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Milano, quinta sezione della Corte d’Appello.
Nelle motivazioni con cui i magistrati hanno respinto l’istanza di ricusazione del giudice Gandus, si legge:
Non si vuol davvero credere che a tutt’oggi un giudice, ufficialmente e pubblicamente collocabile in una certa area ideologico-politica, non possa serenamente e correttamente affrontare un processo in cui sia imputato un esponente politico di parte avversa
E’ tutto scritto nero su bianco: un giudice collocato ufficialmente e pubblicamente in una certa area ideologico-politica deve comunque esser considerato indipendente. Anche quando deve giudicare un esponente della parte avversa.
Alla faccia della magistratura indipendente…
Ovviamente, di questo, nessuno ne parla…e soprattutto nessuno si scandalizza.
Domanda: di fronte a questa palese contraddizione, come si fa a vedere ancora come fumo negli occhi o vittimismo le denunce di persecuzione giudiziaria fatte da Berlusconi? E come si fa a non capire che, seppur scritto male, un contrappeso come il Lodo Alfano è più che necessario in tempi come questi di estremizzazione del conflitto politico?
Quando mi iscrissi a giurisprudenza erano in molti a dirmi: eh, ci vuole memoria per ricordarsi tutte quelle leggi.
La cosa non mi spaventava, anche perchè avevo il sospetto che se davvero i miei studi fossero serviti soltanto a quello, allora i codici erano del tutto inutili.
Certo, in ogni articolo di legge si sostanzia una volontà del legislatore, ma non ha alcun senso ricordarsi i numeri e non capire poi cosa dietro essi si celi.
E così, ho scoperto anche che ripetere a pappagallo gli articoli della Costituzione non è mai stato un esercizio fruttuoso. Bisogna studiarli, saperli interpretare e collegare agli altri, ma soprattutto comprenderne la ratio.
Fermarsi alla lettera è superficiale e decisamente sbagliato.
Prendiamo ad esempio il tanto citato articolo 3:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
ebbene, dovessimo fermarci a questa lettura verrebbe facile dire che non ci devono essere diversità di trattamento. Ma è davvero così?
Basta guardarsi attorno per capire che non è.
E non è, perchè non è “siamo tutti uguali quindi dobbiamo esser trattati tutti ugualmente”; ma…”situazioni uguali vanno trattate allo stesso modo; situazioni diverse vanno trattate diversamente”.
Limitarsi a dire: “siamo tutti uguali di fronte alla legge” è scorretto, perchè si omette dolosamente l’altra faccia della medaglia dello stesso principio.
A volerla dire in un altro modo, se ne sovverte il senso.
Ma di casi come questo ce ne sono tanti nella nostra Carta fondamentale.
Che oggi è usata impropriamente da molti che si rifugiano nelle singole parole perchè rendono di gran lunga più facili e pubblicizzabili le loro battaglie.
Altre volte invece, la si dimentica, perchè non fa più comodo.
Il caso eclatante è questo del processo Mills.
Ci sono politici, giornalisti e parti della cosiddetta società civile che non vedevano l’ora di girotondeggiare nelle piazze italiane sventolando singoli articoli della Costituzione. Ovviamente facendo finta che tutti gli altri non contino.
Così, tutti giù per terra con in bocca le parole dell’articolo 3 (il principio d’uguaglianza) perchè il lodo Alfano (che incombe sul processo a carico di Berlusconi e dell’avvocato inglese) renderebbe il Cavaliere “più uguale degli altri”; al diavolo ogni considerazione sul fatto che la posizione istituzionale assunta da Berlusconi non lo rende diverso “da tutti gli altri” in virtù di una “posizione sociale” che lo eleva rispetto al cittadino comune, ma lo distingue dagli altri proprio per i compiti che quegli deve svolgere e per i quali quindi deve essere tutelato per garantire quelli. No, quando si tratta di lui, del Cavaliere, si diventa ciechi e cala la notte in cui tutte le vacche sono nere.
Vada, comunque, per queste battaglie politiche che sfruttano i dettami costituzionali.
La cosa che fa più rabbia e che rendono bene lo spregio demagogico che viene fatto della Carta, però si nota bene quando quella stessa Carta viene dimenticata volutamente.
Per esempio: provate a dire a un Travaglio o a un Di Pietro che nella stessa Costituzione del 48, oltre all’articolo 3 c’è anche l’articolo 27…e provate magari anche a ricordagli cosa dice…
La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Capito?!
Nel nostro Paese vige la presunzione di non colpevolezza (se non vogliamo dire “di innocenza”).
Cosa vuol dire?
Vuol dire che è l’accusa che deve dimostrare le colpe dell’indagato/imputato e non l’indagato/imputato a dover dimostrare la propria innocenza, perchè quella è già presunta…
Eppure…
Prendi un processo come quello Mills.
L’accusa ha in mano solo una lettera-confessione e nient’altro. Per giunta si è rifiutata di ottemperare alle richieste della difesa nella ricerca delle prove a favore dell’indagato/imputato evitando rogatorie e controlli su conti che hanno invece dovuto impegnare la difesa.
Succede perciò che nel nostro Paese, dove tutti si dicono innamorati della Costituzione, alcuni, pur senza prove e senza ritegno, patteggino da subito per l’accusa, condannando l’indagato/imputato.
Succede perciò che nel nostro Paese, sia l’indagato/imputato a dover dimostrare la propria innocenza ricostruendo i passaggi di denaro che non li ha nemmeno coinvolti, ma che la magistratura inquirente si è disinteressata dal controllare.
Questo a nessuno sembra un po’ anomalo?
Questo non scandalizza nessuno?
Ah, già…si tratta di Berlusconi. Lui non è uguale a tutti gli altri.
PS: nel delirio dipietresco, il patteggiamento (che non ci sarà) di Mills (di cui si dice certo solo lui e chi per lui) avrebbe come effetto quello ri rendere impunito anche Silvio Berlusconi.
Ora, sorprende che un personaggio come lui, che ha masticato diritto per lunghi anni, arrivi a dire tali castronerie.
Intanto: col lodo Alfano in via di approvazione, la posizione di Berlusconi viene stralciata e quindi disgiunta dalle vicende di Mills; perciò sospesa fino al termine del suo incarico da premier per poi riprendere da lì dov’era stata lasciata.
Quindi, sempre secondo il principio personalistà della colpevolezza (articolo 27 comma 1) non si capisce come mai il dichiararsi colpevole di un imputato potrebbe farla fare franca all’altro imputato.
Di più: se Mills è il corrotto e Berlusconi il corruttore e l’avvocato inglese ammettesse di aver preso quei soldi per compiacere il Cavaliere, beh, mi spiegate perchè Berlusoni dovrebbe evitare di essere condannato, essendo lui l’altra parte necessaria del reato di corruzione?
Si consiglia a Di Pietro (ex pubblico ministero, laureato in giurisprudenza) un bel ripasso di diritto penale.
Si consiglia sempre a Di Pietro (novello Robespierre dell’informazione) di avvalersi di giornalisti un po’ più competenti di tale Daniele Martinelli, che quando scrive di cronaca giudiziaria tira degli sfondoni di pari gravità (ma almeno da lui uno se li può aspettare).
La procura, con le sue “carte segrete” e i suoi “assi nella manica” sembra andare davvero da poche parti.
Ieri, il perito dell’avvocato Mills ha ricostruito il giro dei famigerati 600mila dollari che, secondo l’accusa, sarebbero stati girati al suo assistito da uomini della Finivest per comprarsi la sua reticenza in altri processi (passati): sorpresa, Berlusconi non c’entra niente e, come aveva sempre sostenuto la difesa del Cav, il nome cui si arriva alla fine di queste motagne russe di conti bancari è quello dell’armatore napoletano Attanasio.
Un vero colpo per il Cavaliere che potrebbe trasformarsi in una assoluta debacle per quelli che fino ad oggi hanno aizzato le folle contro di lui diffamandolo e calunniandolo per fatti che potrebbero non essere mai accaduti, ma strumentalizzati per meri fini politici.
Cadrebbero così anche le accuse secondo cui il Premier vorrebbe varare alcune leggi ad personam per tutelarsi da una sempre meno plausibile sentenza di condanna (per un reato che comunque cadrebbe in prescrizione ben prima dell’Appello).
Questa, comunque, la ricostruzione fatta dall’inviato del Corsera.
MILANO - I 600 mila dollari monetizzati nel 2000 sul Torrey Global Fund dall’ avvocato inglese David Mills (ideatore del comparto estero occulto Fininvest), e «figli» dei 2 milioni e 50 mila dollari che non si sapeva da dove fossero affluiti alle Bahamas nel luglio 1997 sul conto gestito da Mills presso la Mees Pierson Bank, non arrivarono da imprecisati fondi di Berlusconi tramite lo scomparso manager Fininvest Carlo Bernasconi, come la Procura asserisce sulla scia della lettera autoincriminatoria di Mills nel 2004 ai propri commercialisti inglesi: non può essere questa la provenienza perché è invece documentato che quei soldi ne hanno tutt’ altra, e hanno cioè come origine il guadagno nella compravendita 1992-1997 della motonave Ocean Installer realizzato dall’ armatore napoletano Diego Attanasio, un cliente di Mills che gli aveva affidato istruzioni in bianco perché mettesse il suo patrimonio al riparo dai magistrati di Salerno che nel 1997 lo avevano arrestato. E’ quanto ieri il consulente contabile di Mills (Andrea Perini) ha mostrato al processo a Berlusconi per l’ ipotizzata corruzione di Mills, che dal premier con quei 600 mila dollari sarebbe stato «ringraziato» per le sue deposizioni reticenti in due processi nel ‘ 97 e ‘ 98. La difesa taglia così la strada alla ricostruzione del giro dei soldi che l’ accusa ha ipotizzato nell’ iniziale capo d’ imputazione. Resta in teoria la possibilità accusatoria che Mills abbia mescolato i soldi di asserita provenienza berlusconiana con quelli dei suoi clienti non nel circuito-Bahamas ma nella galassia-Gibilterra dove Mills si appoggiava ai fratelli avvocati Marrache. Ma qui Perini, docente di diritto penale commerciale a Torino, passa il testimone alla moglie commercialista Claudia Tavernari, che da consulente di Berlusconi promette di dimostrare, in tre enormi tomi nell’ udienza del 18 luglio, che anche nel mondo-Marrache non sarebbe rintracciabile alcun flusso inspiegato e dunque di possibile matrice berlusconiana. Rispetto agli atti noti sino a ieri, la novità è che il consulente di Mills è stato in grado di risalire a ritroso fino al 1992 alla provvista di denaro di Attanasio. Nel dicembre 1992 una società liberiana dell’ armatore, Boy Shipping, presta a una società domiciliata a Guernsey sempre di Attanasio, la Dendor, 2 milioni e 50 mila dollari, con i quali Dendor acquista dalla Diamar (ancora di Attanasio) quote dell’ immobiliare Due Lune spa. Che dopo due anni e mezzo è rivenduta alla finanziaria Mesa srl di Attanasio per 5,2 miliardi di lire pagati in tre tranches sull’ Hadrian Trust costituito da Mills sempre per Attanasio. Con questi soldi l’ armatore finanzia altre sue due società, la Investment Development Holding e la Ocean Support Services, con le quali nel 1997 rileva per 3,7 milioni di dollari dalla Saipem la nave Ragno Due, la riattrezza, la ribattezza Ocean Installer e la vende per 11,5 milioni, anche se ne guadagna solo 9,3 perché la differenza resta incagliata in un contenzioso. Sono questi 9 milioni ad affluire alle Bahamas su Mees Pierson Bank, ed è da essi che 2 milioni e 50 mila dollari approdano sul conto di Mills alla Cim di Ginevra, dove Mills ne intasca direttamente 439 mila e smista il resto su una società (la ex Iss) che ribattezza Struie e fa gestire all’ amministratrice dei soldi di Flavio Briatore. Dietro questa targa Briatore, che il consulente di Mills ammette di «non avere alcuna reticenza a riconoscere come un tentativo di Mills di confondere le acque», la Struie (in realtà Mills) investe 600 mila dollari nel 1998 nel fondo Giano Capital e nel 1999 nel Torrey Global, le cui quote trasferisce a sé il 29 febbraio 2000 e incamera in ottobre. Fine del giro dei soldi. Che dunque, argomenta il perito, non è quello descritto dal pm nell’ imputazione. E che, al contrario, disegna un filo diretto (per quanto complicatissimo) dal 1992 di Attanasio al 2000 di Mills. Senza mai Berlusconi in mezzo.
Anche su La Stampa ormai si da quasi per scontata l’assoluzione.
Alcuni fatti, meglio precisati rispetto alla precedente ricostruzione.
L’avvocato David Donald Mackenzie Mills è il creatore della galassia di società che gestiva il comparto estero di Fininvest: dunque l’amministratore, per esempio, della processatissima società All Iberian. Nel 1995, quando la chiusero, si pose un classico dilemma di diritto societario: di chi era All Iberia? Di chi erano i dividendi da dieci miliardi di lire che aveva generato? Del gestore Mills o di Fininvest? Mills non ebbe dubbi e si presi i soldi, sostenendo che non dovessero comparire nel bilancio consolidato di Mediaset. Ci pagò pure un sacco di tasse e alla fine gli rimasero in tasca due milioni di sterline. Ritenendoli appunto soldi suoi, Mills comunicò ai soci del suo studio che per mera generosità avrebbe corrisposto loro 50 o 100 mila dollari a testa; ma i soci, paradossalmente, dissero che i soldi andavano messi a bilancio e insomma litigarono. Mills decise di depositare la somma in banca e di aspettare sino al 2000: secondo la legge inglese, se dopo un determinato periodo nessuno reclama dei soldi, diventano comunque tuoi. Andò così: i soci si divisero i soldi anche se a Mills rimase un po’ di amaro in bocca; disse che la volta successiva ai soci non avrebbe detto nè elargito un bel nulla.
Che quei soldi fossero suoi, intanto, Mills aveva continuato a sostenerlo anche in qualità di teste d’accusa contro Silvio Berlusconi nel processo All Iberia.
Teste d’accusa, sì: l’ambiguità del personaggio è desumibile anche dal fatto che a un certo punto cambiò versione delle cose e diede ragione all’accusa: disse che All Iberia apparteneva anche a Berlusconi, ma si tenne lo stesso i soldi.
I pubblici ministeri, in particolare Francesco Greco, furono molto soddisfatti e, per farla breve: Berlusconi fu condannato in primo grado anche per quanto detto da Mills.
Tra lui e Mediaset, oltretutto, c’è ancora una causa in ballo, sempre per la famosa cifra.
Qui il paradosso: costui, dopo essersi comportato come visto nei confronti di Berlusconi e dopo i soldi presi e la testimonianza contro di lui, sarebbe stato ricompensato da Berlusconi medesimo con 600 mila dollari: è questa l’accusa per cui il presidente del consiglio è stato rinviato a giudizio; avrebbe ordinato a un suo collaboratore di versare quei soldi a Mills affinchè fosse reticente nei processi Guardia di finanza 1997 e All Iberia 1998.
Ora, il collaboratore che avrebbe passato i soldi, Carlo Bernasconi, non può smentire nè confermare perchè frattanto è morto. E Mills? E’ da qui, carte alla mano, che ricomincia l’incredibile racconto che Mills ha sì permesso di ricostruire: ma non prima di aver combinato incredibili pasticci.
Memore dell’ingratitudine dei suoi soci, infatti, Mills di lì a poco combinò un altro affare ma decise di comportarsi diversamente. Condusse un poì come aveva fatto per Fininvest, una serie di operazioni per conto dell’armatore italiano Diego Attanasio, peraltro inqisito a Napoli per corruzione e interessato a far sparire un po’ di soldi con un gioco di compravendite di due navi. Furono infine due i milioni di dollari che Attanasio risulta abbia dato in custodia a Milss, e da essi prese inizio una partita di giro. Mills girò il denaro in una serie di sottoconti (intestati sia a lui che all’armatore) dopodichè parte dei soldi, circa due milioni di dollari, li indirizzò sul conto della società finanziaria Struie (si legge com’è scritto) che si trova alle Bahamas e che a sua volta investì questa cifra, per conto di Mills, in fondi chiamati Torrey.
L’investimento in fondi, in poco tempo, fruttò a Mills circa 600 mila dollari: ed è proprio la cifra che secondo una prima formulazione dell’accusa gli sarebbe stata pagata da Berlusconi. Il problema è che tutte le carte e le certificazioni ottenute a riguardo dalla difesa (l’accusa non ha mai fatto indagini in tal senso) hanno confermato che i soldi appartenevano appunto a questo Attanasio: e su questo, alla fine, dovrà convergere anche l’accusa.
Ma proseguiamo con la storia. Mills, per intanto, quei soldi, quei proventi di investimenti, li usò per estinguere dei mutui anche a nome della moglie, il ministro della Cultura Tessa Jowell: una grana per cui lei rischierà le dimissioni forzate e per cui dovrà inscenare yba separazione dal marito che è finita su tutti i giornali. Il problema, infatti, è che nel gennaio 2004 a Mills era arrivato in studio il fisco. L’avvocato, non volendo pià dividere una sterlina coi suoi soci, e avendo utilizzato soldi fruttati dall’investimento per spese correnti, sostenne infatti che quelli erano soldi esentasse.
Per rafforzare la tesi chiese consulenza a uno dei suoi commercialisti, Bob Drennan, e gli lasciò una lettera che riassumenva il problema sostanziale, ma ne inventava, questo sostiene la difesa, completamente gli attori.
Nella missiva infatti, scrisse che la cifra in questione corrispondeva al regalo di un certo Carlo Bernasconi a seguito delle testimonianze da lui rese ai processi cosiddetti “Guardia di Finanza” e “All Iberian”. Non disse, nella lettera, che le sue testimonianze in realtà avevano inguaiato Berlusconi.
L’ultima cosa che sarebbe venuta in mente a uno come Mills, per com’è fatto, è che Brennan potesse leggere quella lettera al suo socio, David Barker, così da valutare se tra il denaro e le testimonianze potesse esserci un collegamento illegale: dettaglio che Mills aveva negato e sempre negherà.
Sicchè la lettera fu passata al Serious Fraud Office (l’antiriciclaggio inglese) che a sua volta chiese spiegazioni a Mills: il quale, se possibile, ingarbugliò ancora di più la situazione. Modificò in parte la sua versione e disse che quei soldi li aveva sì presi da questo Bernasconi, ma solo come ringraziamento per una dritta speculativa. Il nome di Berlusconi, in ogni caso, non lo farà mai.
E ci siamo, perchè la famosa lettera giunse infine alla Procura di Milano.
Il 18 Luglio 2004 Mills venne dunque interrogato e dopo dieci ore, di notte, “crollò” ufficialmente e fece il nome di Berlusconi. Non spiegò, però, come gli erano arrivati quei soldi.
Mills, al Daily Telegraph, racconterà che i magistrati lo inquisirono con cattiveria sino a fargli dire, estenuato: “scrivete qualcosa e io la firmerò”. Successivamente, smentirà.
Non si sa come sia andata, ma è certo che nel computer di Mills, sequestrato, verrà trovata una lettera in cui Mills racconta di aver cercato in tutti i modi di menzionare Attanasio, durante l’interrogatorio, senza che tutta via il suo noma sia mai comparso nel verbale.
Va anche detto che Mills, menzionando i suoi rapporti con Attanasio, temeva probabilmente un’imputazione per concorso in riciclaggio: questo almeno sostiene la difesa di Berlusconi. Forse è per quello che al Fisco inglese, pochi giorni dopo l’interrogatorio milanese, l’avvocato tornerà a riproporre la versione dei soldi presi da Bernasconi come ringraziamento per una dritta speculativa. Non fece più il nome di Berlusconi: ma fece comunque, oggettivamente un gran casino.
E’ la definizione della sua vertenza col fisco infine che restituirà a Mills la determinazione a dire quello che ritiene essere la verità. Il fisco, frattanto, ha infatti stabilito che i proventi dei fondi Torrey, insomma i famosi 600 mila dollari, non sono un regalo e quindi non sono esentasse. Mills perciò ha dovuto pagare le tasse su quei soldi. Ergo: secondo il fisco inglese insomma nessuna cifra riguarda soldi riconducibili a Fininvest. Per dirla male: gli investigatori inglesi non hanno ritenuto illecita la provenienza di quei soldi. Per dirla malissimo: il fisco inglese ha creduto a Mills, i magistrati italiani no.
Venuta meno la necessità di parlare di strani regali, il 7 novembre successivo, Mills cercò di parlare coi maistrati milanesi che tuttavia non l’ascoltarono. Decise allora di preparare una memoria dove raccontò che i soldi li aveva effettivamente avuti da Diego Attanasio.
I magistrati dapprima non gli credettero, ma è un fatto che il percorso del presunto regalo intanto non erano riusciti a ricostruirlo. Quando poi dalle Bahamas giunsero infine le perizie contabili che provarono il reale percorso dei 600 mila dollari, il gup di Milano ormai aveva già proceduto al rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi e David Mills: corruzione in atti giudiziari. Il fantomatico Diego Attanasio, interrogato, ha detto di non aver mai autorizzto passaggi di denaro a Mills, ma ha precisato che il medesimo aveva delega di movimentare i suoi conti senza consultarlo.
Tutto il processo, in ogni caso, doveva andare in prescrizione decennale nel febbraio scorso, ma colpo di scena: l’accusa ha spostato la data di commissione del reato a marzo del 2000, periodo in cui Mills, come visto, estinse quella serie di mutui.
Con quali soldi? Quanti? Dati da chi? Quando? Non si sa: “per accertare l’effettiva provenienza dei fondi”, ha ammesso l’accusa, “risulteranno prevedibilmente necessarie ulteriori ricerce”.
Nel Regno Unito, semplicemente, direbbero che manca l’habeas corpus.
Da Il Riformista.
“A questo stronzo di Berlusconi gli facciamo un culo così. Gli diamo sei anni e poi lo voglio veder fare il presidente del Consiglio.”
Firmato, Nicoletta Gandus, giudice del caso Mills in cui è imputato Silvio Berlusconi.
E’ sempre bene sapere di cosa si parla.
Benchè i soliti noti lo vogliano già chiuso con una condanna che accerti la corruzione tra Berlusconi e l’avvocato Mills, sono molti i motivi per credere che questo processo possa invece finire con una assoluzione piena e che metta in luce l’ennesimo tentativo compiuto da una certa magistratura di usare lo strumento giudiziario per colpire il potere politico avverso.
Veniamo ai fatti.
Fonte: il Velino
Il processo che si sta celebrando a Milano contro Silvio Berlusconi e l’avvocato inglese David Mills ruota intorno a 600 mila dollari. Chi fornì all’avvocato quella somma? L’accusa - guidata da Fabio De Pasquale - ha sostenuto che quella cifra fu sborsata “da Carlo Bernasconi, a seguito di disposizioni di Berlusconi” per ricompensare Mills. Il quale avrebbe taciuto ciò che sapeva su tutta una serie di traffici societari e valutari deponendo come testimone nelle inchieste All Iberian e Fininvest B Group. Mills, in una lettera privata finita poi ai magistrati di Milano tramite il Serious fraud office, scriveva di aver ricevuto alla fine del ‘99 da “una persona collegata all’organizzazione B” un pagamento da considerare come “un prestito a lungo termine o un regalo”. A verbale, sempre Mills, fece scrivere: “Carlo Bernasconi mi disse che Silvio Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui io ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”. I famosi 600 mila dollari. Il Cavaliere, intanto, aveva già fatto sapere ai magistrati di non conoscere l’avvocato e di non avere alcuna notizia sul versamento. I suoi avvocati nello stesso tempo avevano chiesto alla procura di svolgere alcune rogatorie alle Bahamas per verificare il racconto di Mills. Passano quattro mesi dalla prima versione e l’avvocato inglese si ripresenta ai magistrati di Milano con una memoria di dodici pagine: quei 600 mila dollari gli erano pervenuti da un altro cliente, l’armatore napoletano Diego Attanasio: “Ho 15 documenti probanti, e me ne manca soltanto uno, per stabilire che i 600 mila dollari provenivano da Diego Attanasio”. Ma Attanasio, interrogato dai piemme milanesi, aveva sostenuto che lui quei soldi a Mills non li aveva mai dati: “Io escludo di aver dato ordine, anche indirettamente, a Mees Pierson (banca delle Bahamas utilizzata da Attanasio per la sua società Hadrian trust, ndr) di far rientrare una somma importante… Non ho memoria di una operazione di travaso di fondi da Mees Pierson a un conto presso la banca Cim di Ginevra (quella che veniva utilizzata dall’avvocato Mills, ndr). Faccio presente che intorno alla metà di luglio 1997 io sono stato arrestato per corruzione. Ribadisco…che in quel periodo io ero in stato di detenzione”.
I piemme milanesi, che sentirono Attanasio il 22 dicembre 2005 e il primo febbraio 2006, credettero alla sua ricostruzione. In realtà il soggiorno in carcere di Attanasio iniziò il 21 luglio del 1997: arrestato per corruzione, abusi d’ufficio e indebito rimborso di Iva. L’accusa ha sempre preso per buona la sua giustificazione: l’avvocato Mills, di cui egli si fidava, poteva avergli fatto firmare - dice Attanasio - fogli in bianco e con quelli aver falsificato successivamente la corrispondenza con il trust delle Bahamas. Una versione fin troppo suggestiva, secondo la difesa di Berlusconi, che si sarebbe potuta smascherare con poche e semplici verifiche (date della detenzione, autenticità della firma, rendiconti bancari). La magistratura inquirente tenne per buone le spiegazioni di Attanasio e diede il via libera al processo di Milano. Se Attanasio entrò in carcere il 21 luglio, il 17 poteva benissimo aver firmato la lettera con cui incaricava un trust delle Bahamas di trasferire soldi a Mills. E la firma è assolutamente compatibile - a prima vista - con altre sicuramente autentiche. Ma ci sono ulteriori riscontri bancari che starebbero a dimostrare che a dare i 600 mila dollari a Mills fu proprio Attanasio. E questi documenti i legali di Berlusconi sono andati a cercarli alle Bahamas: “Si tratta di un accertamento che avevamo chiesto di fare ai piemme prima di decidere sul rinvio a giudizio. È vero che la procura aveva avviato una rogatoria alle Bahamas, ma non c’entrava nulla con le nostre richieste, e cioè individuare chi avesse fornito il denaro a Mills”, ha sempre sostenuto l’avvocato Niccolò Ghedini, difensore del premier. “Avevamo chiesto che il risultato della rogatoria venisse acquisito prima della richiesta di rinvio a giudizio, convinti dell’innocenza di Berlusconi. Ma la procura di Milano non ha voluto attendere quei pochi giorni che la difesa ha impiegato per trovare i documenti bancari che dimostrano come il denaro pervenuto a Mills non derivi dalla Fininvest”.
“Faccio presente che intorno alla metà di luglio del 1997 io sono stato arrestato con una accusa di corruzione e per me è stato un fatto estremamente traumatico. Sono rimasto detenuto per due mesi presso il carcere di Fuorni a Salerno e francamente pensare di dare istruzioni a Mills dal carcere sarebbe stato oltre che quasi impossibile, anche rischioso, perché gli inquirenti di Salerno erano particolarmente interessati alle mie relazioni d’affari con Mills”. E’ quanto sostenne due anni fa Diego Attanasio ai sostituti procuratori Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo che lo ascoltavano in qualità di testimone in relazione al versamento fatto il 23 luglio del 1997 sul conto Cim della banca di Ginevra n. 1001339401 dalla banca Mees Pierson di Nassau, per conto del Trust Hadrian di proprietà dello stesso Attanasio. La testimonianza di Attanasio, per i piemme, confermerebbe la tesi della procura e cioè che David Mills quando sostiene che i 600 mila dollari - che facevano parte di un trasferimento fondi pari a dieci milioni di dollari - gli sarebbero arrivati attraverso il bonifico del Trust Hadrian, dice il falso perché Attanasio non avrebbe potuto “dare istruzioni a Mills” perché in carcere.
E’ strano, comunque, che Attanasio non abbia mai chiesto conto al suo avvocato, Mills, di ben dieci milioni di dollari - trasferiti dopo la richiesta, sottoscritta da Attanasio, legalizzata da Mills e rivolta il 17 luglio alla banca di Nassau - se è vero che il suo legale di fiducia, appunto Mills, avrebbe agito senza “ordine dato anche indirettamente”, come ha sostenuto i uno degli interrogatori. Sulle date poi è importante fare chiarezza, cosa che non traspare dagli atti: Attanasio entra in carcere il 21 luglio - e non intorno a metà luglio, come per ben quattro volte ha riferito senza essere contestato dai due sostituti milanesi - e la transazione fra la banca delle Bahamas e quella di Ginevra avviene il 23, con valuta 22 luglio: ma la lettera con la quale autorizza la propria banca a fare il trasferimento dei fondi è del 17 luglio, quattro giorni prima di essere arrestato. Chiunque abbia un conto in banca, in Italia o all’estero, sa bene che fra la richiesta di bonifico e la materiale esecuzione burocratica dell’ordine possono passare giorni e a volte anche settimane; quindi il fatto che il 23 Attanasio fosse in carcere non cambia nulla. D’altro canto a Mills, né Robelo né De Pasquale hanno mai contestato il reato di “abuso di foglio firmato in bianco”. Che è gravissimo se consumato da un avvocato di fiducia. Tanto inistere su Attanasio, per la procura di Milano, sarebbe invece un tentativo della difesa di spostare l’attenzione dei giudici. Dal canto suo uno dei legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini, ha ribadito la richiesta di convocare in aula un’altra volta l’imprenditore Attanasio perché fino ad ora “non abbiamo svolto il nostro esame del testimone” ma senza successo. Ma quando tutto sembrava che il processo non si sarebbe potuto celebrare perchè ormai avviato a prescrizione, il pm De Pasquale nel corso dell’udienza del 14 dicembre dello scorso anno modificava improvvisamente il capo di imputazione sostenendo che il reato attribuito ai due imputati era stato commesso non il 2 febbraio del 1998, come contestato fino ad oggi, ma due anni dopo, il 29 febbraio 2000. O meglio, il bonifico sarebbe effettivamente avvenuto nel ‘98, sostiene la procura, ma Mills lo avrebbe utilizzato il 29 febbraio del 2000. Una ‘variazione temporale’ che sposta i termini di prescrizione, inizialmente previsti per il febbraio scorso, tra due anni. Da dire che nel frattempo di questi 600 mila dollari si è occupato anche il fisco inglese coinvolgendo anche l’ex moglie di Mills, l’ex ministro della Sanità del governo Blair, Tessa Jowell. La fiscalità del Regno Unito indagò a lungo sia sull’avvocato sia sui conti della moglie, anche perché avevano estinto un mutuo di 600 mila dollari, ma non ha riscontrato alcuna anomalia, né incassi illeciti.
Per chi invece volesse apprendere i termini della vicenda in altra maniera eccovi la ricostruzione fatta dalla redazione di Matrix con la puntualizzazione finale dell’avvocato Ghedini.













































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