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Eccovi un altro assaggio delle mirabolanti arti illusorie del prestigiatore più famoso d’Italia: no, non sto parlando di Silvan, il re dei maghi, ma dell’inesauribile Travaglio.
Un personaggio, come più volte dimostrato, da prendere con le pinze, da non promuovere senza averlo prima ben esaminato.
Si dirà: perchè tanto accanimento nei suoi confronti? Anche altri giornalisti bluffano, sbagliano, sono imprecisi, dicono fandonie…ma, c’è un MA e consiste nel fatto che a differenza di tutti gli altri, Travaglio si è conquistato un posto di primo piano nei cuori di una numerosa cricca di giovani e meno giovani, tutti dediti al culto della sentenza e dell’intercettazione trascritta dal bel Marco, tutti appessi alle sue labbra da profeta delle verità inconfutabili (purchè siano scagliate contro Silvio Berlusconi).
Dalla sua viva voce e dalla sua vibrante penna abbiamo letto e sentito dire a Borsellino parole mai dette, abbiamo letto e sentito di un Berlusconi che finanzia la mafia, mentre in realtà era vittima di un’estorsione, come tutti quelli che cadono nella trappola del pizzo siciliano, abbiamo letto e sentito imprecisioni incredibili su leggi e decreti targati Silvio IV; ma NON abbiamo, infine, nè letto nè sentito della “scomparsa dei fatti” relativi alle Mercedes o alle svariate centinaia di milioni che sono rimbalzati dal suo ormai intimo amico e sodale Di Pietro e alcuni indagati di Tangentopoli.

Un personaggio che ha fatto fortuna giocando sul dilagante antiberlusconismo e che ha guadagnato migliaia di euro raccontando balle che da sole sarebbero bastate per declassarlo a “giornalista qualunque”.
Lui però è rimasto lassù nell’Olimpo dei martiri della libertà d’informazione, anche se spesso si è dedicato più che altro alla disinformazione, se non alla disinformatja.

L’unico motivo per cui, quindi, si racconta di lui su queste pagine e non di altri è che degli altri non ci frega un cavolo, perchè gli altri non si auto-celebrano come onnipotenti santoni dell’indipendenza giornalistica e soprattutto perchè gli altri non hanno usato il loro ruolo per costruirsi le loro fortune economiche giocando sui sentimenti politici di chi odia il proprio avversario e tutto si beve purchè parli male di quello.

Ecco perchè vi propongo un altro, l’ennesimo, caso di “balla spaziale” in cui si sostanzia al meglio l’ormai appurato “metodo Travaglio”.

dal blog di Andrea G. (lo trovate anche su quello di Gabriele Mastellarini)

In una lettera aperta pubblicata sull’Unità (e ripresa nel blog “Voglio Scendere”) per discolpar sé stesso, Beppe Grillo e Sabina Guzzanti dalle accuse di aver «insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano», il popolare giornalista Marco Travaglio scrive:

«In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film “Pulp Fiction” in “Peuple fiction”, irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra».

Travaglio, insieme a Peter Gomez, aveva già trattato di questo programma nel libro “Inciucio”:

«In Francia, quando il programma “Nul par ailleurs” di Karl Zero inscenò una parodia di Pulp Fiction, «Peuple fiction» (la finzione del popolo), con il killer che rinfaccia a Chirac le bugie raccontate agli elettori e lo giustizia a colpi di mitra, la trasmissione fu sospesa per un giorno, poi tornò in onda».

In entrambi i casi l’informazione non è corretta.
Il video di Karl Zéro non è andato in onda nel programma “Nul part ailleurs” (sui trampolino di lancio), ma in “Le Vrai Journal”. In entrambi i casi non si tratta di programmi delle reti pubbliche, ma di programmi di Canal+, tv satellitare e privata (che una volta possedeva Tele+). (aggiungiamoci anche il fatto che i killer non usano mitra ma pistole)

Ma la cosa più importante è questa: nel dicembre 1996, dopo la trasmissione dello sketch, il programma “Le Vrai Journal” fu bloccato (diciamo anche “censurato”) dal Consiglio superiore dell’audiovisivo (CSA) per “diffusioni di programmi il cui contenuto sarebbe contro le leggi e l’ordine pubblico”*. Successivamente la trasmissione di Karl Zéro fu sospesa per un mese, e non un giorno come scritto su “Inciucio”.

La colpa però non è di Marco Travaglio, ma potrebbe risalire a Sabina Guzzanti, autrice del documentario (a mio modesto parere pessimo) “Viva Zapatero”, stando a quanto riportato su Wikipedia:

«In questa veste viene intervistato da Sabina Guzzanti per il suo film Viva Zapatero! e per evidenziare come ciò che in Italia le era vietato in Francia invece è una consuetudine viene trasmesso un brano di una scena di Zéro, andata in onda regolarmente in Francia, in cui il comico, truccato come Travolta in Pulp fiction (il titolo della sketch è infatti Peuple fiction), uccide un sosia del presidente Jacques Chirac» (in realtà si tratta di un fotomontaggio e non di un sosia, nda).
Nel documentario della Guzzanti non si fa menzione al fatto che il programma sia stato sospeso dopo la messa in onda dello sketch.

Sarebbe simile al caso di censura di Raiot, trasmissione bloccata dopo la prima puntata, anche se per motivi meno gravi di quelli del programma francese.

Fonti:
*Comunicato del CSA

Insomma, amici cari, qui si vuol fare anche un servigio per Marco, che se continua così si rovina con le sue stesse mani.
Certo è che non si può più tacere sul fatto che se le fonti preferenziali di Travaglio per la ricostruzione dei fatti sono Wikipedia o gli altri suoi amichetti come la Guzzanti, beh…non riesco proprio immaginare dove potrà mai andare a finire.
Per ora, la sua credibilità è decaduta ai minimi storici…

Dunque, appare oggi sul blog dell’onorevole Di Pietro una video intervista a Niccolò Ghedini (avvocato del Premier e parlamentare in quota PdL) che dal caso Mills frana a quello Saccà e le relative intercettazioni.
Obiettivo primario dell’intervistatore (come si evince anche dal titolo del post “non si può mentire per sempre”) è mettere in luce le contraddizioni (falsità) del deputato-rappresentante legale del Cavaliere.
Vediamo quindi quali sarebbero le bugie che avrebbe detto Ghedini e che prontamente il nostro giornalista d’inchiesta ha smascherato…

Martinelli: Perché avete vietato le telecamere di riprendere il processo, visto che riguarda il Presidente del Consiglio?
Ghedini: Ma io sarei contento che ci fossero le telecamere, anzi è il tribunale che le ha vietate.

Martinelli: Non l’avete chiesto voi?
Ghedini: Ma neanche per sogno. Mai stato, anzi sarei contento che ci fossero le telecamere.

Martinelli: Ma il dibattimento non è pubblico?
Ghedini: Il pubblico può entrare ma non consentono di riprendere. Questo secondo me è sbagliato in un processo come questo. Non sappiamo la ragione.

Proviamo a pensare quale motivo avrebbe un giudice di vietare l’ingresso alle telecamere in un dibattimento pubblico che riguarda tra l’altro un personaggio pubblico come il capo del governo, se non su pressioni da parte della difesa stessa, in questo caso da parte dello stesso Ghedini e dal suo gruppo di avvocati che difendono Berlusconi.

Ora, dubitare è lecito, ma bisogna anche poi saper dare le giuste informazioni.
La pubblicità del processo penale è assicurata dalla possibilità data a chiunque di presenziare alle udienze.
Per l’ingresso delle telecamere e di apparecchi di registrazione audio è necessaria la richiesta al Tribunale stesso che può autorizzarle o meno. Nel primo caso chiede il parere delle parti; nel secondo non è necessario chiedere niente a nessuno. In questo caso, la truppe dipietrina non avendo chiesto alcun permesso non ha potuto entrare.
Niente pressioni dunque…ma regole, semplici basilari regole di procedura.
Promemoria per la prossima volta: potrete evitare il martirio e seguire semplicissimamente le regole.

Andiamo avanti.
L’altro grande smascheramento riguarda il procedimento in cui Berlusconi è indagato per aver corrotto un senatore della ex maggioranza per far cadere il governo Prodi.

Dice il reporter:

Martinelli: L’ha detto lui al telefono, Berlusconi. Per esempio su Elena Russo cosi il senatore mi vota contro.
Ghedini: Ma no, non è assolutamente detto cosi. Le intercettazioni ce le ho tutte.

Insoddisfatto, il novello cronista giudiziario riporta al grande pubblico la trascrizione, con cui vuol mettere in luce la disonestà intellettuale dell’avvocato.
Il testo però parla chiaro:

P: con la Elena Russo non c’era più niente da fare? Non c’è modo…?
P: io stò cercando … di aver la maggioranza in Senato …

Eccola lì, la prova inconfutabile.
Epperò…epperò non è come dice Martinelli, il quale è convinto che Berlusconi abbia espressamente detto che “così mi vota contro” (il senatore della ex maggioranza).

In realtà i passaggi che anch’io ho riportato si trovano ben distanti nella trascrizione e comunque non si parla di voti.
Tant’è che Ghedini lo fa notare.

La voce di Berlusconi è una, basta che lei le ascolti e non dice assolutamente quello che lei prospetta. Mai ha detto Berlusconi “prenditi la Elena Russo e quell’altro vota cosi”. Lo escludo categoricamente.

Si dirà: è la stessa cosa, non fare il sofisticato. Eh, no…non è la stessa cosa. Soprattutto quando ci si spaccia per giornalisti e si citano fonti documentali per suffragare le proprie affermazioni. Bisogna rispettarle quelle fonti. Soprattutto in campo penale, dove si “gioca” con la libertà delle persone.
Dire, quindi, che Berlusconi ha detto “prenditi la Russo l’altro così mi vota contro” è impreciso, è scorretto e può cambiare di molto i fatti di cui si parla.

Prosegue Ghedini:

Proprio non dice affatto cosi, ma semplicemente che c’è un attrice a cui sarebbe interessato un senatore dell’allora maggioranza, tutto qui, ma non fa alcun collegamento diretto, tanto che per questo non c’è nessuna imputazione.

Il Martinelli a questo punto vuol dar prova di tutta la sua classe giornalistica.
Se fosse stato al tavolo verde si direbbe avrebbe giocato un “all in”, un “tutto quello che ho”…

E nel video appare la scritta:

[Silvio Berlusconi per questa vicenda è indagato per corruzione e tentata corruzione]

Ebbene si…questo è il giornalismo giudiziario figlio del travaglismo.
Così una persona INDAGATA finisce magicamente per esser considerata IMPUTATA.

Qualcuno dica al Martinelli che l’imputazione scatta nel momento in cui il PM esercita l’azione penale chiedendo il rinvio a giudizio.
E nel caso specifico quei fatti (passati dalla procura di Napoli a quella di Roma) sono oggetto di mere INDAGINI.
Non c’è quindi nessuna imputazione.
Al massimo un’ipotesi di reato su cui investigare, ma niente di più.

Questo articoletto di Martellini potrebbe anche esser proposto come saggio di scuola col titolo: “come ti trasformo un indagato in imputato, ovvero come ti condanno una persona prima ancora del processo”.

Si badi: non è per pignoleria che scrivo pezzi come questo, ma solo per dare un’idea della “classe” giornalistica che in Italia si spaccia per “d’inchiesta”, laddove spesso non è in grado di percepire le differenze o capire le regole delle questioni di cui tratta.

A questo si unisca l’intrinseco desiderio giustizialista di vedere tutti dentro prima di qualsiasi verdetto e il gioco è fatto.

Ad oggi però, rimane una bella figura di cacca del Martinelli, che ha voluto sputare in cielo e in faccia gli è tornato…

Sulla home page di Repubblica.it (alle 15,13) appare un box con due notizie che la dice lunga sulle teniche di manipolazione dell’informazione.

Eccovi l’immagine tratta dal sito:

Ora, a meno di non essere tra quelli a cui suona un po’ strana una notizia del genere, parrebbe quasi che “gli annullamenti per i boss della mafia” siano colpa dell’attuale governo, contro cui, quindi, giustamente si starebbero ribellando i giudici.
Questa l’interpretazione del pervicace accostamento di due notizie completamente scollegate tra loro e che non vedono coinvolto in alcun modo il governo nella “crisi” del 41bis (il carcere duro) ai mafiosi.

Passando con la punta del mouse sui titoletti delle notizie (che a prima vista possono sembrare una notizia unica) si scopre che in realtà rimandano a due articoli diversi.

Il primo, quello sul 41bis, in cui si spiega che sempre più boss riescono ad uscire dall’isolamento.
E il governo non c’entra assolutamente niente: il problema è tutto nella motivazione usata dai giudici del tribunale di sorveglianza: “Non è dimostrata la persistente capacità del detenuto di mantenere tuttora contatti con l’associazione criminale di appartenenza“.
I magistrati antimafia, chiedono quindi una rivisitazione dell’articolo sul carcere duro.
E’ insomma un appello al governo per migliorare una norma vigente.

Il secondo, ci informa che le toghe, anzi, il sindacato delle toghe, l’ANM, sarebbe in agitazione.
Perchè ce l’ha tanto col governo?
Perchè il governo ha deciso di tagliare gli stipendi ai magistrati.
E loro cosa fanno?
Organizzano uno sciopero, minacciando di lasciar vuote le aule.
Ma lo sapete quanti processi saranno così SOSPESI pur lasciando scorrere i tempi di prescrizione?
Impossibile dirlo, ma i solerti magistrati, quelli che in fretta e furia hanno calcolato i “costi” della blocca-processi, oggi si riguardano bene dal fare due conti e dire alle famiglie quanti e quali indiscriminati processi rischiano di perire perchè pm e giudici non vogliono vedersi diminuire gli stipendi.
Per lo meno, loro rispettano l’articolo 3 della Costituzione: scioperando sospendono sia i reati gravissimi che quelli meno gravi; così le famiglie con figli ammazzati o figlie stuprate saranno trattate ugualmente a quelle dei ragazzi malmenati dai bulletti di periferia e quelle di chi si è visto svaligiare la casa…

Insomma: è evidente che l’informazione è posta sotto regime e che Berlusconi ne è il grande burattinaio…

Da notare: Di Pietro che avvalla la sommossa dei magistrati senza nulla dire sulle possibili sospensioni dei processi dovute agli scioperi; Travaglio che nulla (ancora) ha detto sulla vicenda…

Viva l’informazione indipendente…

Immagino che qualcuno ci sarà rimasto male quando ha saputo che non saranno pubblicate le fantomatiche intercettazioni piccanti del Cavaliere.
Probabilmente, costui non ha capito invece i vantaggi di questa operazione.
I giornali e le riviste del gruppo De Benedetti (guarda un po’) hanno prima lanciato il sasso e poi ritratto il braccio, godendosi lo spettacolo della magia dei rumors.
Parlamento in fibrillazione, stampa e media impazziti che ricamano su questa pseudo notizia, politici che si affannano a strumentalizzarla.
Opinione pubblica confusa.
Ma come al solito (siamo in Italia, non dimentichiamolo, siamo la patria di Travaglio, di Grillo e di Di Pietro - e relativi peones) ciò che rimane è il sospetto. Che non può esser confermato, ma (siamo in Italia, ribadiamolo, terra dei Travaglio e dei Di Pietro) nemmeno smentito e questo, per molti, significa che è tutto reale e che questo basta per giudicare una persona.

Passatemi la volgarità, ma…più ricopri di merda una persona e più a quella gli resterà addosso un cattivo odore che nemmeno dopo essersi lavata accuratamente lo abbandonerà.

Ecco perchè chi ha in odio il Cav non deve dispiacersi del mancato sputtanamento: così è molto peggio (o meglio, fate vobis)…

Di più: l’arma di questo ricatto sarà sempre carica.
Finora, infatti, nessuno ci ha fatto sapere se esistono davvero queste intercettazioni, chi le avrebbe lette e perchè o da chi gli sarebbero state fornite.
L’incertezza è tale che di sicuro Berlusconi non può dormire sonni troppi tranquilli.
Lo tengono per le palle.
Che sia vera o no, ormai questa storia è stata accettata da tutti e tutti ne parlano come se fosse la realtà dei fatti: non ci vuol niente a ritirarla fuori spacciandola ancora una volta per inconfutabile (anche se per confutarla basterebbe - ad oggi - chieder conto della fonte). Il che significa poter in qualunque momento riscatenare il brusio, il ciarlame, il gossip che alla fine può distogliere l’attenzione da altre questioni e nel frattempo erodere consenso e deteriorare la stabilità politica della maggioranza di governo.

E questo è il “potere” dei nostri media. Questo è il livello della nostra informazione. Che si sente sotto regime, ma che decide arbitrariamente cosa fare delle notizie (contro il regime stesso - ironia della sorte); le usa col contagocce, ad orologeria, ben sapendo gli effetti deflagranti che possono provocare.
Questa si che è informazione libera…guai a chi oggi sospetti trame politiche addietro a simili comportamenti.

Si dirà: probabilmente quelle intercettazioni ci sono, ma sono in via di distruzione perchè penalmente irrilevanti.
Ma si dovrà così obiettare che, secondo lo schema logico di quelli che mettono l’informazione al di sopra di ogni diritto, che se si è a conoscenza di una notizia, questa non può rimanere in un cassetto; soprattutto se trattasi di un sexgate di questa portata.
Dicono: gli italiani hanno il diritto di sapere.
E allora perchè ancora oggi non sanno?
Perchè qualcuno millanta di aver letto, ma non si è preoccupato di informare?

Dubbi amletici per noi che invece ingenuamente pensiamo che un limite ci voglia in tutto (o quasi) e che questo sia dato da un altro diritto contrastante.

Per esempio, noi garantisti, ingenuamente pensiamo che il diritto all’informazione dovrebbe incontrare un limite insormontabile nel diritto alla riservatezza: laddove si venga a conoscenza di fatti che non hanno alcuna valenza penale, perciò, non si dovrebbe nemmeno discutere sul da farsi: non si dovrebbero pubblicare.
Questo dovrebbe valere per tutti, ma per qualcuno (a volte) alcuni sono più uguali di altri. A loro comodo ovviamente.
Mi spiego: nel caso in questione, nessuno si preoccupa di citare l’articolo 3 della Costituzione. E non si capisce perchè, dunque, un presidente del consiglio debba esser trattato diversamente da un cittadino comune.
Dicono sia per il fatto che è proprio perchè trattasi del presidente del consiglio che c’è una bella differenza.
Insomma: siamo tutti uguali davanti alla legge, ma alcuni sono diversi e bisogna trattarli diversamente.

Domanda: perchè allora non riconoscere la stessa differenza quando si parla di creare un sistema di tutela rafforzata per questa stessa persona?
Non si può pretendere un diritto allo sputtanamento perchè è un cittadino “diverso” da tutti gli altri e poi non concepire una forma ulteriore di protezione dello stesso proprio in virtù della sua diversità di posizione rispetto a tutti gli altri.

Mettiamola così: un presidente del consiglio dovrebbe essere il più esposto di tutti proprio per la qualità dell’incarico che svolge; vero questo, credo sarebbe necessario allora concepire una sorta di contrappeso a questa sovraesposizione, altrimenti sarebbe come mandare un agnello in mezzo ai lupi (e non parlo di Berlusconi, ma di un generalissimo pres del cons del futuro), alla mercè di chiunque, con qualche rumors e qualche gossip, ne può in qualunque momento intaccare la credibilità giocando sporco sulla sua vita privata od usando la magistratura (in parte di sinistra, ribaltando il Mancino-pensiero) per colpirlo giudiziariamente.

Chi l’avrebbe mai detto.

In Rai ci vai o perchè la dai o perchè ci finisci grazie a un calcio in culo, di quelli che contano.

Chi l’avrebbe mai detto.

Grazie a L’Espresso oggi abbiamo la riprova che le nostre intuizioni “da bar” erano giuste e più che fondate.

Mmmmmm….e ora?
Ora che sappiamo che mammaRai è un crogiolo di raccomandati e di amministratori che stanno ore al telefono a prender raccomandazioni, che si fa?
Li denunciamo tutti?
E per cosa?
Per il reato di “raccomandazione”?

Comunque, grazie a L’Espresso sappiamo anche di più: i politici usano il loro “potere” per raccomandare amici e amici degli amici.
E noi, ingenui, che non sospettavamo niente di niente di tutto ciò.

Ragazzi, che scoop: se non ci fossero questi giornalisti davvero liberi e davvero indipendenti saremmo rimasti all’oscuro di tutto questo.

Volete sapere una cosa?
Fossi stato al posto di Berlusconi o di Bordon o di Rutelli o di Fassino o di Barbareschi o di chiunque altro si legga nelle intercettazioni pubblicate da L’Espresso, l’avrei fatto anch’io!
Avrei alzato il telefono e avrei chiamato Saccà.
Gli avrei chiesto se avrebbe potuto far qualcosa per una mia amica o per un mio amico.
Magari perchè credo siano davvero capaci. Magari perchè…ad un amico o ad una amica non si nega un favore.
Un tentativo si può fare.
Poi, vada come vada. Certo, tra amici ci si intende di più…
Così come avrei chiamato anch’io Saccà per farmi pagare di più per un lavoro fatto.
Avrei perfino segnalato la sceneggiatura per una fiction tutta mia, avessi le qualità o la fantasia per scriverla.
Insomma: perchè coprirsi di ridicolo mostrandosi ipocritamente vergini?
Chi arriva ad una posizione di “potere” è normale che lo eserciti.
E non serve andare in Parlamento o in Rai per farlo.
Nel nostro piccolo siamo tutti raccomandati e tutti proviamo a raccomandare.
Dalle piccole alle grandi cose.
All’amico che lavora in comune si chiede il disbrigo di una pratica più in fretta che per altri.
All’amico che sta in ospedale si chiede un appuntamento anche nell’ora di pranzo.
All’amico che ha il babbo imprenditore, che si fa…non si chiede se c’è un posto anche per noi?
E così via…di esempi ce ne sono all’infinito.
Dal meccanico al panettiere…
E pure in Rai ed anche in Parlamento.

Si può pensare sia una pratica scorretta, quella della raccomandazione, ma non si può considerarla tra le più disonorevoli o tra quelle che mettono in crisi il sistema-paese.
Certo, sarebbe meglio si usasse il MERITO come criterio di selezionamento delle capacità di una persona per qualunque lavoro ella voglia fare, ma non si può esser così puritani di fronte al fenomeno più antico del mondo, quasi quanto quello della prostituzione: la raccomandazione spesso nemmeno va a buon fine. Ed anche in Rai, nonostante a chiedere siano pezzi grossi delle istituzioni o del mondo della finanza e nonostante dall’altra parte ci sia il presidente di Rai Fiction, Saccà, non tutte le richieste finiscono per essere accolte.
Basta un capo struttura per dire NO a Fassino o a Rutelli sui nomi da loro indicati.
E non tutte le fiction poi vanno veramente in onda.

Andiamo: sarebbero queste le intercettazioni con cui vorremo moralizzare il nostro Paese? sarebbero queste le intercettazioni da difendere giudicando “tiranno” chi voglia invece limitare l’abuso di questo tipo di inutile sputtanamento mediatico?

Pare che anche l’ANM abbia definito queto episodio un “fenomeno deprecabile”.

E l’informazione come ne esce?
Peggio che pria: in tanti la vorrebbero “libera” ed indipendente, ma alla luce di questo modus operandi essa apparre sempre più legata a poteri forti con cui agisce perseguendo un obiettivo specifico: farsi “quarto potere” in grado di sovvertire o modificare le scelte degli elettori.
L’esempio è lampante: si parla di approvare una legge che limiti l’abuso mediatico delle intercettazioni (che sarebbe un vero colpo per i media che invece spesso si affidano alla magistratura
per ottenerne sempre di più) ed ecco che si scatena questo ennesimo temporale mediatico/giudiziario.

E’ davvero incredibile la puntualità con cui l’orologio mediatico/giudiziario torna a correre quando Berlusconi vince le elezioni…

E mentre i media controllati da Berlusconi non fanno altro che rilanciare le panzane dipietresche e travagline su presunte leggi ad personam di cui non si sono nemmeno premurati di leggerne il testo (si, è questo il livello della nostra informazione: si fanno le pulci ai conti della Giustizia quando ne parla un ministro del governo Berlusconi, ma nessuno si azzarda di sfogliare un codice penale o di procedura per capire in cosa consistono veramente le norme di cui si parla), il cittadino comune rimane confuso.
Giustamente si chiederà: che fine ha fatto il pacchetto sicurezza che tanto abbiamo apprezzato?
Eh, già…perchè l’informazione di regime (berlusconiano ovviamente, mica vorrete metterlo in dubbio!?) in questi giorni non ha parlato d’altro che di uno solo degli emendamenti trasformatisi in articoli della legge che riconverte il primo decreto legge varato dal governo del Cavaliere a Napoli e che fu accolto da una forte approvazione popolare.
Messe così le cose, sembra che Berlusconi si sia fatto letteralmente i fatti suoi e niente più.
Glissando sul fatto che non è vero che si tratti di una legge ad personam (chi vuole può leggere i miei post precedenti a questo) sarebbe il caso di ricordare un po’ a tutti che una legge è fatta di più articoli: dimenticarsi di tutti gli altri significa fare disinformazione.
Ecco cos’ha fatto il governo per la sicurezza di tutti gli italiani:

Utilizzo dei militari nelle grandi città: Il ricorso a unità dell’esercito nelle grandi città sarà consentito ‘per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità’. Saranno 3 mila le unità che, per un periodo massimo di sei mesi (rinnovabile una volta) saranno a disposizione dei prefetti delle aree metropolitane o comunque densamente popolate per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, nonché di perlustrazione e pattugliamento in concorso e congiuntamente alle forze di polizia. Saranno utilizzati preferibilmente carabinieri impiegati in compiti militari o comunque volontari delle stesse forze armate specificamente addestrati per i compiti da svolgere.

Ergastolo per chi uccide pubblico ufficiale: Per chi uccide un agente delle forze dell’ordine in servizio (poliziotti, carabinieri, finanzieri e altri agenti di pubblica sicurezza) la condanna sarà dell’ergastolo. Viene così introdotta un’ulteriore fattispecie tra quelle per cui scatta il carcere a vita.

Più reati senza sospensione carcere: Aumenta il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena detentiva. Rimarrà in carcere chi commette atti osceni, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, furto e tutti i delitti aggravati dalla clandestinità, ma anche chi spaccia sostanze stupefacenti e psicotiche. Per chi è incensurato non scatteranno più in maniera automatica le attenuanti generiche. Il giudice valuterà caso per caso a seconda della gravità del reato.

Più riti direttissimi,no a patteggiamento in appello: Per accelerare i processi, il decreto prevede l’obbligo, e non più la facoltà per il pubblico ministero (a meno che ciò non pregiudichi gravemente le indagini) di richiedere il rito direttissimo o il giudizio immediato per i reati per i quali sono previsti i riti speciali. Aumentano inoltre le fattispecie perseguibili con processo ordinario. Il pubblico ministero può procedere con il rito direttissimo nei confronti dell’imputato quando l’arresto in flagranza è già stato convalidato e quando lo stesso imputato abbia confessato o la prova della sua colpevolezza sia evidente. Il rito direttissimo diventerà la regola in relazione a tutte le indagini che non richiedono attività ulteriori da parte del pm. Anche per il giudizio immediato è stata introdotta la previsione della necessità come regola generale. Viene introdotto il divieto di patteggiamento in fase di appello: l’accordo tra le parti potrà aversi solo in fase di udienza preliminare. La sospensione della pena non potrà essere applicata per i reati in relazione ai quali ci sono esigenze di tutela della collettività.

Espulsione stranieri irregolari: Le nuove norme ampliano i casi di espulsione degli immigrati clandestini su ordine del giudice prevedendo analogo provvedimento per i cittadini comunitari, attraverso la misura dell’allontanamento di chi non ha reddito o delinque. Il limite della pena per applicare l’espulsione o l’allontanamento viene portato a due anni di carcere (ora è previsto a non meno di 10). Il giudice, in tutti i casi di condanna dello straniero o del cittadino comunitario a più di due anni di carcere, ne ordina il rimpatrio. Chi trasgredisce l’ordine di espulsione o di allontanamento è punito con la reclusione da uno a quattro anni. I Centri di permanenza temporanea (Cpt) e i Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta) cambiano nome e diventano Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Per chi dichiara una falsa identità a un pubblico ufficiale si prevede l’innalzamento del massimo della pena, che passa da tre a sei anni. Verrà punito con il carcere fino a sei anni anche chi altera parti del proprio corpo o del corpo di un altro. La pena è aggravata se è commessa da un medico o da un operatore del settore sanitario.

Aggravante clandestinità: Se chi commette un reato si trova illegalmente sul territorio nazionale le pene sono aumentate di un terzo. La nuova aggravante di clandestinità viene applicata sia agli extracomuniari che ai cittadini di Stati membri dell’Unione europea irregolarmente entrati in Italia. Carcere e confisca casa per chi lucra su affitti a immigrati: Carcere da sei mesi a tre anni per chi, a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, dà alloggio a uno straniero privo di titolo di soggiorno in un immobile di cui abbia disponibilità, o lo cede allo stesso anche in locazione. Con la condanna scatta anche la confisca del bene. La fattispecie dell’ingiusto profitto dovrebbe escludere i casi di chi ospita badanti o colf.

Sanzioni più dure per pirati strada ubriachi: Sanzioni più severe per chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti prevedendo un’aggravante delle pene e delle sanzioni accessorie in caso di lesioni gravi o gravissime a persone o di omicidio colposo. Per l’automobilista ubriaco o drogato che causa incidenti mortali o feriti gravi è previsto il carcere da 3 a 10 anni, la confisca del veicolo e il ritiro della patente. Ulteriori inasprimenti della pena sono previsti per chi non si ferma a prestare soccorso. Per chi rifiuta di sottoporsi ai controlli per accertare lo stato di ebbrezza o l’assunzione di droghe non ci sarà più solo una sanzione amministrativa ma l’arresto da tre mesi a un anno con sospensione della patente e confisca del mezzo.

Più poteri a sindaci e prefetti: Più poteri a sindaci e prefetti in tema di sicurezza e ordine pubblico. Prevista la cooperazione tra la polizia locale (municipale e provinciale)e le forze di polizia statale, nell’ambito di direttive di coordinamento del ministero dell’Interno. Il sindaco può adottare provvedimenti ‘contingenti e urgenti’ per prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Anche al prefetto è dato un ruolo più attivo, consentendogli di intervenire con propri provvedimenti in caso di inerzia del sindaco e di predisporre gli strumenti necessari all’attuazione delle iniziative adottate dal primo cittadino per l’incolumità pubblica. In tema di contrasto all’immigrazione, il sindaco segnalerà alle competenti autorità gli stranieri irregolari da espellere (o i cittadini comunitari da allontanare).

Polizia municipale e capitaneria di porto hanno accesso al Ced del Viminale: Il personale della polizia municipale addetto ai servizi di polizia stradale accede direttamente al Centro elaborazioni dati del Viminale (Ced) per consultare lo schedario dei documenti di identità rubati o smarriti (fino a oggi poteva accedere solo allo schedario dei veicoli rubati o rinvenuti). Oltre alla consultazione dei dati del Ced (e questa è un’ulteriore novità) gli agenti di polizia municipale possono immettere dati acquisiti autonomamente. Possono accedere al Ced anche gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria della capitaneria di porto.

Lotta a contraffazione: Vengono introdotte norme specifiche in materia di distruzione delle merci contraffate sequestrate.

No a gratuito patrocinio per condannati mafia: I mafiosi già condannati non potranno più avvalersi del gratuito patrocinio.

Ora, che piaccia o no, alla gente, al bar, sull’autobus, in ufficio o al mercato, è questo che interessa e non altro.
Se poi l’altro è palesemente viziato da falsità ideologiche facilmente smentibili, allora la strada del consenso per questo governo è sempre più in discesa.
Senza contare i provvedimenti economici e quelli di lotta agli sprechi della macchina burocratico/amministrativa dello Stato, che hanno il patrocinio di due dei ministri più “amati” (stando ai sondaggi) dagli italiani, Tremonti e Brunetta (vulcanico nonostante qualcuno lo offenda dandogli di “nano”).

Per farla breve: sfogliate un giornale, guardate un tg, perfino su internet…vi sembra che i media stiano spalleggiando l’azione del governo o piuttosto non stiano dando risalto esclusivo alle critiche ingiustificate e svogliatamente non smentite di chi lo accusa soltanto?
Sarebbe questo il regime mediatico per cui Berluconi sarebbe in conflitto di interessi?

L’unica cosa che mi consola è che ormai gli italiani hanno capito il giochetto…e non credo ci cascheranno ancora.
Le ultime elezioni dovrebbero aver insegnato qualcosa…

Speriamo…

Che differenza passa tra un macellaio omicida e un macellaio truffatore?
Per l’uomo della strada praticamente fa lo stesso; ma per la Giustizia?
Una domanda non di poco conto e che non può essere inevasa, ma che anzi sta alla base della coscienza giuridica di un Paese.
Facciamo un esempio d’attualità.
Nei giorni scorsi abbiamo letto e ci siamo inorriditi venendo a conoscenza del caso della clinica “degli orrori” Santa Rita di Milano.
Lì, si diceva, per i soldi erano disposti a tutto. Anche ad ammazzare ignari pazienti, visti solo come potenziali assegni da parte dello Stato per il rimborso delle spese operatorie.
Per giorni i quotidiani hanno pubblicato intercettazioni nelle quali si evidenziavano i passaggi con cui si volevano dimostrare queste pratiche inumane.
E’ stato istintivo sdegnarsi e provare un forte conato di vomito per la bassezza cui può degenerare l’umana coscienza.
Quei medici sono diventati per tutti il volto della malvagità fatta persona, degli assassini senza scrupoli, dei macellai che vorremmo solo veder marcire in galera per tutto il male che hanno fatto e per quelle vite che hanno anzitempo spezzato…solo per avidità…
Per l’uomo della strada la sentenza è scontata: colpevoli per tutti gli omicidi di cui i media hanno parlato.
Poi però, nel suo corso, succede che la Giustizia ponga un freno a quelle accuse: il Tribunale del Riesame di Milano, accogliendo l’impugnazione della difesa, ha detto che quei macellai rimangono macellai, ma che in realtà non hanno ucciso nessuno; il nesso causale non è stato sufficientemente dimostrato in concreto, ma sostenuto in maniera eccessivamente astratta.
Che, tradotto, significa che dire che quei medici hanno anche ucciso non è vero; che non bastano delle intercettazioni per sostenere un’accusa così terribile.
Non abbiamo a che fare con dei santi benefattori luminari della medicina per i poverelli, ma è presto per sostenere che quei medici siano degli assassini.

Per l’uomo della strada, però, ormai non fa alcuna differenza. E forse non l’ha mai fatta.
Ma…per la Giustizia?
Un truffatore può essere trattato e giudicato come un assassino?
Evidentemente no.

Ammettiamo che le cose rimangano così come sono oggi: al Santa Rita hanno truffato lo Stato ed offeso l’integrità fisica di alcuni pazienti (non di tutti), ma nessuno è mai morto per colpa di quelle operazioni.
Che ne sarà di quei medici?
Saranno condannati. Due volte però: e una di queste sentenze sarà diversa e più grave dell’altra, sebbene “l’altra” sia quella comminata da chi amministra la Giustizia in nome di tutti. Colpevoli di truffa e lesioni gravissime per i magistrati; assassini per tutti gli altri.

Non che socialmente si avverta un grande divario tra i due fatti, ma resta alla base di questa vicenda un dato abbastanza allarmante: la condanna sociale arriva sempre prima di quella giudiziale e, spesso, dalla prima non si esce mai più scagionati, neanche se la seconda ridimensiona i fatti o addirittura li smentisce.

Ma allora a che servono tutte le garanzie che il nostro Diritto, nell’elaborazione secolare, ha fornito ad ogni individuo che si trovi ad avere a che fare con la Giustizia (penale), se poi queste vengono praticamente disattese nella società e nella quotidianità del popolo?

A ben vedere, sembra proprio che il grave problema che oggi rischia di compromettere il rapporto di fiducia tra il cittadino e lo Stato, inteso come Giustizia, è che a parlare di Giustizia e a maneggiare il Diritto siano in troppi e troppo incompetenti.
Così, però, vengono bypassate quelle garanzie poste dal diritto a difesa della Giustizia e dei singoli per lasciare singoli e Giustizia in balia degli umori delle piazze sollevate da stampa e media.
Così, però, la Giustizia diventa strumento nelle mani di sobillatori in cerca di fama o di politici in cerca di consenso.

Così però non è più Giustizia…

Alzi la mano chi sapeva che tre giorni fa erano state depositate le motivazioni per cui la Corte di Cassazione ha definitivamente assolto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dalle accuse di aver corrotto i giudici romani per ottenere l’acquisizione della società alimentare SME.

Immagino sarete in pochi.
Domanda: perchè?

Evidentemente certe notizie sono meno importanti di altre.
Altrimenti come avrebbero fatto a rivolgersi a Berlusconi ancora come ad un “privato corruttore”?

Eppure la sentenza parla chiaro: assolto perchè le prove dedotte in processo dall’accusa non hanno in alcun modo fugato ogni ragionevole dubbio.
Perchè, mi chiedo, i nostri pasdaran dell’informazione non hanno fatto parola di una notizia così importante, soprattutto oggi dove la cronaca politica propone e ripropone i vecchi teoremi giudiziari contro il premier?

Sarebbe questa l’informazione che ha timore d’essere imbavagliata?

Andiamo oltre.
Altra notizia di oggi è il “licenziamento” dalla magistratura di quel giudice, diventato pm una volta trasferitosi a Milano, che aveva impiegato 8 anni per depositare le motivazioni di una sentenza relativa ad un processo che vedeva imputati, a Gela, diversi boss della mafia siciliana che sono presto tornati in libertà proprio a causa di questa negligenza.
Un’ottima notizia.
Da qui però la domanda: davvero la magistratura non può essere criticata come si vuol far credere in questi giorni, paventando il rischio di una ingerenza che ne diminuisca l’indipendenza?
E poi: ma non era Berlusconi ad essere il “garante dei mafiosi”?
Lo chiedo perchè dei tanti che stra-parlano di Berlusconi come del “garante dei mafiosi”, appunto, poi nessuno riesce nemmeno a citare o riuscire a citare una legge nè un caso che fosse uno in cui si siano aperte le porte del carcere o un processo sia stato cancellato con la complicità di un provvedimento del governo dell’attuale presidente del consiglio, ma guai a toccargli la magistratura, che idolatrano a-criticamente.

Dubito troverete commenti del genere sui blogs di Travaglio o di Di Pietro.
Troverete invece che quegli stessi campioni dell’informazione italiana continuano a parlare come nulla fosse successo, usando gli stessi stereotipati ed inflazionatissimi teoremi calunniosi che cavalcando l’antiberlusconismo hanno il solo scopo di allargare il bacino elettorale per uno e far schizzare le vendite di libri e la fama per l’altro.

In ogni caso, quelle persone che sono dedite allo sputtanamento becero e spesso realmente ingiustificato, sbandierano spauracchi per annichilire il confronto civile e spostare le idee sul campo di battaglia ideologico, fregandosene davvero dell’informazione.
Altrimenti, già in questi giorni avremmo avuto le prove dell’onestà intellettuale di quelli che nonostante tutto, invece, non chiedono mai scusa!

Ricapitoliamo un secondo: il ministro parla di eccesivi costi delle intercettazioni. Dice che ammontano ad un terzo delle spese della giustizia.
Si sbagliava. O meglio, ha sbagliato perchè è stato impreciso. Avrebbe dovuto invece chiarire che si trattava di un particolare capitolo del bilancio della Giustizia.
I 7,7 miliardi di cui parlano sia Bonini che Ferrarella nei loro editoriali, infatti, si riferiscono alle spese complessive del ministero, ovvero dagli stipendi degli addetti ai lavori della macchina giudiziaria (per intendersi da quello per il presidente della Corte Costituzionale fino al portiere del Tribunale di Canicattì), alla manutenzione delle carceri, fin’anche alle intercettazioni. Le quali rientrano nel più “ristretto” capitolo delle Attività Giudiziarie. Cioè quel “conto” cui possono attingere i magistrati per effettuare indagini e quant’altro per assicurare alla giustizia criminali d’ogni specie e rango.
Ebbene, quest’ultime spese per le Attività giudiziarie ammontano ad oggi, circa ad 800 milioni.
Di questi, quasi 230 milioni vengono spesi per le intercettazioni. Alias, un terzo di quel bilancio.

A ben vedere, quindi, si tratta effettivamente di un forte onere di spesa…e non di bruscolini come si vorrebbe far credere.
Espletate le puntualizzazioni, rendendo merito anche agli stessi Bonini e Ferrarella che hanno fornito l’esatta portata del fenomeno, passiamo al capitolo politico riferito sempre alle intercettazioni.

Ora, il governo nei giorni scorsi ha proposto un giro di vite sulle intercettazioni, volendo affidare ad un disegno di legge una loro limitazione.
Ne è scoppiato un putiferio; c’è stata una levata di scudi che ha coinvolto settori della magistratura, settori della stampa e l’opposizione, che ha colto l’occasione per cavalcare la protesta.
Così si minaccia il lavoro dei magistrati e la sicurezza dei cittadini.
E’ una misura criminogena.
Hanno detto.

Giusto, sbagliato? Ancora non si conoscono i termini della proposta di legge, quindi è prematuro interrogarsi sul come verrà affrontato il problema.
Rilevante è invece un altro fatto.
Ovvero…chi oggi si strappa le vesti contro Berlusconi reo di voler limitare l’attività dei pm, ieri, con ancora il governo Prodi in carica niente ha detto e niente ha fatto.

Fa un certo effetto, infatti, scoprire che nell’ultima finanziaria del governo Prodi era previsto che: “Entro il 31 gennaio 2008 il ministero della Giustizia deve realizzare un sistema unico nazionale per le intercettazioni telefoniche, dovrà monitorare i costi complessivi delle attività disposte dalle autorità giudiziarie con l’obiettivo di ridurre i costi dagli attuali 250 milioni circa a 100 milioni di euro”.
Cioè si diceva: le intercettazioni costano troppo, bisogna rivederne il meccanismo al fine di tagliarne i costi e l’uso.
Portare da 250 milioni a 100 milioni il budget suona molto simile ad una fortissima limitazione delle possibilità investigative dei pm.

Nessuno però mosse un dito. Nessuno tacciò il governo di centrosinistra di voler mettere i bastoni tra le ruote alla magistratura arrischiando così la sicurezza dei cittadini.
Nessuno, nemmeno il Di Pietro che oggi tanto si scalda.

Chiaro esempio di incoerenza.
Dalla quale comunque si evince che il problema relativo all’abuso delle intercettazioni come metodo d’indagine esiste eccome, e non è solo un vezzo privatissimo dell’attuale Premier.

Ma…andiamo avanti, perchè rispetto alle tante parole spese demagogicamente in questi giorni si scoprono tante belle sorprese.

Nei giorni scorsi hanno tirato in ballo diverse inchieste per sostenere che la “questione intercettazioni” è  deleteria, che le intercettazioni vanno bene come sono e che anzi, sono vitali.

Vediamo allora a che cosa hanno mirato e che risultati hanno avuto, negli ultimi tempi, le più famose inchieste a base di intercettazioni.

Inchiesta del 2006 su Vittorio Emanuele di Savoia. Intercettazioni chieste dal pm di Potenza Henry John Woodcock: accuse, associazione a delinquere, falso, favoreggiamento della prostituzione, riciclaggio. In 24 finiscono in carcere. Nel marzo 2007 l’indagine viene archiviata dalla procura di Como (tra i vari filoni, le slot machine del Casinò di Campione d’Italia). Il principe non è certamente uno stinco di santo, ma quanto sono costate le intercettazioni?
Passa un anno e Woodcock apre “Massonopoli”, indagine a base di intercettazioni telefoniche sui rapporti tra massoneria e politica. Il pm coinvolge le 103 prefetture italiane. Al momento, finita nel nulla.

2008: altra inchiesta di Woodcock che coinvolge l’ex ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, il comandante Ultimo (l’uomo che arrestò Totò Riina), l’agenzia di viaggi Visetour di Viterbo e gli appalti della Camorra in Campania. A che cosa è approdata? Mistero. Fatto sta che la situazione dei rifiuti (e della camorra) a Napoli e dintorni non pare averne risentito. Operazione Why not del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Coinvolge politici, dirigenti sanitari, affaristi vari, e tocca l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, sfiorando Romano Prodi. Mastella si dimette: dopo poco viene scagionato.

Un lungo passo indietro, fino a Mani Pulite. Di quella stagione che fece piazza pulita della vecchia classe politica molti ricordano le telefonate personali, sbattute a piene mani sui giornali, tra Alessandra Necci e Pierfrancesco Pacini Battaglia. Che cosa c’entravano? Nulla.

Ma non solo. Negli ultimi anni lo Stato ha ottenuto rilevanti vittorie contro il terrorismo e la mafia. In nessun dei due casi si è fatto uso (o abuso) delle intercettazioni. Molto, invece, del lavoro sul campo dell’intelligence, della collaborazione dei pentiti. Tutte cose meno comode che mettersi ad ascoltare le chiacchiere tra qualche vip e darle in pasto al guardonismo nazionale. In cambio, s’intende, di numerose comparsate televisive.

Insomma, c’è modo e modo di compiere indagini…
E sorprende che chi guarda ai risultati ottenuti non tenga nemmeno un minimo conto di quelli invece non pervenuti, che in un paese che si ispira al garantismo delle democrazie occidentali, non dovrebbero essere dimenticati.

Infine: contrariamente a quanto alcuni (i soliti) hanno insinuato, Silvio Berlusconi non propone affatto di cancellare le indagini sulla corruzione finanziaria. Chiede invece che si svolgano con i metodi tipici delle vere inchieste giudiziarie: che, come abbiamo visto proprio a proposito di mafia e terrorismo, sono tanto più efficaci quanto più si svolgono nel silenzio.

Che Travaglio usasse la legge confondendola col giornalismo era evidente. Oggi scopriamo anche che Marco confonde il giornalismo con la legge.

Ricordate il caso Schifani?
In sostanza si diceva: il presidente del Senato ha avuto amicizie pericolose. Si giustifichi, dimostri che non è vero.
In pratica Travaglio (e i suoi amici dal grilletto giustizial-sensazionalista facile) avevano ribaltato il fondamentale principio di garanzia delle persone libere contro gli eccessi dello Stato indagatore: l’onere della prova era passato dall’accusa all’imputato. Anzi, all’uomo libero col dito puntato addosso da alcuni giornalisti a caccia di notorietà.
Ovvero: noi diciamo che lui quella gente la conosceva e che quindi non poteva che esserne colluso (versione questa mai espressa, ma, con metodica arte d’inchiesta, allusa); a lui dimostrare il contrario.
Ovvero #2: appunto, nella logica di Travaglio dovrebbe essere il presidente Schifani a presentarsi a reti unificate (nemmeno in procura, quindi…!) a spiegare una condotta privata su cui nessuna magistratura in trent’anni gli ha mai chiesto chiarimenti.

Oggi, però, il sovvertimento delle proprie convinzioni.
Non si parla di Schifani, ma dei poveri-cristi che vengon dal mare (e non solo): i clandestini.
Stavolta, il delirio di onnipotenza giuridica che sovente coglie il Nostro, l’onere della prova è ribaltato.
Tesi: il reato di immigrazione clandestina non esiste; esiste quello di ingresso clandestino nel territorio dello Stato. Dice: poichè la legge non vale che per l’avvenire e non è retroattiva, agli extracomunitari fermati giusto mezz’ora dopo lo sbarco basterà inventarsi d’essere in Italia già da parecchi mesi prima dell’entrata in vigore della norma in questione. Libertà assicurata da un cavillo dunque.
Antitesi: a questo punto viene da chiedersi perchè, sempre secondo la logica di Travaglio e applicando gli stessi principi usati contro i politici che gli provocano tutto il prurito che serve per scrivere decine di libri fondati su ipotesi indimostrabili e fatti scollegati ma capziosamente avvicinati, non possa valere anche per questi “senza permesso” l’onere della prova di dimostrare la loro presenza sul territorio prima del maggio 2008?!

A chi si stesse chiedendo lo scopo di questo post, non avrò dofficoltà nel sostenere che l’evidente matrice ideologica degli attacchi del bel Marco scoperchia pentole che in tanti ormai avevano capito esser senza coperchio sin da principio.
Il fatto è questo: Travaglio, sebbene a volte sollevi dubbi che correttamente possono essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica (come nel caso della norma anti-immigrazione) fa un uso distorto delle sue conoscenze giuridiche cammuffandole sotto le mentite spoglie del giornalismo d’inchiesta.

L’esempio credo sia lampante.
In entrambe i casi abbiamo uomini liberi accusati di reati difficili da dimostrare.
In entrambe i casi dovremmo quindi avere l’onere della prova tutto a carico dell’accusa che dovrebbe così dimostrare la collusione di Schifani coi boss del comune di Villabate tanto quanto la presenza dell’immigrato sul territorio italiano da non prima del maggio 2008.
MA…ognuno di questi due casi viene trattato da Travaglio in modo diverso, usando due pesi e due misure diverse.

Che lo rendono inqualificabile. E palesemente scorretto ideologicamente.

Oggi ho pochissimo tempo da dedicare al blog, ma alla fine bastano cinque minuti per partorire un post. Servono: l’ispirazione (1 secondo, quella è praticamente un “lampo”) e qualche giro d’orologio per fare i dovuti collegamenti nella testa e riportarli poi online.

Il casino, però, viene quando vuoi dire più cose e non hai il tempo per distanziarle in articoli diversi come sarebbe invece congeniale.
E questa è una di quelle volte.
La giornata è quasi andata e le riflessioni sono necessariamente molteplici.
Ecco perchè questo post lo dividerò in due parti.

Nella prima, sarò didascalico, perchè non servono tante parole.

L’Europa è vista con diffidenza dai cittadini del Vecchio Continente e non è così difficile capirne i motivi.
E’ banale, ovvia, scontata e quindi inutile, almeno nel 90% delle discussioni che fa. Nell’altro 10% si conferma un freno alle politiche nazionali nel momento in cui ingerisce su temi che a livello sovranazionale è più che dimostrato non vengono capiti. E l’immigrazione è uno di questi.
Oltretutto, le istituzioni comunitarie non godono di alcuna fiducia, perchè poco (o affatto) rappresentative e perchè là dove lo sono, come nel Parlamento, si ha la sensazione siano soltanto la copia sbiadita (perchè prive di interesse) delle camere nazionali, in cui, come nei singoli stati, si fronteggiano fazioni opposte. Peggio: il Parlamento Europeo è straordinariamente strumentalizzato affinchè si faccia cassa di risonanza (non foss’altro per la presunta autorevolezza che si è autoattribuito e di cui quindi gode nei media nazionali) dei vari “soccorsi europei” delle minoranze dei Paesi membri.
Leggere per credere. E poi per capire.

Non è per esser nazionalisti o antieuropeisti a tutti i costi, ma sic stantibus rebus mi pare che l’Europa avrà ancora molto da lavorare per entrare nei cuori della gente!

Parte seconda:

leggo qui che c’è stato un altro tentativo di rapimento di una bambina da parte di due rom.
Non è la prima volta. E purtroppo nemmeno la seconda.
Se ne sentono ogni tanto di notizie come questa. Ultimamente però un po’ di più. E la sensazione è quasi che questo martellamento possa essere il frutto di una strategia della paura (come alcuni l’hanno chiamata) usata a scopi elettoralistici.

Che buffo.
Il concetto di informazione in Italia è strano. Quantomeno a corrente alternata.
Ad un tempo ci si batte perchè le cose si sappiano. In un altro tempo ci si lamenta perchè se ne sanno troppe.
Il caso Schifani e le continue news suoi rom, sui romeni e sugli extracomunitari delinquenti ne sono un esempio lampante.
Insomma: il presidente del Senato è oggetto di inchieste vecchie di anni, ma riportate ai nostri giorni perchè…beh, è diritto di cronaca…la gente deve sapere chi è il signor Schifani, dal momento che è diventato la seconda carica dello Stato.
E così, capiamo che come notizia non può esser taciuta perchè più attuale che mai. Si deve far luce su vecchie questioni e stare sul pezzo perchè l’opinione pubblica sia informata il più possibile.

Poi però, se si applica lo stesso ragionamento sul tema più attuale di ogni altro, quello della sicurezza, arriva il solito saccente e storce il naso.
Troppi lanci su immigrati e stranieri violenti e/o delinquenti.
Eppure, secondo il principio di cui sopra, l’opinione pubblica ha il diritto ad essere informata su ciò che gli capita intorno. Anzi, i giornalisti hanno il dovere di portare a nostra conoscenza tutti i dettagli della cronaca dei nostri giorni.
Non per criminalizzare ingiustificatamente, ma per dar conto di un fenomeno che deve essere affrontato per quello che è e non per quello che si pensa che sia.
I fatti parlano chiaro: c’è una recrudescenza criminale ad opera di stranieri che non è tollerabile.

Sarà “razzista” dirlo (anche se non lo credo), ma fa molto più effetto se a commettere gli stessi delitti sono italiani oppure clandestini arrivati nel nostro Paese e mai integratisi.
C’è la sensazione che chi viene ospitato dovrebbe ripagare chi lo ospita con almeno maggiore rispetto.

Non si tratta, quindi, di “imprenditoria della paura”, ma solo di informazione.
L’argomento è quotato. E’ impensabile che non spuntino fuori migliaia di segnalazioni o notizie su quello.

O forse si vorrebbe silenziare la stessa informazione che ieri si voleva libera da censure, perchè scomoda?

Ma in Italia il giornalismo è questo: autocelebrativo, autolesionista, autoreferenziale.

E così sia.
Amen!

Travaglio non ci sta.

A una settimana dalla puntata di Che Tempo Che Fa in cui è stato intervistato da Fabio Fazio circa il ruolo e lo stato dell’informazione italiana, puntata da cui si è scatenato il caso Schifani, ma anche il caso Travaglio, il buon Marco non ci sta a sentirsi prendere a pesci in faccia dalla selva di giornalisti che nei giorni scorsi lo hanno attaccato somministrandogli in dosi dolorosissime lezioni gratuite di giornalismo.

L’accusa nei confronti del giornalista scrittore (comico) amico di Grillo e “culo” della “camicia” Di Pietro è stata sempre la stessa: racconti fatti (amicizie “pericolose”) per sollevare sospetti su altri fatti (collusione coi mafiosi) che furbescamente non citi, ma cui alludendo lasci in sospeso un giudizio senz’appello. E questo è pericoloso. Sintomo di una deriva giustizialista.
C’è addirittura chi gli consiglia di non esagerare con queste mezze inchieste perchè ciò che oggi capita ad altri potrebbe poi capitare a Travaglio stesso.

La replica di Travaglio: tutti mi criticano ma nessuno si è preso la briga di verificare la veridicità di quei fatti. Al contrario, si sono scagliati tutti contro di lui. Cosa che non accade in nessun’altra parte del globo terracqueo.
Poi, l’affondo: se ho detto il falso mi portino in tribunale.

Tant’è che pure circola in rete un appello, sponsorizzato dallo stesso Travaglio nel suo blog, in cui si legge: “Tocca al giudice appurare se il giornalista dice il falso. Ora la domanda di attualità: il giornalista Marco
Travaglio ha raccontato un fatto vero che riguarda Renato Schifani o un fatto falso?”
.

Insomma, avete inteso?
Tutte ste pippe per dirvi che: secondo me, Travaglio non c’ha capito niente!

Il problema non sta nel raccontare un fatto, che è intangibile diritto di cronaca (anche se suona strano che si faccia “cronaca” trent’anni dopo…), quanto piuttosto nell’interpretazione che di quel fatto si da.

Schifani è stato accusato, velatamente, di essere amico di mafiosi.
Non con queste parole, ma i casi sono due: o Travaglio è convinto che il presidente del Senato sia tuttora un mafioso (o che lo sia stato almeno in gioventù e che ad oggi si adoperi avvantaggiando quei suoi “amici”) e allora non si limiti a lanciare il sasso ritraendo subito dopo il braccio.
Oppure non ne è poi tanto convinto, ma a quel punto cosa racconti a fare una vicenda lontana più di vent’anni succeduta peraltro da altri fatti ed eventi (non raccontati - qui il dovere di cronaca non c’è…) [come la battaglia che lo stesso presunto amico dei mafiosi condusse per l'inasprimento dell'articolo 41bis del codice penitenziario sul carcere duro ai mafiosi che gli valse minacce e scorta] in grado di contraddire l’intero impianto accusatorio?

Domande irrisolte.

Chiedono a questo punto che sia il giudice a decidere se ciò ch’è stato detto è vero o falso.
Il magistrato dirà ch’è tutto vero. Che Schifani conosceva Mandalà e tutta la banda di cui parla Travaglio.
E da lì comincierà la beatificazione del martire che sovvertiva la realtà.

Vedrete, dirà che il giudice ha confermato tutto (le amicizie di Schifani), e poi calerà il carico da novanta arrivando a dire che QUINDI ciò cui alludeva era vero.

Ma non lo era. O per lo meno non è quel giudice a poterlo dire.
Non si esprimerà sui rapporti di Schifani, ma proverà a ricostruire la veridicità di un fatto storico, cui però non darà alcuna altra valutazione. Non potrà mai dire: dunque Schifani è un mafioso, cosa cui allude li Travaglio.

Eppure, vedrete, per quello e gli amici suoi sarà comunque la dimostrazione che Schifani sia uno che, come dicono loro, se lo conosci lo devi evitare.

E questa sarebbe la libera informazione, secondo il Nuovo Vangelo di Marco!

Peter Gomez sul caso Schifani.

Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel ‘99, l’intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.” (fonte: Voglio Scendere)

Segue poi una ricostruzione dei “fatti di Villabate”.

Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.

La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d’onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia. La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l’ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l’intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell’attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.

La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi c’è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l’ex segretario dei giovani dell’Udeur che falsificò la carta d’identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell’intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.

Ecco a voi, il “metodo Travaglio”.
Più esplicito di così si muore.

Dunque:
Un inchiesta che non c’è.
Una testimonianza nel ‘99 che però non portò a nessuna incriminazione nei confronti di Schifani.
Addirittura 4 versioni di un fatto.
nessuna di queste verificabile, perchè nemmeno acquisita a processi contro Schifani.

Insomma, non è per difenderlo ad oltranza, questo semmai è compito dei suoi avvocati, ma, detto tra noi, quando le cose stanno così siamo in presenza non di una notizia, ma di veleno.
Il perchè è presto detto:

Travaglio e Gomez non possono fare affidamento ad alcuna condanna, nemmeno su una assoluzione per prescrizione (che loro chiamano “formula dubitativa”), ma vorrebbero comunque che Schifani facesse lo stesso luce su quei fatti.
Ammettiamo sia giusta come richiesta.
Si dovrà però tener conto di un paio di cosette in via preliminare: innanzitutto, che su fatti che olezzano di delinquenza l’organo deputato a dipanare le ombre è la magistratura, non la stampa.
E in secondo luogo, che poi è il punto più importante, facciamo pure che Schifani accetti “l’invito” dei suoi accusatori e si presenti a reti unificate.
Che succede se dice: “li conoscevo quelli, ma non sapevo che erano mafiosi; al comune di Villabate ci sono entrato per merito mio; ho fatto tutto secondo coscienza e legalità”.

Cosa obiettargli?
Non c’è più niente a sostegno della stampa inquirente (chiamiamola così) per continuare questa scandalosa farsa del processo mediatico cui è stato sottoposto il presidente Schifani.

Ergo: a che serve usare informazioni tra loro scollegate e incollate a dovere per sollevare un sospetto che mai potrà esser chiarito e nonostante questo chiedere spiegazioni ad un personaggio (seppure di caratura istituzionale) ben sapendo che da quegli non si potrà che ottenere la sua versione (ed è normale, oltre che giusto, che sia così visto che la magistratura non ha mosso un dito contro quello)?

Dunque: o ti fidi o ti fidi.

Sarà il caso che i Travaglio e i Gomez che spopolano sulla scena giornalistica, si facciano una ragione del fatto che gli uomini sono liberi ed innocenti fino a prova contraria e a condanna passata in giudicato (tre gradi!!) da parte della magistratura.

Sintetizzando la conclusione: questo è veleno. Nessun fatto!

PS: dai commenti: il Senatore

A me sembra sempre di più che Travaglio sia preda di un’ossessione. Il suo è savonarolismo duro e puro, senza senso. Pretende di avere una patente da censore, da tribuno del popolo; patente che nessuno gli ha dato. A volte sembra un giacobino rivoluzionario. Ecco, il suo habitat ideale sarebbe stata la Francia di fine ‘700, i tempi delle ghigliottine, dei sospetti, del terrore.

eccellente descrizione…

Proviamo ad usare il “metodo Travaglio”.

Cosa succederebbe se mettessi il nome di Marco Travaglio in mezzo a quelli di Michele Aiello, Totò Cuffaro, Giuseppe Ciuro e Bernardo Provenzano?
Probabilmente, pur senza sapere altro, chiunque leggesse potrebbe giustamente rabbrividire.
Il giustiziere del regime Berlusconiano, il crociato dell’antimafia, lo smascheratore dei politici amici di amici di cui non si dovrebbe essere amici, lui…accanto a mafiosi di primo piano…che ci fa?!

Già questo sarebbe sufficiente per suscitare dubbi e sospetti.
Ma è più giusto, ai fini del nostro “esperimento”, raccontare qualche fatto.
La vicenda viene raccontata su Repubblica, da D’avanzo:

8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.

Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.

Eheh…increduli?
No.
Anche Marco Travaglio ha avuto a che fare con amicizie pericolose (solo solo per il mestiere che fa…).
Ma a nessuno verrebbe in mente di chiedergli spiegazioni.
Perchè?
Beh, perchè al tempo dei fatti nessuno di quei soggetti era stato condannato per mafia e soltanto più tardi si scoprirà che ognuno di quelli era un delinquente.

Usando però il “metodo Travaglio”, lasciando quel racconto incompiuto, si potrebbe benissimo addebitargli collusioni inesistenti, ma che il sospetto renderebbe molto verosimili.

Così però non è.
Era solo un esempio.
Un modo per dire che…chiunque, perfino Travaglio, potrebbe rimaner vittima del “metodo Travaglio”.
Un metodo che stralcia un fatto dal suo contesto, si disinteressa del vero e del falso e lo ripropone ai lettori in modo che questi si ritrovino inconsapevolmente indirizzati verso una conclusione del tutto mistificata.

Ora, provate a rileggere il “caso Schifani” alla luce del “metodo Travaglio” e…
…capirete l’inconsistenza del tentativo diffamatorio!

In compenso esistono i propagandisti.
C’è Travaglio, c’è Santoro, c’è Chiesa…sono in tanti e mettere in fila tutti i loro nomi occuperebbe un server intero da alemeno 200 Giga di capienza; per non parlare delle cazzate che dicono e per le quali hanno il seguito che hanno.
Ci sono questi, dicevo, e non ci sono invece i liberi giornalisti, anzi, informatori, che si prendono la briga di smentirli.
Il perchè è presto detto: perchè non sanno come farlo.
Non fraintendetemi: non è che non possano farlo perchè il Verbo non si può confutare; piuttosto, non lo fanno perchè sarebbe troppo faticoso ricostruire le vicende per come sono successe veramente; e non lo fanno anche perchè vorrebbe dire esporsi sui media come “collusi” con quel regime che Travaglio e compagni citano ogni qual volta vengono contestati o silenziati.
Diciamoci poi la verità: non c’è nemmeno poi tanta voglia di zittire lorsignori.
In fondo, un Travaglio in trasmissione garantisce sempre ascolti con relativa pubblicità nei giorni a seguire.
E per l’audience si fa di tutto ormai!

Il problema è dunque serissimo.
La libera informazione non c’è più.
Ma a decretarne la morte sono quelli come Travaglio, sostenuti da quelli come Di Pietro, che distorcono la realtà piegandola a specifici scopi propagandistici. Che usano pezzi arbitrariamente scelti di realtà per infondere dubbi e sospetti, per alludere e diffamare o calunniare senza tema di smentita.
Perchè come dice oggi Facci nel suo editoriale scritto oggi per Il Giornale, è difficile scegliere la posizione giusta da tenere di fronte a questi novelli inquisitori.

Una cosa però è ormai certa: c’è chi confonde la libertà d’informare con la libertà di dire ciò che gli pare e di poterlo fare senza preoccuparsi di un confronto che sfuggono scientificamente.
Questa, però, ripeto, non è informazione, nè libertà, ma solo propaganda e schiavitù ideologica!