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E allora perchè Silvio Berlusconi è imputato proprio per falso in bilancio nel processo sui presunti fondi neri Mediaset?
Qualcosa non torna: come si spiega?
(questo post è stato ispirato da un articolo di Travaglio - si, sempre lui…è come una droga ormai - in cui cita il processo, ma non i capi d’imputazione. Ovvio: lo facesse dovrebbe ammettere che non è affatto vero che il reato di falso in bilancio è stato depenalizzato)
Bisogna riconoscere che se non ci fosse Travaglio, molte cose sarebbero rimaste nel dimenticatoio e molte altre avrebbero continuato ad avere quell’alone di mistero tale da renderle sconosciute ai più.
Per esempio, se non avessi letto il pezzo che ieri il novello professionista dell’antimafia (come Sciascia definiva quelli che sfruttano la lotta alla mafia come strumento di una fazione per il raggiungimento di un certo potere - chissà, magari politico anche per Travaglio) ha scritto contro il neopromosso procuratore capo di Marsala, Alberto Di Pisa, ritendendo che la sua nomina fosse uno scempio alla memoria di Falcone, non avrei mai saputo cosa intendesse nè cosa in realtà successe a Palermo negli anni in cui Falcone spadroneggiava all’interno del pool antimafia.
Così, spulciando negli archivi di Repubblica si capisce che il clima era abbastanza pesante e lo stesso Falcone era oggetto di diversi attacchi.
Non c’era solo Di Pisa, che oggi ha (per Travaglio) il demerito di esser tornato alle cronache per la sua promozione come magistrato, ma tanti, tantissimi altri che per meri tornaconti politici non vedevano per niente bene Falcone e non condividevano il suo operato.
Perciò, scopro, tra le tante cose, che l’Unità (su cui scrive Travaglio) era in prima linea contro il magistrato palermitano, reo di non essere “uno di loro”, ma di essersi avvicinato a Martelli e quindi ai socialisti. Ma questo, a Travaglio, non fa alcun effetto. Si dirà: è passato tanto tempo. Embè? E per Di Pisa no? Di lui non si ricordano le indagini eccellenti o che è stato procuratore capo a Termini Imerese, no: si ricorda piuttosto ancora il processo in cui era accusato d’essere il “corvo”, l’anonimo che scriveva missive calunniose contro Falcone e che, a detta del capo dell’alto commissariato antimafia Sica, proprio Falcone indicò come l’autore di quelle lettere (Falcone però smentì sempre e niente mai si seppe); il magistrato si difese e alla fine fu prosciolto da ogni accusa (che peraltro trovava fondamento in un frammento di impronta studiato solo dal Sismi e che nessuno ha mai potuto vedere se non in fotografia, ma che comunque fu inutilizzabile: le impronte sulle altre carte ricevute da Falcone e Borsellino non porteranno mai con esattezza a Di Pisa).
Scopro anche che, come nella vicenda Di Pisa, Falcone fu oggetto di audizione del CSM, ma stavolta come imputato a causa delle accuse portategli (con tanto di prove) da Leoluca Orlando Cascio, un altro che tacciava Falcone di insabbiare le carte e di tenerle ben nascoste nei cassetti del suo ufficio: tal Leoluca Orlando è un altro dei professionisti dell’antimafia.
Ma a Travaglio, a differenza che col Di Pisa (che qualche merito l’avrà pure per esser stato nominato per quell’incarico), non fa una grinza a sapere che quel Leoluca Orlando oggi milita nelle fila del partito che lui aveva detto di appoggiare pochi giorni prima delle elezioni.
Ebbene, per Di Pisa (colpevole, forse, di aver sottratto il posto alla procura di Marsala al cognato di Falcone) Travaglio non fa sconti: rispolvera i vecchi sospetti e riporta dall’oltretomba del passato la storia di uno scontro che non fu comunque l’unico a combattere.
Per tutti gli altri, invece…il tempo è stato galantuomo.
D’altra parte…tutti gli altri gli “offrono asilo”…
Travaglio il bavaglio non se lo fa mettere sulla bocca da nessuno.
Anche se a volte sarebbe meglio la tenesse almeno chiusa.
Per esempio: domani uscirà il suo nuovo libro, un istantbook, realizzato in quattro e quattr’otto, in fretta e furia, coi sodali di sempre, Peter Gomez e Marco Lillo.
Di cosa ci parlerà mai?!
Sapremo chi è stato ucciso, ma non sapremo nulla su chi è stato arrestato per l’omicidio. Silenzio fino al processo.
Beh, pare che finalmente diverremo un Paese civile come tutti gli altri, dove i fatti di cronaca non sono usati per fare spettacolo o per vendere più copie di giornali e riviste, o di libri, e dove, soprattutto, una persona non sarà giudicata prima del dibattimento penale sulla base delle scarne informazioni che trapelano dai solo rappresentanti dell’accusa; dove una volta per tutte una persona non sarà condannata per il sol fatto d’esser stata coinvolta in un’inchiesta; dove, si spera, varrà per tutti la presunzione d’innocenza o, se volete, di non colpevolezza.
Ecco a cosa stiamo andando incontro per “colpa” del regime berlusconiano.
Ma il governo non si è fermato a questo.
Passerà dalla cronaca alla Storia della Repubblica l’estate del 2008. La chiameranno l’estate del bavaglio. Quando Silvio Berlusconi e la sua maggioranza votarono il decreto sicurezza per bloccare il processo Mills
Come dicono su Wikipedia, questa parte soffre di “recentismo”.
Ovvero, non tiene conto degli ultimi sviluppi.
Va bene che è un istantbook, ma Travaglio, il paladino dell’informazione corretta, della “controinformazione”, spaccerà per veri ed inconfutabili fatti che è la realtà stessa a smentire e confutare: nell’ultima versione del decreto sicurezza, infatti, non è più prevista la primitiva norma “blocca-processi” e nessun processo-Mills sarà mai toccato dalla sospensione.
Chissà che penseranno i suoi lettori quando, dopo aver letto tutto d’un sorso l’ennesimo pamphlet del “megafono delle procure”, usciranno per strada e leggeranno sui giornali l’esatto contrario di quello che gli era stato appena spiegato!?
Peseranno che ha ragione Travaglio: che siamo al Regime più dissennato, dove l’informazione è succube del potere del Cavaliere. Come osano contraddire l’indiscutibile Travaglio. Lui ha sempre ragione.
Il regno di Silvio IV, comunque è andato oltre.
Vuole mettere il bavaglio alla stampa e all’editoria in genere, arrivando a
limitare l’uso delle intercettazioni telefoniche e impedirne la divulgazione
Cacchio: tragedia.
Anche qui, il rischio più grave è quello di diventare un paese normale, in cui i cittadini sono tutelati dagli abusi del potere giudiziario e a cui è garantita il massimo della privacy, al fine, di nuovo, di impedire processi mediatici e sommari.
Ma per Travaglio questo è gravissimo: come farà lui, in futuro, a scrivere istantbook pieni di brogliacci di intercettazioni tra persone che lui condanna come “da evitare” mentre per la giustizia sono innocenti?
Tremendo…tremendo davvero!
Fosse tutto qui, ma…il vero problema è che il governo vuole nascondere…
quelle tra il premier, il dirigente Rai Agostino Saccà e alcune ragazze
…praticamente l’impossibile, visto che ormai sono già state rese al grande pubblico grazie allo sforzo dei giornali vicini al grande avversario del Cavaliere, l’ingegner De Benedetti…(oltretutto, nel dl sulle intercettazioni, si tenga a mente, è previsto che valgano quelle usate nei procedimenti in corso, quindi anche per il caso Saccà-Berlusconi)
Ma poi Travaglio, si ricorda d’esser non solo un opinionista, ma anche un giornalista, uno che racconta i fatti e allora…
In appendice, come funzionano le intercettazioni negli altri Paesi e il testo del lodo Schifani del 2003 (replicato ora dal governo Berlusconi), con la bocciatura della Consulta
In appendice…i fatti…e vedremo se saranno confutabili o meno (e più che altro, completi o come spesso capita a Travaglio, pieni di omissis).
Al di là delle discipline e legislazioni straniere (di cui può interessare o meno) resta il concetto base, ovvero che Travaglio teme un imbavagliamento dell’informazione. Che però non esiste. A meno che non lo si guardi con una prospettiva giustizialista e vouyerista…
Non è imbavagliamento, ma ritorno alla normalità: i giornali non possono dare in pasto all’opinione pubblica la dignità e l’onorabilità delle persone ancora non giudicate…
Su lodo Schifani e lodo Alfano, a parte rimandare al post da me già scritto sull’argomento QUI, vi consiglio una buona lettura sul concetto e la storia delle immunità in Italia e negli altri Paesi, in cui si discute, tra l’altro, anche della legge 140 del 2003 e della bocciatura della consulta.
Alla fin fine però, rimane lo scrupolo di chiedere una cosa a Travaglio e ai suoi lettori: perchè pubblicare libri e far spendere soldi alla gente quando poi si possono leggere le stesse identiche cose (perchè Travaglio dice sempre le stesse identiche cose in qualunque contesto egli si trovi), solo più aggiornate (vedi norma “blocca-processi”, ma anche “lodo Alfano”), su blog e forum in questi stessi giorni?
Cosa non si farebbe per qualche euro in più sul contocorrente.
E il bello è che ci sarà gente che se lo andrà a comprare…così, per fargli beneficenza…
Da qui, il pensiero più profondo che mi viene: ma i fans di Travaglio che da domani gli regaleranno ognuno 12 euro, non si sentono un po’ presi per il culo?
Per sentirsi dire le stesse cose, una volta le accettano gratis, l’altra hanno il bisogno spasmodico di pagarle…
Bisogna ammetterlo: Travaglio è un genio.
Spaccerà per vere notizie che vere non sono più; e per il resto…basterebbe sfogliare il suo blog o quello dei suoi amici togati…e si risparmierebbero benissimo quei pochi ma buoni 12 euro.
Il tutto senza citare il caso Mills. Sarei curioso di sapere se citerà mai le ricostruzioni alternative alla sua (per cui è lampante che il Cav sia colpevole) o se riporterà all’attenzione dei suoi lettori le “ultime” dal processo con i documenti della difesa…
No, non lo farà, perciò lo faccio io…
QUI e QUI.
Viva Travaglio…
Un amico del blog mi ha segnalato un post scritto da Michela Murgia sul suo sito personale dedicato a Marco Travaglio.
Leggendolo vi ho scorto le parole che non ho mai saputo trovare per descrivere il “fenomeno Travaglio”.
Ve lo ripropongo, aggiungendo in calce anche un successivo commento della scrittrice allo stesso articolo.
Buona lettura…
Per sentire Marco Travaglio c’è la fila da ore, e non importa se nella sala affianco viene intervistato simultaneamente un premio Nobel: ubi Marco, minor cessat. In alcuni casi di paga persino un biglietto simbolico, ma questo non influisce minimamente sulla lunghezza della fila.
C’entra poco la sete di letteratura, perché Marco Travaglio non è uno che fa letteratura. Appartiene piuttosto a quella ristretta categoria di persone che, sembrando avere il coraggio di dire cose importanti in contesti scomodi, finiscono per diventare più importanti delle cose che dicono. Grazie a questa sovrapposizione tra la luna e il dito che la indica,Travaglio non è più semplicemente uno che dice cose vere: sono le cose a diventare vere, o più credibili, perché è lui a dirle. Un potere enorme che spetterebbe solo ai buoni maestri, in un mondo in cui distinguere il buono dal cattivo è sempre più complicato, figuriamoci i maestri. Sarà per questo che la gente ha investitoTravaglio del compito di osservare e raccontare la realtà con sguardo libero e attento: quello sguardo manca. Ma il sospetto mio è che andare ad ascoltareTravaglio sia un modo per sollevarsi la coscienza dalla colpa collettiva del torpore civile. Indignarsi per interposta persona fa sentire cittadini ancora appassionati, come se emozionarsi per il suo piglio critico verso i poteri grandi scusasse i silenzi collusi con il potere piccolo, le richieste in cambio di un voto, la logica del favore al posto di quella del diritto, tutte cose che mi sono familiari persino in un posto come Cabras, lontano dai gangli malati del potere vero. E allora la vedo uscire così la gente dall’incontro con MarcoTravaglio : sollevata e assolta, con le facce rilassate di chi ha fatto il suo dovere civico andando ad applaudire la rappresentazione catartica di quello che nella vita di ogni giorno conviene che non indigni più nessuno. Bisognerebbe inventare una nuova figura letteraria per questo strano rituale, perchéTravaglio è evidentemente un capro nobilitatorio, che si assume il compito di esercitare virtù di gruppo laddove quello espiatorio si carica delle colpe collettive.
e ancora…
Travaglio onestamente merita, è un animale da palco e lo sa.
Meritano meno le folle acritiche che lo seguono come un guru, a meno che tu non studi sociologia dei fenomeni di massa, e allora lì ti si spalancano abissi. Giorgio Vasta, riflettendo sul delirio che prende tutti alla sua sola vista, ha commentato molto giustamente che la cosa strana è proprio questa: la gente che non è riuscita a entrare nella sala dove lui parlava ha dato di matto strillando, come l’avessero privata di un diritto. Ora, Travaglio non è certo uno a cui manchi visibilità; non è che se non lo vedi a Cuneo ti sei perso l’apparizione di Lourdes: ha mille spazi mediatici e li sfrutta tutti e bene.
Ma l’idea che per questa gente fosse un dramma non sentirlo ‘dal vivo’ dire le stesse cose che comunque dice continuamente su blog, televisioni e giornali, ti da la misura del feticismo che lo circonda. Comunque interessante.
Eccovi un altro assaggio delle mirabolanti arti illusorie del prestigiatore più famoso d’Italia: no, non sto parlando di Silvan, il re dei maghi, ma dell’inesauribile Travaglio.
Un personaggio, come più volte dimostrato, da prendere con le pinze, da non promuovere senza averlo prima ben esaminato.
Si dirà: perchè tanto accanimento nei suoi confronti? Anche altri giornalisti bluffano, sbagliano, sono imprecisi, dicono fandonie…ma, c’è un MA e consiste nel fatto che a differenza di tutti gli altri, Travaglio si è conquistato un posto di primo piano nei cuori di una numerosa cricca di giovani e meno giovani, tutti dediti al culto della sentenza e dell’intercettazione trascritta dal bel Marco, tutti appessi alle sue labbra da profeta delle verità inconfutabili (purchè siano scagliate contro Silvio Berlusconi).
Dalla sua viva voce e dalla sua vibrante penna abbiamo letto e sentito dire a Borsellino parole mai dette, abbiamo letto e sentito di un Berlusconi che finanzia la mafia, mentre in realtà era vittima di un’estorsione, come tutti quelli che cadono nella trappola del pizzo siciliano, abbiamo letto e sentito imprecisioni incredibili su leggi e decreti targati Silvio IV; ma NON abbiamo, infine, nè letto nè sentito della “scomparsa dei fatti” relativi alle Mercedes o alle svariate centinaia di milioni che sono rimbalzati dal suo ormai intimo amico e sodale Di Pietro e alcuni indagati di Tangentopoli.
Un personaggio che ha fatto fortuna giocando sul dilagante antiberlusconismo e che ha guadagnato migliaia di euro raccontando balle che da sole sarebbero bastate per declassarlo a “giornalista qualunque”.
Lui però è rimasto lassù nell’Olimpo dei martiri della libertà d’informazione, anche se spesso si è dedicato più che altro alla disinformazione, se non alla disinformatja.
L’unico motivo per cui, quindi, si racconta di lui su queste pagine e non di altri è che degli altri non ci frega un cavolo, perchè gli altri non si auto-celebrano come onnipotenti santoni dell’indipendenza giornalistica e soprattutto perchè gli altri non hanno usato il loro ruolo per costruirsi le loro fortune economiche giocando sui sentimenti politici di chi odia il proprio avversario e tutto si beve purchè parli male di quello.
Ecco perchè vi propongo un altro, l’ennesimo, caso di “balla spaziale” in cui si sostanzia al meglio l’ormai appurato “metodo Travaglio”.
dal blog di Andrea G. (lo trovate anche su quello di Gabriele Mastellarini)
In una lettera aperta pubblicata sull’Unità (e ripresa nel blog “Voglio Scendere”) per discolpar sé stesso, Beppe Grillo e Sabina Guzzanti dalle accuse di aver «insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano», il popolare giornalista Marco Travaglio scrive:
«In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film “Pulp Fiction” in “Peuple fiction”, irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra».
Travaglio, insieme a Peter Gomez, aveva già trattato di questo programma nel libro “Inciucio”:
«In Francia, quando il programma “Nul par ailleurs” di Karl Zero inscenò una parodia di Pulp Fiction, «Peuple fiction» (la finzione del popolo), con il killer che rinfaccia a Chirac le bugie raccontate agli elettori e lo giustizia a colpi di mitra, la trasmissione fu sospesa per un giorno, poi tornò in onda».
In entrambi i casi l’informazione non è corretta.
Il video di Karl Zéro non è andato in onda nel programma “Nul part ailleurs” (sui trampolino di lancio), ma in “Le Vrai Journal”. In entrambi i casi non si tratta di programmi delle reti pubbliche, ma di programmi di Canal+, tv satellitare e privata (che una volta possedeva Tele+). (aggiungiamoci anche il fatto che i killer non usano mitra ma pistole)
Ma la cosa più importante è questa: nel dicembre 1996, dopo la trasmissione dello sketch, il programma “Le Vrai Journal” fu bloccato (diciamo anche “censurato”) dal Consiglio superiore dell’audiovisivo (CSA) per “diffusioni di programmi il cui contenuto sarebbe contro le leggi e l’ordine pubblico”*. Successivamente la trasmissione di Karl Zéro fu sospesa per un mese, e non un giorno come scritto su “Inciucio”.
La colpa però non è di Marco Travaglio, ma potrebbe risalire a Sabina Guzzanti, autrice del documentario (a mio modesto parere pessimo) “Viva Zapatero”, stando a quanto riportato su Wikipedia:
«In questa veste viene intervistato da Sabina Guzzanti per il suo film Viva Zapatero! e per evidenziare come ciò che in Italia le era vietato in Francia invece è una consuetudine viene trasmesso un brano di una scena di Zéro, andata in onda regolarmente in Francia, in cui il comico, truccato come Travolta in Pulp fiction (il titolo della sketch è infatti Peuple fiction), uccide un sosia del presidente Jacques Chirac» (in realtà si tratta di un fotomontaggio e non di un sosia, nda).
Nel documentario della Guzzanti non si fa menzione al fatto che il programma sia stato sospeso dopo la messa in onda dello sketch.
Sarebbe simile al caso di censura di Raiot, trasmissione bloccata dopo la prima puntata, anche se per motivi meno gravi di quelli del programma francese.
Fonti:
*Comunicato del CSA
Insomma, amici cari, qui si vuol fare anche un servigio per Marco, che se continua così si rovina con le sue stesse mani.
Certo è che non si può più tacere sul fatto che se le fonti preferenziali di Travaglio per la ricostruzione dei fatti sono Wikipedia o gli altri suoi amichetti come la Guzzanti, beh…non riesco proprio immaginare dove potrà mai andare a finire.
Per ora, la sua credibilità è decaduta ai minimi storici…
non è reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura né si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni.
Questo era il testo della legge, (comma 5) quindi la realtà.
Questo invece, come la traduce Travaglio sul suo blog.
questo è pure “reiterabile… in caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura”. Se, alla fine di questa, Al Tappone riesce a passare da Palazzo Chigi al Quirinale, porta con sé sul Colle lo scudo spaziale che aveva già a Palazzo Chigi. Che dunque durerebbe 5 anni più 7, rendendolo auto-immune fino al 2020 quando ne avrà 84.
Paradossalmente, se facesse uccidere Napolitano per sloggiarlo anzitempo, non sarebbe punibile e potrebbe prendere il suo posto senza che nessuno possa processarlo
Ovvero:
la realtà dice che l’immunità vale per una sola volta anche se cambia la carica (a meno che non sia reiterata nel corso della stessa legislatura per quella di Pres del Cons); Travaglio invece o non sa leggere o si fa spiegare malissimo le cose e arriva a dire l’esatto contrario, ovvero che volendo Berlusconi una volta esaurito il suo mandato da Premier può rimanere immune dai suoi processi con la salita al Quirinale. Ma non è vero, non funziona così, non è così.
Vabbè…ma quante ancora ne dovremo dire per chiarire a tutti la vera natura truffaldina del Travaglio?
No, non a me; anche se ammetto che la penna del “megafono delle procure” è davvero leggera (e pungente) e a volte ha estorto un sorriso anche al sottoscritto (prima di tutto, però, per l’ovvia falsità delle sue argomentazioni provocatorie).
Ma parlavo più che altro dei suoi fans, quelli che gli scrivono sul blog (Voglioscendere) e che rispondono a tutti i suoi post (in gran parte tratti dalla sua rubrica su l’Unità - Ora d’aria) e che spesso ci ricordano il vero mestiere di Marco: il satiro; uno che fa ridere, moraleggiando insomma.
Neanche questo comunque lo dico io, bensì lo stesso Travaglio.
Come riporta il buon Mastellarini (ormai ex collaboratore de l’Espresso - che da quando si è scontrato con Travaglio non ha visto più nemmeno un trafiletto pubblicato dal settimanale del gruppo De Benedetti), difendendosi davanti ai giudici di Torino che lo stavano processando per diffamazione nei confronti di Fedele Confalonieri, ha detto proprio questo (in realtà lo ha fatto dire ai suoi avvocati in un memoriale): “coi miei articoli io faccio satira“.
E sebbene i magistrati piemontesi non gli abbiano creduto (gli hanno detto insomma che non fa ridere nessuno) ha invece trovato una degna platea di peones che applaudono ad ogni sua battuta.
Ve lo dimostro.
Eccovi qualche commento random dei suoi più sfegatati lettori:
“commento di Marina Pippa Di Buriana
D’altra parte, inchieste in cui si sporca le mani, non ne fa: lascia che i magistrati gli diano le carte più interessanti da leggere e magari gliele spiegano pure; aspetta che a parlare sia prima di tutto le associazioni dei magistrati, dei costituzionalisti o i suoi amici giuristi liberal; esamina le questioni d’attualità con una visione unilaterale dei fatti e ha come bersaglio sempre il solito Berlusconi di cui recita a memoria e in qualunque occasione sempre il solito ritornello dei procedimenti giudiziari a suo carico; come il rosario sgrana concetti giuridici che ha imparato probabilmente su Wikipedia (anche se col sito enciclopedico aperto a tutti c’è una certa osmosi visto e considerato che si ricambiano le fonti), ma che sicuramente non ha mai studiato (lui, infatti ha una laurea in lettere, non in giurisprudenza).
Di suo c’è sempre poco: la sola cosa che gli rimane è la voglia di far ridere.
Anche se non sempre ci riesce e più spesso risulta offensivo.
Scrivendo a Libero, Travaglio dice:
“Il fatto poi che i miei legali abbiano ricordato, in una causa civile intentatami da Mediaset, che tengo una rubrica satirica sull’Unità, dipende dal fatto che tengo una rubrica satirica sull’Unità, intitolata prima “Bananas”, poi “Uliwood Party”, infine “Ora d’aria”. Rubrica talmente satirica da avermi fatto vincere il premio Satira di Forte dei Marmi 2007″.
Beh, caro Marco, che fai, contesti le sentenze dei tuoi amici giudici?
Loro hanno detto che non fai ridere proprio nessuno. Non sei un satiro…
Lo hanno detto loro, i giudici…
Ma facciamo così, diciamo che sei un satiro dal 2007 in poi…e che invece prima non lo eri…
(un po’ come Andreotti che è mafioso fino al 1980 e non anche successivamente…secondo i giudici)
Ricapitoliamo un secondo: il ministro parla di eccesivi costi delle intercettazioni. Dice che ammontano ad un terzo delle spese della giustizia.
Si sbagliava. O meglio, ha sbagliato perchè è stato impreciso. Avrebbe dovuto invece chiarire che si trattava di un particolare capitolo del bilancio della Giustizia.
I 7,7 miliardi di cui parlano sia Bonini che Ferrarella nei loro editoriali, infatti, si riferiscono alle spese complessive del ministero, ovvero dagli stipendi degli addetti ai lavori della macchina giudiziaria (per intendersi da quello per il presidente della Corte Costituzionale fino al portiere del Tribunale di Canicattì), alla manutenzione delle carceri, fin’anche alle intercettazioni. Le quali rientrano nel più “ristretto” capitolo delle Attività Giudiziarie. Cioè quel “conto” cui possono attingere i magistrati per effettuare indagini e quant’altro per assicurare alla giustizia criminali d’ogni specie e rango.
Ebbene, quest’ultime spese per le Attività giudiziarie ammontano ad oggi, circa ad 800 milioni.
Di questi, quasi 230 milioni vengono spesi per le intercettazioni. Alias, un terzo di quel bilancio.
A ben vedere, quindi, si tratta effettivamente di un forte onere di spesa…e non di bruscolini come si vorrebbe far credere.
Espletate le puntualizzazioni, rendendo merito anche agli stessi Bonini e Ferrarella che hanno fornito l’esatta portata del fenomeno, passiamo al capitolo politico riferito sempre alle intercettazioni.
Ora, il governo nei giorni scorsi ha proposto un giro di vite sulle intercettazioni, volendo affidare ad un disegno di legge una loro limitazione.
Ne è scoppiato un putiferio; c’è stata una levata di scudi che ha coinvolto settori della magistratura, settori della stampa e l’opposizione, che ha colto l’occasione per cavalcare la protesta.
Così si minaccia il lavoro dei magistrati e la sicurezza dei cittadini.
E’ una misura criminogena.
Hanno detto.
Giusto, sbagliato? Ancora non si conoscono i termini della proposta di legge, quindi è prematuro interrogarsi sul come verrà affrontato il problema.
Rilevante è invece un altro fatto.
Ovvero…chi oggi si strappa le vesti contro Berlusconi reo di voler limitare l’attività dei pm, ieri, con ancora il governo Prodi in carica niente ha detto e niente ha fatto.
Fa un certo effetto, infatti, scoprire che nell’ultima finanziaria del governo Prodi era previsto che: “Entro il 31 gennaio 2008 il ministero della Giustizia deve realizzare un sistema unico nazionale per le intercettazioni telefoniche, dovrà monitorare i costi complessivi delle attività disposte dalle autorità giudiziarie con l’obiettivo di ridurre i costi dagli attuali 250 milioni circa a 100 milioni di euro”.
Cioè si diceva: le intercettazioni costano troppo, bisogna rivederne il meccanismo al fine di tagliarne i costi e l’uso.
Portare da 250 milioni a 100 milioni il budget suona molto simile ad una fortissima limitazione delle possibilità investigative dei pm.
Nessuno però mosse un dito. Nessuno tacciò il governo di centrosinistra di voler mettere i bastoni tra le ruote alla magistratura arrischiando così la sicurezza dei cittadini.
Nessuno, nemmeno il Di Pietro che oggi tanto si scalda.
Chiaro esempio di incoerenza.
Dalla quale comunque si evince che il problema relativo all’abuso delle intercettazioni come metodo d’indagine esiste eccome, e non è solo un vezzo privatissimo dell’attuale Premier.
Ma…andiamo avanti, perchè rispetto alle tante parole spese demagogicamente in questi giorni si scoprono tante belle sorprese.
Nei giorni scorsi hanno tirato in ballo diverse inchieste per sostenere che la “questione intercettazioni” è deleteria, che le intercettazioni vanno bene come sono e che anzi, sono vitali.
Vediamo allora a che cosa hanno mirato e che risultati hanno avuto, negli ultimi tempi, le più famose inchieste a base di intercettazioni.
Inchiesta del 2006 su Vittorio Emanuele di Savoia. Intercettazioni chieste dal pm di Potenza Henry John Woodcock: accuse, associazione a delinquere, falso, favoreggiamento della prostituzione, riciclaggio. In 24 finiscono in carcere. Nel marzo 2007 l’indagine viene archiviata dalla procura di Como (tra i vari filoni, le slot machine del Casinò di Campione d’Italia). Il principe non è certamente uno stinco di santo, ma quanto sono costate le intercettazioni?
Passa un anno e Woodcock apre “Massonopoli”, indagine a base di intercettazioni telefoniche sui rapporti tra massoneria e politica. Il pm coinvolge le 103 prefetture italiane. Al momento, finita nel nulla.
2008: altra inchiesta di Woodcock che coinvolge l’ex ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, il comandante Ultimo (l’uomo che arrestò Totò Riina), l’agenzia di viaggi Visetour di Viterbo e gli appalti della Camorra in Campania. A che cosa è approdata? Mistero. Fatto sta che la situazione dei rifiuti (e della camorra) a Napoli e dintorni non pare averne risentito. Operazione Why not del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Coinvolge politici, dirigenti sanitari, affaristi vari, e tocca l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, sfiorando Romano Prodi. Mastella si dimette: dopo poco viene scagionato.
Un lungo passo indietro, fino a Mani Pulite. Di quella stagione che fece piazza pulita della vecchia classe politica molti ricordano le telefonate personali, sbattute a piene mani sui giornali, tra Alessandra Necci e Pierfrancesco Pacini Battaglia. Che cosa c’entravano? Nulla.
Ma non solo. Negli ultimi anni lo Stato ha ottenuto rilevanti vittorie contro il terrorismo e la mafia. In nessun dei due casi si è fatto uso (o abuso) delle intercettazioni. Molto, invece, del lavoro sul campo dell’intelligence, della collaborazione dei pentiti. Tutte cose meno comode che mettersi ad ascoltare le chiacchiere tra qualche vip e darle in pasto al guardonismo nazionale. In cambio, s’intende, di numerose comparsate televisive.
Insomma, c’è modo e modo di compiere indagini…
E sorprende che chi guarda ai risultati ottenuti non tenga nemmeno un minimo conto di quelli invece non pervenuti, che in un paese che si ispira al garantismo delle democrazie occidentali, non dovrebbero essere dimenticati.
Infine: contrariamente a quanto alcuni (i soliti) hanno insinuato, Silvio Berlusconi non propone affatto di cancellare le indagini sulla corruzione finanziaria. Chiede invece che si svolgano con i metodi tipici delle vere inchieste giudiziarie: che, come abbiamo visto proprio a proposito di mafia e terrorismo, sono tanto più efficaci quanto più si svolgono nel silenzio.
Se non ci fossi bisognerebbe inventarti.
Solitamente, nelle trasmissioni televisive e durante i dibattiti pubblici, se qualcuno ti dice che non è niente vero quello che scrivi, tu rispondi che se davvero era così allora perchè i suoi libri continuavano a stare nelle librerie senza che qualcuno ne contestasse gli episodi raccontati all’interno?
Una raffinatezza giornalistica davvero disarmante.
Tant’è…ormai ci siamo abituati al tuo stile.
Capita però che il principio del “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, si trasformi in realtà.
Qualche giorno fa, Di Pietro ti investì del titolo di suo difensore ufficiale, pubblicando un tuo articolo in risposta ad un editoriale di Paolo Cirino Pomicino (in arte Geronimo) apparso su Il Giornale, in cui si “investigavano” i fatti che portarono all’abbandono del decreto (Conso) sulla depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti. Si diceva: “Scalfaro si piegò ai PM”.
Tu replicasti con un post al vetriolo sul tuo blog: questo, dal titolo Balle Spaziali.
Neghi tutto e ti attacchi ad una lettura capziosa degli eventi.
Oggi, lo stesso Geronimo ti risponde così: in soldoni, puoi negare quanto vuoi, ma sono tutte cose pubblicate addirittura già nel 2000 in un libro, “Strettamente riservato”, edito da Mondadori, a cui è dedicato un intero capitolo in cui viene fatta la ricostruizione dei giorni che videro Scalfaro piegarsi ai diktat delle toghe milanesi (Tra cui anche Di Pietro, guarda un po’).
Fatti, caro Marco, mai smentiti da nessuno dei diretti interessati.
Seguendo il tuo percorso metodo-logico, quindi, vale la presunzione di veridicità per le cose già dette e mai confutate e quella di proditorietà nei tuoi confronti che cominci a diventare l’emblema dell’insostenibile incoerenza del cronista giustizialista satirico in cui ti sei trasformato!
UPDATE: uno non fa manco in tempo a dirle certe cose, che ne ottiene subito la conferma.
Stavo leggendo la rassegna stampa della Camera e mi sono imbattuto nell’ultimo articolo di Travaglio su l’Unità.
Una vera perla del giornalismo fazioso ed incoerente.
Travaglio si scaglia contro l’iniziativa di Berlusconi sulla stretta sulle intercettazioni, e lo fa ripercorrendo vicende del recente passato che, a detta di Travaglio, non si sarebbero potute risolvere o sapere senza quello strumento investigativo.
Ebbene, in 4 colonne di articolo, Travaglio (s)parla di tutti meno che d’uno: strepitoso…cita Conforte e la scalata alla BNL, ma, sorpresa, non c’è il nome di Fassino nè quello di d’Alema.
Una buffonata.
E poi la ciliegina sulla torta: oggi, grazie a Marco, sappiamo che il caso Cogne è stato risolto grazie alle intercettazioni.
Nessuna parola poi, ovviamente, sui tanti casi di inchieste e sputtanamenti che sono stati però seguiti da archiviazioni ed assoluzioni.
Bravo Marco…continua così…
Nel frattempo, sul pianeta Terra…

…Marco Travaglio si scaglia contro le toghe del CSM [(e non solo) e quindi anche contro il Presidente della Repubblica che ne è il Capo] ree di aver assecondato le pressioni politiche che volevano una precisa soluzione del “caso De Magistris”. Ieri, effettivamente un po’ in sordina sui media nazionali, è arrivata la notizia che da Salerno in molti aspettavano: archiviazione. Sono stati infatti archiviati i procedimenti che volevano il pm di Catanzaro sotto accusa per i reati di diffamazione, calunnia, abuso d’ufficio, fuga di notizie, ecc…
E oggi, sia il Marco che Tonino se ne compiacciono neanche troppo serenamente, passando dalla difesa all’attacco.
Un attacco però che finisce per rilevare l’inconsistenza di un loro certo modo di valutare gli eventi che quasi scade nell’incoerenza e nell’ipocrisia.
Dico questo perchè è decisamente strano vedere Di Pietro e Travaglio così entusiasti per un’indagine conclusasi con una archiviazione.
Finora ci avevano abituato a ben diversi siparietti.
E perfino oggi, evidentemente travolti dall’esaltazione degli eventi, si lasciano sfuggire una contraddizione davvero palese e davvero preoccupante.
Dicevamo: il pm De Magistris viene festeggiato perchè l’archiviazione ha confermato la sua innocenza; ci si aspetterebbe allora che lo stesso atteggiamento venisse usato anche per quelli che come De Magistris sono stati riconosciuti innocenti (o non colpevoli, fate vobis): per esempio il signor Chiaravallotti, che il 22 maggio scorso ha ottenuto l’archiviazione delle accuse a suo carico relative proprio all’inchiesta Poseidone, avviata dal De Magistris nel 2005.
Niente di tutto ciò.
Anzi, il Travaglio (rilanciato dal Di Pietro) si lancia in una requisitoria a tutto tondo contro l’ex presidente in quota forzista della Giunta regionale della Calabria (oggi vice del garante della privacy), tirando fuori addirittura un suo vecchio articolo del 2007 con tanto di intercettazione telefonica da cui, sostiene il Travaglio ritornato in sè (e quindi “il megafono delle procure), come al solito, non risulterebbero fatti penalmente rilevanti, ma politicamente…
Per curiosità, andatevela a leggere questa intercettazione: QUI.
E ora ditemi: è davvero questo il modo di fare giornalismo?
E’ palese che Travaglio ha copincollato stralci di quella intercettazione presa qua e là tra le carte a disposizione dei pm e le ha riportate sul suo blog, senza però contestualizzarle: tant’è che scorrendole non appare nemmeno una volta il nome di Luigi De Magistris e, volendo, difficilmente qualcuno che non conoscesse i fatti pregressi potrebbe immaginare di chi si sta parlando.
Insomma, il solito squallido “metodo Travaglio”.
Infine, due appunti:
1. Leggendo il titolo del post apparso sull’argomento sul blog di Di Pietro, viene da chiedersi: ma come ha fatto a diventare PM? ma ancora prima: come ha fatto a laurearsi?
Riporto: “Assoluzione De Magistris”.
Ora, non bisogna esser dei giuristi o dei dottori in diritto per restare allibiti.
E’ però un fatto abbastanza esplicativo del concetto di giustizia che ha l’onorevole Tonino.
Di fatto, per lui, una archiviazione è paragonabile ad una assoluzione.
Niente di più sbagliato però, perchè per essere assolti bisogna almeno essere stati rinviati a giudizio e quindi avere delle prove a proprio carico che rendano sostenibile l’accusa; l’archiviazione invece è una dichiarazione di totale mancanza di ogni possibilità accusatoria.
Non so se avete intuito il concetto…
Della serie…sei innocente se lo decidono i magistrati. Eh, no! sei innocente già da prima e l’archiviazione lo conferma, non lo sentenzia.
2. Leggendo invece il post di Travaglio contro il “Coniglio superiore della magistratura”, probabilmente non volendolo, l’amico delle toghe evidenzia un problema di primaria importanza per quel che riguarda la Giustizia nel nostro Paese: abbiamo cioè un ordinamento giudiziario completamente da rifondare.
Magistrati che giudicano magistrati, che attaccano magistrati, che difendono altri magistrati.
Un bordello clamoroso, fatto di auto-delegittimazioni tra giudici e pm e tra pm e giudici.
Di mezzo, solitamente, ci va il corretto corso della Giustizia.
Urge riforma che spezzi l’autoreferenzialità della Magistratura…
Quando stamane ho spento il televisore e mi sono alzato dal divano ero quasi incredulo.
Quella di AnnoZero sul Divo Andreotti è stata una splendida affacciata sul passato, che coi suoi mille tormenti e misteri può esser descritto soltanto come “complesso”, senza lasciare a nessuno il patentino di detentore delle verità ufficiali.
C’ha provato solo Travaglio, preparatissimo su sentenze e atti processuali, ma decisamente carente per quanto riguarda la capacità di cogliere i collegamenti tra fatti avvenuti in un contesto storico eccezionalmente complicato.
Il suo tentativo di ricostruire le colpe di Andreotti legando qualunque vicenda avvenuta dagli anni 70 a metà degli anni 90 da un unico filo rosso sembra più dettata dal furore giustizialista e politico che dalla effetiva conoscenza dei fatti.
Tant’è che da Santoro a Mieli, chi ha vissuto quei momenti della nostra Repubblica non poteva far altro che arrendersi di fronte alla enormità Storia, con le sue contraddizioni, coi suoi punti morti, coi suoi vicoli ciechi.
Un intreccio di racconti ed aneddoti che mi ha davvero stupito.
Mi aspettavo il solito processo mediatico senza difesa e invece…quasi quasi nemmeno c’era l’accusa.
Chiedo venia.
Lo ammetto: avevo messo le mani avanti accompagnato da un certo pregiudizio (visti anche i molti precedenti).
Volendo perciò riassumere i tanti contenuti della puntata, direi che non ci sono parole più efficaci di quelle contenute nel sillogismo “potere duraturo = complessità di valutazione”.
Sebbene chiunque sia quasi tentato di parlare di Andreotti al passato (impossibile non stupirsi della sua longevità accostata alla sua omnipresenza in tutti i fatti di cui è stato protagonista il nostro Paese dal dopoguerra ad oggi - giusto pochi giorni fa presiedeva il Senato in attesa che l’incarico passasse a Schifani), è impossibile non pensare al Divo Giulio come il politico vivente che più di tutti ha incarnato il potere politico. Ne è stato l’emblema, diciamo!
Ha vissuto così tanti anni ai piani alti dei palazzi (il plurale è d’obbligo) che ha praticamente messo le mani ovunque.
E questo, nessuno si sognerebbe mai di negarlo.
Da qui, però, a ritenerlo colpevole di ogni crimine o di ogni “caso italiano”, ce ne passa.
E’ certo che in quarant’anni di vita pubblica abbia avuto frequentazioni compromettenti.
Ma è altrettanto indubbio che non sempre quelle conoscenze possono esser considerate tout court, scollegandole dal contesto storico in cui venivano a stabilirsi.
Soprattutto, è innegabile che dietro Andreotti si celassero almeno due profili: uno nazionale ed uno internazionale.
Non volendo qui fare una disamina storico-geo-politica mondiale dell’epoca, basterebbe pensare al momento critico che l’Italia viveva dentro e fuori dei suoi confini: da una parte gli equilibri est-ovest; dall’altra quelli tra terroristi rossi e neri e lo Stato.
Trascurare questo background e giudicare l’operato dell’uomo e del politico Andreotti prescindendo da esso è un errore grossolano che denota soltanto la bramosia di ergersi a giudici postumi di fatti mai realmente conosciuti, e dall’animo imbrigliato dall’ideologia.
Tutto questo per dire che: forse, per esprimermi come si sono espressi gli ospiti di Santoro, è praticamente impossibile sentenziare che Andreotti sia stato o non sia stato (o sia, o non sia) un mafioso e un pericoloso criminale; più realisticamente si dovrebbe parlare di un uomo che, nei suoi decenni di “regno” nella politica del Paese si è esposto ad esser considerato un personaggio controverso, capace di stare sotto la luce come di sapersi nascondere nell’ombra più scura.
Stando alla magistratura, Giulio Andreotti non ha più niente a che fare con la mafia da quasi 30 anni. Durante i quali ha addrittura collaborato con gli eroi dell’antimafia come Falcone, lavorando al governo con calibri da novanta della lotta alla criminalità organizzata come l’ex ministro di Giustizia Claudio Martelli.
Prima del 1980 invece, la stessa magistratura (e Travaglio lo sottolinea come può) ci parla di un Andreotti addentro a Cosa Nostra. Ma comunque assolto per intervenuta prescrizione del reato.
Dunque le luci accanto alle ombre.
Non solo mafia comunque.
Il Divo è stato protagonista di mille scandali e da tutti è uscito indenne sul piano penale.
Politicamente, al contrario, la fotografia in nostro possesso lo ritrae come un ambiguo democristiano con le mani in chissà quanti vasetti di marmellata.
MA…un ma c’è e non è da trascurare: è vero che il fine non giustifica i mezzi, ma siamo sicuri di poter giudicare coi nostri criteri “moderni” di moralità pubblica l’operato di chi si trovò a gestire le fasi più critiche della nostra Repubblica in un tempo lunghissimo durante il quale ha ondivagato (certo) dando prova di riuscire a non far precipitare il nostro Paese nel baratro della guerra civile o peggio, del dominio comunista?
Concludendo.
Il sospetto è lecito, ma forse è esagerato condannarlo in toto.
Ovviamente, userà il dubbio chi vorrà indagare sulla Storia della nostra Italia; userà invece la presunzione di colpevolezza chi vorrà farne una questione politica per colpire una parte distinguendola dall’altra.
I giornalisti alla Mieli, per intenderci, fanno parte del primo gruppo. Quelli alla Travaglio, del secondo.
A chi stasera volesse assistere al processo che Santoro e Travaglio hanno organizzato ad Andreotti, su Rai2 a partire dalle 21, consiglio vivamente una vaccinazione preventiva che lo protegga dal germe giustizialista che viene covato nella redazione di AnnoZero.
Col solito piglio suadente, il “megafono delle procure” e il “martire del giornalismo militante”, cercheranno di arrivare là dove la magistratura non si è potuta spingere.
Attraverso le immagini del film vincitore del Gran Premio della Giuria di Cannes, Il Divo, proveranno a raccontare la “vera” storia del sette volte presidente del consiglio, lo “zio Giulio”.
Ovvero, faranno il possibile per instillare in voi un dubbio così convincente da trasformarlo in realtà. Nonostante le sue molteplici contraddizioni.
Qui ed ora non voglio certo affrontarle tutte, ma sicuramente, viste le polemiche che scatenerà la trasmissione di Santoro, potremo approfondirle nei prossimi giorni.
Detto questo, il vaccino consiste nel conscere poce cose, ma di una certa rilevanza. Chiamiamoli anche spunti di riflessione…
Dunque: la vicenda giudiziaria di Giulio Andreotti va scissa in due.
Da una parte le accuse di partecipazione a Cosa Nostra.
Dall’altra, la partecipazione, in quanto presunto mandante, dell’omicidio del giornalista Carmine (detto Mino) Pecorelli.
Gli anni novanta furono la stagione dei pentiti eccellenti e dei maxi-processi.
Andreotti fu trascinato nella spirale.
Senza passare dal via, andiamo subito all’arrivo. Che è molto recente.
Nel 2003 l’assoluzione nel processo Pecorelli.
Nel 2004 la sentenza più controversa: la Corte di Cassazione, rigettando le richieste di accusa e difesa, conferma le decisioni della Corte d’Appello: l’onorevole Giulio Andreotti è assolto. Con formula piena per i fatti commessi dopo il 1980 e con la cosiddetta “formula dubitativa” per quelli antecedenti alla primavera di quell’anno: il reato infatti era prescritto.
I giudici però stabilirono comunque come accertato che ci fu un comportamento da parte dell’imputato che poteva far ipotizzare gli estremi del reato di concorso nell’associazione mafiosa.
Una conclusione a dir poco paradossale.
Soprattutto se corroborata da personaggi del calibro di Travaglio.
Mi spiego.
Innanzitutto c’è da chiedersi come sia possibile che in uno stesso processo si venga dichiarati per metà totalmente incolpevoli e per l’altra metà non del tutto innocenti (che, tradotto in travagliesco significa, colpevoli…).
Insomma: com’è possibile che una persona sia mafiosa un giorno e quello dopo no?
Direte: allora lo vedi che Travaglio ha ragione quando dice che uno è mafioso sempre?
Beh, la questione è un po’ più complessa, ma a questo punto sarebbe da chiarire perchè non può valere il contrario, ovvero, come mai una persona considerata innocente dopo, non può esserlo stata anche prima.
Oppure, perchè non si è riusciti a dimostrare la continuità necessaria del comportamento illecito anche successivamente al 1980 in modo da procastinare i termini di prescrizione?
Seconda riflessione: sempre secondo il metodo Travaglio, un personaggio anche solo in odore di mafia non sarebbe da avere come amico. Chi lo diventasse ne pagherebbe le conseguenze, sebbene innocente (vedi caso Schifani).
A tal proposito, verrebbe da chiedersi come mai Travaglio è stato strenuo sostenitore di Prodi che pure nel 1978 (quindi, secondo i giudici, in pieno periodo di affiliazione a Cosa Nostra di Andreotti e un anno prima dell’omicidio Pecorelli in cui fu sempre coinvolto Andreotti) fece parte del governo dello Zio Giulio.
Da lì, l’amicizia (anche all’interno della DC) è durata fino ai giorni nostri.
Eppure, in quel caso, non ci furono storture di naso sul fatto che Prodi fosse diventato due volte presidente del consiglio.
Ma questa è un’altra storia.
Ultimo appunto: i pentiti.
Andreotti è finito nel vortice del maxi-processo, per le dichiarazioni di alcuni pentiti.
Gli stessi che lo accusavano di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli. Avevano mentito. Ma furono ritenuti comunque credibili…
Bah…
Vabbè, queste le prime considerazioni, in attesa che il processo mediatico venga celebrato.
Quindi…a domani per i prossimi sviluppi!
Che Travaglio usasse la legge confondendola col giornalismo era evidente. Oggi scopriamo anche che Marco confonde il giornalismo con la legge.
Ricordate il caso Schifani?
In sostanza si diceva: il presidente del Senato ha avuto amicizie pericolose. Si giustifichi, dimostri che non è vero.
In pratica Travaglio (e i suoi amici dal grilletto giustizial-sensazionalista facile) avevano ribaltato il fondamentale principio di garanzia delle persone libere contro gli eccessi dello Stato indagatore: l’onere della prova era passato dall’accusa all’imputato. Anzi, all’uomo libero col dito puntato addosso da alcuni giornalisti a caccia di notorietà.
Ovvero: noi diciamo che lui quella gente la conosceva e che quindi non poteva che esserne colluso (versione questa mai espressa, ma, con metodica arte d’inchiesta, allusa); a lui dimostrare il contrario.
Ovvero #2: appunto, nella logica di Travaglio dovrebbe essere il presidente Schifani a presentarsi a reti unificate (nemmeno in procura, quindi…!) a spiegare una condotta privata su cui nessuna magistratura in trent’anni gli ha mai chiesto chiarimenti.
Oggi, però, il sovvertimento delle proprie convinzioni.
Non si parla di Schifani, ma dei poveri-cristi che vengon dal mare (e non solo): i clandestini.
Stavolta, il delirio di onnipotenza giuridica che sovente coglie il Nostro, l’onere della prova è ribaltato.
Tesi: il reato di immigrazione clandestina non esiste; esiste quello di ingresso clandestino nel territorio dello Stato. Dice: poichè la legge non vale che per l’avvenire e non è retroattiva, agli extracomunitari fermati giusto mezz’ora dopo lo sbarco basterà inventarsi d’essere in Italia già da parecchi mesi prima dell’entrata in vigore della norma in questione. Libertà assicurata da un cavillo dunque.
Antitesi: a questo punto viene da chiedersi perchè, sempre secondo la logica di Travaglio e applicando gli stessi principi usati contro i politici che gli provocano tutto il prurito che serve per scrivere decine di libri fondati su ipotesi indimostrabili e fatti scollegati ma capziosamente avvicinati, non possa valere anche per questi “senza permesso” l’onere della prova di dimostrare la loro presenza sul territorio prima del maggio 2008?!
A chi si stesse chiedendo lo scopo di questo post, non avrò dofficoltà nel sostenere che l’evidente matrice ideologica degli attacchi del bel Marco scoperchia pentole che in tanti ormai avevano capito esser senza coperchio sin da principio.
Il fatto è questo: Travaglio, sebbene a volte sollevi dubbi che correttamente possono essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica (come nel caso della norma anti-immigrazione) fa un uso distorto delle sue conoscenze giuridiche cammuffandole sotto le mentite spoglie del giornalismo d’inchiesta.
L’esempio credo sia lampante.
In entrambe i casi abbiamo uomini liberi accusati di reati difficili da dimostrare.
In entrambe i casi dovremmo quindi avere l’onere della prova tutto a carico dell’accusa che dovrebbe così dimostrare la collusione di Schifani coi boss del comune di Villabate tanto quanto la presenza dell’immigrato sul territorio italiano da non prima del maggio 2008.
MA…ognuno di questi due casi viene trattato da Travaglio in modo diverso, usando due pesi e due misure diverse.
Che lo rendono inqualificabile. E palesemente scorretto ideologicamente.

Collocare politicamente il bel Marco è operazione ardita. Forse impossibile.
Ma di lui si sanno alcune cose che nel tempo lo hanno caratterizzato, mettendo così in luce alcune di quelle che possono apparire come contraddizioni.
E’ il presente, però, il padre di tutti i dubbi.
Cosa fa, con chi sta, cosa dice, a chi lo dice…sono questi i punti da cui partire, perchè solo da essi e con essi è forse possibile capire chi è Marco Travaglio.
Dunque.
44 anni portati benissimo; lavora e collabora con l’Unità, Repubblica, Micromega, l’Espresso; vota l’Italia dei Valori dell’ex magistrato Antonio Di Pietro; sale e scende dai palchi di tutta Italia accompagnando Beppe Grillo, evangelizzando il Paese sui mali del berlusconismo, profeta e idolo delle folle della sinistra conservatrice (cioè comunista) che lo hanno reso benestante acquistando ogni libro da lui scritto e dato alle stampe (praticamente tutti o quasi contro Berlusconi) dal 1993 ad oggi; bandiera dell’antimafia; spina nel fianco di destra (CdL o PdL che sia) e sinistra (epocale lo scontro con d’Alema).
Questo, il quadro odierno.
Eppure…
Eppure guardando il passato di Marco Travaglio, “il megafono delle procure”, ci si stupisce di come sia arrivato dov’è (non si discutono i meriti, intendiamoci subito) e più ancora ci si stupisce di cosa ci faccia lì e con quella gente.
Andiamo un passo alla volta.
Come giornalista deve molto, se non tutto, al suo maestro, quell’Indro Montanelli che come direttore de Il Giornale (il cui editore era proprio Berlusconi) lo volle come collaboratore.
Da lì, sempre con Indro, a La Voce, da cui ha spiccato il definitivo volo in solitaria.
La sua posizione al tempo? Liberal-montanelliana. E’ lui stesso a definirsi così. Un liberale. Montanelliano. Cosa voglia dire è difficile dirlo, già che di Montanelli si sa ch’è stato fascista, poi che nel dopoguerra sognava una destra ideale e che per tutta la sua lunga vita è sempre stato anticomunista e si è sempre speso (culturalmente, mai politicamente) contro la cultura di sinistra e in particolare di quella della sinistra borghese e radical chic: epperò Travaglio ha preso una strada ben diversa.
A sciogliere ogni dubbio, potrebbe essere un’intervista apparsa su La Stampa (ma che trovate un po’ più organica QUI) in cui è Travaglio stesso a dire: “In Francia voterei a occhi chiusi per uno Chirac, un Villepin. In Germania voterei Merkel sicuro. Mi piacevano molto Reagan e la Thatcher”.
E poi: “Se non fosse Berlusconi il capo della destra, io starei lì!”.
Non solo: “Il Travaglio di destra c’è già, sono io.”
Insomma il problema è il Cavaliere Nero. Altrimenti…
Altrimenti cosa, verrebbe da chiedersi?!
Va bene non provare alcuna simpatia per il capo del proprio schieramento di appartenenza; va bene definirsi genericamente “liberali”, ma…
…come si concilia tutto questo con le scelte fatte in questi anni?
Politicamente distante da Berlusconi, ma anche dalla sinistra (pseudo) “liberal” che si riempie la bocca di Kennedy e scimmiotta il Partito Democratico americano.
Tant’è che sostiene Di Pietro che raccoglie i voti della sinsitra massimalista cacciata dal parlamento e che è appoggiato dal popolo di Beppe Grillo che a sua volta mantiene vertiginosamente alte le vendite degli scritti del Travaglio stesso.
Va bene non credere in certi personaggi, ma chi è fermamente e intimamente convinto delle proprie idee liberali non le rinnega a tal punto da andarsi a cercare il politico meno liberale sulla piazza (dopo quelli comunisti duri e puri).
Non solo: difficile anche conciliare il liberalismo col giustizialismo di cui si è fatto propulsore in questi tempi.
Non è un caso che le sue fortune comincino in coincidenza con la fine di tangentopoli e l’avvio di una “collana” di libri fitti fitti di inchieste sui rapporti tra politica ed economia.
Per non parlare del fatto che scrivere su L’Unità, La Repubblica, L’Espresso, Micromega eccetera sono espressione di quella cultura radical-chic di cui evidentemente Travaglio non ha ereditato l’antipatia montanelliana.
Anzi…
Lampante la contraddizione quindi.
Ma guardiamo e passiamo oltre.
D’altra parte, le persone non vanno giudicate per le loro convinzioni politiche.
Per ora, comunque, sappiamo che Travaglio si dice di destra ma non disprezza nè gli uomini di sinistra nè il popolo della sinistra meno liberale e più conservatrice che ci sia: i comunisti.
La politica, però, ritorna per far luce su un’altra contraddizione su cui proprio non si può glissare.
Marco Travaglio è spesso in groppa al cavallo dell’antimafia.
Si possono trovare migliaia di citazioni e di siti che le riprendono in cui si leggono il massimo disprezzo per la mafia, verso chi la aiuta e pure per chi non la ostacola.
Eppure, è lo stesso Marco Travaglio, quello che vorrebbe un Parlamento pulito, che si preoccupa di far conoscere alla gente inconsapevole quali sono le persone da cui dovrebbero guardarsi prima di concedergli il voto, quello che mette al primo posto l’uomo rispetto alle idee, ebbene, è sempre lui che si batte contro gli amici degli amici, che celebra in ogni occasione Falcone e Borsellino come esempi di uomini e di magistrati che sacrificarono le proprie vite contro la malavita organizzata, è sempre lui, dicevo, a sostenere il solito Di Pietro, la solita Italia dei Valori che candida tra le sue liste e come sindaco di Palermo (e prima ancora Presidente della Regione Sicilia) quel Leoluca Orlando (il quale pure aveva procedimenti giudiziari a carico, anche per vicinanze pericolose ad alcuni mafiosi) che tanto fece contro Giovanni Falcone che lo accusò di connivenze con politici in odore di mafia, di tenere nascosti i documenti che lo provavano, finendo con lo spingere l’intera sinistra sulle barricate contro il pool antimafia (assieme a Violante, non dimentichiamoci nemmeno di lui)…e sappiamo come andò a finire, col pool sciolto e solo successivamente ricomposto grazie ad una fortissima pressione dell’opinione pubblica.
Ha il sapore amaro dell’incoerenza anche questo fatto.
Ma come: per gli altri vale sempre il legittimo sospetto che siano persone sgradevoli e poi, nella foga, ci si dimentica che ve ne sono anche tra quelli che si sostengono con tanto appassionato fervore.
Ma andiamo avanti.
Marco Travaglio nasce come cronista di giudiziaria.
Si appassiona così tanto dell’argomento che praticamente vi si occupa a tempo pieno.
Se lo si sente parlare, anche davanti le telecamere dei programmi di Santoro (o, quando fu, di Luttazzi) sembra di aver a che fare con un magistrato.
E invece no.
Quel campione di legalitarismo ha fatto di nuovo la scelta sbagliata.
Non si può dire di lui che sia un amante della Giustizia, mentre in realtà è correttissimo parlare di lui come di una bandiera del giustizialismo.
Si spiega così, ancora una volta, la sua partigianeria nei confronti di Antonio Di Pietro, il pubblico ministero che si è fatto apprezzare dall’opinione pubblica ai tempi di Mani Pulite, ma che giuridicamente parlando ha perso più volte di quante non se ne sappia, senza che mai abbia chiesto scusa per tutte quelle persone che aveva ingiustamente accusato e messo alla gogna mediatica e che aveva portato al suicidio.
Che pensare allora di Marco Travaglio?!
Che considerazione avere di lui?!
Beh, se volete sapere come la penso…credo che Travaglio sia un ragazzo davvero intelligente. Che ha capito in fretta che in Italia si può far carriera attestandosi solo su certe posizioni. A Sinistra, e puntando tutto sull’emotività del popolo che più di tutti gli altri ha bisogno di un Masaniello che lo aizzi e mobiliti.
In definitiva, però, è un personaggio altamente deludente.
Non foss’altro, appunto, per le contraddizioni che incarna.

Travaglio non ci sta.
A una settimana dalla puntata di Che Tempo Che Fa in cui è stato intervistato da Fabio Fazio circa il ruolo e lo stato dell’informazione italiana, puntata da cui si è scatenato il caso Schifani, ma anche il caso Travaglio, il buon Marco non ci sta a sentirsi prendere a pesci in faccia dalla selva di giornalisti che nei giorni scorsi lo hanno attaccato somministrandogli in dosi dolorosissime lezioni gratuite di giornalismo.
L’accusa nei confronti del giornalista scrittore (comico) amico di Grillo e “culo” della “camicia” Di Pietro è stata sempre la stessa: racconti fatti (amicizie “pericolose”) per sollevare sospetti su altri fatti (collusione coi mafiosi) che furbescamente non citi, ma cui alludendo lasci in sospeso un giudizio senz’appello. E questo è pericoloso. Sintomo di una deriva giustizialista.
C’è addirittura chi gli consiglia di non esagerare con queste mezze inchieste perchè ciò che oggi capita ad altri potrebbe poi capitare a Travaglio stesso.
La replica di Travaglio: tutti mi criticano ma nessuno si è preso la briga di verificare la veridicità di quei fatti. Al contrario, si sono scagliati tutti contro di lui. Cosa che non accade in nessun’altra parte del globo terracqueo.
Poi, l’affondo: se ho detto il falso mi portino in tribunale.
Tant’è che pure circola in rete un appello, sponsorizzato dallo stesso Travaglio nel suo blog, in cui si legge: “Tocca al giudice appurare se il giornalista dice il falso. Ora la domanda di attualità: il giornalista Marco
Travaglio ha raccontato un fatto vero che riguarda Renato Schifani o un fatto falso?”.
Insomma, avete inteso?
Tutte ste pippe per dirvi che: secondo me, Travaglio non c’ha capito niente!
Il problema non sta nel raccontare un fatto, che è intangibile diritto di cronaca (anche se suona strano che si faccia “cronaca” trent’anni dopo…), quanto piuttosto nell’interpretazione che di quel fatto si da.
Schifani è stato accusato, velatamente, di essere amico di mafiosi.
Non con queste parole, ma i casi sono due: o Travaglio è convinto che il presidente del Senato sia tuttora un mafioso (o che lo sia stato almeno in gioventù e che ad oggi si adoperi avvantaggiando quei suoi “amici”) e allora non si limiti a lanciare il sasso ritraendo subito dopo il braccio.
Oppure non ne è poi tanto convinto, ma a quel punto cosa racconti a fare una vicenda lontana più di vent’anni succeduta peraltro da altri fatti ed eventi (non raccontati - qui il dovere di cronaca non c’è…) [come la battaglia che lo stesso presunto amico dei mafiosi condusse per l'inasprimento dell'articolo 41bis del codice penitenziario sul carcere duro ai mafiosi che gli valse minacce e scorta] in grado di contraddire l’intero impianto accusatorio?
Domande irrisolte.
Chiedono a questo punto che sia il giudice a decidere se ciò ch’è stato detto è vero o falso.
Il magistrato dirà ch’è tutto vero. Che Schifani conosceva Mandalà e tutta la banda di cui parla Travaglio.
E da lì comincierà la beatificazione del martire che sovvertiva la realtà.
Vedrete, dirà che il giudice ha confermato tutto (le amicizie di Schifani), e poi calerà il carico da novanta arrivando a dire che QUINDI ciò cui alludeva era vero.
Ma non lo era. O per lo meno non è quel giudice a poterlo dire.
Non si esprimerà sui rapporti di Schifani, ma proverà a ricostruire la veridicità di un fatto storico, cui però non darà alcuna altra valutazione. Non potrà mai dire: dunque Schifani è un mafioso, cosa cui allude li Travaglio.
Eppure, vedrete, per quello e gli amici suoi sarà comunque la dimostrazione che Schifani sia uno che, come dicono loro, se lo conosci lo devi evitare.
E questa sarebbe la libera informazione, secondo il Nuovo Vangelo di Marco!
Peter Gomez sul caso Schifani.
“Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel ‘99, l’intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.” (fonte: Voglio Scendere)
Segue poi una ricostruzione dei “fatti di Villabate”.
“Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.
La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d’onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia. La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l’ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l’intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell’attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.
La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi c’è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l’ex segretario dei giovani dell’Udeur che falsificò la carta d’identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell’intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.“
Ecco a voi, il “metodo Travaglio”.
Più esplicito di così si muore.
Dunque:
Un inchiesta che non c’è.
Una testimonianza nel ‘99 che però non portò a nessuna incriminazione nei confronti di Schifani.
Addirittura 4 versioni di un fatto.
nessuna di queste verificabile, perchè nemmeno acquisita a processi contro Schifani.
Insomma, non è per difenderlo ad oltranza, questo semmai è compito dei suoi avvocati, ma, detto tra noi, quando le cose stanno così siamo in presenza non di una notizia, ma di veleno.
Il perchè è presto detto:
Travaglio e Gomez non possono fare affidamento ad alcuna condanna, nemmeno su una assoluzione per prescrizione (che loro chiamano “formula dubitativa”), ma vorrebbero comunque che Schifani facesse lo stesso luce su quei fatti.
Ammettiamo sia giusta come richiesta.
Si dovrà però tener conto di un paio di cosette in via preliminare: innanzitutto, che su fatti che olezzano di delinquenza l’organo deputato a dipanare le ombre è la magistratura, non la stampa.
E in secondo luogo, che poi è il punto più importante, facciamo pure che Schifani accetti “l’invito” dei suoi accusatori e si presenti a reti unificate.
Che succede se dice: “li conoscevo quelli, ma non sapevo che erano mafiosi; al comune di Villabate ci sono entrato per merito mio; ho fatto tutto secondo coscienza e legalità”.
Cosa obiettargli?
Non c’è più niente a sostegno della stampa inquirente (chiamiamola così) per continuare questa scandalosa farsa del processo mediatico cui è stato sottoposto il presidente Schifani.
Ergo: a che serve usare informazioni tra loro scollegate e incollate a dovere per sollevare un sospetto che mai potrà esser chiarito e nonostante questo chiedere spiegazioni ad un personaggio (seppure di caratura istituzionale) ben sapendo che da quegli non si potrà che ottenere la sua versione (ed è normale, oltre che giusto, che sia così visto che la magistratura non ha mosso un dito contro quello)?
Dunque: o ti fidi o ti fidi.
Sarà il caso che i Travaglio e i Gomez che spopolano sulla scena giornalistica, si facciano una ragione del fatto che gli uomini sono liberi ed innocenti fino a prova contraria e a condanna passata in giudicato (tre gradi!!) da parte della magistratura.
Sintetizzando la conclusione: questo è veleno. Nessun fatto!
PS: dai commenti: il Senatore
A me sembra sempre di più che Travaglio sia preda di un’ossessione. Il suo è savonarolismo duro e puro, senza senso. Pretende di avere una patente da censore, da tribuno del popolo; patente che nessuno gli ha dato. A volte sembra un giacobino rivoluzionario. Ecco, il suo habitat ideale sarebbe stata la Francia di fine ‘700, i tempi delle ghigliottine, dei sospetti, del terrore.
eccellente descrizione…
Le vittime preferite di questo “gioco” solitamente sono i politici.
Ma com’era prevedibile, il metodo Travaglio può colpire chiunque.
Oggi è toccato pure all’Inter.
Riporto un passaggio sconvolgente, ma esemplificativo:
Materazzi, Ibrahimovic, Zanetti, Mihajlovic e l’allenatore Mancini sono coinvolti nella faccenda, che rimane tutta da chiarire. Nessuno di loro è al momento indagato, né implicato in vicende penalmente rilevanti.
Cioè?
Una faccenda tutta da chiarire, nessun indagato, nessuna rilevanza penale.
E allora?
Mi pare d’aver già sentito il teorema.
“Nulla di penalmente rilevante, certo, ma è una questione di opportunità“.
Ah, che splendido escamotage per gettar ombre su chicchessia allontanando da sè ogni responsabilità.
Come dire, prima ti smerdo, poi ti lascio in mezzo a milioni di nasi che annusano il tuo olezzo, e infine ritiro il braccio con ancora in mano la pala fumante.
Nel frattempo, scateno bagarre giornalistiche, ispiro gente che poi scriverà libri o pubblicizzerò il mio di prossima uscita. Soldi a go go!
Che schifo!
Si respira una brutta aria giustizialista in Italia, dove ormai basta un’intercettazione trafugata in qualche procura per vedersi processati e giudicati sui giornali e tra la gente prima ancora che dai magistrati. E non c’è appello che tenga, non c’è assoluzione che allontani da te i sospetti. Rimani per sempre quello che…quello che descrivevano i giornali.
Per sempre vittima del reato di opportunità.
Per giudici e pm sei pulito?
Beh, è pur sempre una questione di opportunità.
Ti sembra il caso?
Il teorema però va in pezzi in due minuti.
Una persona onesta non conosce nè i nomi nè le storie delle persone inserite in torbidi giri criminali.
Credo nessuno di noi lo possa negare: quando conosci qualcuno o magari ci lavori anche, a meno che tu non sia della stessa cricca o tu non sia un giornalista che bazzica quotidianamente nelle varie procure, non puoi sapere se chi hai di fronte è una persona onesta o un mafioso o un delinquente.
Ti dicono: ma certa gente è delinquente da tempo, lo conoscono tutti. Quindi…
Quindi cosa?
Delinquenti abituali a piede libero? E che per di più fanno affari in prima persona?
Andiamo…basterebbe usare un po’ di logica per capire che si naviga nel mare dell’assurdo.
Sei amico di mafiosi. Dicono.
Allora tu gli fai notare che magari eri in buona fede visto che quei personaggi sono stati condannati solo 20 anni dopo.
Fa lo stesso. Sei amico di mafiosi. Continuano a dirti.
E se gli chiedi i motivi delle condanne di quelle persone e a quale periodo si riferiscono i reati giudicati…silenzio.
Teorie, teoremi, castelli accusatori tutti rigorosamente campati per aria.
Ma ci sono le carte, le intercettazioni.
Va bene, ci sono carte ed intercettazioni che…non parlano di quello lì ma di altri; carte ed intercettazioni che non hanno condotto a nessuna inchiesta e soprattutto a nessuna condanna contro “lo sputtanato” di turno.
Che importa?
Per la legge sei un uomo libero.
Per altri, sei COLPEVOLE del REATO di OPPORTUNITA’. Che ovviamente hanno giudicato loro (dico, l’opportunità).
E così sia…
Travaglio risponde a D’avanzo. Paventa anche l’ipotesi di una querela.
Dice: è tutto falso (e gli crediamo!).
Non ho conosciuto Aiello; e Ciuro l’ho conosciuto quando ancora non era considerato mafioso!
Toh!
Ma come?!
Forse mi sbaglio, ma mi sembrava di aver capito che le amicizie fossero da considerarsi pericolose anche se giudicate col senno di poi.
Eppure, ora che riguardano lui le allusioni e le illazioni, tira fuori gli artigli, Travaglio e si difende respingendo ogni accusa (perchè, dice, falsa - ma il gioco di D’avanzo stava tutto lì…) sostenendo che è una scorrettezza attribuire a qualcuno sodalizi con persone di cui non si poteva, a quel tempo, conoscere la “mafiosità”.
Sono più che sicuro che Marco Travaglio sia uomo limpido; scorretto come giornalista, fazioso, ma limpido.
Al tempo stesso però, la risposta piccata con cui il Travaglio si è rivolto a D’avanzo (che aveva sollevato il sospetto) è la conferma che il metodo Travaglio è altamente pericoloso, perchè espone persone oneste alla esecrazione sociale che può arrivare pure ad essere basata su fatti inesistenti o interpretati in maniera forzata.
Poichè il target di certi messaggi è ben preciso ed affatto moderato è più che legittimo immaginare che comunque stiano le cose questi fatti ritorneranno nei discorsi di quelli che hanno in profonda antipatia Travaglio, cui rinfacceranno quelle amicizie “pericolose” (anche se in realtà non lo sono).
Ovvero, Travaglio subirà il suo stesso metodo allusivo.
Spiace, ma credo ben gli stia…
Proviamo ad usare il “metodo Travaglio”.
Cosa succederebbe se mettessi il nome di Marco Travaglio in mezzo a quelli di Michele Aiello, Totò Cuffaro, Giuseppe Ciuro e Bernardo Provenzano?
Probabilmente, pur senza sapere altro, chiunque leggesse potrebbe giustamente rabbrividire.
Il giustiziere del regime Berlusconiano, il crociato dell’antimafia, lo smascheratore dei politici amici di amici di cui non si dovrebbe essere amici, lui…accanto a mafiosi di primo piano…che ci fa?!
Già questo sarebbe sufficiente per suscitare dubbi e sospetti.
Ma è più giusto, ai fini del nostro “esperimento”, raccontare qualche fatto.
La vicenda viene raccontata su Repubblica, da D’avanzo:
8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.
Eheh…increduli?
No.
Anche Marco Travaglio ha avuto a che fare con amicizie pericolose (solo solo per il mestiere che fa…).
Ma a nessuno verrebbe in mente di chiedergli spiegazioni.
Perchè?
Beh, perchè al tempo dei fatti nessuno di quei soggetti era stato condannato per mafia e soltanto più tardi si scoprirà che ognuno di quelli era un delinquente.
Usando però il “metodo Travaglio”, lasciando quel racconto incompiuto, si potrebbe benissimo addebitargli collusioni inesistenti, ma che il sospetto renderebbe mol
