Travaglio: l’ennesimo professionista dell’antimafia.

Bisogna riconoscere che se non ci fosse Travaglio, molte cose sarebbero rimaste nel dimenticatoio e molte altre avrebbero continuato ad avere quell’alone di mistero tale da renderle sconosciute ai più.
Per esempio, se non avessi letto il pezzo che ieri il novello professionista dell’antimafia (come Sciascia definiva quelli che sfruttano la lotta alla mafia come strumento di una fazione per il raggiungimento di un certo potere – chissà, magari politico anche per Travaglio) ha scritto contro il neopromosso procuratore capo di Marsala, Alberto Di Pisa, ritendendo che la sua nomina fosse uno scempio alla memoria di Falcone, non avrei mai saputo cosa intendesse nè cosa in realtà successe a Palermo negli anni in cui Falcone spadroneggiava all’interno del pool antimafia.
Così, spulciando negli archivi di Repubblica si capisce che il clima era abbastanza pesante e lo stesso Falcone era oggetto di diversi attacchi.
Non c’era solo Di Pisa, che oggi ha (per Travaglio) il demerito di esser tornato alle cronache per la sua promozione come magistrato, ma tanti, tantissimi altri che per meri tornaconti politici non vedevano per niente bene Falcone e non condividevano il suo operato.

Perciò, scopro, tra le tante cose, che l’Unità (su cui scrive Travaglio) era in prima linea contro il magistrato palermitano, reo di non essere “uno di loro”, ma di essersi avvicinato a Martelli e quindi ai socialisti. Ma questo, a Travaglio, non fa alcun effetto. Si dirà: è passato tanto tempo. Embè? E per Di Pisa no? Di lui non si ricordano le indagini eccellenti o che è stato procuratore capo a Termini Imerese, no: si ricorda piuttosto ancora il processo in cui era accusato d’essere il “corvo”, l’anonimo che scriveva missive calunniose contro Falcone e che, a detta del capo dell’alto commissariato antimafia Sica, proprio Falcone indicò come l’autore di quelle lettere (Falcone però smentì sempre e niente mai si seppe); il magistrato si difese e alla fine fu prosciolto da ogni accusa (che peraltro trovava fondamento in un frammento di impronta studiato solo dal Sismi e che nessuno ha mai potuto vedere se non in fotografia, ma che comunque fu inutilizzabile: le impronte sulle altre carte ricevute da Falcone e Borsellino non porteranno mai con esattezza a Di Pisa).
Scopro anche che, come nella vicenda Di Pisa, Falcone fu oggetto di audizione del CSM, ma stavolta come imputato a causa delle accuse portategli (con tanto di prove) da Leoluca Orlando Cascio, un altro che tacciava Falcone di insabbiare le carte e di tenerle ben nascoste nei cassetti del suo ufficio: tal Leoluca Orlando è un altro dei professionisti dell’antimafia.
Ma a Travaglio, a differenza che col Di Pisa (che qualche merito l’avrà pure per esser stato nominato per quell’incarico), non fa una grinza a sapere che quel Leoluca Orlando oggi milita nelle fila del partito che lui aveva detto di appoggiare pochi giorni prima delle elezioni.

Ebbene, per Di Pisa (colpevole, forse, di aver sottratto il posto alla procura di Marsala al cognato di Falcone) Travaglio non fa sconti: rispolvera i vecchi sospetti e riporta dall’oltretomba del passato la storia di uno scontro che non fu comunque l’unico a combattere.
Per tutti gli altri, invece…il tempo è stato galantuomo.
D’altra parte…tutti gli altri gli “offrono asilo”…

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Comments
5 Responses to “Travaglio: l’ennesimo professionista dell’antimafia.”
  1. Vito Poma ha detto:

    Di Pisa accusava Falcone di fare troppo in prima persona per combattere la mafia, cioè
    come si direbbe oggi di una posizione troppo giustizialista

    “Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (….) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice ‘planetario’ che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…). Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori (…). La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro (…). Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato”

    Orlando invece SBAGLIANDO in una puntata di Samarcanda accusò Falcone di fare troppo poco, tenendo “nei cassetti” nascosti dei documenti che potevano inchiodare certi imputati eccellenti,

    Detto questo Travaglio sicuramente SBAGLIA nel non accennare minimamente a questi fatti nei suoi libri e nei suoi articoli.

    Resta il fatto che, per me, Orlando resta un professionista dell’antimafia, per il suo desiderio di combattere la mafia che ha sempre manifestato, anche quando attaccava pesantemente Falcone. Non posso dire lo stesso di Di Pisa

    Ecco le motivazioni che Travaglio, secondo me sbagliando, adduce a discolpa del fatto che nel libro “Se li conosci li eviti” non parla di Orlando, che sono, penso, le stesse ragioni per le quali decide di non parlare di alcune cose.

    “rispondo a Simone Sapienza, del Comitato Nazionale di Radicali Italiani, a proposito della mancata inclusione di Leoluca Orlando nelle liste dei candidati nei guai con la giustizia. Quando abbiamo compilato l’elenco per il libro “Se li conosci li eviti”, Peter Gomez e io ci siamo attenuti a un criterio preciso: escludere i reati “politici” e “di opinione”, oltre a quelli derivanti da incidenti stradali e simili. Insomma, abbiamo inserito quelli che, a nostro avviso, creano qualche problema di compatibilità con la funzione di rappresentante del popolo nelle istituzioni.
    L’esponente radicale ha un concetto un po’ singolare di “reato di opinione”: eppure lo dice la parola stessa. Se uno esprime una legittima opinione nell’ambito della sua attività politica può incappare nel Codice penale, ma – secondo noi – non diventa incompatibile con la presenza in Parlamento. Se uno mente sapendo di mentire, raccontando bugie, non esprime un’opinione: racconta balle. E tanto peggio se si tratta di un giornalista, che avrebbe il dovere di scrivere la verità e di verificare ciò che scrive.
    Se Jannuzzi scrive che Andreotti è stato assolto a Palermo, dunque era innocente, dunque non aveva rapporti con la mafia, dunque bisogna processare Caselli e gli altri pm che hanno osato portarlo in tribunale, non esprime un’opinione: racconta una balla, visto che ribalta la sentenza definitiva della Cassazione che ha giudicato Andreotti colpevole di mafia per il reato “commesso” fino alla primavera del 1980, ma prescritto durante il processo.
    Se Lehner scrive che Borrelli e il pool di Milano hanno attuato un golpe, punito dall’articolo 289 del Codice penale (attentato a organo costituzionale) per aver indagato doverosamente sulle notizie di reato emerse a carico di Berlusconi, non esprime un’opinione: attribuisce un reato a magistrati che hanno compiuto semplicemente il proprio dovere costituzionale, in base all’obbligatorietà dell’azione penale.
    Orlando invece non ha fatto nulla di tutto questo: nei primi anni 90, quando alcuni consiglieri comunali di Sciacca raccolsero le firme per indire un referendum che facesse decadere il sindaco antimafia Ignazio Messina, tenne un comizio per difendere l’onest’uomo, accusando chi lo voleva rovesciare di rispondere a certi interessi facilmente immaginabili. I giudici ritengono che li abbia diffamati e l’hanno condannato. Cose che capitano a chi fa politica o informazione difendendo la legalità. Mi viene in mente il caso di Alberto Cavallari, grande direttore del Corriere della sera, che negli anni 80 scrisse che Craxi rubava (negli stessi anni lo diceva anche Grillo, e veniva radiato da tutte le tv). Lo condannarono, perchè non aveva prove sufficienti per suffragare la sua sacrosanta denuncia. Poi quelle prove saltarono fuori e Craxi fu condannato, ma era troppo tardi: Cavallari nel frattempo era morto. Personalmente, l’avrei fatto senatore a vita. Fra l’altro, Orlando ha pure una condanna per aver diffamato Previti: un reato pressochè impossibile, visto quel che si è scoperto dopo. Un reato che, ai miei occhi, è una medaglia al valore.
    Quanto a Mauro, era nella lista del V-Day perchè aveva anche condanne provvisorie per gravi delitti contro la pubblica amministrazione, oltre a una condanna definitiva per diffamazione. Visto che poi è stato assolto, è uscito dall’elenco nonostante la sentenza definitiva per diffamazione.
    I radicali fanno bene a rivendicare “una classe dirigente quasi interamente condannata per reati legati alla disobbedienza civile”: infatti non ci siamo mai sognati di inserire Pannella e la Bonino nell’elenco dei condannati, ben sapendo che le condanne per spaccio o per vicende legate all’aborto altro non erano se non frutto di battaglie e provocazioni politiche. Ben diverso il caso di Sergio D’Elia, che oggi sarà pure un nonviolento, ma ha una condanna per concorso in omicidio risalente ai tempi in cui militava nell’organizzazione terroristica Prima Linea. Nulla in contrario alle sue battaglie di oggi: ma i condannati per omicidio – sempre a nostro sommesso avviso – devono accontentarsi di combatterle da privati cittadini. Da casa propria. In Parlamento gli omicidi non devono mettere piede”

    E anche qui, sbagliando, non parla di Falcone.

    Si possono criticare queste posizioni di Travaglio, ma non si può negare che hanno una loro coerenza interna

    PPS

    Poi, forse non sono beninformato su Orlando, ci sono altre cose rilevanti che possono gettare un’ombra pesante sul suo passato riguardo alla sua lotta contro la mafia?

    @Brunetta

    Ecco invece un moderno stratega che ci spiega le ragioni per cui la mafia esiste e i modi per combatterla

    “Mi piacerebbe che non ci fosse nemmeno lo specifico della mafia. C’è l’antimafia perché c’è la mafia. La mafia è una tipologia di criminalità come dire, specifica, deviante, che avrebbe bisogno, che ha bisogno di regole speciali. A me non piacciono le regole speciali. Chi fa un crimine deve essere colpito. Non amo gli ‘anti’, preferisco le regole e il far rispettare le regole”.
    “Se in Italia si rispettassero le regole, non ci sarebbe bisogno dell’antimafia, perché la mafia è una forma di criminalità e dovrebbe essere perseguita come tutte le altre. La mafia dev’essere affrontata in modo laico e non ideologico. Se della mafia facciamo un simbolo ideologico, con la sua cultura, la sua storia e così via, rischiamo di farne un’ideologia e come tale, alla fine, produce professionisti di quella ideologia proprio nei termini in cui ne parlava Sciascia, professionisti dell’antimafia”

    Insomma c’è la mafia perchè c’è l’antimafia 🙂

  2. raser ha detto:

    ops, ho visto ora che ho commentato spacciandomi per il ministro… perdono, è il residuo di un commento ironico da galatea

  3. ilpensatore ha detto:

    hai ragione…ma ormai è come una droga…dalle cazzate di Travaglio non ne posso più fare a meno…

  4. Brunetta ha detto:

    questo blog sta diventando altrettando monotematico degli articoli di travaglio

  5. tequilero ha detto:

    Pensatore solo per completezza dell’informazione.
    Quando Sciascia ha scritto quell’articolo, si riferiva in particolare a due persone.
    Una é Leoluca Orlando, l’altra Paolo Borsellino.
    Questo il passo:
    Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel “notiziario straordinario n. 17” (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell’assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: “Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il “superamento” da pane del più giovane aspirante”.

    Per far carriera

    Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come “la diversa anzianità”, che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel “superamento”, (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria – è “magistrato di eccellenti doti”, e lo si può senz’altro definire come “magistrato gentiluomo”, anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna “a lui assolutamente non imputabile”: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza “che comunque non può essere trascurata”, anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo “piatisse l’assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l’altro risultato alieno dal suo carattere”. E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

    I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di “magistrato gentiluomo”, c’è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

    Saluti

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