Parliamo di università.

Mi viene da cominciare così: se ci fossero più università private, anche in Italia avremmo azzerato la cosiddetta “fuga dei cervelli”.
Dei tanti ricercatori che non verrebbero assunti negli atenei pubblici, molti potrebbero trovare spazio presso le “libere istituzioni di istruzione universitaria” non statali (ma riconosciute ed autorizzate non solo a fregiarsi del titolo di “università”, ma anche di rilasciare attestati e diplomi aventi pari forza di legge).
Questo, per rispondere a modo mio alla lettera piagnucolante di una ragazza inviata ieri al Corriere della Sera per spiegare le ragioni delle proteste del mondo universitario.
Patetica. O meglio: cieca.
Ho assistito in prima persona ai discorsi dei “precari” assistenti dei baroni che detengono le cattedre fino a novant’anni e mi sono sembrati largamente fuorvianti.
Forse però è bene spiegarsi meglio.
Dunque, il meccanismo è questo: per diventare professori è necessario partecipare ad un concorso, che ovviamente non viene bandito ogni anno, bensì ogni 5 o 10 o più anni secondo le necessità. Nel frattempo, chi riesce a laurearsi ha due strade: cercarsi un lavoro fuori dalle università (nel privato) oppure infilarsi tra le maglie del mantello di mamma Stato ed affiancarsi come “ricercatore” ai professori ordinari ed associati che hanno già vinto il concorso, nella speranza che prima o poi tocchi a loro sostituirli (ma ricordiamolo, possono volerci lustri o decadi).
Ora, siccome di aspiranti professori ve ne sono migliaia, centinaia di migliaia, e dal momento che già i professori sono altrettanto tanti, chi decide di fare il precario nell’università lo fa per scelta personale e non perchè obbligato!
Ovviamente questo ragionamento non vale per tutti i casi: è chiaro infatti che un neo avvocato/architetto/ingegnere/economista/medico/chimico/fisico/farmacista (e non me ne vengono in mente altri) ha molteplici sbocchi in cui impegnarsi nel frattempo. Studi privati, cliniche private, imprese private, ecc…
Un po’ come per i professori ordinari che tre giorni si presentano a lezione e comunque per tutti e sette continuano il loro lavoro nei loro studi, nelle loro cliniche eccetera…
E’ drammatico, ma…a restar fuori da queste possibilità sono quelli che sbocchi professionali inerenti ai propri studi ne hanno decisamente meno.
Facciamo il caso di un neo-laureato in scienze politiche. O di quello in matematica. O di quello in lettere. O di quello in storia e filosofia.
Non vorrei esser banale, ma l’obiettivo principale, credo, sia per loro trovare un impiego pubblico. Nella scuola.
Nessun lavoro extra per loro. A meno che…a meno che non si abbandonino le velleità del posto fisso in università e ci si dedichi alla ricerca di un lavoro diverso, a partire dalle scuole superiori o comunque qualunque altro lavoro.
Questa categoria di ricercatori “precari” è quella più insaziabile.
Nel senso che già i posti son pochi; le possibilità sono limitate… ma nonostante tutto si intestardiscono nel voler rimanere precari pur di aspirare ad un posto nell’università pubblica e questo non può essere colpa di nessun’altro se non loro!
Dovrebbero essere ben consci delle difficoltà cui vanno incontro.
E’ un po’ come se io volessi, appena uscito dall’università, andarmi a trovare (e lo pretendessi) un lavoro in una mega società già al limite del personale.
Sarei presuntuoso se poi protestassi per un posto che non posso avere!

E così, per farla breve.
I tagli all’università sono necessari, ma non ferali.
Chiedere in 5 anni un risparmio del 4% (1,5 miliardi di euro sui 35 stanziati da qui al 2013) non significa portare gli atenei coi libri contabili in tribunale.
Significa semmai chiedere ad ogni facoltà di ristrutturarsi, di tagliare i corsi inutili e di gestire al meglio il proprio personale. Che oggi è esagerato!
Come si fa tutto questo?
Senza licenziare nessuno (il precario non viene licenziato, semplicemente non gli viene rinnovato il contratto), ma controllando le assunzioni.

Oppure, e questo è un paradosso per chi protesta, provando ad incassare di più, cioè avendo più fondi a disposizione.
Dal momento però che lo Stato non può dare, e anzi deve togliere, gli unici che potrebbero finanziare le università sono i privati.
Ma per accettare donazioni dai privati è necessario che le università pubbliche si costituiscano in fondazioni.

Ricapitolando: non ci sono soldi; bisogna risparmiare. Anche la scuola e l’università in particolare devono tirare la cinghia. Perchè? Perchè sono faraoniche e perchè il rapporto qualità prezzo è decisamente scadente: le nostre scuole stanno via via fallendo i loro compiti primari, ovvero istruire ed educare. Per risparmiare non c’è bisogno di licenziare nessuno, ma di limitare le assunzioni e riorganizzare i corsi e l’offerta formativa. Limitare le assunzioni vuol dire bloccare il turn over, altrimenti siamo punto e a capo. Questo vuol dire lasciare a piedi i precari. Precari che sanno già che dovranno restare a piedi per anni. C’è però un modo, anzi due, per non distruggere i loro sogni da cattedrati universitari: o che si vadano a costituire nuove università private, o che i privati vadano a coprire coi loro finanziamenti le necessità di bilancio per le nuove assunzioni. Dunque ecco la facoltà di costituire le università in fondazioni che possano ricevere i soldi dei privati e con quelli farci tutto quello che vogliono nell’interesse dei ragazzi che vogliono studiare.

Il tutto, senza tagliare i fondi alla ricerca nè gli stipendi a nessuno!

Insomma: tutti sti lamenti, con la realtà dei fatti, hanno ben poco a che fare.

Ecco cos’avrei risposto io a quella giovane aspirante impiegata pubblica…

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Comments
25 Responses to “Parliamo di università.”
  1. lorenzo ha detto:

    b.gotto ha perfettamente ragione…
    e comunque pensatore a volte il tuo discorso è fuori dal mondo…
    un’università che si deve mantenere da sola deve imporre delle tasse da college americano…si parla di migliaia di euro l’anno..e tu pensi che sia una spesa sostenibile per la maggior parte degli studenti di oggi???
    vorrà dire che si formeranno università di serie a e univesità di serie b… università dove ci va chi puo permetterselo e università più scadenti e con persone meno qualificate dove ci va chi nn può permettersi di meglio…lauree di serie a e lauree di seire b..addio insomma all’ottima istruzione pubblica che permetteva pari opportunità culturali per tutti
    e che garantiva il cosidetto diritto all’istruzione….
    e poi dici che i tagli all’università sono necessari…se sono necessari i tagli all’istruzione allora sono necessari i tagli a tutti quei bei enti inutili e i tagli che diceva b.gotto, di cui si parla da anni ormai ma che nessuno fa….

  2. Dott. B.Gotto ha detto:

    invecedi tagliare l’ università, si potrebbe per esempio fare:
    1) Seria lotta all’evasione fiscale
    2) Tagliare le Province, gli stipendi dei Parlamentari, i Parlamentari, le comunità montane, gli enti inutili
    3) Un taglio del 10% del numero dei rappresentanti negli organi elettivi, dalle circoscrizioni ai comuni, alle province, alle regioni.
    4) Drastica riduzione delle consulenze esterne; diminuzione degli stipendi dei dirigenti statali e delle loro pensioni
    5) Aumento della tassazione degli alti redditi, dei grandi patrimoni, dei guadagni dovuti alla speculazione finanziaria-borsistica; reintroduzione della tassa di successione per le grandi eredità
    6) Tassare i beni ecclesiastici non connessi ad attività di culto; abolire l’otto per mille e qualsiasi altra forma di sovvenzionamento statale alle Chiese
    7) Invece di dare aiuti di Stato alle industrie automobilistiche, darli alla scuola
    8) Invece di prevedere finanziamenti da dare alle banche in crisi, prevedere finanziamenti per assumere i precari: si otterrà un immediato aumento dei consumi interni che potrà salvare il paese dalla grave crisi economica in corso
    9) Riduzione delle spese militari
    10) Eliminazione dei finanziamenti alle scuole private a favore della scuola pubblica statale .

    mi illudo?

  3. pippo ha detto:

    eliminiamo un po’ di corsi inutili all’università, eliminiamo il 3+2, ma soprattutto diamo incentivi agli studenti per farli studiare nella propria regione, così lavorano anche docenti di certi poli universitari che ora sono ai margini, vedrai che le spese dimuiranno subito senza tagliare.
    Ricostruiamo un po’ la struttura delle scuole professionali, in modo che a16 anni ci siano già elettricisti e carpentieri et voilà, avremo più lavoratori, meno universitari consumatori/fuori sede.

  4. ReyTS ha detto:

    Qualche numero sulla scuola
    Troppe università italiane con le tasche bucate. Tanti sprechi e conti che non tornano. I rettori lamentano i tagli della riforma Gelmini ma non sono capaci di gestire i loro bilanci: 26 università hanno i conti in rosso. E ben 37 atenei tengono in vita corsi con un solo studente. La logica dei baroni batte la buona amministrazione.
    (da ilGiornale.it)

    Milano – Per molti magnifici rettori la riforma del ministro Gelmini è arrivata con la stessa puntualità di un colore a cuori quando al tavolo verde si è rimasti con una sola fiche. Proprio quando il castello di carte – bilanci e rendiconti, tenuti insieme con la colla di artifici contabili – stava per crollare, ecco arrivare il magnifico nemico, un ministro antipatico su cui riversare le colpe del «futuro» dissesto economico

    Ma: perché se la riforma deve ancora entrare in vigore molti atenei hanno ora l’acqua alla gola? L’ultimo degli allarmi sulla crisi finanziaria del mondo accademico l’ha lanciato l’anno scorso la commissione tecnica per la Finanza pubblica nel Libro verde della spesa pubblica: si illustrava che nel 2006 19 università (su 66 totali) riversavano oltre il 90% (limite fissato per legge) dei finanziamenti statali in stipendi di docenti e dipendenti. Nel 2007 le cose sono peggiorate: gli atenei in rosso sono diventati 26, il 37% del totale. E oggi, aspettando i bilanci 2008, le prospettive non sono buone.

    Come fanno le università a finanziare la ricerca se spendono, come accade a Siena, il 104% dei fondi loro destinati esclusivamente in buste paga? «Semplicemente non la fanno» spiegava questa estate al Giornale Giulio Ballio, rettore del Politecnico di Milano, esempio virtuoso dove le buste paga sono contenute nel 66,2% dei fondi.

    Ma perché alcuni atenei hanno i pignoratori alle porte e altri hanno i bilanci in ordine? Visto che le regole sono le stesse per tutti, «le differenze – recitava l’inascoltato Libro verde – sono causate dai comportamenti particolari dell’ultimo decennio». Ovvero, da chi ha gestito troppo allegramente il personale, reiterando «processi accelerati di reclutamento e promozione», senza correlarli alla «qualità dell’ateneo».
    Tra il 2000 e il 2006 le università hanno bandito 13.232 posti per professori. Questi concorsi hanno creato 26.004 idonei. Magia? No, solo l’effetto del meccanismo di «idoneità multipla», introdotto una tantum nel ’99 per superare un’emergenza ma poi tacitamente adottato come regola generale, col benestare di tutti: più professori equivalgono a più corsi, e più corsi più fondi e potere – (senza considerare la possibilità di piazzare mogli, figli, parenti e amici all’interno delle facoltà). Il professorificio è costato allo Stato qualcosa come 300 milioni di euro in 5 anni.

    Corollario dell’esplosione del numero dei professori, un parallelo aumento dei corsi di laurea (una volta fatti i docenti, bisogna trovargli un’occupazione). Le università, passate dalle 41 alla fine anni ’90 alle 66 di oggi (e con le private e le telematiche si arriva a 94) hanno raddoppiato tra il 2000 e il 2006 i corsi di laurea, passati da 2.444 a 5.400. Con risultati, in alcuni casi, strepitosi: al primo gennaio del 2007 il corso di Scienze della mediazione linguistica a Forlì contava un solo iscritto; chissà con chi mediava. Forse con i soli in grado di capire il suo stato d’animo, gli altri 37 studenti titolari di facoltà ad personam sparsi per l’Italia: tra di loro anche uno studente di Scienze storiche a Bologna, uno di Ingegneria industriale a Rende (nel Cosentino) e uno di scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino (in provincia di Macerata). Ma il club dei corsi di laurea con più professori che studenti conta anche dieci corsi con due frequentatori, altri dieci con tre, quindici con quattro, otto con cinque e 23 con sei.

    Chi paga tutto questo? I vertici dell’università senese avevano le idee chiare: lo Stato. Peccato per loro che ci abbia pensato la magistratura amministrativa a far crollare la certezza che alla fine Roma paga sempre, bocciando il ricorso dell’ateneo, che aveva chiesto al ministero dell’Università 46 milioni di euro per far fronte agli stipendi arretrati; buste paga che il rettorato elargisce in abbondanza, visto che a Siena hanno addirittura più tecnici amministrativi che professori: 1,2 non docenti per ogni docente. In questo l’ateneo toscano è però in perfetta linea con le università siciliane tutte, dove le percentuali di personale che non sale in cattedra sono le più alte di tutta Italia: a Palermo ci sono 2.530 amministrativi a fronte di 2.103 professori, a Catania i tecnici superano i docenti di 232 unità, a Messina il numero di chi insegna si ferma a 1.403 e i tecnici arrivano invece a 1.742, a Enna il rapporto è di 77 a 29.
    Tanto per dire, a Milano il rapporto è fermo a 0,6.
    Matthias Pfaender

    Guarda se ti può interessare Pensatore 🙂

  5. e meno male che pensi ha detto:

    refuso: 15 non 18

  6. e meno male che pensi ha detto:

    p.s.
    questo è l’editoriale di Nature del 18 ottobre, finisce così:
    “The government needs to consider more than short-term gains brought about through a system of decrees made easy by compliant ministers. If it wants to prepare a realistic future for Italy, as it should, it should not idly reference the distant past, but understand how research works in Europe in the present.”
    Suggerisco di leggere tutto l’articolo, il link è qua sotto…

    http://www.nature.com/nature/journal/v455/n7215/full/455835b.html

    vedi come belano le pecore pure dall’estero!!

  7. e meno male che pensi ha detto:

    “Hai presente le università inglesi o americane che ricevono donazioni da ogni dove? Ecco…l’idea è quella, sebbene da realizzarsi in forma diversa…”

    “E, ti prego, non confondere l’idea delle fondazioni col sistema scolastico e universitario made in USA!”

    A me sembra che qui quello confuso sei tu… Anche se sicuramente ora mi farai notare che hai scritto “in forma diversa”, ma “l’idea è quella”, o no?

    La scuola non va toccata, anzi bisogna investire, ora più che mai, perchè è l’unica via di progresso che abbiamo. Non mi aspetto che tu condivida un tale punto di vista, che tra l’altro non è solo mio… Ma giustamente questo “non è l’unico coparto dello stato cui si chiede di limitare le spese”, quindi spuntiamo pure, come dici tu; l’ennesima spuntatina di una lunga serie, gira gira si spunta sempre lì..
    Recuperare denaro combattendo ad esempio l’evasione fiscale neanche per sogno, ma noi intanto spuntiamo.. Spunta spunta alla fine rimarremo coi mozziconi, e come al solito, chi potrà permetterselo pagherà per un servizio che in un paese civile dovrebbe essere diritto di tutti, chi non potrà… non potrà.
    Guardati attorno, come dici tu, se osservi attentamente vedi che sta già accadendo… Se poi pensi che non sto parlando con senno e criterio perchè non la penso come te, liberissimo!
    Intanto che le rotelle girano io torno a belare in coro con tutti gli altri… Magari se ci stai a sentire il perchè lo capisci anche tu!

  8. ilpensatore ha detto:

    Ma su cos’è che avrebbe ragione la ragazza di Pisa??????
    Tagliare il 4% dei fondi diretti e ripianarli col blocco del turn over, senza peraltro toccare i fondi per la ricerca nè il 5 per mille, non mi sembra un vero e proprio taglio, quanto piuttosto una spuntatina…del tutto giustificata.
    Giustificata perchè non è l’unico comparto dello stato a cui si chiede di limitare le spese, ma soprattutto perchè se il 99% del fondo se ne va in stipendi vuol dire che qualcosa non funziona.
    Guardati attorno, per come sono impostate le nostre università si potrebbe spendere meno e ottenere di più.
    Tutto qui: soldi per tutto non ce n’è.
    Ci sono tanti sprechi, è vero, ma anche nella scuola è vero sperperio di soldi e non vedo perchè dovrebbe essere considerata intoccabile!

    E, ti prego, non confondere l’idea delle fondazioni col sistema scolastico e universitario made in USA!

    Le cose son due: o sai di cosa parli e ne parli con senno e criterio oppure è meglio tacere.
    Caro il mio anonimo, tu fai solo disinformazione!
    Sei una pecora di quel grande gregge che bela senza manco sapere perchè!

  9. e meno male che pensi ha detto:

    Ha ragione la ragazza di Pisa. Qua non si tratta di volere ad ogni costo un posto fisso nell’Università pubblica. L’Istruzione non si tocca. Se non ci sono soldi e dobbiamo tagliare, cerchiamo di non farlo a spese della collettività. Ci sono tanti sprechi in Italia da far paura.. e i tagli dove li facciamo? Istruzione e Sanità. Bella prova, davvero. Ripensare a come vengono spesi i fondi indirizzati -nella fattispecie- alle università è un conto, tagliarglieli è criminale. Possiamo spendere fiumi di parole sulla questione, ma il fatto è che stanno distruggendo un sistema che una volta portava alla formazione di figure richieste in tutto il mondo, oggi ci ridono dietro. Ho paura di quello che sta succedendo in questo Paese, ancora non ho figli ma mi chiedo dove potrei farli studiare, se ne avrò, e se me lo potrò permettere. Negli USA pagarsi il college non è uno scherzo, non vorrei proprio che anche qui finisse così. Ma è inutile continuare, i risultati, purtroppo, a breve saranno sotto glio occhi di tutti. Speriamo di riuscire a scappare finchè si è in tempo… lasciando il caos in mano a chi lo ha creato e sponsorizzato.
    Btw, le lauree in matematica sono molto richieste nel mondo del lavoro, specialmente perchè rare… probabilmente in un Paese sempre più folle davvero trovare chi ragioa sta diventando un evento raro

  10. Baluba ha detto:

    Negli altri paesi, cmq, le università sono cosa ben diversa dalle nostre. Ad es. ricordo che 4 anni fa tra i principali finanziatori della campagna elettorale di Al Gore c’erano le maggiori università USA.

  11. ilpensatore ha detto:

    PS:

    ti cito solo un passaggio circa gli amministratori delle fondazioni, così come riportato sul mio libro di diritto privato:

    mentre gli organi direttivi nelle associazioni sono dominanti, nelle fondazioni sono sottoposti alla volontà di chi ha costituito l’ente

  12. ilpensatore ha detto:

    Sharino, tu però confondi le fondazioni con le società o con semplici associazioni.
    Sono altra cosa.
    La fondazione viene costituita con uno scopo prefissato dal fondatore ed inviolabile dagli amministratori: c’è quindi un patrimonio che viene destinato in maniera vincolante ad un interesse ESTERNO all’ente al fine di realizzare un vantaggio per ALTRI.
    Esempi classici di enti/fondazioni sono gli ospedali.
    Ora, non mi pare che negli ospedali (qui a Firenze abbiamo quello pediatrico Mayer) gli amministratori impostino i prezzi o escludano soggetti che hanno necessità di beneficiare dei servizi offerti…nè ad essi mancano fondi pubblici.
    Oltretutto, rispetto alle associazioni, nelle fondazioni il controllo pubblico è assai penetrante perchè ha una funzione di verifica della legittimità delle decisioni approvate e adottate dagli amministratori.
    Nel caso delle università il fondatore è lo Stato (che però non può partecipare all’organizzazione) e gli amministratori…praticamente quelli di oggi (ovvero i rettori ed il senato accademico): come ben vedi, di privati manco l’ombra.
    Quelli mettono i soldi.
    E hanno pure tutto l’interesse a farlo in quanto le somme devolute in donazioni vengono dedotte dall’imponibile…quindi il privato paga meno tasse!

    Spero d’averti tranquillizzato un minimo Sharino…

    anche perchè esser pessimisti, ok ci può stare…ma diventar disfattisti no…è controproducente…

  13. Sharino ha detto:

    Scioperano perché sanno qual’è il più probabile risultato italiano di quella facoltà.

    Se il tuo comune costruisce una piscina pubblica lo fa anche con i tuoi soldi.
    La teoria vorrebbe che il tuo biglietto di ingresso coprisse soltanto le spese di gestione e di manutenzione visto che la costruzione l’hai già pagata con le tasse.

    Se dopo il sindaco apre alla “facoltà” di privatizzare e io me la compro, posso:
    a) Investire a fondo perduto: acquisto miglioro e lascio invariato il biglietto.
    b) Ristrutturare e migliorare la struttura, recuperando poi dai costi maggiorati del biglietto le spese sia dell’acquisto che dei lavori (tagliando fuori i frequentatori che andavano in piscina pubblica proprio perché non potevano permettersi quella privata)
    c) chiuderlo e costruirci qualcos’altro.

    La a sarebbe la migliore, ma se l’acquirente non è babbo natale la vedo improbabile.

    La B e C sono sconvenienti per il cittadino e soprattutto vanno contro la natura stessa del sistema tasse>servizi.

    Inoltre dopo lo scandalo CEPU non mi sorprenderebbe vedere certa gente che non conosce l’italiano, laureata alla Bocconi dopo 2 anni…
    Se quelle statali hanno un minimo di credibilità è perché “ufficialmente” gli introiti non variano a seconda dei promossi, mente in una struttura privata è molto verosimile uno scenario del genere.

    Non dico di essere cinico quanto me (lo so io sono eccessivo) ma almeno guardati intorno prima di dire che i privati saranno solo “entrate” senza nessun rovescio della medaglia.

  14. ilpensatore ha detto:

    Sharino io parto dal fatto che innanzitutto è una facoltà che viene data alle università…possibilità che dovrà comunque essere prima approvata dal senato accademico, quindi…
    e poi considera sempre che gli investimenti privati sarebbero solo ulteriori rispetto ai fondi statali che rimangono sempre quelli…

    insomma: non ci perde niente l’università…al massimo ci guadagna!

    è vero che siamo in Italia, ma secondo il tuo ragionamento non riusciremo a fare mai niente di buono perchè nessuno si fiderà mai ad innescare un circolo virtuoso…

  15. Sharino ha detto:

    Scusa Marco.. non vorrei essere insistente… ma la Babbo Natale Srl pare essere una delle poche aziende disposte a finanziare le università in cambio solo della gloria e di un futuro fatto di giovani preparati e felici.

    In altri paesi magari c’è un’altra mentalità e si sponsorizzano le donazioni alle fondazioni negli spazi che noi dedichiamo alle suonerie sui cellulari, ma quì siamo in Italia, e io sarei guardingo, oltre che scettico, soprattutto su quel tuo “sebbene da realizzarsi in forma diversa”

    Mi auguro comunque che sia come dici tu…

  16. ilpensatore ha detto:

    No, Sharino…non condivido la tua visione della faccenda.

    Cosa avrebbero in cambio i privati che investono nelle università? Beh, a me sembra chiarissimo: il futuro! Cioè giovani preparati, magari meglio preparati rispetto ad altri perchè potranno vantare attrezzature migliori o stage presso le imprese dedicate di quello specifico settore…chessò, roba del genere.

    Il fatto è questo: il finanziamento pubblico rimane lo stesso identico che in passato, ma a questo gli si affiancano altre forme di “entrate”…

    Hai presente le università inglesi o americane che ricevono donazioni da ogni dove? Ecco…l’idea è quella, sebbene da realizzarsi in forma diversa…

  17. Sharino ha detto:

    Scusami Pensatore ma i privati coprono le spese a fronte di che?

    Cioè io privato investo 100.000 euro in una università, loro ci comprano tanti bei banchetti e un proiettore nuovo di zecca, comprano un paio di poster del Ché… ma poi il mio ritorno qual’è?

    Ho controllo sull’università?
    Ho la possibilità di dirgli che devono comprare i libri che vendo io?
    Posso mettere il casello con telepass all’ingresso?
    Posso guadagnare dalle fluttuazioni azionarie della “ciucciComunisti SPA”?

    non capisco.

    Per il momento la vedo più una operazione di facciata in cui lo scopo reale è semplicemente l’infiltrazione decisionale laddove i media non sono ancora arrivati, per fare un po’ di pulizia della concorrenza che invece aveva “investito” maggiormente: Ciellini, comunisti, ecc… i quali sono riusciti a penetrare per via clientelare anziché mediatica.

  18. ilpensatore ha detto:

    ahah…simpatico Paolo…ahah…

  19. mazapegul ha detto:

    ma che ce frega delle universita’, parlaci un po’ di travaglio piuttosto! 🙂

  20. ilpensatore ha detto:

    a rigor di logica, Anonimo, dovrebbe essere il contrario: lo Stato potrebbe chiedere sempre meno soldi agli studenti in quanto a coprire le spese ci pensano già i privati.
    privati ai quali le università non saranno mai legate, perchè le fondazioni ricevono soldi come donazioni e non per essere scalate, nè hanno quote azionarie da vendere…ergo…i privati non avranno mai il controllo sulle facoltà.
    anche perchè, ed è giusto chiarirlo, per privati si intendono anche persone fisiche e non solo imprese: ad es. ex studenti!

    scusa, ma perchè sei così convinto che aumenterebbero le tasse?

  21. Anonimo ha detto:

    e del fatto che legando le università ai privati c’è il rischio di un aumento a dismisura delle tasse? il diritto allo studio verrebbe comunque mantenuto?chi non si può permettere di pagare cifre astronomiche dovrà rinunciare agli studi? e non dirmi che le soluzioni sono le borse studio….

  22. ilpensatore ha detto:

    Sharino, l’unica risposta che mi do e che quindi ti do è che l’università così com’è non funziona…o meglio…può subire riduzioni di spesa senza distruggerla, ma incentivandone la riorganizzazione.

    da una parte (ponte sullo stretto) fai un investimento partendo da zero; dall’altra (l’università) l’investimento c’è già, solo che è improduttivo.

    il problema, credo, sta nel fatto che più del 90% delle risorse viene sprecato negli stipendi. E forse sono troppi gli stipendi che devono essere pagati rispetto alle reali necessità…

    in più considera che il taglio sarà compensato sia dal blocco del turn over, sia dalla possibilità di incassare finanziamenti privati…

  23. Sharino ha detto:

    Ma i soldi ce li abbiamo o no?

    Perché un ponte sullo stretto viene chiamato “investimento”, quello alle banche viene chiamato “intervento”, quello alitalia “prestito ponte” e poi per l’università si deve tagliare?

    La beffa (che i sinistroidi non hanno capito e che tu spieghi bene) è che i tagli sono piccoli, non stanno falciando i fondi ma solo dando una “spuntatina”.

    Io mi rifaccio sempre alla coerenza:
    Perché finanziare un’azienda parastatale fallita, prevedere un massiccio l’intervento del governo per salvare le banche, mettere in preventivo grandi opere… se poi siamo così pezzanti da dover dare le spuntatine?

    E poi:
    Perché evocare la patria riguardo la farsa alitalia quando da 2 o 3 legislature i veri “patrimoni dello stato”, li mettiamo puntualmente su ebay?

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