzare oscure trame tra servitori dello stato e “servitori del disonore”, si celasse qualcosa di più della voglia di protagonismo e della vanità con cui si incipriano mentre contano le copie dei libri venduti e delle prime pagine su cui sono apparsi?
Insomma, un tempo accusavano Falcone (salvo poi, dal giorno dopo la morte del magistrato riempirsene ipocritamente la bocca), poi fu la volta di Contrada (che riuscirono a far incastrare da alcuni pentiti); poi fu il turno del capitano Ultimo e del generale Mori.
Tutte persone che hanno dedicato la loro vita nella lotta contro Cosa Nostra e per ognuno di essi è stata preparata una gogna mediatica se non addirittura giudiziaria.
Non importa che le accuse fossero troppo lievi per crederci davvero; non importa se le prove portate a carico degli imputati fossero troppo fragili e spesso mendaci.
L’importante era arrivare in prima pagina o andare nei salotti televisivi (e non) conquistando l’audience, solleticando la morbosa curiosità tipicamente italiana verso il mistero, vero o finto che sia.
Ma è davvero solo la vanità a spingere detti professionisti dell’antimafia a gettare discredito sugli eroi che hanno fatto sul serio la lotta alla mafia e che hanno perciò rischiato la vita?

Il sospetto viene, soprattutto guardando a certi fatti e a come sono stati invece ricostruiti, ad arte…per dar l’impressione di esser davvero di fronte all’ennesimo caso di complotto da scoprire, ma che in realtà non c’è!
Un esempio ci viene dal processo che vede imputati il generale Mario Mori e il suo vice, il colonnello Mario Obinu, accusati di aver favorito Bernardo Provenzano impedendone l’arresto quando ve fu l’occasione.

Così ne parla un giornalista de L’Unità:
“Un’omissione è, secondo il vocabolario, «il mancato svolgimento di un determinato compito od obbligo» che si sostanzia «nella mancata esecuzione di un’azione prescritta o nel mancato impedimento di un evento che si aveva l’obbligo giuridico di impedire». La carriera del generale Mario Mori, ex direttore del ROS (Reparto operativo speciale dei carabinieri) e del Sisde (il servizio segreto civile) è da anni sotto la luce dei riflettori in virtù di questo termine: omissione, appunto. Per due vicende cruciali nella storia della lotta contro Cosa Nostra: la cattura di Salvatore Riina e le indagini sul suo successore, Bernardo Provenzano. Nel primo caso l’omissione contestata a Mori fu la mancata perquisizione del covo del boss, nel secondo caso addirittura un mancato arresto.
Il covo di Riina. Era il 15 gennaio 1993 quando i ROS, con la squadra diretta da Sergio De Caprio, il «capitano Ultimo», misero fine alla latitanza del «Capo dei capi». Ma quell’eccezionale operazione venne macchiata da una discutibile scelta investigativa: il covo non fu perquisito (1) e la telecamera che ne monitorava l’ingresso venne disattivata. (2) Solo diciassette giorni dopo l’arresto di Riina le forze dell’ordine entrarono nella villa del boss: (3) all’interno non c’era più nulla. Un gruppo picciotti aveva già portato via tutto, persino una cassaforte (4), e ridipinto le pareti.
Sulla vicenda si innescò una polemica durissima tra la procura di Palermo, dove si era appena insediato Giancarlo Caselli, e il Reparto operativo speciale. I magistrati sostenevano di non essere stati avvertiti della decisione di eliminare la sorveglianza. Per venire a capo della vicenda ci sono voluti dodici anni. Dopo una lunga indagine, la Procura di Palermo chiese per due volte (5) l’archiviazione del caso ritenendo che fosse impossibile dimostrare che quelle omissioni erano state volute per favorire l’organizzazione mafiosa. Altrettante volte il giudice dell’indagine preliminare rigettò la richiesta: quel processo si doveva fare, le ombre che aleggiavano sulla mancata perquisizione del covo di Riina andavano eliminate.
Il processo si aprì il 7 aprile del 2005. Intanto, nel maggio del 2004, sulla stessa vicenda si era chiuso un altro procedimento: quello intentato da Mori, dal suo braccio destro Giuseppe De Donno e da De Caprio contro due giornalisti, Saverio Lodato dell’«Unità» e Attilio Bolzoni di «Repubblica», accusati di diffamazione a proposito della vicenda del covo. I primi due si ritirarono, andò fino in fondo solo De Caprio che perse la causa: Lodato e Bolzoni, stabilì il tribunale di Milano, «avevano esercitato il dovere di cronaca e di critica con assoluto rispetto».
Il 20 febbraio del 2006 si concluse il processo principale. Il Tribunale di Palermo sentenziò che il fatto, cioè la mancata perquisizione, era certamente avvenuto, ma non costituiva reato. (6) Assoluzione, dunque, ma con motivazioni severe nei confronti degli imputati: «La mancanza di comunicazione e l’assenza di un flusso informativo tra l’autorità giudiziaria ed il ROS (…) appare aver contraddistinto, sotto diversi profili, tutte le fasi della vicenda in esame». Secondo la sentenza, Mori e De Caprio avevano omesso di riferire ai magistrati una serie di informazioni andando al di là dello spazio di autonomia decisionale consentito dalla legge.”

Firmato, Nicola Biondo. “Quelle omissioni coi boss mafiosi”.

Ma davvero andarono così le cose?
Il processo è attualmente in corso, ma di alcune di esse sappiamo già che come sono state raccontate è palesemente falso.

Dal blog di Enrix:

(1): “Il covo non fu perquisito”.
Infatti non fu perquisito immediatamente. Peccato che l’ordine di non perquisire lo diede Caselli, e non Mori. Mori e De Caprio ne sconsigliarono la perquisizione per opportuna strategia investigativa. E Caselli concordò e dispose in quel modo: “non perquisire”.
Nella sentenza di assoluzione del Tribunale di Palermo del 20 febbraio 2006 è scritto:

… (il dott. Caselli) assunse la decisione, concordandola con tutti gli altri colleghi, di rinviare la perquisizione. (…)
Questa opzione investigativa comportava evidentemente un rischio che l’Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l’accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell’abitazione , che non era stata ancora individuata dalle forze dell’ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “‘Ninetta” Bagarella, che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina – cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell’arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo – od anche a terzi che, se sconosciuti alle forze dell’ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti.
L’osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al solo cancello di ingresso dell’intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l’allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata, e le frequentazioni del sito.
Questa accettazione del rischio fu condivisa da tutti coloro che presero parte ai colloqui del 15.1.93, Autorità Giudiziaria e reparti territoriali, dal momento che era più che probabile che il Riina, trovato con indosso i cd. “pizzini”, detenesse nell’abitazione appunti, corrispondenza, riepiloghi informativi, conteggi, comunque rilevanti per l’associazione mafiosa, e non potendo tutti coloro che la condivisero non essersi rappresentati che con il rinvio della perquisizione non si sarebbe potuto impedirne la distruzione o comunque la dispersione ad opera di terzi .”

(2) la telecamera che ne monitorava l’ingresso (del covo di Riina –ndr) venne disattivata.
Non “venne disattivata” alcuna telecamera collocata a monitorare l’ingresso del covo, perché innanzitutto non si conosceva neppure quale fosse fra le varie villette il covo di Riina, e di conseguenza perché non poteva esserci, ed in effetti non c’era,  alcuna telecamera a monitorarne l’ingresso.

C’era un furgone a controllare la via d’accesso al quartiere residenziale, composto da molte villette, fra le quali, quale fosse quella di Riina, non era noto, e su questo furgone c’era la telecamera di servizio.
Nella sentenza di assoluzione del Tribunale di Palermo del 20 febbraio 2006 è scritto che “non era stata utilizzata una telecamera fissa esterna, bensì un furgone attrezzato con telecamera
E ancora: “L’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare le modalità di espletamento del servizio di osservazione: un furgone, dotato di telecamera interna, venne posizionato a circa una decina di metri dal cancello, di tipo automatico, che consentiva sia l’ingresso che l’uscita delle autovetture dalla via principale al viale interno del residence, conducente alle varie villette da cui era costituito. La telecamera, però, era in grado di riprendere solo per pochi metri il viale interno e dunque non era possibile “seguire” le auto che vi transitavano sino alle singole unità immobiliari, alle quali erano dirette o dalle quali uscivano: pertanto, non era neppure possibile stabilire quante fossero le villette esistenti nel residence.”
Subito dopo l’arresto di Riina, che avvenne a chilometri di distanza, apparentemente per un casuale “alt” ad un posto di blocco, il furgone rientrò, ovviamente portando con sé la telecamera piazzata a bordo. Rimanere parcheggiato “in loco” avrebbe significato farsi scoprire immediatamente dai mafiosi messi in allarme dall’arresto di Riina e quindi correre rischi sia per la sicurezza del personale, sia per le indagini, perché la conoscenza del sito da parte degli inquirenti, sarebbe stata “bruciata”.
Ma non c’era alcuna telecamera a monitorare l’ingresso del covo, disattivata per giunta da chicchessia.
Si tratta di una bufala, già detta e scritta in precedenza da Travaglio (che se la inventò collocata “su un lampione”), ed ora ribadita. Repetita iuvant.

(3) Solo diciassette giorni dopo l’arresto di Riina le forze dell’ordine entrarono nella villa del boss.
Ancora una volta il perché di questo ritardo bisogna domandarlo ai Procuratori, e non ai carabinieri del ROS.
Il giorno dopo l’arresto di Riina, la conoscenza del covo fu “bruciata” da un’informazione passata da un carabiniere della territoriale, tal “Ripollino”, ai giornalisti, che si assieparono con le telecamere in via bernini, bruciando per l’appunto il covo e l’attività di osservazione dello stesso, in quanto le immagini passarono ripetutamente per giorni in tutte le televisioni.
Perché a quel punto, svelata dalle TV la segreta conoscenza da parte degli inquirenti del covo, la Procura non abbia ordinato l’immediata perquisizione, ma abbia atteso 17 giorni per disporla, bisognerebbe domandarlo ai Procuratori.

(4) “Un gruppo picciotti aveva già portato via tutto, persino una cassaforte.”
Per quanto riguarda la storia della cassaforte, si tratta di una informazione “de relato” rimpallata fra vari mafiosi “pentiti” che ha il valore di un pettegolezzo privo di fondamento.
Nella sentenza di assoluzione del Tribunale di Palermo del 20 febbraio 2006 è scritto che Michelangelo Camarda raccontò che di Maggio gli raccontò che La Barbera gli raccontò che i Sansone gli avevano raccontato che “avevano avuto persino il tempo di estrarre dal muro una cassaforte e murare il vano in cui era posizionata.”
Ora, a parte il fatto che il succedersi delle narrazioni, quantitativamente, avrebbe reso il racconto più adatto al premio Grinzane Cavour nella sezione “narrativa popolare” che non ad un procedimento giudiziario, sta di fatto che questo intervento “murario” non risultò esistere dalle ispezioni effettuate nel covo.
Invece in sentenza risulta questo:
Come analiticamente descritto nel verbale di sopralluogo del 2.2.93 di cui al fascicolo dei rilievi tecnici in atti, il Nucleo Operativo che procedette alla perquisizione constatò, limitandoci a quanto nella presente sede di interesse, l’esistenza di: un guardaroba blindato all’interno della camera da letto matrimoniale: all’altezza del pianerottolo, una intercapedine in cemento armato di forma rettangolare di mt. 3×4 di larghezza e 75 cm di altezza, chiusa da un pannello di legno con chiusura a scatto e chiavistello; nel sottoscala, a livello del pavimento, una botola lunga circa mt 2 chiusa da uno sportello in metallo con serratura esterna; nel vano adibito a studio, una cassaforte a parete chiusa che, aperta dall’adiacente vano bagno, risultò vuota.”
Quindi una cassaforte c’era, ma non era stata né “smurata” né asportata.

(5) la Procura di Palermo chiese per due volte l’archiviazione del caso.

No, per tre volte.
Scriveva Repubblica nel febbraio 2006:

Il processo a Mori e De Caprio diventa quindi un «caso» anche per la procura di Palermo, perché Ingroia e Prestipino per ben tre volte avevano chiesto di archiviare l’ inchiesta. Ma senza successo perché prima il Gip e poi il Gup hanno chiesto l’ imputazione coatta dei due imputati eccellenti e poi il processo.».
Quindi Ingroia voleva che l’inchiesta fosse archiviata, ed intanto commentava come segue: «Qualunque sia l’ esito di questo processo, la sete di verità dell’ opinione pubblica rimarrà inevitabilmente delusa, la verità non è solo la magistratura che deve consegnarla, ci sono anche altre verità storiche e politiche che altri dovrebbero accertare»

E’ certo che se un PM pretende che un processo non venga celebrato ma archiviato, per ben tre volte, ma nel frattempo continua a parlare delle orribili colpe dei responsabili, è difficile che venga a galla una qualche verità. Più che altro a galla rimane solo il fango.
Anche per questo forse il GUP alla fine pretende il processo, respingendo definitivamente la terza richiesta di archiviazione e pretendendo l’incriminazione in forma coatta.

Ma non è finita.
Nel processo la Procura chiede l’assoluzione per uno dei reati e la prescrizione per altri due capi d’imputazione. Di nuovo nessuna richiesta di condanna.
Il Giudice non accoglie, respingendo il riconoscimento dello stato di prescrizione, ma assolvendo per tutti i capi perchè i fatti non comportavano reato.
Così nessun giornalista o romanziere potrà scrivere, purtroppo, “salvati dalla prescrizione“.
Resta però sempre la possibilità di raccontare i FATTI in modo completamente difforme ed omissivo, anzi condendoli con invenzioni tipo le telecamere sui lampioni rimosse per proteggere l’azione dei mafiosi.
Basta non dire che la decisone di non perquisire fu ragionata con Caselli e condivisa ed ordinata da questi, che l’osservazione era mirata alle attività dei Sansone e non al covo di Riina di cui immediatamente non si conosceva neppure l’ubicazione, che la stessa osservazione fu bruciata da un’orda di giornalisti inviati lì avventatamente, che Giuffrè ha riferito che Provenzano non sapeva se vi fossero effettivamente O NON VI FOSSERO documenti, ma che era solo contento del fatto che se vi fossero stati non erano stati trovati, e che comunque non sapeva, nel secondo caso, dove fossero finiti (“E il Provenzano aggiunse anche di temere che potessero essere finiti nelle mani di Matteo Messina Denaro” testimonia il pentito Giuffrè, mentre, ad es., Marco Travaglio in un suo articolo, si domanda: “Quali documenti conservava Riina che non dovevano finire in mano ai magistrati e che sono rimasti in mano alla mafia di Provenzano?”) e che Provenzano, secondo testimonianze successive, aveva ordinato di rintracciare De Caprio per farlo fuori.
Basta non dirle, queste cose, nel parlare di questa vicenda, ed ecco che il servizio di disinformazione dei cittadini è espletato secondo la regola dell’arte.

(6) Il Tribunale di Palermo sentenziò che il fatto, cioè la mancata perquisizione, era certamente avvenuto, ma non costituiva reato.
Anche perché la mancata perquisizione coinvolgeva in modo soggettivo i procuratori che l’avevano decisa.
Infatti ciò che per il Tribunale di Palermo non costituisce reato, non era “la mancata perquisizione”.

Che pensare, dunque?

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Comments
7 Responses to “Cosa c’è dietro certa antimafia?”
  1. Sharino ha detto:

    Sono molto preso ultimamente Marco, ma non vorrei abbandonare l’argomento, anche perché coinvolge a catena molte dichiarazioni di travaglio e affini, e di conseguenza la loro buona o cattiva fede.

    Per questo ti chiedo se hai qualche link alle documentazioni ufficiali a cui fai riferimento.

    Grazie 😉
    Sharino.

  2. Marco Caruso ha detto:

    @ Sharino: ok, però se vuoi appigliarti appigliati a qualcosa di certo e di valido…

    e non è una differenza da poco.

    puoi dire quel che vuoi, ma non è vero che qui (come altrove) ci si attacchi a virgole o virgolette insignificanti. Al contrario, qui (come altrove) prima di parlare si cerca di documentarsi un minimo e capire dove sta l’inghippo. E puntualmente si trova. Quando non si trova si sta zitti o si perde un po’ di tempo in più per approfondire.
    Non è che Travaglio racconti solo cazzate. Anzi…
    Il problema è che lui racconta cose (talune anche abbastanza oggettive) in maniera distorta e quelle virgolette e quelle virgoline cambiano il senso stesso di quelle e na appuntano la responsabilità addosso a uno piuttosto che a un altro.
    e perchè?

  3. Sharino ha detto:

    Sempre molto educato enrix…

    Quello che sai (e io no) perché non lo scrivi?
    Perché non me lo spieghi con meno insulti e meno supponenza?

    La mia è stata una precisazione per un diverso ambito (cioè le innumerevoli volte in cui una virgola, o un “vaffa” diventano l’appiglio di pensatore per costruire una tesi contraria basata esclusivamente su quello.)

    Che poi nel mio caso la falla non sia una falla… beh può essere e ben venga!
    Ho stampato la sentenza per rileggerla con calma, e per la cronaca non ho MAI fatto dichiarazioni pro/contro caselli/mori ecc… in quanto non mi ritengo sufficientemente preparato (dicasi lo stesso per la questione palestinese) eppure qui ho scritto parecchio.

    Quando i giornalisti scrivono qualcosa, io mi domando SEMPRE il perché… (ho un blog in cui parlo appunto di questo in un post dell’anno scorso) anche della tempistica, cioè perché una notizia vecchia viene ripresa dal cassonetto in un momento specifico (ad es. pre-elezioni).

    Ma a differenza di qualcuno io lo faccio SEMPRE, non solo quando una notizia non mi piace.

    Stavo dicendo questo, e sei libero di procedere alla caposkaw se preferisci.

  4. antonella serafini ha detto:

    caro sharino, citi aliquò probabilmente non sapendo che lo stesso aliquò ha prodotto un documento falso nel processo fatto per incastrare ultimo. L’hanno scoperto ma nessuno ha aperto un fascicolo a riguardo.

    Cita qualcun altro, o vatti a rileggere non la sentenza, ma tutti gli atti (se proprio hai sete di verità, i processi sono pubblici, puoi assistere a guardare il circo senza nemmeno pagare il biglietto)

  5. enrix ha detto:

    No guarda, tu non hai trovato proprio nessuna falla.
    E ti dirò di più: io dei tuoi “ismi” me ne fotto.

    Io non attacco nè approvo nè il giustizialismo nè l’antigiustizialismo
    Io attacco le bufale.

    E questa che Mori e De Caprio avrebbero favorito Provenzano, è una bufala schifosa.

    Per sorrggerla bisogna inventare, inventarsi bufale: telecamere rimosse, casseforti asportate, dichiarazioni distorte dei pentiti, ecc…

    Perchè è stata inventata questa bufala?

    Io lo so, e tu no.

    Perchè è stata rispolverata dopo tre anni dall’assoluzione?

    Io lo so, e tu no.

    E veniamo ad Aliquò.

    Aliquò avrà anche detto quello che hai scritto tu, come ha detto anche altre cose poi smentite dai documenti (se vuoi te ne racconto una carina), ma è del tutto irrilevante che abbia fornito quella versione, perchè la perquisizione è stata poi sospesa da Caselli a tempo indeterminato.
    Quindi se lui ricorda un momento in cui si era convenuto quello, ce n’è stato uno successivo dove non si è più convenuto, che è quello che conta.

    Tant’è vero che di Caselli si dice: “Il medesimo dott. Caselli, tuttavia, non
    ha saputo precisare i termini di tale rinvio e, difatti, NON VENNE CONCORDATO UN PRECISO MOMENTO FINALE”

    Tutto il resto, su quel che si è detto e non si è detto nella riunione, è pettegolezzo senza valore.
    Conta il fatto che l’ordine di non perquisire a tempo indeterminato è stato dato da Caselli, mentre nelle notizie di stampa si insinua che sia stata una decisione diretta e responsabile dei ROS.

    E’ inutile che vai a sfrucugliare le paroline e le virgole della sentenza, alla ricerca di un appiglio per creare un contradditorio.
    A me non interessa il contradditorio sulla buona o malafede fattuale del ROS in quell’occasione.
    E’ quello che vuole certa stampa sciacalla. Uno arresta Riina rischiando la pelle, ed uno scribacchino con la punta della penna rivoltata a sinistra, invece di esser fiero di quell’eroe nazionale, parla di una vicenda dove, al di là di bufale ed invenzioni, tutto quello che resta da contestare a quell’eroe è “La mancanza di comunicazione e l’assenza di un flusso informativo tra l’autorità giudiziaria ed il ROS “. Mecojoni.

    Poi ci sono quelli come te. I lettori ricercatori della verità che metta a posto la propria coscienza ed il prorio manicheismo, che confermi la propria classificazione cerebrale dei buoni e dei cattivi in tutta tranquillità.

    Per cui se due giornalisti, Travaglio e Biondo, si inventano una menzogna schifosa che se fosse vera sarebbe stato sì un reato di favoreggiamento, e cioè la rimozione o la disattivazione di una telecamera che in realtà non esisteva, tu non ti domandi perchè cazzo l’hanno fatto, non vai a chiederti “perchè una menzogna così vergognosa”, oltretutto ribadita alla faccia delle innumerevili smentite.

    No, tu vai a leggiucchiarti che cosa avrebbe detto Aliquò in quella rinunione e te ne torni qui dicendo che hai scoperto una falla.

    Quindi, solo per precisare: ipocrita vedi di dirlo a tua sorella.

  6. Sharino ha detto:

    Scrive Travaglio: “In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti”.
    ma manca un pezzo:
    “previti in quel momento non era nella stanza”

    Scrive Enrix (e copincolla caruso):
    “La Procura scelse di aderire alle richieste avanzate dal ROS e di assumere il rischio di ritardare la perquisizione” (che fu fatta dopo 17 giorni n.d.sharino)
    ma manca un pezzettino piccolo piccolo:
    “convenendo – ha precisato il dott. Aliquò – di aspettare non oltre le 48 ore.”

    (e ho dato solo un rapido sguardo alla sentenza!!!)

    Criticate il giustizialismo.. e poi fate i giustizialisti..
    Criticate il sensazionalismo… e poi fate i sensazionalisti
    Criticate il taglia/cuci/ometti… e poi lo praticate
    Criticate l’ipocrisia.. e poi siete ipocriti
    idem per l’incoerenza…

    cmq io, che non sono come caruso, pur avendo trovato una “falla” nel discorso, non lo ignoro “in toto” e sto già informandomi con la dovuta attenzione sul resto della cosa, senza prenderla sotto gamba per via della “fonte antipatica”.
    Magari troverò delle conferme, magari delle altre smentite, spero alla fine di arrivare ai fatti e farmi un’idea il più veritiera possibile, malgrado le notizie denotino così tanta contaminazione idealista.

    Grazie comunque per lo spunto di riflessione.
    Sharino.

  7. enrix ha detto:

    Come vedi, Marco, le bufale quando sono smascherate non attirano commenti.
    Evidentemente la loro dimostrazione oggettiva lascia senza parole.

    Eppure non è roba da quattro soldi.

    Qui si usano fandonie per dimostrare il favoreggiamento della mafia da parte di carabinieri eroi dello stato.

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