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Bisogna riconoscere che se non ci fosse Travaglio, molte cose sarebbero rimaste nel dimenticatoio e molte altre avrebbero continuato ad avere quell’alone di mistero tale da renderle sconosciute ai più.
Per esempio, se non avessi letto il pezzo che ieri il novello professionista dell’antimafia (come Sciascia definiva quelli che sfruttano la lotta alla mafia come strumento di una fazione per il raggiungimento di un certo potere - chissà, magari politico anche per Travaglio) ha scritto contro il neopromosso procuratore capo di Marsala, Alberto Di Pisa, ritendendo che la sua nomina fosse uno scempio alla memoria di Falcone, non avrei mai saputo cosa intendesse nè cosa in realtà successe a Palermo negli anni in cui Falcone spadroneggiava all’interno del pool antimafia.
Così, spulciando negli archivi di Repubblica si capisce che il clima era abbastanza pesante e lo stesso Falcone era oggetto di diversi attacchi.
Non c’era solo Di Pisa, che oggi ha (per Travaglio) il demerito di esser tornato alle cronache per la sua promozione come magistrato, ma tanti, tantissimi altri che per meri tornaconti politici non vedevano per niente bene Falcone e non condividevano il suo operato.
Perciò, scopro, tra le tante cose, che l’Unità (su cui scrive Travaglio) era in prima linea contro il magistrato palermitano, reo di non essere “uno di loro”, ma di essersi avvicinato a Martelli e quindi ai socialisti. Ma questo, a Travaglio, non fa alcun effetto. Si dirà: è passato tanto tempo. Embè? E per Di Pisa no? Di lui non si ricordano le indagini eccellenti o che è stato procuratore capo a Termini Imerese, no: si ricorda piuttosto ancora il processo in cui era accusato d’essere il “corvo”, l’anonimo che scriveva missive calunniose contro Falcone e che, a detta del capo dell’alto commissariato antimafia Sica, proprio Falcone indicò come l’autore di quelle lettere (Falcone però smentì sempre e niente mai si seppe); il magistrato si difese e alla fine fu prosciolto da ogni accusa (che peraltro trovava fondamento in un frammento di impronta studiato solo dal Sismi e che nessuno ha mai potuto vedere se non in fotografia, ma che comunque fu inutilizzabile: le impronte sulle altre carte ricevute da Falcone e Borsellino non porteranno mai con esattezza a Di Pisa).
Scopro anche che, come nella vicenda Di Pisa, Falcone fu oggetto di audizione del CSM, ma stavolta come imputato a causa delle accuse portategli (con tanto di prove) da Leoluca Orlando Cascio, un altro che tacciava Falcone di insabbiare le carte e di tenerle ben nascoste nei cassetti del suo ufficio: tal Leoluca Orlando è un altro dei professionisti dell’antimafia.
Ma a Travaglio, a differenza che col Di Pisa (che qualche merito l’avrà pure per esser stato nominato per quell’incarico), non fa una grinza a sapere che quel Leoluca Orlando oggi milita nelle fila del partito che lui aveva detto di appoggiare pochi giorni prima delle elezioni.
Ebbene, per Di Pisa (colpevole, forse, di aver sottratto il posto alla procura di Marsala al cognato di Falcone) Travaglio non fa sconti: rispolvera i vecchi sospetti e riporta dall’oltretomba del passato la storia di uno scontro che non fu comunque l’unico a combattere.
Per tutti gli altri, invece…il tempo è stato galantuomo.
D’altra parte…tutti gli altri gli “offrono asilo”…
A costo di risultare monotematico è bene tenere alta la guardia.
Paradossalmente, chi si lamenta dell’informazione asservita ai poteri è poi il primo a fare disinformazione, anzi, disinformatja usando toni e parole assolutamente fuori luogo.
E’ il caso (l’ennesimo) del dottor onorevole Di Pietro.
Leggo e riporto dal suo blog:
con l’annullamento del regime speciale 41 bis per 37 padrini della mafia, effetto di una norma-regalo che nel 2002 fece il III governo Berlusconi, la maggioranza si appresta a mantenere le promesse elettorali fatte alla criminalità organizzata. Le parole pronunciate ad un passo dalle elezioni, che non dimentichiamo, “Mangano è stato un eroe” null’altro erano che un messaggio per rassicurare la malavita organizzata sul fatto che avrebbero avuto vita facile votando Berlusconi, garantendosi così il pacchetto di voti da loro controllato.
Mi domando come si possa arrivare a tanto…
Fatto sta che da un personaggio come il leader dell’Italia dei Valori ormai ci si può aspettare di tutto.
Perfino che dimentichi la storia.
E’ convinto, l’onorevole Di Pietro, che gli annullamenti del carcere duro a diversi mafiosi di un certo livello che negli ultimi tempi hanno scandalizzato l’opinione pubblica, siano da imputare ad una “norma regalo” del 2002.
Qual è la norma in questione?
Questa: legge 23/12/2002 numero 279.
La rubrica recita: MODIFICA DEGLI ARTICOLI 4-BIS E 41-BIS DELLA LEGGE 26 LUGLIO 1975, N. 354, IN MATERIA DI TRATTAMENTO PENITENZIARIO.
In cosa consiste?
Lo facciamo dire a Wikipedia, un “must” per i dipietristi travaglini quando c’è da recuperare stralci del curriculum giudiziario di Silvio Berlusconi.
In occasione del decennale della strage di Capaci il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge che prevedeva:
- la proroga per ulteriori quattro anni dell’art. 41 bis (secondo comma), scadente al 31/12/2002;
- l’applicazione anche ai reati di terrorismo ed eversione dei regimi speciali previsti dagli art. 4 bis e 41 bis.
Ora, spieghi per favore, l’onorevole Di Pietro, come può una norma del genere esser considerata un “regalo ai malavitosi”?!
Ecco due interessanti articoli del 2002:
Repubblica del 27 settembre
In quell’occasione è il procuratore nazionale antimafia Luigi Vigna a dirsi soddisfatto di quel provvedimento del governo Berlusconi:
E’ un passo avanti nella lotta alla criminalità, le continue proroghe erano motivo di tensioni carcerarie e di messaggi inviati
Ancora.
Repubblica 22 dicembre
A norma ormai approvata, il suo carattere di “dono” ai mafiosi appare decisamente sfocato.
A protestare contro la severità della legge sono addirittura i penalisti, che si appellano al capo dello Stato.
Questo è quanto dice la Storia, che come spesso accade, smentisce Di Pietro.
Al di là delle puntualizzazioni possibili, sarebbe anche il caso di ricordare a Tonino che le sentenze di annullamento del carcere duro ai mafiosi sono opera dei magistrati e della loro discrezionalità nell’interpretare la legge al singolo caso concreto.
Il governo quindi non c’entra niente.
Altro passaggio terrificante è quello secondo cui parlare di Mangano come di un eroe sarebbe stato un messaggio alla malavita organizzata: votate per me e avrete vita facile, avrebbe lasciato intendere Berlusconi.
Mettiamo da parte quella che potrebbe risultare una inutile polemica proprio sul fatto, cioè sul senso di quelle affermazioni fatte prima da Dell’Utri e poi da Berlusconi.
La gravità delle parole usate da Di Pietro dovrebbe far riflettere anche gli intellettualoni che solitamente, guardando alle azioni di Berlusconi, parlano di “guerra civile strisciante”.
Di questo passo, l’onorevole (?) Di Pietro finirà con l’accenderla davvero la miccia…
Non si può parlare di “regime” o di “dittature dolci” e di “regali alla mafia” (inventati) e sperare che nessuno ti prenda sul serio…
Sulla home page di Repubblica.it (alle 15,13) appare un box con due notizie che la dice lunga sulle teniche di manipolazione dell’informazione.
Eccovi l’immagine tratta dal sito:

Ora, a meno di non essere tra quelli a cui suona un po’ strana una notizia del genere, parrebbe quasi che “gli annullamenti per i boss della mafia” siano colpa dell’attuale governo, contro cui, quindi, giustamente si starebbero ribellando i giudici.
Questa l’interpretazione del pervicace accostamento di due notizie completamente scollegate tra loro e che non vedono coinvolto in alcun modo il governo nella “crisi” del 41bis (il carcere duro) ai mafiosi.
Passando con la punta del mouse sui titoletti delle notizie (che a prima vista possono sembrare una notizia unica) si scopre che in realtà rimandano a due articoli diversi.
Il primo, quello sul 41bis, in cui si spiega che sempre più boss riescono ad uscire dall’isolamento.
E il governo non c’entra assolutamente niente: il problema è tutto nella motivazione usata dai giudici del tribunale di sorveglianza: “Non è dimostrata la persistente capacità del detenuto di mantenere tuttora contatti con l’associazione criminale di appartenenza“.
I magistrati antimafia, chiedono quindi una rivisitazione dell’articolo sul carcere duro.
E’ insomma un appello al governo per migliorare una norma vigente.
Il secondo, ci informa che le toghe, anzi, il sindacato delle toghe, l’ANM, sarebbe in agitazione.
Perchè ce l’ha tanto col governo?
Perchè il governo ha deciso di tagliare gli stipendi ai magistrati.
E loro cosa fanno?
Organizzano uno sciopero, minacciando di lasciar vuote le aule.
Ma lo sapete quanti processi saranno così SOSPESI pur lasciando scorrere i tempi di prescrizione?
Impossibile dirlo, ma i solerti magistrati, quelli che in fretta e furia hanno calcolato i “costi” della blocca-processi, oggi si riguardano bene dal fare due conti e dire alle famiglie quanti e quali indiscriminati processi rischiano di perire perchè pm e giudici non vogliono vedersi diminuire gli stipendi.
Per lo meno, loro rispettano l’articolo 3 della Costituzione: scioperando sospendono sia i reati gravissimi che quelli meno gravi; così le famiglie con figli ammazzati o figlie stuprate saranno trattate ugualmente a quelle dei ragazzi malmenati dai bulletti di periferia e quelle di chi si è visto svaligiare la casa…
Insomma: è evidente che l’informazione è posta sotto regime e che Berlusconi ne è il grande burattinaio…
Da notare: Di Pietro che avvalla la sommossa dei magistrati senza nulla dire sulle possibili sospensioni dei processi dovute agli scioperi; Travaglio che nulla (ancora) ha detto sulla vicenda…
Viva l’informazione indipendente…
A chi stasera volesse assistere al processo che Santoro e Travaglio hanno organizzato ad Andreotti, su Rai2 a partire dalle 21, consiglio vivamente una vaccinazione preventiva che lo protegga dal germe giustizialista che viene covato nella redazione di AnnoZero.
Col solito piglio suadente, il “megafono delle procure” e il “martire del giornalismo militante”, cercheranno di arrivare là dove la magistratura non si è potuta spingere.
Attraverso le immagini del film vincitore del Gran Premio della Giuria di Cannes, Il Divo, proveranno a raccontare la “vera” storia del sette volte presidente del consiglio, lo “zio Giulio”.
Ovvero, faranno il possibile per instillare in voi un dubbio così convincente da trasformarlo in realtà. Nonostante le sue molteplici contraddizioni.
Qui ed ora non voglio certo affrontarle tutte, ma sicuramente, viste le polemiche che scatenerà la trasmissione di Santoro, potremo approfondirle nei prossimi giorni.
Detto questo, il vaccino consiste nel conscere poce cose, ma di una certa rilevanza. Chiamiamoli anche spunti di riflessione…
Dunque: la vicenda giudiziaria di Giulio Andreotti va scissa in due.
Da una parte le accuse di partecipazione a Cosa Nostra.
Dall’altra, la partecipazione, in quanto presunto mandante, dell’omicidio del giornalista Carmine (detto Mino) Pecorelli.
Gli anni novanta furono la stagione dei pentiti eccellenti e dei maxi-processi.
Andreotti fu trascinato nella spirale.
Senza passare dal via, andiamo subito all’arrivo. Che è molto recente.
Nel 2003 l’assoluzione nel processo Pecorelli.
Nel 2004 la sentenza più controversa: la Corte di Cassazione, rigettando le richieste di accusa e difesa, conferma le decisioni della Corte d’Appello: l’onorevole Giulio Andreotti è assolto. Con formula piena per i fatti commessi dopo il 1980 e con la cosiddetta “formula dubitativa” per quelli antecedenti alla primavera di quell’anno: il reato infatti era prescritto.
I giudici però stabilirono comunque come accertato che ci fu un comportamento da parte dell’imputato che poteva far ipotizzare gli estremi del reato di concorso nell’associazione mafiosa.
Una conclusione a dir poco paradossale.
Soprattutto se corroborata da personaggi del calibro di Travaglio.
Mi spiego.
Innanzitutto c’è da chiedersi come sia possibile che in uno stesso processo si venga dichiarati per metà totalmente incolpevoli e per l’altra metà non del tutto innocenti (che, tradotto in travagliesco significa, colpevoli…).
Insomma: com’è possibile che una persona sia mafiosa un giorno e quello dopo no?
Direte: allora lo vedi che Travaglio ha ragione quando dice che uno è mafioso sempre?
Beh, la questione è un po’ più complessa, ma a questo punto sarebbe da chiarire perchè non può valere il contrario, ovvero, come mai una persona considerata innocente dopo, non può esserlo stata anche prima.
Oppure, perchè non si è riusciti a dimostrare la continuità necessaria del comportamento illecito anche successivamente al 1980 in modo da procastinare i termini di prescrizione?
Seconda riflessione: sempre secondo il metodo Travaglio, un personaggio anche solo in odore di mafia non sarebbe da avere come amico. Chi lo diventasse ne pagherebbe le conseguenze, sebbene innocente (vedi caso Schifani).
A tal proposito, verrebbe da chiedersi come mai Travaglio è stato strenuo sostenitore di Prodi che pure nel 1978 (quindi, secondo i giudici, in pieno periodo di affiliazione a Cosa Nostra di Andreotti e un anno prima dell’omicidio Pecorelli in cui fu sempre coinvolto Andreotti) fece parte del governo dello Zio Giulio.
Da lì, l’amicizia (anche all’interno della DC) è durata fino ai giorni nostri.
Eppure, in quel caso, non ci furono storture di naso sul fatto che Prodi fosse diventato due volte presidente del consiglio.
Ma questa è un’altra storia.
Ultimo appunto: i pentiti.
Andreotti è finito nel vortice del maxi-processo, per le dichiarazioni di alcuni pentiti.
Gli stessi che lo accusavano di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli. Avevano mentito. Ma furono ritenuti comunque credibili…
Bah…
Vabbè, queste le prime considerazioni, in attesa che il processo mediatico venga celebrato.
Quindi…a domani per i prossimi sviluppi!
Peter Gomez sul caso Schifani.
“Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel ‘99, l’intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.” (fonte: Voglio Scendere)
Segue poi una ricostruzione dei “fatti di Villabate”.
“Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.
La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d’onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia. La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l’ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l’intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell’attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.
La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi c’è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l’ex segretario dei giovani dell’Udeur che falsificò la carta d’identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell’intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.“
Ecco a voi, il “metodo Travaglio”.
Più esplicito di così si muore.
Dunque:
Un inchiesta che non c’è.
Una testimonianza nel ‘99 che però non portò a nessuna incriminazione nei confronti di Schifani.
Addirittura 4 versioni di un fatto.
nessuna di queste verificabile, perchè nemmeno acquisita a processi contro Schifani.
Insomma, non è per difenderlo ad oltranza, questo semmai è compito dei suoi avvocati, ma, detto tra noi, quando le cose stanno così siamo in presenza non di una notizia, ma di veleno.
Il perchè è presto detto:
Travaglio e Gomez non possono fare affidamento ad alcuna condanna, nemmeno su una assoluzione per prescrizione (che loro chiamano “formula dubitativa”), ma vorrebbero comunque che Schifani facesse lo stesso luce su quei fatti.
Ammettiamo sia giusta come richiesta.
Si dovrà però tener conto di un paio di cosette in via preliminare: innanzitutto, che su fatti che olezzano di delinquenza l’organo deputato a dipanare le ombre è la magistratura, non la stampa.
E in secondo luogo, che poi è il punto più importante, facciamo pure che Schifani accetti “l’invito” dei suoi accusatori e si presenti a reti unificate.
Che succede se dice: “li conoscevo quelli, ma non sapevo che erano mafiosi; al comune di Villabate ci sono entrato per merito mio; ho fatto tutto secondo coscienza e legalità”.
Cosa obiettargli?
Non c’è più niente a sostegno della stampa inquirente (chiamiamola così) per continuare questa scandalosa farsa del processo mediatico cui è stato sottoposto il presidente Schifani.
Ergo: a che serve usare informazioni tra loro scollegate e incollate a dovere per sollevare un sospetto che mai potrà esser chiarito e nonostante questo chiedere spiegazioni ad un personaggio (seppure di caratura istituzionale) ben sapendo che da quegli non si potrà che ottenere la sua versione (ed è normale, oltre che giusto, che sia così visto che la magistratura non ha mosso un dito contro quello)?
Dunque: o ti fidi o ti fidi.
Sarà il caso che i Travaglio e i Gomez che spopolano sulla scena giornalistica, si facciano una ragione del fatto che gli uomini sono liberi ed innocenti fino a prova contraria e a condanna passata in giudicato (tre gradi!!) da parte della magistratura.
Sintetizzando la conclusione: questo è veleno. Nessun fatto!
PS: dai commenti: il Senatore
A me sembra sempre di più che Travaglio sia preda di un’ossessione. Il suo è savonarolismo duro e puro, senza senso. Pretende di avere una patente da censore, da tribuno del popolo; patente che nessuno gli ha dato. A volte sembra un giacobino rivoluzionario. Ecco, il suo habitat ideale sarebbe stata la Francia di fine ‘700, i tempi delle ghigliottine, dei sospetti, del terrore.
eccellente descrizione…
Le vittime preferite di questo “gioco” solitamente sono i politici.
Ma com’era prevedibile, il metodo Travaglio può colpire chiunque.
Oggi è toccato pure all’Inter.
Riporto un passaggio sconvolgente, ma esemplificativo:
Materazzi, Ibrahimovic, Zanetti, Mihajlovic e l’allenatore Mancini sono coinvolti nella faccenda, che rimane tutta da chiarire. Nessuno di loro è al momento indagato, né implicato in vicende penalmente rilevanti.
Cioè?
Una faccenda tutta da chiarire, nessun indagato, nessuna rilevanza penale.
E allora?
Mi pare d’aver già sentito il teorema.
“Nulla di penalmente rilevante, certo, ma è una questione di opportunità“.
Ah, che splendido escamotage per gettar ombre su chicchessia allontanando da sè ogni responsabilità.
Come dire, prima ti smerdo, poi ti lascio in mezzo a milioni di nasi che annusano il tuo olezzo, e infine ritiro il braccio con ancora in mano la pala fumante.
Nel frattempo, scateno bagarre giornalistiche, ispiro gente che poi scriverà libri o pubblicizzerò il mio di prossima uscita. Soldi a go go!
Che schifo!
Si respira una brutta aria giustizialista in Italia, dove ormai basta un’intercettazione trafugata in qualche procura per vedersi processati e giudicati sui giornali e tra la gente prima ancora che dai magistrati. E non c’è appello che tenga, non c’è assoluzione che allontani da te i sospetti. Rimani per sempre quello che…quello che descrivevano i giornali.
Per sempre vittima del reato di opportunità.
Per giudici e pm sei pulito?
Beh, è pur sempre una questione di opportunità.
Ti sembra il caso?
Il teorema però va in pezzi in due minuti.
Una persona onesta non conosce nè i nomi nè le storie delle persone inserite in torbidi giri criminali.
Credo nessuno di noi lo possa negare: quando conosci qualcuno o magari ci lavori anche, a meno che tu non sia della stessa cricca o tu non sia un giornalista che bazzica quotidianamente nelle varie procure, non puoi sapere se chi hai di fronte è una persona onesta o un mafioso o un delinquente.
Ti dicono: ma certa gente è delinquente da tempo, lo conoscono tutti. Quindi…
Quindi cosa?
Delinquenti abituali a piede libero? E che per di più fanno affari in prima persona?
Andiamo…basterebbe usare un po’ di logica per capire che si naviga nel mare dell’assurdo.
Sei amico di mafiosi. Dicono.
Allora tu gli fai notare che magari eri in buona fede visto che quei personaggi sono stati condannati solo 20 anni dopo.
Fa lo stesso. Sei amico di mafiosi. Continuano a dirti.
E se gli chiedi i motivi delle condanne di quelle persone e a quale periodo si riferiscono i reati giudicati…silenzio.
Teorie, teoremi, castelli accusatori tutti rigorosamente campati per aria.
Ma ci sono le carte, le intercettazioni.
Va bene, ci sono carte ed intercettazioni che…non parlano di quello lì ma di altri; carte ed intercettazioni che non hanno condotto a nessuna inchiesta e soprattutto a nessuna condanna contro “lo sputtanato” di turno.
Che importa?
Per la legge sei un uomo libero.
Per altri, sei COLPEVOLE del REATO di OPPORTUNITA’. Che ovviamente hanno giudicato loro (dico, l’opportunità).
E così sia…
Travaglio risponde a D’avanzo. Paventa anche l’ipotesi di una querela.
Dice: è tutto falso (e gli crediamo!).
Non ho conosciuto Aiello; e Ciuro l’ho conosciuto quando ancora non era considerato mafioso!
Toh!
Ma come?!
Forse mi sbaglio, ma mi sembrava di aver capito che le amicizie fossero da considerarsi pericolose anche se giudicate col senno di poi.
Eppure, ora che riguardano lui le allusioni e le illazioni, tira fuori gli artigli, Travaglio e si difende respingendo ogni accusa (perchè, dice, falsa - ma il gioco di D’avanzo stava tutto lì…) sostenendo che è una scorrettezza attribuire a qualcuno sodalizi con persone di cui non si poteva, a quel tempo, conoscere la “mafiosità”.
Sono più che sicuro che Marco Travaglio sia uomo limpido; scorretto come giornalista, fazioso, ma limpido.
Al tempo stesso però, la risposta piccata con cui il Travaglio si è rivolto a D’avanzo (che aveva sollevato il sospetto) è la conferma che il metodo Travaglio è altamente pericoloso, perchè espone persone oneste alla esecrazione sociale che può arrivare pure ad essere basata su fatti inesistenti o interpretati in maniera forzata.
Poichè il target di certi messaggi è ben preciso ed affatto moderato è più che legittimo immaginare che comunque stiano le cose questi fatti ritorneranno nei discorsi di quelli che hanno in profonda antipatia Travaglio, cui rinfacceranno quelle amicizie “pericolose” (anche se in realtà non lo sono).
Ovvero, Travaglio subirà il suo stesso metodo allusivo.
Spiace, ma credo ben gli stia…
Proviamo ad usare il “metodo Travaglio”.
Cosa succederebbe se mettessi il nome di Marco Travaglio in mezzo a quelli di Michele Aiello, Totò Cuffaro, Giuseppe Ciuro e Bernardo Provenzano?
Probabilmente, pur senza sapere altro, chiunque leggesse potrebbe giustamente rabbrividire.
Il giustiziere del regime Berlusconiano, il crociato dell’antimafia, lo smascheratore dei politici amici di amici di cui non si dovrebbe essere amici, lui…accanto a mafiosi di primo piano…che ci fa?!
Già questo sarebbe sufficiente per suscitare dubbi e sospetti.
Ma è più giusto, ai fini del nostro “esperimento”, raccontare qualche fatto.
La vicenda viene raccontata su Repubblica, da D’avanzo:
8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.
Eheh…increduli?
No.
Anche Marco Travaglio ha avuto a che fare con amicizie pericolose (solo solo per il mestiere che fa…).
Ma a nessuno verrebbe in mente di chiedergli spiegazioni.
Perchè?
Beh, perchè al tempo dei fatti nessuno di quei soggetti era stato condannato per mafia e soltanto più tardi si scoprirà che ognuno di quelli era un delinquente.
Usando però il “metodo Travaglio”, lasciando quel racconto incompiuto, si potrebbe benissimo addebitargli collusioni inesistenti, ma che il sospetto renderebbe molto verosimili.
Così però non è.
Era solo un esempio.
Un modo per dire che…chiunque, perfino Travaglio, potrebbe rimaner vittima del “metodo Travaglio”.
Un metodo che stralcia un fatto dal suo contesto, si disinteressa del vero e del falso e lo ripropone ai lettori in modo che questi si ritrovino inconsapevolmente indirizzati verso una conclusione del tutto mistificata.
Ora, provate a rileggere il “caso Schifani” alla luce del “metodo Travaglio” e…
…capirete l’inconsistenza del tentativo diffamatorio!
L’odore dei soldi.
In odore di mafia.
Travaglio non guarda in faccia le persone. Le annusa. E poi le giudica.
Non c’è che dire: ha scelto sicuramente il senso più incerto di tutti per farsi guidare nel suo mestiere di giornalista.
Dicono ci voglia “naso” per farlo, certo, ma intendono intuito, non altro.
Travaglio invece ha preso in parola il motto ed eccolo lì a sniffare l’aurea delle persone su cui indaga.
E alla fine sentenzia: puzza; o non puzza.
Non so se avete letto il libro più famoso di Patrick Suskind, Il Profumo, ma il “megafono delle procure” (come lo chiama Facci) mi ricorda tanto l’inquietante protagonista del romanzo, quel Jean-Baptiste Grenouille in grado col suo olfatto micidiale di distinguere anche il più piccolo componente della più sofisticata delle essenze.
Travaglio ne è la brutta copia, l’imitazione snaturata del “dono”.
Il fatto è che il regno dei profumi è particolarmente etereo. Il rischio di sbagliarsi è altissimo. E se si confondono le dosi…viene fuori una schifezza che sa di rancido.
Marco Travaglio sbaglia continuamente le dosi. E tutto ciò che scrive sa di rancido.
Non a tutti, ovvio. Ha un discreto audience. Ma sta tutto da una parte. E si nutre dell’antiberlusconismo di cui è intriso ogni lavoro del nostro. Un cane che si morde la coda insomma.
Ha individuato il pubblico (quello di sinistra che odia il Cavaliere); scrive per quello e lo fa cercando di accattivarselo col suo piglio da giustiziere del regime che ha egli stesso (insieme ad altri) paventato.
Un capolavoro. Non di giornalismo, ma di machiavellica strategia commerciale. E forse anche un po’ politica.
Il risultato è una serie indicibile di calunnie e diffamazioni che a stargli dietro sarebbe da dedicargli un giornale quotidiano tutto per lui.
L’ultimo “caso Schifani” è il prodotto di questo “metodo” investigativo: selezioni il prescelto tra le fila dell’odiato, copi-incolli stralci scollegati di verbali che manco lo riguardano, reimpacchetti il tutto, gli appiccichi dietro il prezzo…e il libro è fatto. Ora non resta che pubblicizzarlo. Mega sintesi del libro e subdola diffamazione del protagonista di quel racconto parziale. Polemiche, ovazioni, chi sta di qua, chi di là e il gioco è fatto: migliaia di copie in vendita; migliaia di euro in arrivo. E le dichiarazioni dei redditi lievitano!
In realtà però le cose stanno diversamente.
Poichè si parla di Schifani, presentato da Travaglio come uomo delle istituzioni “in odore di mafia”, chiariamo i fatti di cui si (s)parla.
L’accusa travaglina è: nel 1979 il presidente del senato era amico di certi tizi che vent’anni dopo (ma lui questo non lo dice) sono stati processati per mafia.
La ricostruzione completa dei fatti però è un’altra.
Vediamo.
Tratto da Il Giornale.
[...] Render noto che nella società di brokeraggio di cui fece parte, c’erano anche Nino Mandalà e Benny D’Agostino che anni dopo sono stati riconosciuti come mafiosi, poteva anche starci. Ma a patto che si rendesse noto pure che nella società, messa su grazie ad accordi con autorevoli broker assicurativi del Nord, Schifani era entrato nel ’79 su richiesta dell’avvocato ed onorevole dc, La Loggia, uno che con la mafia non aveva assolutamente nulla a che fare. Aveva anzi cercato di tirarsi indietro dall’invito a partecipare, accampando scuse economiche da giovane di studio qual era. Ma poi fu convinto a farvi ingresso, versando i 3 decimi di quel 3 per cento di cui risultò proprietario: 1 milione e mezzo o poco più. Non solo: appena un anno e mezzo dopo, liquidò la sua quota (dicembre ’80). E all’epoca Mandalà era rispettato e noto concessionario delle benzine Fina, mentre D’Agostino faceva parte di una famiglia ben conosciuta che costruiva porti e banchine in tutta la Sicilia. Entrambi incensurati e senza macchia alcuna.
«Potevo sapere io, che 18 anni dopo, i due sarebbero risultati collusi? Avevo forse una sfera di cristallo?» s’è lamentato ieri Schifani con chi - come la Finocchiaro o il suo predecessore Marini - ha voluto fargli pervenire un chiaro segnale di solidarietà.
Ma questo Travaglio non l’ha raccontato. E si sa che lui è uomo d’onore. Come non ha specificato, il grimaldello dipietrista (come sempre di più si sostiene a Montecitorio e a Palazzo Madama) che lasciato lo studio La Loggia, Schifani era divenuto un brillante urbanista. Tanto da essere nominato dagli avvocati palermitani (e non dai politici) come loro rappresentante nella speciale commissione urbanistica del capoluogo siciliano. Cominciarono a chiamarlo un po’ ovunque, Schifani, per collaborare alla stesura dei piani regolatori di comuni piccoli e grandi, di centrodestra e centrosinistra. Il sindaco di Lercara Friddi, Biagio Favaro, esponente della Rete di Orlando, se ne servì spesso. Ma Travaglio questo non l’ha ricordato, lui è uomo d’onore. Si è soffermato invece, l’ospite di Fazio, su presunte rivelazioni del pentito Francesco Campanella (già Udeur) secondo il quale Schifani avrebbe avuto una consulenza urbanistica dal comune di Villabate il cui consiglio sarebbe stato sciolto d’autorità più tardi. Corretto, come no! Peccato Travaglio non abbia però fatto notare come non solo esistano relazioni scritte e firmate da Schifani nel corso della sua consulenza di 12 mesi. E che non abbia ricordato come lo stesso Schifani, eletto in Senato nel ’96, lasciò l’incarico. E non è ancora tutto: nel piccolo comune si rivotò nel ’98, ma solo nel ’99 il ministero dell’Interno decise di intervenire e di sciogliere il consiglio comunale in odore di mafia. [...]
Insomma, ora dovrebbe essere tutto almeno un po’ più chiaro o, quantomeno, più esauriente che pria.
Ma capiamo bene quanto Travaglio possa sentirsi angosciato: lui, che s’ispira a Lirio Abbate e che aspira ad un posto nell’olimpo dei martiri con tanto di scorta, deve sopportare l’idea che un certo Schifani, l’altro ieri in odore di mafia, oggi presidente del Senato, solo ieri fosse stato minacciato sul serio dalla mafia stessa per essersi così tanto e così ben profuso nella battaglia per la stabilizzazione del carcere duro per i boss, ex 41bis…e lui la scorta la ottenne davvero.
Ahilui (Travaglio)…l’invidia gioca brutti scherzi!












































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