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Peter Gomez sul caso Schifani.
“Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel ‘99, l’intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.” (fonte: Voglio Scendere)
Segue poi una ricostruzione dei “fatti di Villabate”.
“Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.
La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d’onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia. La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l’ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l’intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell’attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.
La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi c’è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l’ex segretario dei giovani dell’Udeur che falsificò la carta d’identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell’intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.“
Ecco a voi, il “metodo Travaglio”.
Più esplicito di così si muore.
Dunque:
Un inchiesta che non c’è.
Una testimonianza nel ‘99 che però non portò a nessuna incriminazione nei confronti di Schifani.
Addirittura 4 versioni di un fatto.
nessuna di queste verificabile, perchè nemmeno acquisita a processi contro Schifani.
Insomma, non è per difenderlo ad oltranza, questo semmai è compito dei suoi avvocati, ma, detto tra noi, quando le cose stanno così siamo in presenza non di una notizia, ma di veleno.
Il perchè è presto detto:
Travaglio e Gomez non possono fare affidamento ad alcuna condanna, nemmeno su una assoluzione per prescrizione (che loro chiamano “formula dubitativa”), ma vorrebbero comunque che Schifani facesse lo stesso luce su quei fatti.
Ammettiamo sia giusta come richiesta.
Si dovrà però tener conto di un paio di cosette in via preliminare: innanzitutto, che su fatti che olezzano di delinquenza l’organo deputato a dipanare le ombre è la magistratura, non la stampa.
E in secondo luogo, che poi è il punto più importante, facciamo pure che Schifani accetti “l’invito” dei suoi accusatori e si presenti a reti unificate.
Che succede se dice: “li conoscevo quelli, ma non sapevo che erano mafiosi; al comune di Villabate ci sono entrato per merito mio; ho fatto tutto secondo coscienza e legalità”.
Cosa obiettargli?
Non c’è più niente a sostegno della stampa inquirente (chiamiamola così) per continuare questa scandalosa farsa del processo mediatico cui è stato sottoposto il presidente Schifani.
Ergo: a che serve usare informazioni tra loro scollegate e incollate a dovere per sollevare un sospetto che mai potrà esser chiarito e nonostante questo chiedere spiegazioni ad un personaggio (seppure di caratura istituzionale) ben sapendo che da quegli non si potrà che ottenere la sua versione (ed è normale, oltre che giusto, che sia così visto che la magistratura non ha mosso un dito contro quello)?
Dunque: o ti fidi o ti fidi.
Sarà il caso che i Travaglio e i Gomez che spopolano sulla scena giornalistica, si facciano una ragione del fatto che gli uomini sono liberi ed innocenti fino a prova contraria e a condanna passata in giudicato (tre gradi!!) da parte della magistratura.
Sintetizzando la conclusione: questo è veleno. Nessun fatto!
PS: dai commenti: il Senatore
A me sembra sempre di più che Travaglio sia preda di un’ossessione. Il suo è savonarolismo duro e puro, senza senso. Pretende di avere una patente da censore, da tribuno del popolo; patente che nessuno gli ha dato. A volte sembra un giacobino rivoluzionario. Ecco, il suo habitat ideale sarebbe stata la Francia di fine ‘700, i tempi delle ghigliottine, dei sospetti, del terrore.
eccellente descrizione…
L’odore dei soldi.
In odore di mafia.
Travaglio non guarda in faccia le persone. Le annusa. E poi le giudica.
Non c’è che dire: ha scelto sicuramente il senso più incerto di tutti per farsi guidare nel suo mestiere di giornalista.
Dicono ci voglia “naso” per farlo, certo, ma intendono intuito, non altro.
Travaglio invece ha preso in parola il motto ed eccolo lì a sniffare l’aurea delle persone su cui indaga.
E alla fine sentenzia: puzza; o non puzza.
Non so se avete letto il libro più famoso di Patrick Suskind, Il Profumo, ma il “megafono delle procure” (come lo chiama Facci) mi ricorda tanto l’inquietante protagonista del romanzo, quel Jean-Baptiste Grenouille in grado col suo olfatto micidiale di distinguere anche il più piccolo componente della più sofisticata delle essenze.
Travaglio ne è la brutta copia, l’imitazione snaturata del “dono”.
Il fatto è che il regno dei profumi è particolarmente etereo. Il rischio di sbagliarsi è altissimo. E se si confondono le dosi…viene fuori una schifezza che sa di rancido.
Marco Travaglio sbaglia continuamente le dosi. E tutto ciò che scrive sa di rancido.
Non a tutti, ovvio. Ha un discreto audience. Ma sta tutto da una parte. E si nutre dell’antiberlusconismo di cui è intriso ogni lavoro del nostro. Un cane che si morde la coda insomma.
Ha individuato il pubblico (quello di sinistra che odia il Cavaliere); scrive per quello e lo fa cercando di accattivarselo col suo piglio da giustiziere del regime che ha egli stesso (insieme ad altri) paventato.
Un capolavoro. Non di giornalismo, ma di machiavellica strategia commerciale. E forse anche un po’ politica.
Il risultato è una serie indicibile di calunnie e diffamazioni che a stargli dietro sarebbe da dedicargli un giornale quotidiano tutto per lui.
L’ultimo “caso Schifani” è il prodotto di questo “metodo” investigativo: selezioni il prescelto tra le fila dell’odiato, copi-incolli stralci scollegati di verbali che manco lo riguardano, reimpacchetti il tutto, gli appiccichi dietro il prezzo…e il libro è fatto. Ora non resta che pubblicizzarlo. Mega sintesi del libro e subdola diffamazione del protagonista di quel racconto parziale. Polemiche, ovazioni, chi sta di qua, chi di là e il gioco è fatto: migliaia di copie in vendita; migliaia di euro in arrivo. E le dichiarazioni dei redditi lievitano!
In realtà però le cose stanno diversamente.
Poichè si parla di Schifani, presentato da Travaglio come uomo delle istituzioni “in odore di mafia”, chiariamo i fatti di cui si (s)parla.
L’accusa travaglina è: nel 1979 il presidente del senato era amico di certi tizi che vent’anni dopo (ma lui questo non lo dice) sono stati processati per mafia.
La ricostruzione completa dei fatti però è un’altra.
Vediamo.
Tratto da Il Giornale.
[...] Render noto che nella società di brokeraggio di cui fece parte, c’erano anche Nino Mandalà e Benny D’Agostino che anni dopo sono stati riconosciuti come mafiosi, poteva anche starci. Ma a patto che si rendesse noto pure che nella società, messa su grazie ad accordi con autorevoli broker assicurativi del Nord, Schifani era entrato nel ’79 su richiesta dell’avvocato ed onorevole dc, La Loggia, uno che con la mafia non aveva assolutamente nulla a che fare. Aveva anzi cercato di tirarsi indietro dall’invito a partecipare, accampando scuse economiche da giovane di studio qual era. Ma poi fu convinto a farvi ingresso, versando i 3 decimi di quel 3 per cento di cui risultò proprietario: 1 milione e mezzo o poco più. Non solo: appena un anno e mezzo dopo, liquidò la sua quota (dicembre ’80). E all’epoca Mandalà era rispettato e noto concessionario delle benzine Fina, mentre D’Agostino faceva parte di una famiglia ben conosciuta che costruiva porti e banchine in tutta la Sicilia. Entrambi incensurati e senza macchia alcuna.
«Potevo sapere io, che 18 anni dopo, i due sarebbero risultati collusi? Avevo forse una sfera di cristallo?» s’è lamentato ieri Schifani con chi - come la Finocchiaro o il suo predecessore Marini - ha voluto fargli pervenire un chiaro segnale di solidarietà.
Ma questo Travaglio non l’ha raccontato. E si sa che lui è uomo d’onore. Come non ha specificato, il grimaldello dipietrista (come sempre di più si sostiene a Montecitorio e a Palazzo Madama) che lasciato lo studio La Loggia, Schifani era divenuto un brillante urbanista. Tanto da essere nominato dagli avvocati palermitani (e non dai politici) come loro rappresentante nella speciale commissione urbanistica del capoluogo siciliano. Cominciarono a chiamarlo un po’ ovunque, Schifani, per collaborare alla stesura dei piani regolatori di comuni piccoli e grandi, di centrodestra e centrosinistra. Il sindaco di Lercara Friddi, Biagio Favaro, esponente della Rete di Orlando, se ne servì spesso. Ma Travaglio questo non l’ha ricordato, lui è uomo d’onore. Si è soffermato invece, l’ospite di Fazio, su presunte rivelazioni del pentito Francesco Campanella (già Udeur) secondo il quale Schifani avrebbe avuto una consulenza urbanistica dal comune di Villabate il cui consiglio sarebbe stato sciolto d’autorità più tardi. Corretto, come no! Peccato Travaglio non abbia però fatto notare come non solo esistano relazioni scritte e firmate da Schifani nel corso della sua consulenza di 12 mesi. E che non abbia ricordato come lo stesso Schifani, eletto in Senato nel ’96, lasciò l’incarico. E non è ancora tutto: nel piccolo comune si rivotò nel ’98, ma solo nel ’99 il ministero dell’Interno decise di intervenire e di sciogliere il consiglio comunale in odore di mafia. [...]
Insomma, ora dovrebbe essere tutto almeno un po’ più chiaro o, quantomeno, più esauriente che pria.
Ma capiamo bene quanto Travaglio possa sentirsi angosciato: lui, che s’ispira a Lirio Abbate e che aspira ad un posto nell’olimpo dei martiri con tanto di scorta, deve sopportare l’idea che un certo Schifani, l’altro ieri in odore di mafia, oggi presidente del Senato, solo ieri fosse stato minacciato sul serio dalla mafia stessa per essersi così tanto e così ben profuso nella battaglia per la stabilizzazione del carcere duro per i boss, ex 41bis…e lui la scorta la ottenne davvero.
Ahilui (Travaglio)…l’invidia gioca brutti scherzi!
SCHIFANI ELETTO PRESIDENTE DEL SENATO AL PRIMO TURNO CON 178 VOTI!
Come dimenticare?
Franco Marini ebbe bisogno di due giorni e 3 votazioni, per battere Andreotti 165 a 156, con soli 3 voti in più del quorum necessario e la stampella dei senatori a vita.
Oggi, Renato Schifani è stato eletto Presidente del Senato in due ore, con 178 voti, ovvero 4 in più dei 174 messi a disposizione dalla maggioranza e ben 16 in più dei 162 del quorum.
E’ davvero tutta un’altra musica!












































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