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Proviamo a trovare il bandolo della matassa.
Europa 7, nel 1999 ottiene la concessione per trasmettere a livello nazionale. Ma non le vengono assegnate le frequenze, fino ad oggi occupate dal terzo canale Mediaset, Rete4, perchè deve aspettare il piano di riassegnazione delle stesse.
Si scatena una battaglia legale, Di Stefano contro tutti, Stato e Mediaset, perchè nel frattempo il governo in carica nel 1999 (centrosinsitra, D’Alema) emette un’autorizzazione ministeriale che legittima Rete4 a continuare a trasmettere.
Nel 2002 viene perciò eccitata la Corte Costituzionale per valutare la legittimità di una legge del 1997 sulle “reti eccedenti” (tra cui Rete4) rispetto al tetto delle 2 frequenze per ogni operatore.
La Corte si esprime senza bocciarla, ma indicandone una lacuna “temporale”, fissando perciò la data dello switch-off delle trasmissioni in analogico di dette reti e il loro passaggio al digitale (2003).
Data però non rispettata.
Negli anni infatti, i governi che si sono succeduti da allora hanno sempre rinviato il riordino del sistema radiotelevisivo (non per quetioni tecniche, bensì politiche) e quindi la redistribuzione delle frequenze.
L’ultima scandenza è stata fissata dal ministro delle comunicazioni del governo Prodi, Gentiloni, addirittura al 2012.
Europa7 insomma ha il diritto a trasmettere ma non può farlo, perchè deve attendere che si liberi la frequenza che le è stata assegnata e a tutt’oggi occupata da Rete4; ma questa non può essere liberata se prima non viene ridisegnato il sistema delle telecomunicazioni e non viene definitivamente liberato il settore col passaggio al digitale terrestre.
Allo stesso modo, anche Rete4 è legittimata a continuare a trasmettere.
Lo ha riconosciuto anche il Consiglio di Stato, che ieri ha emesso diverse sentenze in merito.
La corte “d’appello” amministrativa ha deciso di respingere i ricorsi presentati dalle parti finendo per sancire per entrambe il diritto (sebbene a diverso titolo) di trasmettere, obbligando il governo di riorganizzare, finalmente, il sistema delle autorizzazioni adeguandosi ai dettami europei rilevati anche in una sentenza della corte di giustizia del Lussemburgo in cui pure si sottolineava come lo Stato italiano dovesse dare la possibilità a Di Stefano di esercitare il suo diritto.
Possibilità che comunque non potrà essere esercitata finchè il governo non libererà nuove frequenze.
Paradossalmente, quindi, dal 99 si tira avanti una vicenda per cui le parti private (Europa7 e Rete4) hanno diritto a trasmettere, ma in cui una di queste (Europa7) ha visto soccombere i suoi diritti a causa della incapacità dei vari governi di fare, diciamo così, giustizia.
Oggi quindi, la palla torna nelle mani dell’esecutivo.
E vedremo come andrà a finire.
Intanto però una cosa è certa: Di Pietro e quelli che come lui hanno sempre gridato all’illegittimità di Rete4 si sbagliavano e mentivano sapendo di mentire.
Ancora oggi, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, Di Pietro si scaglia contro Berlusconi e lo fa con una ferocia tale che addirittura paventa un ricorso in Europa per la messa in mora (con relativa multa) del nostro (e quindi anche suo) Paese.
Assurdo!
Invece di pensare a come aumentare il pluralismo aprendo il mercato e liberando frequenze, Di Pietro e la sinistra preferisce intestardirsi nella contesa politica dall’amaro sapore antiberlusconiano.
Quando stamane ho spento il televisore e mi sono alzato dal divano ero quasi incredulo.
Quella di AnnoZero sul Divo Andreotti è stata una splendida affacciata sul passato, che coi suoi mille tormenti e misteri può esser descritto soltanto come “complesso”, senza lasciare a nessuno il patentino di detentore delle verità ufficiali.
C’ha provato solo Travaglio, preparatissimo su sentenze e atti processuali, ma decisamente carente per quanto riguarda la capacità di cogliere i collegamenti tra fatti avvenuti in un contesto storico eccezionalmente complicato.
Il suo tentativo di ricostruire le colpe di Andreotti legando qualunque vicenda avvenuta dagli anni 70 a metà degli anni 90 da un unico filo rosso sembra più dettata dal furore giustizialista e politico che dalla effetiva conoscenza dei fatti.
Tant’è che da Santoro a Mieli, chi ha vissuto quei momenti della nostra Repubblica non poteva far altro che arrendersi di fronte alla enormità Storia, con le sue contraddizioni, coi suoi punti morti, coi suoi vicoli ciechi.
Un intreccio di racconti ed aneddoti che mi ha davvero stupito.
Mi aspettavo il solito processo mediatico senza difesa e invece…quasi quasi nemmeno c’era l’accusa.
Chiedo venia.
Lo ammetto: avevo messo le mani avanti accompagnato da un certo pregiudizio (visti anche i molti precedenti).
Volendo perciò riassumere i tanti contenuti della puntata, direi che non ci sono parole più efficaci di quelle contenute nel sillogismo “potere duraturo = complessità di valutazione”.
Sebbene chiunque sia quasi tentato di parlare di Andreotti al passato (impossibile non stupirsi della sua longevità accostata alla sua omnipresenza in tutti i fatti di cui è stato protagonista il nostro Paese dal dopoguerra ad oggi - giusto pochi giorni fa presiedeva il Senato in attesa che l’incarico passasse a Schifani), è impossibile non pensare al Divo Giulio come il politico vivente che più di tutti ha incarnato il potere politico. Ne è stato l’emblema, diciamo!
Ha vissuto così tanti anni ai piani alti dei palazzi (il plurale è d’obbligo) che ha praticamente messo le mani ovunque.
E questo, nessuno si sognerebbe mai di negarlo.
Da qui, però, a ritenerlo colpevole di ogni crimine o di ogni “caso italiano”, ce ne passa.
E’ certo che in quarant’anni di vita pubblica abbia avuto frequentazioni compromettenti.
Ma è altrettanto indubbio che non sempre quelle conoscenze possono esser considerate tout court, scollegandole dal contesto storico in cui venivano a stabilirsi.
Soprattutto, è innegabile che dietro Andreotti si celassero almeno due profili: uno nazionale ed uno internazionale.
Non volendo qui fare una disamina storico-geo-politica mondiale dell’epoca, basterebbe pensare al momento critico che l’Italia viveva dentro e fuori dei suoi confini: da una parte gli equilibri est-ovest; dall’altra quelli tra terroristi rossi e neri e lo Stato.
Trascurare questo background e giudicare l’operato dell’uomo e del politico Andreotti prescindendo da esso è un errore grossolano che denota soltanto la bramosia di ergersi a giudici postumi di fatti mai realmente conosciuti, e dall’animo imbrigliato dall’ideologia.
Tutto questo per dire che: forse, per esprimermi come si sono espressi gli ospiti di Santoro, è praticamente impossibile sentenziare che Andreotti sia stato o non sia stato (o sia, o non sia) un mafioso e un pericoloso criminale; più realisticamente si dovrebbe parlare di un uomo che, nei suoi decenni di “regno” nella politica del Paese si è esposto ad esser considerato un personaggio controverso, capace di stare sotto la luce come di sapersi nascondere nell’ombra più scura.
Stando alla magistratura, Giulio Andreotti non ha più niente a che fare con la mafia da quasi 30 anni. Durante i quali ha addrittura collaborato con gli eroi dell’antimafia come Falcone, lavorando al governo con calibri da novanta della lotta alla criminalità organizzata come l’ex ministro di Giustizia Claudio Martelli.
Prima del 1980 invece, la stessa magistratura (e Travaglio lo sottolinea come può) ci parla di un Andreotti addentro a Cosa Nostra. Ma comunque assolto per intervenuta prescrizione del reato.
Dunque le luci accanto alle ombre.
Non solo mafia comunque.
Il Divo è stato protagonista di mille scandali e da tutti è uscito indenne sul piano penale.
Politicamente, al contrario, la fotografia in nostro possesso lo ritrae come un ambiguo democristiano con le mani in chissà quanti vasetti di marmellata.
MA…un ma c’è e non è da trascurare: è vero che il fine non giustifica i mezzi, ma siamo sicuri di poter giudicare coi nostri criteri “moderni” di moralità pubblica l’operato di chi si trovò a gestire le fasi più critiche della nostra Repubblica in un tempo lunghissimo durante il quale ha ondivagato (certo) dando prova di riuscire a non far precipitare il nostro Paese nel baratro della guerra civile o peggio, del dominio comunista?
Concludendo.
Il sospetto è lecito, ma forse è esagerato condannarlo in toto.
Ovviamente, userà il dubbio chi vorrà indagare sulla Storia della nostra Italia; userà invece la presunzione di colpevolezza chi vorrà farne una questione politica per colpire una parte distinguendola dall’altra.
I giornalisti alla Mieli, per intenderci, fanno parte del primo gruppo. Quelli alla Travaglio, del secondo.
A chi stasera volesse assistere al processo che Santoro e Travaglio hanno organizzato ad Andreotti, su Rai2 a partire dalle 21, consiglio vivamente una vaccinazione preventiva che lo protegga dal germe giustizialista che viene covato nella redazione di AnnoZero.
Col solito piglio suadente, il “megafono delle procure” e il “martire del giornalismo militante”, cercheranno di arrivare là dove la magistratura non si è potuta spingere.
Attraverso le immagini del film vincitore del Gran Premio della Giuria di Cannes, Il Divo, proveranno a raccontare la “vera” storia del sette volte presidente del consiglio, lo “zio Giulio”.
Ovvero, faranno il possibile per instillare in voi un dubbio così convincente da trasformarlo in realtà. Nonostante le sue molteplici contraddizioni.
Qui ed ora non voglio certo affrontarle tutte, ma sicuramente, viste le polemiche che scatenerà la trasmissione di Santoro, potremo approfondirle nei prossimi giorni.
Detto questo, il vaccino consiste nel conscere poce cose, ma di una certa rilevanza. Chiamiamoli anche spunti di riflessione…
Dunque: la vicenda giudiziaria di Giulio Andreotti va scissa in due.
Da una parte le accuse di partecipazione a Cosa Nostra.
Dall’altra, la partecipazione, in quanto presunto mandante, dell’omicidio del giornalista Carmine (detto Mino) Pecorelli.
Gli anni novanta furono la stagione dei pentiti eccellenti e dei maxi-processi.
Andreotti fu trascinato nella spirale.
Senza passare dal via, andiamo subito all’arrivo. Che è molto recente.
Nel 2003 l’assoluzione nel processo Pecorelli.
Nel 2004 la sentenza più controversa: la Corte di Cassazione, rigettando le richieste di accusa e difesa, conferma le decisioni della Corte d’Appello: l’onorevole Giulio Andreotti è assolto. Con formula piena per i fatti commessi dopo il 1980 e con la cosiddetta “formula dubitativa” per quelli antecedenti alla primavera di quell’anno: il reato infatti era prescritto.
I giudici però stabilirono comunque come accertato che ci fu un comportamento da parte dell’imputato che poteva far ipotizzare gli estremi del reato di concorso nell’associazione mafiosa.
Una conclusione a dir poco paradossale.
Soprattutto se corroborata da personaggi del calibro di Travaglio.
Mi spiego.
Innanzitutto c’è da chiedersi come sia possibile che in uno stesso processo si venga dichiarati per metà totalmente incolpevoli e per l’altra metà non del tutto innocenti (che, tradotto in travagliesco significa, colpevoli…).
Insomma: com’è possibile che una persona sia mafiosa un giorno e quello dopo no?
Direte: allora lo vedi che Travaglio ha ragione quando dice che uno è mafioso sempre?
Beh, la questione è un po’ più complessa, ma a questo punto sarebbe da chiarire perchè non può valere il contrario, ovvero, come mai una persona considerata innocente dopo, non può esserlo stata anche prima.
Oppure, perchè non si è riusciti a dimostrare la continuità necessaria del comportamento illecito anche successivamente al 1980 in modo da procastinare i termini di prescrizione?
Seconda riflessione: sempre secondo il metodo Travaglio, un personaggio anche solo in odore di mafia non sarebbe da avere come amico. Chi lo diventasse ne pagherebbe le conseguenze, sebbene innocente (vedi caso Schifani).
A tal proposito, verrebbe da chiedersi come mai Travaglio è stato strenuo sostenitore di Prodi che pure nel 1978 (quindi, secondo i giudici, in pieno periodo di affiliazione a Cosa Nostra di Andreotti e un anno prima dell’omicidio Pecorelli in cui fu sempre coinvolto Andreotti) fece parte del governo dello Zio Giulio.
Da lì, l’amicizia (anche all’interno della DC) è durata fino ai giorni nostri.
Eppure, in quel caso, non ci furono storture di naso sul fatto che Prodi fosse diventato due volte presidente del consiglio.
Ma questa è un’altra storia.
Ultimo appunto: i pentiti.
Andreotti è finito nel vortice del maxi-processo, per le dichiarazioni di alcuni pentiti.
Gli stessi che lo accusavano di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli. Avevano mentito. Ma furono ritenuti comunque credibili…
Bah…
Vabbè, queste le prime considerazioni, in attesa che il processo mediatico venga celebrato.
Quindi…a domani per i prossimi sviluppi!
Guarda un po’.
Le ultime battaglie parlamentari, dall’insediamento della nuova maggioranza si sono svolte tutte sull’onda dell’antiberlusconismo ritrovato.
E a capeggiarle è sempre stato lui: Antonio Di Pietro.
Non gliel’aveva mandato a dire, al Cavaliere: non ci infinocchi, ti teniamo d’occhio.
E mentre il PD si ammantava travestito d’agnello, l’Italia dei Valori prometteva una rigorosissima e feroce opposizione al governo Berlusconi.
Sta di fatto che fino ad ogg, al di là delle convergenze politiche tra Walter e Silvio, a ricordare al centrosinsitra che avevano perso le elezioni e che ora erano minoranza e che quindi dovevano “combattere” l’esecutivo di “testa d’asfalto”, è stato solo e sempre il mastino abruzzese.
Che non ha avuto scrupoli ad usare anche parole forti sull’operato del Premier e della sua squadra, indicando in alcuni provvedimenti l’ennesimo tentativo di legiferare ad personam.
Così sono diventate terreno di scontro politico sia la norma, inserita nel pacchetto sicurezza al primo consiglio dei ministri napoletano, sulla possibilità di patteggiare anche a processo in corso con sospensione del procedimento per dare all’imputato il tempo di valutarne la convenienza (in cui v’hanno visto un tentativo di sottrarsi al processo “Mills”); sia sull’emendamento ribattezzato “salva rete4″.
Il PD non ha potuto sottrarsi, lasciando la scena al solo Di Pietro e si è accodato.
Il problema, in tutto questo, è che a legare entrambe le “questioni” non c’è un filo politico oggettivo, bensì quell’antiberlusconismo che a fatica sembrava esser stato ricacciato nell’ombra.
Non si spiegano altrimenti le mega-polemiche su una misura di cui certamente non avrebbe beneficiato Berlusconi nè sarebbe servita a garantirgli l’immunità dai suoi processi in corso; così tutta la diatriba sul comma 3 dell’emendamento al decreto di attuazione delle direttive europee che toccava si anche il “caso Rete4″, ma che mirava più che altro ad evitare la sanzione prevista per l’Italia dalla UE.
Di Pietro però non ha voluto sentire storie.
Su Rete4 è intransigente. Deve filare sul satellite e con essa anche e soprattutto Emilio Fede.
Strano non si parli mai delle sorti di Rai3, strettamente legate al terzo canale Mediaset.
Ma tant’è.
Il delirio antiberlusconiano è talmente accecante che la maggioranza ha ora da confrontarsi non più solo con Veltroni, ma anche e prima ancora con l’indiscusso leader delle opposizioni: Tonino, l’amico di Travaglio e Beppe Grillo.
Strano (ma neanche tanto) notare come il quartetto magico (Santoro, Travaglio, Grillo e appunto, Di Pietro) detti all’unisono l’agenda dello scontro politico.
E su quello poi si adagino tutti gli altri.
Proprio sulle tv del Cavaliere e sulle relative sentenze (in ultima quella UE) perchè rete4 vada sul satellite o comunque solo sul digitale si è scatenata l’ira antiberlusconiana.
Il problema infatti non dovrebbe essere Rete4 si o Rete4 no.
Ma rimediare agli errori che lo stato va perpetrando e ribadendo da parecchi lustri ormai e ancor prima della discesa in campo di Berlusconi.
Per approfondire la questione, che non sto a riportarvi per intero, vi lascio qualche passaggio dell’articolo che Paola Liberace ha scritto in merito.
“intorno a Rete4 e Europa7 si scontrano infatti due pretese a loro modo ugualmente legittime, quelle del mercato e quelle del diritto. La giurisprudenza italiana ed europea è stata concorde nel convalidare le istanze di Francesco Di Stefano, vincitore della gara per l’assegnazione delle frequenze nel 1999. D’altro canto, non si può dimenticare che le frequenze di Rete 4 furono acquistate anni prima su un mercato, sia pure uno che aveva sopperito alla latitanza legislativa organizzandosi in proprio; e che la rete fu rilevata alle soglie del fallimento, e riportata in auge a suon di investimenti. Negare questo dato, alla base della cosiddetta “occupazione di fatto” delle frequenze, significherebbe sostenere una logica da esproprio, non da pluralismo. Che l’acquisizione berlusconiana e il successivo rilancio possano non aver fatto piacere ad altri gruppi editoriali privati (alcuni dei quali, del resto, avevano già dato prova negativa di sé nel settore televisivo), è facilmente immaginabile; e forse la maturazione di questo malcontento non è estranea all’obiezione sulla concentrazione di tre reti nelle mani dello stesso proprietario, che condusse ai pronunciamenti della Corte Costituzionale del 1988 e del 1994. Ma non va dimenticato che fu un referendum popolare, nel 1995, a dire no al limite di un solo canale per ogni operatore televisivo. E infine, le stesse istituzioni italiane (Ministero delle Comunicazioni in primis) hanno in qualche modo tenuto conto dei diritti acquisiti (nel senso economico della parola), sin dal 1999, in epoca dalemiana: e hanno reagito ai pronunciamenti delle corti con autorizzazioni, proroghe e decreti legge che contraddicevano le loro stesse precedenti iniziative.
Nulla è cambiato da allora: e nulla cambierà, malgrado le riformulazioni della maggioranza e l’ostruzionismo dell’opposizione, che troverà sempre un motivo per gridare allo scandalo. L’unica vera svolta sarà assicurata dall’avvento definitivo del digitale terrestre, che libererà una quantità di frequenze sufficienti ad assicurare la trasmissione ai vari canali, e consentirà quindi nel contempo di riaprire il mercato. Ma lo switch-off, sul quale il ministero Gasparri con l’omonima legge aveva fortemente investito, e che era stato previsto da Landolfi per il 2008, è stato poi rinviato da Gentiloni fino al 2012. E con esso, la definitiva risoluzione di un dilemma che non cesserà di offrire facile appiglio a chi vorrebbe addossare tutti i mali italiani – quelli televisivi in primis – sulle spalle di uno solo.”
Altri articoli interessanti sono questo e questo di Davide Giacalone.
Volendo sinetizzare: il problema non è Berlusconi o Rete4, ma il sistema in sè che lo Stato ha reso complicato, contraddittorio e lontano dall’esser definito pluralista; non solo: ogni volta che ha provato a metterci mano ha solo peggiorato la situazione.
Soluzione? L’avvio definitivo della tecnologia digitale e l’apertura di quella ai gruppi imprenditoriali che ne siano interessati e che siano interessati a sviluppare quel sistema garantendo il massimo del pluralismo nell’nformazione e nell’offerta all’interno del nuovo mercato!
In compenso esistono i propagandisti.
C’è Travaglio, c’è Santoro, c’è Chiesa…sono in tanti e mettere in fila tutti i loro nomi occuperebbe un server intero da alemeno 200 Giga di capienza; per non parlare delle cazzate che dicono e per le quali hanno il seguito che hanno.
Ci sono questi, dicevo, e non ci sono invece i liberi giornalisti, anzi, informatori, che si prendono la briga di smentirli.
Il perchè è presto detto: perchè non sanno come farlo.
Non fraintendetemi: non è che non possano farlo perchè il Verbo non si può confutare; piuttosto, non lo fanno perchè sarebbe troppo faticoso ricostruire le vicende per come sono successe veramente; e non lo fanno anche perchè vorrebbe dire esporsi sui media come “collusi” con quel regime che Travaglio e compagni citano ogni qual volta vengono contestati o silenziati.
Diciamoci poi la verità: non c’è nemmeno poi tanta voglia di zittire lorsignori.
In fondo, un Travaglio in trasmissione garantisce sempre ascolti con relativa pubblicità nei giorni a seguire.
E per l’audience si fa di tutto ormai!
Il problema è dunque serissimo.
La libera informazione non c’è più.
Ma a decretarne la morte sono quelli come Travaglio, sostenuti da quelli come Di Pietro, che distorcono la realtà piegandola a specifici scopi propagandistici. Che usano pezzi arbitrariamente scelti di realtà per infondere dubbi e sospetti, per alludere e diffamare o calunniare senza tema di smentita.
Perchè come dice oggi Facci nel suo editoriale scritto oggi per Il Giornale, è difficile scegliere la posizione giusta da tenere di fronte a questi novelli inquisitori.
Una cosa però è ormai certa: c’è chi confonde la libertà d’informare con la libertà di dire ciò che gli pare e di poterlo fare senza preoccuparsi di un confronto che sfuggono scientificamente.
Questa, però, ripeto, non è informazione, nè libertà, ma solo propaganda e schiavitù ideologica!
Gli italiani si sono stancati di sentire quei quattro guru della new age comunista.
Grillo, Santoro, Travaglio, Bertinotti, Epifani…(e la lista potrebbe ben continuare), spazzati via in un colpo solo assieme ai loro “psiconani”, “teste d’asfalto”, “privati corruttori”, “tessera P2 numero…”, “macellai sociali” (e anche qui la lista sarebbe lunga), ecc ecc…
Non ride più nessuno, non si spaventa più nessuno.
Basta con questa litania del “siamo un Paese di cacca”, “non c’è democrazia”, “non siamo un Paese normale”…
Insofferenza che credevo di pochi, anzi…che mi avevano fatto credere fosse di pochi, in realtà si è dimostrata di tanti.
Conseguenze dell’atteggiamento dei novelli predicatori/salvatori della Patria?
- Berlusconi stravince le elezioni politiche ed amministrative in Aprile.
- La sinistra radicale viene letteralmente spazzata via.
- Gli operai votano Lega e lasciano la CGIL per passare all’UGL.
- A sentire Beppe Grillo si presentano giusto in 40 mila.
- A vedere il concerto del primo maggio c’è sempre il solito milione di persone, mentre a guardarlo in tv c’è giusto uno striminzito 4% di spettatori che fa certamente rimpiangere il 10% di share degli anni passati.
Insomma, solo gli ottusi non l’hanno ancora capito: la gente si è rotta le palle di quelli che si credono déi solo perchè sputtanano gli altri (e non lo fanno sempre con la dovuta onestà intellettuale, nè ammettono mai di essersi sbagliati o di avere esagerato) e muovono i forconi contro tutti sentendosi novelli Masaniello.
Ecco perchè sono in tanti a pensare che in fondo…Sgarbi è stato un vero eroe l’altra sera.
Soprattutto in un preciso momento: quando ha detto ciò che in milioni vorremmo dire a Travaglio da tempo: “sei una testa di c***o!”.
E allora…meno male che Sgarbi c’è…
Per quanto ancora Santoro dovrà sentirsi protetto dal ricordo del fantomatico (o quantomeno controverso) editto bulgaro?
Caso strano, segnalato anche da Periclitor, qualche mese fa è stato cacciato da La7 anche Luttazzi, perchè troppo volgare.
Forse allora non sbagliava del tutto il Cav…
Ieri sera ho visto Santoro (che soddisfazione vedere quei sorrisi amari)…dopo aver sentito parlare Travaglio, Fuksas e Di Pietro ho capito perchè la sinistra ha perso e Berlusconi ha stravinto le elezioni.













































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