Welby: una questione di coscienza.

Appelli, veglie, scioperi della fame…tutto per dare a Welby una possibilità di morte.
Alcuni obietteranno che, no, è per dargli la possibilità di una morte dignitosa.
Ma dove sia la dignità nella morte, ancora nessuno ce lo ha mai spiegato; o se vogliamo, nessuno ci ha mai descritto una morte dove la dignità della persona sia stata azzerata (vi assicuro che vedere lo strazio patito da mio nonno gli ultimi giorni della sua vita non ha mai compromesso l’amore che provavo per quello scricciolo d’uomo: l’importante è come si vive…non come si muore! chi è stato sano durante la sua esistenza, difficilmente verrà ricordato per i modi della sua passione!).

Cristo è stato messo in croce, proprio per esser deriso e turlupinato; eppure quella morte, da tutti pensata come la più terribile, la più offensiva, è risultato il gesto più significativo di tutta la storia umana, che ha dato un senso al dolore, trasformandolo letteralmente da tristezza in gioia, da debolezza in forza, da esempio negativo, in positivo.

Ora, possiamo anche non ricorrere all’Altissimo ben potendo rimanere coi piedi per terra e nel nostro tempo: già, perchè abbiamo avuto anche noi, del secondo millennio, la fortuna di guardare in faccia, e per tanto tempo, una persona straordinaria, Giovanni Paolo II, che ha fatto della sua malattia e della sua sofferenza lo strumento per dare a tutti l’immagine di un uomo più forte del dolore e che può vivere con enorme dignità anche appressandosi all’ora della sua morte: un messaggio inequivocabile di vicinanza e di speranza verso tutti coloro che patiscono infermità fisiche e mentali; un messaggio d’amore…perchè è nell’amore de e per gli altri che si possono affrontare i problemi della Vita! Un messaggio per tutti che non ci si deve scoraggiare e che si può dare un senso alla propria Vita anche quando essa ci sta abbandonando!

Il “caso” Welby ha avuto, in questo senso, un merito e un demerito.
Un merito nell’aver riaperto una discussione (che sa tanto di ferita) nelle coscienze delle persone; un demerito nell’averla posta come una questione politica, facile alla strumentalizzazione.
Sfruttare il dolore di Welby per chiedere alle istituzioni di aprire le porte alla morte di Stato, all’eutanasia o alla dolce morte (chiamatela come vi pare, il senso è sempre quello) ha un che di meschino: l’uso mediatico che viene fatto del malato è inaccettabile, perchè tutto teso alla eccitazione cieca delle sensibilità personali delle persone che osservano distratte quanto succede, ma che si lasciano ben influenzare e coinvolgere emotivamente.
Ma questo è un po’ tipico del nostro Paese, dove è necessario cavalcare l’onda per affrontare certi discorsi!
Il merito però, rimane comunque: adesso si discute, ci si confronta e si ha l’occasione per scoprire le mancanze della politica di fronte alle esigenze delle persone fino ad oggi dimenticate.
E il problema, in effetti, c’è!
Si parla di eutanasia (cosa che mi fa ribrezzo), ma sarebbe stupido fermarsi alla semplice (seppur drammatica) contrapposizione tra chi la vorrebbe legalizzata e chi invece la osteggia in toto: ci sono altre forme di “aiuto” ai malati terminali che possono essere dibattute e trovate.
Prima di tutto però, dobbiamo partire dalla situazione attuale, per quella che è: ed oggi noi sappiamo che non c’è una legge che preveda la possibilità di “staccare la spina”; che oggi non c’è una legge che tuteli effettivamente il diritto a sottrarsi all’accanimento terapeutico; è anche vero, però, che non c’è niente che ci dica in cosa consista l’accanimento terapeutico; c’è invece una legge che ci permette di sottrarci dapprima ad una qualsiasi cura: quella sul consenso informato del paziente; ma c’è anche la possibilità per i dottori o i familiari di ricorrere, i primi, al codice deontologico e, i secondi, al tribunale (ricordate il caso di quella signora che non voleva farsi amputare una gamba??).
Insomma, abbiamo tutto, niente, e il contrario di tutto: una gran confusione…e a rimetterci è solo il malato!

Torniamo allora all’esempio di quel gran personaggio che è stato Papa Wojtyla: certo, lui non è ricorso all’eutanasia…non ha chiesto che venisse staccata alcuna spina che lo tenesse in vita, ma si è rifiutato di morire in ospedale, preferendo l’abbraccio di San Pietro e della sua piazza gremita di persone che lo amavano (e lo amano). D’interessante è ciò che disse relativamente a ciò di cui oggi si è tornati a parlare: (tratto da Wikipedia) “Da essa (ossia dall’eutanasia, n.d.r.) va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi». Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte”.

Questi son passaggi fondamentali…e perdonate se mi dilungo ancora, ma è essenziale capirci su una cosa ben precisa: Piergiorgio Welby è affetto da una malattia tremenda che lo blocca al letto in maniera penosa…ma si può dire sia penosa la sua Vita? Personalemente, mi fa riflettere e angosciare la sua lucidità: è decisamente una persona lucida, capace di intendere e volere, capace di pensieri profondi e, immagino, anche di sentimenti profondi: è immobile, lo so, ma sol per questo, se lo si ascoltasse soltanto, ci risulterebbe indegno di vivere? La sua vita sarebbe meno dignitosa rispetto a quella di tanti giovani o adulti che la stanno buttando via dietro a droghe, criminalità, vizi o rispetto a quella di un calciatore analfabeta che guadagna miliardi sol tirando qualche pedata a un pallone?
NO! C’è molta più dignità in una vita di sofferenza, di tremendo doloro, piuttosto che nelle vite accidiose di intellettualoidi o riccastri da strapazzo, coi loro futili sollazzi.
A questo punto, vien da chiedersi se vi sia accanimento terapeutico verso un malato il cui corpo lo ha abbandonato da un pezzo, ma il cui cervello è più sveglio del mio!?
Staccare quel respiratore darebbe sollievo al suo corpo, ma sarebbe la tragica fine della sua viva coscienza e dei suoi vivi sentimenti.

Sicuramente è necessario discutere per giungere ad una soluzione che sia d’aiuto ai veri morenti, ai moribondi senza sè stessi, ma senza dover ricorrere alla “dolce morte” legalizzata dalla stato: i rischi sono troppi e di esempi di degenerazioni ne abbiamo fin troppi; soprattutto non si può confondere la dignità della vita col dolore della morte!
Aiutiamo i malati, stiamogli vicini, facciamogli capire che si può essere straordinari anche in punto di dirsi addio!
Il rifiuto dell’accanimento terapeutico è un ottimo punto di partenza…
Ma prima dobbiamo capire cosa sia l’accanimento terapeutico.
Partiamo da qui…e vediamo dove arriviamo!

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Comments
36 Responses to “Welby: una questione di coscienza.”
  1. cittadino ha detto:

    O come permette alla guardia svizzera suicida il funerale cattolico, o come permette al capo della banda della Magliana di essere sepolto in Chiesa! Strano…molto strano

  2. ilpensatore ha detto:

    credo che tu stia confondendo le libertà laiche con quelle religiose! il vicariato di Roma non ha concesso i funerali cattolici a Welby come rifiuta la comunione ai divorziati e come non permette di far risposare due persone già separate…

    son campi diversi di libertà…

  3. cittadino ha detto:

    La libertà è libertà e questa cessa solo quando lede quella altrui. Il mio intervento, però ha un altro scopo; e mi rivolgo allo Stato Italiano che nulla ha fatto nei confronti del Vicariato di Roma. Le chiese nascono e si edificano, sul territorio nazionale, liberamente; il Concordato, prevede che con la stessa libertà, ogni cittadino possa accedervi senza alcuna restrizione. Come può il Vicariato, permettersi unilateralmente tale decisione? Come fa lo Stato Italiano a tacere? Uno Stato veramente liberale avrebbe dovuto, per il rispetto del defunto e dei suoi familiari, imporre d’autorità e nel rispetto dell’accordo, l’ingresso in qualsiasi chiesa del territorio nazionale

  4. Anonimo ha detto:

    vabbè, lasciamo perdere. non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. amici come prima, ma mi sembra inutile andare avanti in questa discussione

  5. Salo ha detto:

    Allora vedi che non dico stronzate quando affermo che tu paragoni il trattamento di un unghia con quanto c’è di più intoccabile, cioè la vita umana?!

  6. raser ha detto:

    esattamente. se il consenso informato vale per l’operazione più banale del mondo, quale è l’unghia incarnita, a maggior ragione deve valere per una pratica terapeutica altamente invasiva e debilitante come la ventilazione meccanica. Ogni paziente deve avere il diritto di rifiutare in qualsiasi momento un trattamento sanitario, che sia una chemioterapia, una amputazione, o qualunque altra pratica, soprattutto quando questo trattamento pregiudicherà gravemente la sua qualità di vita.

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