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A costo di risultare monotematico è bene tenere alta la guardia.
Paradossalmente, chi si lamenta dell’informazione asservita ai poteri è poi il primo a fare disinformazione, anzi, disinformatja usando toni e parole assolutamente fuori luogo.

E’ il caso (l’ennesimo) del dottor onorevole Di Pietro.
Leggo e riporto dal suo blog:

con l’annullamento del regime speciale 41 bis per 37 padrini della mafia, effetto di una norma-regalo che nel 2002 fece il III governo Berlusconi, la maggioranza si appresta a mantenere le promesse elettorali fatte alla criminalità organizzata. Le parole pronunciate ad un passo dalle elezioni, che non dimentichiamo, “Mangano è stato un eroe” null’altro erano che un messaggio per rassicurare la malavita organizzata sul fatto che avrebbero avuto vita facile votando Berlusconi, garantendosi così il pacchetto di voti da loro controllato.

Mi domando come si possa arrivare a tanto…

Fatto sta che da un personaggio come il leader dell’Italia dei Valori ormai ci si può aspettare di tutto.
Perfino che dimentichi la storia.

E’ convinto, l’onorevole Di Pietro, che gli annullamenti del carcere duro a diversi mafiosi di un certo livello che negli ultimi tempi hanno scandalizzato l’opinione pubblica, siano da imputare ad una “norma regalo” del 2002.
Qual è la norma in questione?
Questa: legge 23/12/2002 numero 279.
La rubrica recita: MODIFICA DEGLI ARTICOLI 4-BIS E 41-BIS DELLA LEGGE 26 LUGLIO 1975, N. 354, IN MATERIA DI TRATTAMENTO PENITENZIARIO.

In cosa consiste?
Lo facciamo dire a Wikipedia, un “must” per i dipietristi travaglini quando c’è da recuperare stralci del curriculum giudiziario di Silvio Berlusconi.

In occasione del decennale della strage di Capaci il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge che prevedeva:

  1. la proroga per ulteriori quattro anni dell’art. 41 bis (secondo comma), scadente al 31/12/2002;
  2. l’applicazione anche ai reati di terrorismo ed eversione dei regimi speciali previsti dagli art. 4 bis e 41 bis.

Ora, spieghi per favore, l’onorevole Di Pietro, come può una norma del genere esser considerata un “regalo ai malavitosi”?!

Ecco due interessanti articoli del 2002:
Repubblica del 27 settembre

In quell’occasione è il procuratore nazionale antimafia Luigi Vigna a dirsi soddisfatto di quel provvedimento del governo Berlusconi:

E’ un passo avanti nella lotta alla criminalità, le continue proroghe erano motivo di tensioni carcerarie e di messaggi inviati

Ancora.
Repubblica 22 dicembre

A norma ormai approvata, il suo carattere di “dono” ai mafiosi appare decisamente sfocato.
A protestare contro la severità della legge sono addirittura i penalisti, che si appellano al capo dello Stato.

Questo è quanto dice la Storia, che come spesso accade, smentisce Di Pietro.

Al di là delle puntualizzazioni possibili, sarebbe anche il caso di ricordare a Tonino che le sentenze di annullamento del carcere duro ai mafiosi sono opera dei magistrati e della loro discrezionalità nell’interpretare la legge al singolo caso concreto.
Il governo quindi non c’entra niente.

Altro passaggio terrificante è quello secondo cui parlare di Mangano come di un eroe sarebbe stato un messaggio alla malavita organizzata: votate per me e avrete vita facile, avrebbe lasciato intendere Berlusconi.

Mettiamo da parte quella che potrebbe risultare una inutile polemica proprio sul fatto, cioè sul senso di quelle affermazioni fatte prima da Dell’Utri e poi da Berlusconi.
La gravità delle parole usate da Di Pietro dovrebbe far riflettere anche gli intellettualoni che solitamente, guardando alle azioni di Berlusconi, parlano di “guerra civile strisciante”.

Di questo passo, l’onorevole (?) Di Pietro finirà con l’accenderla davvero la miccia…
Non si può parlare di “regime” o di “dittature dolci” e di “regali alla mafia” (inventati) e sperare che nessuno ti prenda sul serio…

Sono giorni che non se ne parla più.
Ma quando oggi, nel suo Passaparola del lunedì (si, lo seguo spesso…bisogna conoscerlo “il nemico” per affrontarlo ;-) ) Travaglio ha citato tra le varie leggi contro cui sfileranno domani in piazza lui e Di Pietro, quella proposta da Maroni sul rilevamento delle impronte digitali ai Rom, mi sono sentito in dovere di pubblicare qualcosa in merito (essendo stato un argomento su cui ho semplicemente glissato, aspettando tempi più maturi).

Avevo in mente una mia idea specifica.
No, non credo alle motivazioni razziste del provvedimento; ma convengo con molti che il ministro dell’Interno abbia agito con eccessiva sicumera politica, approcciandosi al problema sicurezza in maniera estremamente demagogica (sebbene io condivida gran parte del “pacchetto-sicurezza” approvato nel primo consiglio dei ministri napoletano), quasi a voler dare in pasto “un colpevole” all’opinione pubblica iper-incazzata con Zingari e affini (che rimangono comunque un problema) per quietarne gli eccessivi isterismi.
Trascurando quindi le polemiche scatenate dai commentatori che hanno voluto vedervi a tutti i costi un’impronta (ah ah  ;-)  ) neo-nazista, mi sembra giusto prender coscienza di una possibilità che, se valutata e gestita con estrema serietà, può diventare uno strumento di maggiore garanzia per tutti eliminando definitivamente i rischi di una ghettizzazione per pochi.

Impronte si, quindi, ma non per i soli Rom.

A tal proposito, mi piacerebbe segnalarvi e pubblicare un post scritto da una blogger che ho incrociato per caso nella blogosfera e che, nonostante spesso io non mi trovi d’accordo con le sue opinioni, mi ha stupito per la sua ottima capacità dialettica.
Sull’argomento in questione, BastianCuntrari (si fa chiamare così) ha scritto:

Una volta si presentava così.


Questa è una carta d’identità in uso agli inizi del secolo scorso: dati vergati a mano e spesso volutamente errati, come quelli riportati sul documento. La storia, curiosa, la trovate qui. A me occorreva solo un’immagine dalla quale risultasse l’assenza di un elemento al quale, sui nostri documenti d’identità, siamo ormai abituati: la fotografia.
La normativa che istituisce la nostra carta d’identità risale al 1931 (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza n°773), ma non so se, al momento della sua entrata in vigore, fosse già prevista l’apposizione della foto.

Certo è che, comunque, c’è stato un momento in cui si è passati dal documento che forniva solo i dati anagrafici del possessore a quello che permetteva di “identificarlo” anche visivamente: l’invenzione era entrata nell’ambito del riconoscimento personale.

La proposta del Ministro degli Interni, dal mio punto di vista, è errata nella sua prima ipotesi d’impiego“ai bambini rom”), ma mi trova assolutamente d’accordo sulla sostanza: rilevare a tutti le impronte digitali. Quella che vedete qui sotto è una carta d’identità del Regno di Bulgaria del 1928, e riporta anche l’impronta digitale.

Si dirà: ma era la Bulgaria! Sì, ma era anche all’avanguardia, e ha preceduto di quasi 80 anni le decisioni dell’Europa.
Il 13/12/2004, il Consiglio d’Europa ha approvato il Regolamento n° 2252/2004 relativo alle norme
sulle caratteristiche di sicurezza e sugli elementi biometrici dei passaporti e dei documenti di viaggio rilasciati dagli Stati membri. All’articolo 2 si legge che “I passaporti e i documenti di viaggio hanno un supporto di memorizzazione che contiene un’immagine del volto. Gli Stati membri aggiungono inoltre le impronte digitali in formato interoperativo.

La fesseria di Maroni è stata quella di aver focalizzato la propria attenzione, e quella dell’opinione pubblica, su di una etnìa, in barba al solito e strapazzato articolo 3 della Costituzione: abbiamo già un decreto (del 2006) istitutivo del passaporto elettronico che prevede la memorizzazione - sul chip - delle impronte digitali. Del pari le prevede la Carta d’Identità Elettronica (EIC). La Germania ha già in cantiere per questo mese la discussione di una bozza per l’introduzione della EIC con salvataggio delle impronte digitali. Sarebbe sufficiente rendere obbligatorio il possesso del documento per tutti gli ultra 11enni (ma ci sono proposte che suggeriscono dai 6 anni in su) e, per i minori di questa età, inserirli nel documento d’identità del/dei genitori o tutori: non si fa già qualcosa del genere, mi pare, con i passaporti in cui i minori sono inseriti sul documento di mamma o papà?

A me sembra solo un ulteriore progresso, la mera applicazione di elementi innovativi nei servizi demografici; tal quale fu l’introduzione della foto. Non vedo gli estremi di alcuna “schedatura”. Leggo che l’Unicef si è resa disponibile per un confronto leale e sereno, mirato al supporto di bimbi rom in programmi di scolarizzazione e integrazione: se questa è l’intenzione, per sgomberare il campo da accuse di discriminazione e razzismo, proporrei di valutare quanti piccoli rom ci sono nel campo nomadi “X” (ad esempio 100); con il supporto dell’Unicef o della Croce Rossa, resasi disponibile a dare supporto, prelevare prima le impronte digitali a 100 bambini non-rom di una scuola sul territorio, e poi ai piccoli rom.

Le impronte digitali non sono la stella di David cucita sulla giacchetta, come ho - sbagliando - ritenuto ad una prima lettura del provvedimento: ad esempio, potrebbero essere l’unico mezzo per il riconoscimento di vittime di disastri, di incidenti aerei, di catastrofi naturali. Dopo l’uragano Katrina del 2005 e lo tsunami che ha colpito il Sud-Est asiatico alla fine del 2004, una delle ulteriori tragedie che i soccorritori dovettero affrontare fu quella di decine di migliaia di bimbi, rimasti orfani, preda di pedofili e trafficanti di piccoli esseri umani (si parlò anche di traffico di organi…) che potevano tranquillamente rivendicare il proprio ruolo di genitore di chi, troppo spaventato o troppo piccolo, non ebbe la possibilità di sottrarsi a quei mostri. Credo sia necessario abbassare i toni della polemica, e iniziare a valutare, di una proposta riveduta e corretta, gli aspetti positivi.

dal blog di Bastian Cuntrari, Carta Straccia.

La parola stavolta la lascio ad un giurista affermato, già professore in diverse università italiane di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato, di Diritto Pubblico e di Diritto Pubblico Comparato.

da: l’Occidentale.

Quello che è stato chiamato il “lodo Maccanico”, e che tante polemiche ha suscitato al momento della sua presentazione prima e approvazione poi, viene ora riproposto per la sua approvazione parlamentare, sia pure attraverso la conversione di un decreto legge. E proprio sulla base della passata esperienza, che ha prodotto anche una sentenza della Corte costituzionale, si possono ora provare a svolgere delle pacate riflessioni e utili indicazioni.

Innanzitutto, c’è da dire che la norma che introduce una sorta di immunità istituzionale a favore delle cinque alte cariche dello Stato [che sono: Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Presidenti delle due Camere e Presidente della Corte costituzionale], escludendoli così dalla sottoponibilità a processi penali nel corso del loro mandato, trattasi di una misura transitoria collegata a certe prerogative di status istituzionale. I processi – qualora promossi – verrebbero così a essere sospesi per poi essere ripresi soltanto quando le alte cariche dello Stato fossero cessate dalla funzione. La disposizione, quindi, ha come obiettivo quello di tutelare l’esercizio del potere pubblico da possibili deviazioni giurisdizionali e di garantire così il prestigio delle istituzioni politiche. In tal modo, potrebbe essere consentita - come già avviene in diversi e numerosi casi - una deroga al principio di eguaglianza, di cui all’art. 3 Cost.: in quanto, la diversità di trattamento riservata alle cinque alte cariche dello Stato anziché essere un ingiustificabile privilegio personale sarebbe, piuttosto, una garanzia che sorregge la funzione ricoperta a evitare, pertanto, che si possano produrre lesioni al prestigio delle istituzioni politiche e più in generale al bene dell’intero Paese. Questa parrebbe essere la ratio della norma, che deroga al principio di eguaglianza in virtù del criterio di ragionevolezza e del bilanciamento degli interessi. Ci si è poi chiesto come una sorta di tormentone: questa regola della “immunità istituzionale”, che verrebbe introdotta con legge ordinaria, dovrebbe piuttosto essere disciplinata con legge costituzionale? Non mi pare che prevalga in modo netto e sicuro una posizione rispetto all’altra. Anzi, semmai c’è da rilevare che in quanto legge ordinaria, questa potrà essere sottoposta a referendum abrogativo (come venne fatto la volta scorsa seppure poi non effettuato) e al giudizio di costituzionalità (come avvenne la volta scorsa): si tratta di strumenti di garanzia che non potrebbero essere in pieno attivati nel caso della legge costituzionale.

Come noto, il giudizio di costituzionalità si è già manifestato con riferimento all’art. 1 della legge n. 140 del 2003 (nota come “lodo Maccanico”, espressione adoperata addirittura dalla stessa Corte nel comunicato stampa con il quale annunciava la decisione presa): ed è stato un giudizio sulla incostituzionalità della norma. La Corte, però, si è limitata a dire l’essenziale senza arricchire il suo intervento di ulteriori richiami, quali eventuali obiter dictum oppure moniti e indicazioni rivolti al legislatore. Avrebbe, poi, potuto scrivere una sentenza additiva, ovvero una interpretativa di rigetto. Scelse, e fece bene, un ragionare lineare, asciutto, che non creasse ulteriori turbative.

Cosa ha detto la Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004? Preliminarmente, va ricordato che l’ordinanza di rimessione del Tribunale di Milano non indicava solo l’art. 3 della Costituzione quale norma parametro violata dall’art. 1 della legge n. 140 del 2003; ma piuttosto si faceva riferimento anche agli articoli 101, 112, 68, 90, 96, 24, 11 e 117. La lunga elencazione degli articoli costituzionali (che si presumevano essere) violati stava lì quasi a voler dimostrare come quell’articolo di legge, a tutela delle alte cariche dello Stato, andasse a contrastare con l’impianto generale della Costituzione, relativamente sia alla prima parte dei principi fondamentali e dei diritti di libertà, che alla seconda parte relativa all’organizzazione della giustizia e al giusto processo. E’ come se il giudice a quo avesse detto: la norma sulla non sottoponibilità a processo penale a favore delle cinque cariche dello Stato non appare come in violazione (soltanto) di qualche articolo della Costituzione ma piuttosto del costituzionalismo, ovvero dell’architettura complessiva dei principi costituzionali che sorreggono l’intero impianto dell’ordinamento repubblicano. Insomma, esagerando e non poco, era come si chiedesse quasi una pronuncia che fosse degna di quella della Corte Suprema statunitense agli inizi dell’Ottocento (Marbury vs. Madison), che ha scolpito nel costituzionalismo l’idea della Costituzione come legge superiore.

A fronte di un siffatto scenario – accentuato e reso più manifesto nella ricca memoria presentata dalla parte civile, la CIR s.p.a – la Corte si è abilmente (e correttamente) sottratta dalla richiesta di scrivere una sentenza dalla portata per così dire “storica”, e si è piuttosto limitata a censurare la norma oggetto del giudizio di costituzionalità, peraltro senza sconfessare del tutto la ratio della norma stessa. Infatti: tra le prime affermazioni che si leggono nel Considerato in diritto della sentenza, dopo un’analisi delle tipologie delle sospensioni nel e del processo penale, vi è la seguente: «Ciò non significa che quello delle sospensioni sia un sistema chiuso e che il legislatore non possa stabilire altre sospensioni finalizzate alla soddisfazione di esigenze extraprocessuali, ma implica la necessità di identificare i presupposti di tali sospensioni e le finalità perseguite, eterogenee rispetto a quelle proprie del processo». E poco più avanti, la Corte afferma che quello della tutela delle cinque più alte cariche dello Stato, al fine del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche, «si tratta di un interesse apprezzabile che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale». Qui, in questo passo, è ravvisabile, a mio avviso, il sostanziale ridimensionamento della problematica così come prospettata dalla ordinanza di rimessione e dalla parte civile: non siamo, quindi, in presenza di una violazione dei principi del costituzionalismo (ovvero dello Stato di diritto, come scrive la Corte), perché la prerogativa di tutela delle alte cariche istituzionali può convivere “in armonia” con quei principi.

La questione, pertanto, si sposta, nell’argomentazione del giudice costituzionale, dal nucleo forte dei principi costituzionali all’incidenza che la norma in esame può avere «sui principi del processo e sulle posizioni e sui diritti in esso coinvolti». Ed è su questo punto che la norma risulta costituzionalmente illegittima. Per due precisi motivi, contenuti nell’art. 24 Cost.: primo, perché «l’automatismo generalizzato della sospensione incide, menomandolo, sul diritto di difesa dell’imputato», il quale se volesse veder accertata la propria innocenza sarebbe costretto a dimettersi dalla carica «rinunciando così al godimento di un diritto costituzionalmente garantito»; secondo, perché «sacrificato è altresì il diritto della parte civile la quale […] deve soggiacere alla sospensione» del processo, senza potere avere giustizia. Richiamandosi alla sua stessa giurisprudenza, la Corte conferma che la stasi di un processo per un tempo indefinito e indeterminabile vulnera il diritto di azione e di difesa, e che la possibilità di reiterate sospensioni leda il bene costituzionale dell’efficienza del processo. A ciò, volendo, si potrebbe altresì aggiungere la violazione dei principi costituzionali del giusto processo fondati, tra l’altro, sulla ragionevole durata dello stesso.

L’art. 3 della Costituzione, invece, sarebbe violato non tanto per il regime di differenziazione riguardo all’esercizio della giurisdizione, ma piuttosto perché la norma «accomuna in unica disciplina cariche diverse non soltanto per le fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni e distingue, per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai principi fondamentali della giurisdizione, i presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti». Affermazione precisa e rigorosa, che muove dall’assunto che i presidenti in questione svolgono funzioni diverse e pertanto non possono essere accomunati tra loro, e che sono formalmente primum inter pares, e quindi non possono godere di un trattamento differenziato e privilegiato rispetto ai loro colleghi, siano essi ministri o parlamentari.

La Corte non individua le ragioni dell’incostituzionalità della norma nella sua veste giuridica o nella sua natura ma esclusivamente nella sua struttura: siccome «la sospensione del processo è generale, automatica e non determinata, [allora] la questione è fondata in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione». Punto e basta.  Quindi: la ripresentazione di una nuova legge, che tenesse conto delle argomentazioni della Corte costituzionale, è perfettamente lecita e legittima. Come ebbe a scrivere Sabino Cassese (prima ancora di diventare giudice costituzionale) sul Corriere della sera del 25 gennaio 2004, «si può pensare che una durata ragionevole della sospensione [dei processi] possa risolvere anche questo problema [di incostituzionalità]. Insomma, la strada imboccata dal Parlamento non è sbarrata». Si tratta, aggiungiamo noi, di saperla tracciare in maniera lineare, senza deviazioni e complicazioni.

C’è una cosa che ancora mi sfugge dopo aver prestato orecchio a questa selva di critiche al governo sulla questione immigrazione: ma il governo ombra che ha da dire? Ce l’ha una proposta? Come intende affrontare il problema?
Ma…lo considera un problema o pensa che vada tutto bene così com’è?
Che alternative offre alle misure della maggioranza?
Perchè Veltroni non mette da parte la sua inutile demagogia e prova a dare una qualche risposta al cittadino che non si sente affatto sicuro?

Insomma: chi sta al governo del Paese è ovvio che si espone prendendosi gli onori ma anche gli oneri che una tale responsabilità implicano. Criticarlo, oltre che doveroso è pure facile. E’ pur giusto, però, che anche chi ha voluto giocare a fare il premier ombra si assuma una qualche responsabilità e si esponga per rappresentare l’alternativa.

Epperò questa alternativa per ora nessuno l’ha vista nè sentita.

Una cosa è andar dietro alle opinioni altrui (da quelle di Di Pietro a quelle del sindacato dei magistrati), tutt’altra cosa è elaborarne di proprie.

Ma questo è un difetto che era già appalesato durante la campagna elettorale, con un programma scopiazzato e arraffazzonato, con slogan “importati” e demagogia a go go…

Allora, Veltrò…che volemo fa’?

La comunità internazionale da qualche tempo sta accerchiando l’Italia con commenti autorevoli e piccati su questioni di grande risalto nel nostro Paese: immigrazione ed emergenza rifiuti.
In entrambi i casi si sono levati i soliti odiosi ditini presuntuosi per dirci che, no, così non si fa; o abbiamo visto storcere nasini raffinati che hanno avvertito un’insopportabile puzza venire dai provvedimenti che il governo Berlusconi ha indicato per affrontare il tema sicurezza e quello monnezza.

Nel frattempo, però, la “luna di miele” del Cav. col suo popolo (e non solo) è di là da finire e gli ultimi sondaggi parlano di un aumento senza pari dei consensi. Fiducia verso il premier (addirittura al 56%), ma anche verso tutta la maggioranza (che guadagnerebbe oltre 200mila voti rispetto ad aprile) e per tutto l’esecutivo col picco massimo proprio in chi sta gestendo con ferma autorevolezza le ferite più dolorose (attualmente) per il nostro paese, quel Maroni che da titolare del ministero degli interni e rappresentante leghista ha messo la firma sui decreti che vorrebero risolvere il dramma dei rifiuti campani e quello di una immigrazione incontrollata percepita con paura dalla cittadinanza.

Quindi abbiamo: un Paese che vuole risposte decise e concrete e plaude quelle finora prese dal governo nazionale; ed una comunità internazionale che da tempo viene vista con diffidenza a causa della sua incapacità di affrontare e risolvere questioni concrete che vengono nascoste dietro mille belle parole alle quali non è mai seguito niente di buono.
Il rischio, a questo punto, è che l’Europa (ma anche l’ONU) sia percepita come un ostacolo alla risoluzione dei problemi nazionali, o peggio, che sia percepita come la causa dell’acuirsi dei problemi nazionali.

E in questo caso avrebbe gioco facile la Lega che vorrebbe venisse indetto un referendum per ratificare l’adozione della nuova Costituzione Europea.
Ma con o senza il partito di Bossi è evidente che le istituzioni internazionali così come sono strutturate non funzionino affatto, ma ripropongano soltanto le divisioni dei parlamenti nazionali amplificate dalle sponde di cui godono.

Nessuno nega che possano esser fatti rilievi alle legslazioni nazionali, ma da lì ad arrivare a sostenere teorie improponibili in merito a leggi che poi esistono in tutti gli stati più civili del mondo, il passo dovrebbe essere un minimo più lungo e soprattutto più ponderato.

Per poter accogliere un immigrato bisogna prima essere in grado di poterlo integrare nel tessuto sociale del Paese che intende ospitarlo.
Per integrare un immigrato è necessario che questi possa fare una vita dignitosa e che gli sia impedito di ghettizzarsi in micro-gruppi costituiti da stranieri della stessa etnia all’interno dei quali c’è il fortissimo rischio che si crei una sorta di sotto-stato difficile da bilanciare e controllare.
Perchè una persona viva con dignità servono un lavoro e una casa, senza ritrovarsi in situazioni di schiavitù nè in abitazioni fatiscenti.
Per lavorare, chiunque, straniero o italiano, deve poter offrire le proprie competenze e mettere alla prova le sue capacità. E in ogni caso, deve prima presentarsi.
Per presentarsi, per poi cercare un lavoro, chiunque, straniero o italiano, deve essere riconoscibile.
Per essere riconoscibili servono i documenti.
Per spostarsi da un Paese ad un altro, regolarmente, servono i documenti.
Senza i documenti si è sconosciuti.
Persone sconosciute possono approfittare del loro status di anonimato per commettere crimini e generare insicurezza tra la popolazione.
Compito/dovere di uno Stato è garantire sicurezza ai propri cittadini.
Per garantire sicurezza ai propri cittadini uno Stato ha il diritto/dovere di sapere chi varca i propri confini.
Non importa che sappia anche il perchè, ma è necessario che conosca l’identità della persona che desidera entrare in Italia per parificarla poi a tutti gli altri cittadini sia nei diritti che nei doveri.
Una volta conosciuta quella persona, questa potrà essere oggetto delle dovute “cure” caritatevoli della comunità e dello Stato stesso affinchè ritrovi la dignità perduta nel suo paese d’origine o affinchè possa essere messo nelle condizioni di realizzare i suoi sogni partendo alla pari con gli altri.
Ma per essere alla pari con gli altri bisogna che lo Stato possa occuparsi di tutti.
Quando però sono in troppi e in troppi sono sconosciuti e la sicurezza è a forte rischio, allora lo Stato deve difendere i propri confini.
Accogliere perciò, a mio modo di vedere, è una cosa; lasciare la porta aperta (e basta) è tutt’altra.

Questi i motivi per cui non riterrei sbagliato se venisse introdotto il reato di immigrazione clandestina.
Questi i motivi per cui non credo siano giusti gli attacchi che il governo sta ricevendo da più parti, Vaticano compreso, sui rischi di una legge come quella che perseguirebbe gli ingressi irregolari nel Paese.
Non si tratta di razzismo o di xenofobia, ma solo di necessità di controllo e sicurezza cui si vogliono dare le risposte più ferme e decisive.

Non credo, insomma, che severità e carità siano tra di loro incompatibili.
Aiutare il prossimo va bene, ma non senza essersi prima un minimo tutelati.

Guarda un po’.
Le ultime battaglie parlamentari, dall’insediamento della nuova maggioranza si sono svolte tutte sull’onda dell’antiberlusconismo ritrovato.
E a capeggiarle è sempre stato lui: Antonio Di Pietro.
Non gliel’aveva mandato a dire, al Cavaliere: non ci infinocchi, ti teniamo d’occhio.
E mentre il PD si ammantava travestito d’agnello, l’Italia dei Valori prometteva una rigorosissima e feroce opposizione al governo Berlusconi.
Sta di fatto che fino ad ogg, al di là delle convergenze politiche tra Walter e Silvio, a ricordare al centrosinsitra che avevano perso le elezioni e che ora erano minoranza e che quindi dovevano “combattere” l’esecutivo di “testa d’asfalto”, è stato solo e sempre il mastino abruzzese.
Che non ha avuto scrupoli ad usare anche parole forti sull’operato del Premier e della sua squadra, indicando in alcuni provvedimenti l’ennesimo tentativo di legiferare ad personam.
Così sono diventate terreno di scontro politico sia la norma, inserita nel pacchetto sicurezza al primo consiglio dei ministri napoletano, sulla possibilità di patteggiare anche a processo in corso con sospensione del procedimento per dare all’imputato il tempo di valutarne la convenienza (in cui v’hanno visto un tentativo di sottrarsi al processo “Mills”); sia sull’emendamento ribattezzato “salva rete4″.

Il PD non ha potuto sottrarsi, lasciando la scena al solo Di Pietro e si è accodato.

Il problema, in tutto questo, è che a legare entrambe le “questioni” non c’è un filo politico oggettivo, bensì quell’antiberlusconismo che a fatica sembrava esser stato ricacciato nell’ombra.

Non si spiegano altrimenti le mega-polemiche su una misura di cui certamente non avrebbe beneficiato Berlusconi nè sarebbe servita a garantirgli l’immunità dai suoi processi in corso; così tutta la diatriba sul comma 3 dell’emendamento al decreto di attuazione delle direttive europee che toccava si anche il “caso Rete4″, ma che mirava più che altro ad evitare la sanzione prevista per l’Italia dalla UE.

Di Pietro però non ha voluto sentire storie.
Su Rete4 è intransigente. Deve filare sul satellite e con essa anche e soprattutto Emilio Fede.
Strano non si parli mai delle sorti di Rai3, strettamente legate al terzo canale Mediaset.

Ma tant’è.
Il delirio antiberlusconiano è talmente accecante che la maggioranza ha ora da confrontarsi non più solo con Veltroni, ma anche e prima ancora con l’indiscusso leader delle opposizioni: Tonino, l’amico di Travaglio e Beppe Grillo.

Strano (ma neanche tanto) notare come il quartetto magico (Santoro, Travaglio, Grillo e appunto, Di Pietro) detti all’unisono l’agenda dello scontro politico.
E su quello poi si adagino tutti gli altri.

Proprio sulle tv del Cavaliere e sulle relative sentenze (in ultima quella UE) perchè rete4 vada sul satellite o comunque solo sul digitale si è scatenata l’ira antiberlusconiana.

Il problema infatti non dovrebbe essere Rete4 si o Rete4 no.
Ma rimediare agli errori che lo stato va perpetrando e ribadendo da parecchi lustri ormai e ancor prima della discesa in campo di Berlusconi.

Per approfondire la questione, che non sto a riportarvi per intero, vi lascio qualche passaggio dell’articolo che Paola Liberace ha scritto in merito.

“intorno a Rete4 e Europa7 si scontrano infatti due pretese a loro modo ugualmente legittime, quelle del mercato e quelle del diritto. La giurisprudenza italiana ed europea è stata concorde nel convalidare le istanze di Francesco Di Stefano, vincitore della gara per l’assegnazione delle frequenze nel 1999. D’altro canto, non si può dimenticare che le frequenze di Rete 4 furono acquistate anni prima su un mercato, sia pure uno che aveva sopperito alla latitanza legislativa organizzandosi in proprio; e che la rete fu rilevata alle soglie del fallimento, e riportata in auge a suon di investimenti. Negare questo dato, alla base della cosiddetta “occupazione di fatto” delle frequenze, significherebbe sostenere una logica da esproprio, non da pluralismo. Che l’acquisizione berlusconiana e il successivo rilancio possano non aver fatto piacere ad altri gruppi editoriali privati (alcuni dei quali, del resto, avevano già dato prova negativa di sé nel settore televisivo), è facilmente immaginabile; e forse la maturazione di questo malcontento non è estranea all’obiezione sulla concentrazione di tre reti nelle mani dello stesso proprietario, che condusse ai pronunciamenti della Corte Costituzionale del 1988 e del 1994. Ma non va dimenticato che fu un referendum popolare, nel 1995, a dire no al limite di un solo canale per ogni operatore televisivo. E infine, le stesse istituzioni italiane (Ministero delle Comunicazioni in primis) hanno in qualche modo tenuto conto dei diritti acquisiti (nel senso economico della parola), sin dal 1999, in epoca dalemiana: e hanno reagito ai pronunciamenti delle corti con autorizzazioni, proroghe e decreti legge che contraddicevano le loro stesse precedenti iniziative.

Nulla è cambiato da allora: e nulla cambierà, malgrado le riformulazioni della maggioranza e l’ostruzionismo dell’opposizione, che troverà sempre un motivo per gridare allo scandalo. L’unica vera svolta sarà assicurata dall’avvento definitivo del digitale terrestre, che libererà una quantità di frequenze sufficienti ad assicurare la trasmissione ai vari canali, e consentirà quindi nel contempo di riaprire il mercato. Ma lo switch-off, sul quale il ministero Gasparri con l’omonima legge aveva fortemente investito, e che era stato previsto da Landolfi per il 2008, è stato poi rinviato da Gentiloni fino al 2012. E con esso, la definitiva risoluzione di un dilemma che non cesserà di offrire facile appiglio a chi vorrebbe addossare tutti i mali italiani – quelli televisivi in primis – sulle spalle di uno solo.”

Altri articoli interessanti sono questo e questo di Davide Giacalone.

Volendo sinetizzare: il problema non è Berlusconi o Rete4, ma il sistema in sè che lo Stato ha reso complicato, contraddittorio e lontano dall’esser definito pluralista; non solo: ogni volta che ha provato a metterci mano ha solo peggiorato la situazione.
Soluzione? L’avvio definitivo della tecnologia digitale e l’apertura di quella ai gruppi imprenditoriali che ne siano interessati e che siano interessati a sviluppare quel sistema garantendo il massimo del pluralismo nell’nformazione e nell’offerta all’interno del nuovo mercato!

Dai rifiuti al nucleare, si alza forte il coro di “no” che sta letteralmente paralizzando il Paese.

Non capisco: cosa vogliono?
A Napoli e in Campania nessuno vuole le discariche in cui stoccare i rifiuti di napoletani e campani.
In Italia esistono ancora pregiudiziali contro l’energia pulita prodotta con acqua e uranio, e c’è gente che preferisce stracciarsi le vesti per veder realizzato il loro sogno di “piantagioni” di pali eolici e “tappezzamenti” di celle fotovoltaiche.

Sobillati da una pletora di personaggi ottusamente schierati, ci sono migliaia di persone che si sono fatte coinvolgere dal masochismo ambientalista.
Intanto però i rifiuti sommergono Napoli e tutta la Campania soffre dello stesso dramma.
Intanto però l’Italia si accolla miliardi e miliardi di bolletta energetica ogni anno a causa della nostra incapacità di recidere il cordone ombelicale dai paesi produttori di petrolio ed energia elettrica che ci tengono praticamente per le palle.

Schierano cassonetti e sfilano con striscioni da cui traspare inequivocabile la loro risposta ad una qualunque proposta: NO!
NO a tutto.
No alle discariche; no ai termovalorizzatori; no alle centrali nucleari di ultima generazione…
Preferiscono rimanere così, a metà strada tra il sogno e la realtà impossibile.

Come si può immaginare di continuare ancora a negare il proprio benestare ai siti di stoccaggio di rifiuti che non possono esser gettati semplicemente nel Vesuvio e non se ne parli più? Perchè continuare ad accettare una situazione simile? Perchè continuare ad accettare che la camorra faccia ancora affari indisturbata in uno dei settori per essa più redditizzi? Perchè continuare ad aspettare che siano altri a risolvere i loro problemi?
E noi (altri) italiani, che dovremmo fare (o pensare)? Fregarcene? Fare anche noi come fanno i napoletani e opporci ad ogni camion che si presenti con la loro monnezza alle porte delle nostre città pulite?
Che rimangano sommersi dalle loro schifezze, allora!
Questo verrebbe da dirgli.

Oltretutto, qualcuno si preoccupi di educare il popolo campano al consumo: possibile che a fronte dell’emergenza che patiscono sono tra i primi ad accumulare il maggior numero di quintali di rifiuti?

E che dire degli anti-nuclearisti?
Anche per loro il sogno sarebbe quello di glissare la realtà e affannarsi ad inseguire le soluzioni impossibili di eolico e solare.
Preferiscono continuare a vederci alle dipendenze di paesi politicamente instabili, che sfruttano il petrolio come strumento di controllo e di ricatto verso l’Occidente; preferiscono che l’Italia rimanga stratta in assedio da Russia o Iran o Libia che per farci una mezza ripicca per ottenere più soldi possono lasciarci col culo per terra e all’adiaccio.
Non capiscono che il nucleare può essere la soluzione anche per le tante crisi politiche e militari mediorientali? Oggi la penisola arabica vive solo e soltanto di petrolio. Con tutte le conseguenze che ne derivano.
Ebbene, perchè non si capisce che solo uscendo da questa dipendenza possiamo anche evitare i conflitti che finora si sono succeduti per il predominio del controllo del mercato degli idrocarburi?

E con l’inquinamento? Come la mettiamo?
Dicono di preferire l’eolico e il fotovoltaico. E quando non c’è vento? O quando non c’è il sole?
Ma poi: lo sanno anche i bambini che per ottenere una quantità di energia sufficiente per allentare la morsa petrolifera che ci attanaglia dovremmo “piantare” pali e specchi coprendo intere regioni, intere campagne, intere montagne, rinunciando così a coltivarle per produrre alimenti o deturpando paesaggi; con la conseguenza, poi che comunque quando non tira vento e quando manca il sole (già dal tramonto quindi) dovremmo comunque affidarci ai vecchi sistemi…

Il nucleare è l’unica soluzione possibile.
Sono passati decenni dal referendum e quindi decenni dal disastro di Cernobyl, ma sono ancora in tanti ad esser rimasti suggestionati dai rischi collaterali oggi più controllabili che ieri del nucleare.
Il problema però è che, mentre “noi” discutiamo di come integrare le varie forme di approvvigionamento energetico (compreso l’eolico e il solare), c’è chi pretende solo la “sua” soluzione (assurda) negando ogni possibilità alle idee degli altri.

Pregiudizi. Sia dai napoletani, sia dagli anti-nuclearisti.
Pregiudizi. Un fronte del NO che sta paralizzando il Paese e nei confronti del quale il governo non deve assolutamente cedere.
In questo caso, come sempre dovrebbe, il bene comune viene prima degli interessi o dei pregiudizi di pochi…

Finalmente il Frattini che mi aspettavo.
Ero seriamente preoccupato: dal governo Berlusconi mi aspettavo una partenza lanciata a 365 gradi, ma dopo il travolgente inizio del consiglio dei ministri napoletano avevo la sensazione che una questione mancasse all’appello: il ruolo dell’Italia nel mondo.

Oggi, dopo le prime perplessità su Libano (nessuna revisione delle regole d’ingaggio del contingente Unifil italiano) e Dalai Lama (no ad un incontro con “sua santità” per non compromettere i rapporti con gli “amici cinesi”), il nuovo ministro degli esteri m’ha dato una bella soddisfazione.
Ha avuto il coraggio di affrontare uno dei punti cruciali della nostra politica estera: la nostra presenza militare negli scenari mediorientali. In Afghanistan, per esattezza. Eliminando, finalmente, qualsiasi pregiudiziale allo spostamento dei nostri soldati sui “fronti caldi” della battaglia per la pacificazione di quel Paese.

A costo di passare per interventista, credo sia importante capire quale sia l’orientamento (anche solo potenziale) del nostro governo all’interno dello scacchiere internazionale.
Ebbene, sapere che potremo contribuire attivamente nella lotta al terrorismo, mi rende ancor più fiero del mio Paese e allontana da me i tristi ricordi delle avvilenti discussioni circa la necessità di un ritiro immediato delle truppe in quanto non si dovesse associare il nome dell’Italia alle presunte politiche imperialiste made in USA, o quelle per la diminuzione dei finanziamenti al ministero della difesa in ossequio alle idee pacifiste dei precedenti ministri e sottosegretari del governo Prodi.

Primi passi, dunque; piccoli passi, ma sicuramente nella direzione giusta.

Che succede all’ombra del governo del Cavaliere?
Ammuina
!
Ovvero, c’è tanta, tanta, tantissima confusione.
E si capisce: la sinistra è rimasta praticamente spiazzata dalla determinazione del nuovo esecutivo.
Amarezza, oltretutto, data dal fatto che i provvedimenti adottati sono tutti più o meno condivisibili e alcuni tra quelli arrivano addirittura dalla cultura specifica di sinistra (le misure di contrasto alla mafia, la confisca e le multe per i proprietari che affittano a clandestini…).
Questo, probabilmente, il motivo per cui nel PD si son viste solo facce piene di sgomento. Tranne una, perfettamente bronzata: quella di Bersani, il ministro ombra dell’economia.
“Dovevano dire che l’ICI era già stata abolita del 40% sotto il governo Prodi”.
“Misure da quattro soldi”.
“Interventi limitati per favorire la produttività e il potere d’acquisto”.
“L’accordo sulla rimodulazione dei mutui è stato possibile grazie alla legge Bersani”.
Fino all’apoteosi: “il pacchetto sicurezza è una copia di quello Amato”.

Erano proprio necessari tutti questi puntini sulle “i”?
Ma soprattuto: gli italiani, pare, non hanno apprezzato gli interventi fatti dal governo Prodi. E un motivo ci sarà pur stato. Perchè allora, dopo la scoppola elettorale, riproporre con tanta superficialità e arroganza le stesse idee per cui si è stati presi a calci nel sedere nemmeno due mesi fa?

Sarebbe questa l’opposizione dura e senza sconti promessa da Veltroni e per cui è stato creato il governo ombra? Nessuna proposta e solo tante saccenterie.

Non che mi aspettassi molti di più, comunque…

Certo, dopo i due anni dell’apatia al governo, sarebbe bastato pochissimo per dimostrare di aver cambiato rotta.
Berlusconi, invece, come al suo solito, ha voluto strafare. E ha fatto bene.
Non solo si è distinto per l’attivismo e il decisionismo mancati in passato (non solo a Prodi), ma ha pure indicato il percorso.
Ha affrontato le emergenze (e speriamo che tutto vada per il meglio) e lanciato segnali importanti.
L’Italia deve rifiorire, risorgere dalle sue ceneri. E può farlo se combatte i suoi mali interni (leggasi crisi rifiuti campana), se si difende da chi mina le fondamenta del viver civile (leggasi criminalità, micro o organizzata che sia), se affronta con piglio deciso le sfide del prossimo futuro (ma che sono state lasciate evase già da parecchi lustri) [leggasi contrasto all'immigrazione, lettura dei flussi, salvaguardia del cittadino onesto], ma anche alleggerendo i cittadini dal peso inutile dello Stato esoso (o se vogliamo, dal peso esoso dello Stato inutile) [leggasi provvedimenti in materia fiscale].

Da Napoli sono arrivate le prime risposte a chi non chiedeva altro che un cambio di marcia, di un cambio di passo.
E Berlusconi si è comportato come il più cristallino dei fuoriclasse del pallone: un’accelerazione funambolica, ha puntato la porta e ha fatto goal. Nei cuori della gente, anche di quella più scettica.
Gli ultimi sondaggi parlano chiaro: c’è una forte aspettativa nei confronti di questo governo, ma c’è stata anche subito un’importante approvazione. C’è tanta fiducia. Che non va smarrita nè tradita.

Ora, lo Stato c’è.
Verificheremo nel Tempo se farà bene o farà male, ma intanto, siamo usciti dalle sabbie mobili.

C’era chi attendeva soluzioni forti, purchè concrete dei tanti problemi che affliggevano il Paese. E il nuovo governo non ha tardato ad iniziare a lavorare. Alla prima vera riunione di lavoro, il Consiglio dei Ministri ha tirato fuori dal cilindro decreti più e meno noti, mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale.
Altro segnale importantissimo.

Per carità, sarebbe sciocco pensare che da domani staremo tutti meglio.
Tutt’altro. Ci vuole tempo e soprattutto pazienza unita a spirito di sopportazione.
Ma sappiamo comunque che in poche ore è stato fatto più di quanto in due anni di governo Prodi era rimasto sulle labbre dei protagonisti e sui giornali con cui si voleva adescare l’opinione pubblica.

Sappiamo anche che per ogni fatto c’è un suo rovescio. La medaglia ha sempre due facce. Ma la politica consiste proprio in questo, nello scegliere quale delle due sia la migliore.
In questo caso, pugno duro contro la criminalità e l’immigrazione incontrollata; soluzioni drastiche per lo smaltimento dei rifiuti napoletani; i primi provvedimenti fiscali e gli accordi con le banche, sono la faccia più desiderabile.
Ovviamente vi sono e vi saranno dubbi e contraddizioni, ma finalmente, almeno, s’è smosso qualcosa.
E soprattutto, di fronte al bivio non si è avuta incertezza su quale fosse la strada da percorrere.

Con tanti saluti ai vecchi stra-odiati tempi…

Guido Bertolaso sarà sottosegretario ad hoc con delega ai rifiuti. I membri del governo saliranno così a 61, rendendo perciò necessaria una deroga alla “legge Bassanini” che ne prevedeva un tetto a 60.

Tant’è però. Perchè il problema non è tanto il numero dei componenti dell’esecutivo (che comunque è bene si attesti a quelle cifre e non salga ancora), ma la capacità operativa di quella pletora di personaggi che fanno parte della squadra del premier.

Se quindi l’ex capo della Protezione Civile si dimostrerà davvero utile alla causa non ci saranno problemi.

Il provvedimento.

Spiegato in poche righe suona come un piano di guerra ben congegnato. Che unisce però le necessità alle virtù. O se vogliamo, le virtù alle necessità.
Le scelte di Berlusconi attaccano ferocemente l’emergenza monnezza napoletana, ma il pacchetto d’intervento straordinario prevede anche alcuni punti indiscutibilmente strategici, strutturali (come si suol dire) e quel che più rileva, virtuosi.

Verranno aperte 5 nuove discariche.
Saranno realizzati in totale 4 termovalorizzatori.
E questo era abbastanza scontato.
Quel che invece mi ha lasciato favorevolmente impressionato è stato il fatto che il tutto sarà accompagnato da bonifiche dei siti inquinanti, dalla promessa di compensazioni ambientali e realizzazione di opere pubbliche per i comuni che accetteranno di ospitare dette discariche.
Non solo: nel provvedimento c’è anche la concreta percezione del problema camorra, che tanto incide in questa insopportabile questione rifiuti.
Sono allora previste misure forti: secretazione dei siti e militarizzazione delle discariche (nel senso che l’esercito sarà impiegato a sostegno delle forze di polizia già regolarmente impegnate sul campo); trasferimento all’antimafia delle inchieste relative ai reati ambientali e ai disordini scatenati per protesta contro il recupero e lo smaltimento della spazzatura (che sappiamo bene da chi sono pilotati).
Di più: anche dal punto di vista ecologico, sembra che il governo Berlusconi abbia preso consapevolezza che oltre l’emergenza e le misure straordinarie per fronteggiarla è necessario innescare un circolo virtuoso che impedisca il ritorno a simili drammatiche situazioni.
E questa strada passa dalla raccolta differenziata: multe per i comuni che non la attueranno; chiusura di alcuni impianti di bruciatura per sostituirli con impianti di compostaggio in cui venga effettuata una riqualificazione del materiale ivi conservato.

Impressionati?
Ve lo avevo detto…

C’è da stropicciarsi gli occhi e le orecchie di fronte ad un governo così determinato.

Ah, come sono lontani i tempi del governo dei “no” del signor(?) Pecoraro Scanio…

Per il nuovo centrodestra, questa di Napoli, è sicuramente una giornata speciale.
Quella in cui sono state date le migliori risposte possibili a tutti i detrattori del neonato governo.

Mi piace cominciare da un provvedimento che da questo Consiglio dei Ministri è uscito in sordina mentre invece meriterebbe l’onore delle prime pagine. E’ stata infatti approvata, assieme a tutto il pacchetto sicurezza, una norma che renderà più facili le confische dei beni ai mafiosi.
Spiega Maroni che la procedura sarà velocizzata dal momento che la vicenda del bene sarà slegata dall’accertamento della pericolosità sociale del reo e che in questo modo, il prefetto agirà più rapidamente dell’Agenzia del Demanio.
Con questa, poi, garantisce il ministro della Giustizia, Angelino Alfano vi sono altre sette misure (sulle 30 totali) di lotta alla mafia.

Non c’è male per un governo tacciato di essere un covo di collusi e fiancheggiatori della mafia!

Pronti via, il governo Berlusconi non intende perder tempo.
Se dalle elezioni era stato dato un preciso segnale finalizzato tutto ad un nuovo reale decisionismo, la squadra messa su da Silvio IV non ha voluto tradire le aspettative.

Da questo consiglio dei ministri napoletano appare chiara una cosa, al di là dei giudizi che si vorranno poi fare nel dettaglio delle misure scelte: le promesse elettorali sono state mantenute.

Manca solo la reintroduzione del bonus bebè, ma già così il nuovo esecutivo ha fatto un’ottima impressione.

Unica pecca: la nomina di Guido Bertolaso come nuovo sottosegretario all’emergenza rifiuti, ovvero come 61esimo membro del governo. Sforato quindi il tetto dei 60 componenti e addio alla promessa sul contenimento (che comunque rimane, e pure evidente) del numero degli “uomini del premier”.

Ma credo che la gente capirà…(solo) se serivirà (ovviamente)!

E ora che questo governo ha cominciato a lavorare sul serio, cominciamo pure a discutere sui singoli provvedimenti…

Per certi aspetti sono incredibili le parole con cui alcuni esponenti del governo Spagnolo nei giorni scorsi hanno apostrofato prima le proposte avanzate su leggi non ancora scritte per fronteggiare l’immigrazione clandestina e poi l’azione di contrasto alla criminalità eseguita nel nostro Paese la settimana appena passata.
Per altri invece, è chiaro che ci si trovi davanti ad una operazione di “soccorso rosso” nei confronti di una sinistra italiana completamente allo sbando e tenuta per le palle dall’odiato Berlusconi.

Mossa della disperazione: attaccare da subito il governo. E farlo fare dall’estero assume toni ben più autorevoli…

Razzisti, xenofobi, incompetenti…dicono che in Italia sarebbero addirittura a rischio i diritti umani…

Wè! Un moto d’orgoglio mi fa saltare dalla sedia tutte le volte che leggo simili stoltezze o le sento ai tigì!
Berlusconi o non Berlusconi, l’Italia non merita lezioni di sorta dalle verginelle di Zapatero, che oggi saccentemente si ergono sui loro piedistalli mentre ieri ne facevano di cotte e di crude attirandosi addosso gli occhi sgranati dell’intera comunità internazionale per le schioppettate che partivano dalla Guardia Civil su marocchini e senegalesi in fuga da Melilla e Ceuta e in cerca di un posto al sole della costa iberica del sud!

(ricordate? era il 2005 e questi sono i muri che Zapatero fece alzare per frenare i “flussi” migratori)

Oltretutto, dell’Italia si può dir tutto, meno che non si adoperi al rispetto dei diritti umani.
Siamo anzi così solerti nel tutelare il prossimo dagli abusi delle autorità, che addirittura ci tiriamo spessissimo la zappa sui piedi proprio nella gestione del fenomeno immigrazione.
Non ci permettiamo nemanco di accompagnare un clandestino o un criminale extracomunitario alla frontiera: prima glielo chiediamo, fidandoci addirittura che adempia a quella intimazione; poi…beh, ci pensa qualche giudice ad impietosirsi di fronte alle condizioni di disagio economico del poverello e a farlo rimanere definitivamente a piede libero nel nostro Paese. Quello, logicamente, ringrazia e si dà alla macchia.

Ma la cosa più intollerabile è doversi sentire rimproverati da chi non capisce la differenza che passa tra repressione della delinquenza (soprattutto quella legata appunto all’immigrazione clandestina) e razzismo o, peggio, criminalizzazione dello straniero.
Ebbene, sarebbe il caso di ricordare al governo Zapatero che la lotta all’immigrazione clandestina la si fa anche andando a caccia di quelli che ne hanno fatto un business.
E cortesia vorrebbe che prima si lasciassero elaborare e votare decreti o disegni di legge e poi li si valutassero anche sulla base della loro applicapibilità e capacità di incidere sul problema.

Di parole in libertà ci bastano quelle delle nostre sinistre, quelle di chi chiede la chiusura dei CPT e di chi vorrebbe finanziare a spese dello stato l’integrazione di nomadi e abusivi.

In ogni caso, è fuor di dubbio che, clandestino o regolare, straniero o italiano, prima di tutto viene la sicurezza del cittadino onesto.

Gli psichiatri, forse, servono a qualcun’altro

Must read: il Senatore!

Ma Zapatero è d’accordo? La pensa veramente come i suoi ministri? Quel Zapatero che fu il primo a chiamare Silvio Berlusconi per congratularsi della vittoria elettorale parla poco, lascia che i suoi sottoposti insultino, che si diano alla totale libertà di espressione, contro ogni regola di buon vicinato e di prudenza politica.

continua a leggere…su Richelieublog…

Oggi, sul Corrierone l’autorevole professor Giavazzi ha accusato, neanche troppo velatamente, il governo di incoerenza.
Si chiede: come si fa a promuovere il federalismo fiscale e poi cadere in contraddizione decidendo di abolire per prima una tassa che più federalista non c’è, l’ICI?
Dice: è un’imposta comunale, che resta ai comuni, con cui gli enti locali provvedono a realizzare opere infrastrutturali e roba simile. Questo comporterà quindi un aumento della pressione fiscale a livello territoriale per colmare le minori entrate.

Questo, se vogliamo discutere di economia è più che giusto.
Ma politicamente?
Onestamente, compito della politica è fare delle scelte. E decidendo si possono anche lanciare messaggi importanti alla collettività.
In questo caso, la cosa più importante non è il peso economico del taglio dell’imposta comunale sugli immobili, quanto piuttosto il valore politico che in essa si realizza.
Il principio è chiarissimo: lo Stato elimina una tassa odiosa che colpiva una proprietà, quella della prima casa, che non produce alcuna ricchezza, ma che sta alla base di una crescita della famiglia che la abita.

Lo Stato, per dirla breve, libera il cittadino di un peso ingiusto.
E questo, al di là di ogni valutazione di tipo economico è l’indicazione precisa di un percorso che si vuole avviare ed esaurire.

In un bilanciamento di interessi, da una parte quello all’esazione delle imposte, dall’altra la piena libertà sulle proprietà del cittadino, può benissimo prevalere il secondo! Anzi, deve prevalere il secondo!

Le tasse, d’altronde, sono concepibili se legate a servizi efficienti.
Non sarà un problema pagare qualche spicciolo in più per finanziare i lavori di ripianamento del manto stradale…quello si può anche accettare.
Ma intanto la nostra proprietà sarà davvero libera!

E questo vale molto di più!

Replica del Presidente del Consiglio, onorevole Silvio Berlusconi.

Grazie, signor Presidente.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho seguito con attenzione tutti gli interventi nel dibattito di ieri, qui di persona in Aula o attraverso la lettura dei resoconti parlamentari. Desidero ringraziare tutti i colleghi della maggioranza e dell’opposizione che hanno portato un contributo costruttivo.
A chi in particolare ha voluto incalzarci e quasi sfidarci sulla strada del dialogo che ho proposto, voglio rispondere subito che questo Governo accoglie questa sfida costruttiva, consapevole che proprio le difficoltà che abbiamo di fronte ci impongono un approccio nuovo, non più basato su contrapposizioni sterili e preconcette. Non è soltanto una questione di galateo parlamentare o politico, anche se a questo galateo io tengo particolarmente: è questione invece di una comune assunzione di responsabilità alla quale, nella difficile situazione in cui ci troviamo, nessuno può sottrarsi. Essere responsabili significa adoperare, prima di tutto, il buonsenso, per ricercare soluzioni quanto possibile condivise. In ogni caso, voglio ribadire con forza quanto ho anticipato nel mio intervento di ieri proprio in nome di questo stesso buonsenso: non vi sarà mai - mai! - da parte nostra un rifiuto pregiudiziale nei confronti dei contributi costruttivi che l’opposizione saprà e vorrà offrirci.
Il primo terreno sul quale dovremo ricercare le soluzioni più efficienti per una democrazia bipolare matura come quella che tutti noi sogniamo è quello delle riforme, sulle quali - lo abbiamo registrato anche ieri nel dibattito che vi è stato - sono ampi i margini di convergenza e quindi di possibile collaborazione. Ho anche notato in qualche intervento e dichiarazione un moto di sorpresa - anche positiva e cordiale - per i toni della mia relazione. Eppure, già nel 1994, nella mia prima esperienza di Governo, quando presentai qui il mio programma, cercai di essere rassicurante e di sottolineare quel che univa, in tempi in cui tutto congiurava per dividere. Ricordo anche un gesto, dettato da pura spontaneità, quando cioè andai a stringere la mano a quell’oratore dell’opposizione che si chiamava Giorgio Napolitano dopo un suo discorso nobile e pacato.
Ma per venire alla sostanza delle cose, come mi ha chiesto di fare l’onorevole Fassino nel suo intervento, che ho ascoltato con grande attenzione e che ho apprezzato, bisogna anche dire che talune delle questioni primarie su cui si dovrà decidere non ci dividono più come succedeva una volta. Lasciamo da parte il tema dei rifiuti di Napoli, la cui rimozione non è ovviamente di destra o di sinistra: è solo un atto doveroso di decenza civile.
Parliamo delle tasse, delle imposte, dei diversi gravami che rendono così difficile la crescita della nostra economia. Certo, se il tema si affronta partendo dall’ansia di far piangere i ricchi, se diventa una bandiera ideologica senza alcun senso (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia), allora è chiaro che lo spazio per una discussione limpida tra scelte diverse, ma che in alcuni casi sarebbero integrabili o componibili, si vanifica.
Ma ho ascoltato discorsi sensati anche in campagna elettorale, ad esempio dal leader del Partito Democratico: quel «pagare meno per pagare tutti», al di là dello slogan, è un concetto che ci appartiene, assolutamente condivisibile e condiviso.
Vengo ad un altro tema. Noi continuiamo a pensare che il mercato mondiale e il mercato globalizzato sia lo strumento decisivo per il funzionamento delle economie moderne e liberali, ma abbiamo riconosciuto che, per quanto riguarda anche il nostro Paese, alcuni costi della globalizzazione sono eccessivi e sono pagati prevalentemente dai lavoratori a reddito fisso e dalla classe media, comprese le piccole aziende, il commercio al dettaglio, il lavoro autonomo.

Se la cultura prevalente dell’opposizione, così come si configura oggi in questo Parlamento, non si definisce più come statalista e dirigista e non considera più lo Stato fiscale come un idolo al quale immolare sacrifici ideologici, è anche vero che noi non siamo più tributari esclusivamente della rivoluzione liberista degli anni Ottanta, e ci facciamo carico di interessi popolari diffusi che un mercato mal regolato può offendere e ferire (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia).
Non dico che tutto questo sarà sempre facile. Ci vorrà molta pazienza, molta tenacia. Ma dico che, se vogliamo davvero il bene del nostro Paese, tutto questo è indispensabile.
Faccio alcuni esempi concreti di temi sui quali probabilmente ci divideremo e di temi sui quali il dialogo potrà essere sistematico e utile. Il Ponte sullo stretto di Messina, per esempio: noi vogliamo realizzarlo, voi non lo ritenete indispensabile (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Misto-Movimento per l’Autonomia). Su questo mi sembra difficile un’intesa, però la vigilanza contro le infiltrazioni della malavita organizzata è un problema comune che possiamo esaminare e assolvere di concerto.
Oppure, ecco un altro esempio: l’onorevole Bersani non crede che si debba partire dalla detassazione degli straordinari e dei premi di produzione legati all’incremento della produttività, che è invece la nostra convinzione. Alla fine la decisione sarà presa e probabilmente non vi sarà un’intesa sul voto, tuttavia il Governo, come d’altronde l’onorevole Bersani, è assolutamente deciso a studiare e a porre in essere misure per aumentare i salari e le pensioni minime (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia).
Non abbiamo timori, non abbiamo soprattutto pregiudizi di fronte a un’opposizione che faccia proposte pubbliche chiare, definendo responsabilmente la copertura di ogni misura di spesa o di riduzione fiscale. Ed è probabile che nel mondo sindacale e nelle stesse fila dell’opposizione vi siano forze importanti favorevoli alla riforma della contrattazione che è, a mio giudizio, uno dei modi più sani, più diretti e più efficaci per sottrarre alla stagnazione la dinamica dei salari e degli stipendi, aggrediti, come sono, dal carovita.
Un’altra osservazione: non è vero - questo devo dirlo, colleghi dell’opposizione - che abbiamo creato aspettative che non saremo in grado di esaudire. È stata una campagna elettorale vivace, in molti casi assai vivace, ma io credo che la consapevolezza di uno sforzo nazionale da fare e della necessità di unire intorno a questo sforzo abbia resistito alla naturale propensione di parte degli argomenti da comizio (ed è stata, lo avete sottolineato anche voi, una campagna davvero diversa da quelle che l’avevano preceduta).
Certo è vero che i due anni di Governo presieduto dal professor Prodi hanno generato un’insofferenza diffusa e un’inclinazione alla sfiducia verso chi dirigeva il Paese, ma noi non siamo caduti nell’errore di promettere lo smantellamento sistematico e pregiudiziale delle leggi della passata maggioranza, a partire dalla costosa controriforma della nostra riforma delle pensioni che avete realizzato contro il nostro parere.

Non l’abbiamo fatto e non lo faremo.
Un altro esempio. Nel pacchetto sicurezza che stiamo ultimando per il prossimo Consiglio dei ministri ci saranno alcune misure analoghe a quelle che erano state definite dal Ministro Amato e che erano state richieste espressamente dall’onorevole Veltroni sindaco di Roma. Queste misure sono state poi cancellate con un effetto di vero smarrimento nell’opinione pubblica, colpita dal ripetersi di atroci fatti di sangue. Non escludo che alla fine nasca un dissenso sul decreto che abbiamo in animo di varare, ma una cosa è un dissenso argomentato che tiene conto anche della prospettiva comune nella lotta per ristabilire il dominio della legge sul territorio, come ieri voi avete assolutamente auspicato, un’altra cosa è fabbricare - ciò che mi auguro non accada - una caricatura propagandistica delle posizioni e delle proposte del Governo.
Su tutta l’attività di Governo poi esiste un terreno naturale di esperienza comune che è quello degli enti locali e delle regioni. Nessuno vorrà negare che in materia di sicurezza molti sindaci, anche di sinistra, hanno preso provvedimenti che vanno nella stessa direzione che intendiamo prendere noi con il nostro Governo.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, non c’è bisogno di scomodare Adam Smith per sapere che un’economia forte e libera non dipende dalla benevolenza del birraio, del macellaio, del fornaio, ma dal loro interesse. Non ho parlato e non parlo di benevolenza quando dico che esistono le condizioni per cambiare registro e per impegnarci in una grande rivalutazione della politica e del suo significato di servizio per i cittadini. È dall’interesse vostro e nostro, dall’interesse comune di una classe dirigente eletta per risolvere i problemi degli italiani che può e deve nascere un Paese più sereno, un metodo più tranquillo e limpido di discussione, un’attitudine politica sempre esigente, sempre rigorosa, sempre severa ma non disfattista e arrogante.
Lo so e noi tutti sappiamo che non sarà facile, ma siccome per natura sono un ottimista e ho sempre avuto la passione dell’ottimismo credo che se lo vorremo davvero e tutti insieme, come direbbe pacatamente e serenamente il principale esponente dello schieramento a me avverso, «se po’ fa», ce la possiamo fare (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia).
È con questo auspicio, anzi con questa certezza che chiedo la vostra fiducia.

IL SIPARIETTO DI DI PIETRO (che se la prende anche con Fini)

Vorrei dirle con il sorriso sulle labbra, signor Presidente del Consiglio, che mai avrei immaginato, di trovarmi per la seconda volta a dare un giudizio sul suo Governo. La prima volta mi è capitato quando mi ha offerto di fare il Ministro dell’interno e non ho abboccato. Poi se l’è scordato, perché lei è abituato a dimenticare, quando le cose non le fanno piacere.
Quindi, signor Presidente del Consiglio, lasci che anche oggi - con il sorriso sulle labbra, ma sempre a testa alta - le diciamo: «noi no, noi dell’Italia dei Valori non abbocchiamo!» Noi dell’Italia dei Valori non intendiamo cadere nella tela del ragno che lei, ancora una volta, sta tentando di costruire con pacche sulle spalle, come ha detto lei: «volemose bene, va’ che ce la famo». Lo dica agli altri, non lo dica a noi dell’Italia dei Valori! Infatti, noi dell’Italia dei Valori abbiamo memoria e soprattutto non intendiamo perdere la memoria.
Noi conosciamo la sua storia personale e politica e conosciamo bene anche la sua storia…
E soprattutto conosciamo bene la sua storia personale e giudiziaria e quella dei tanti…
Signor Presidente della Camera, darmi la possibilità di parlare è un suo compito.

PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, lei non è nuovo di quest’Aula e sa che è abbastanza naturale che ci sia, nei limiti…

ANTONIO DI PIETRO. Solo quando riguarda me, però.

PRESIDENTE. Ovviamente dipende unicamente da ciò che si dice…

PRESIDENTE… fermo restando che ho già invitato la parte destra dell’emiciclo a non interromperla. Prego, onorevole Di Pietro, continui.

ANTONIO DI PIETRO. Ha ragione signor Presidente della Camera, dipende da quello che si dice: non bisogna disturbare il manovratore (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico)!
Ma noi dell’Italia dei Valori conosciamo la storia anche dei suoi tanti dipendenti e sodali che si è portato in Parlamento con sé a titolo di ringraziamento per i favori e le omertà di cui si sono resi complici. Noi dell’Italia dei Valori conosciamo bene le sue bugie e la sua capacità di distorcere la verità dei fatti.

Soprattutto conosciamo bene la tela sul controllo dell’informazione e sul sistema di disinformazione che ha messo in piedi (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico). Soprattutto conosciamo la disinformazione che ha posto e ha fatto porre in essere per far credere che la colpa dei mali dell’Italia non sarebbe di chi li ha commessi ma di chi li ha scoperti.
Lei ha mentito a ripetizione nel corso della sua carriera politica e da ultimo ha fatto credere agli italiani di aver lasciato l’ultima volta il Governo con i conti in ordine, mentre invece ha truccato le carte fin quando l’Unione europea non l’ha scoperto e sanzionato, e quel povero Prodi si è dovuto far carico di far quadrare i conti e ne ha pagato le conseguenze (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo Partito Democratico - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della libertà).
Lei, signor Presidente del Consiglio, spesso - ed ancora ieri - ha detto di ringraziare e apprezzare il lavoro dei giudici. Ma va! È un falso storico, signor Presidente: lei odia i giudici indipendenti che fanno il loro dovere, a lei quei giudici fanno orrore! Lei vuole solo una giustizia forte con i deboli e debole con i forti (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della libertà)! Lei vuole solo una giustizia che fa comodo a lei, una giustizia a suo uso e consumo, e quando non le basta si fa le leggi apposta per fare in modo che la giustizia funzioni come dice lei.
Lei è in conflitto di interesse con se stesso e nulla vuole fare per risolverlo. Così ancora oggi nessuno di noi può sapere, quando decide qualcosa, se lo fa per sé o per gli altri, e quali altri poi. Lei non ci ha detto ieri come intende risolvere il conflitto di interesse, anzi ce lo ha detto con il suo silenzio: non intende risolverlo.
Lei ieri ha descritto un Paese di sogni e di balocchi, in un esercizio di equilibrismo per farci stare dentro tutti: nord e sud, poveri e ricchi, imprenditori, lavoratori e parti sociali deboli, pacifisti e guerrafondai, rigoristi e scialacquatori. Insomma, ha fatto solo un discorso furbo per cercare di imbavagliare l’opposizione. Ma noi non abbocchiamo.
Lei dice di volere il dialogo…ma noi crediamo che lei voglia un dialogo ad una voce sola: la sua. E chi non la pensa come lei è solo un qualunquista, un forcaiolo, un populista; insomma un disturbatore da isolare e condannare.
Lei dice di volere una giustizia che funzioni, lo ha ripetuto anche in questi giorni. Ma come può funzionare - di grazia - una giustizia con le leggi ad personam che si è fatto fare nella scorsa legislatura? Come può funzionare un libero mercato, che lei dice di volere, quando ci sono falsificatori di bilanci - che lei conosce molto bene, a lei molto vicini - che grazie alle leggi fatte fare da lei e dal suo Governo oggi possono stare ancora liberi in giro per l’Italia?
Lei dice che vuole combattere l’evasione fiscale, ma intanto ogni giorno se ne inventa una, nel corso del processo che la riguarda a Milano, per ritardare i tempi della giustizia che la riguarda.
Lei dice che vuole combattere la criminalità organizzata, ma la criminalità organizzata oggi si combatte prevedendo ferree leggi e decisi interventi sull’evasione fiscale, sul falso in bilancio, sulla contiguità esistente e persistente tra politica e mafia, sulla non candidabilità delle persone condannate. Se lo ricordi questo leitmotiv, perché lo sentirà per tutta la legislatura (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori). Sono tutte questioni chiave su cui lei si è ben guardato dal prendere posizione.

Certo, lei ha più volte teso la mano all’opposizione, a quell’opposizione che pensa di ingraziarsi ammiccando un po’ di più. Io non credo che il Partito Democratico, che è un partito che ha la sua storia, ha un suo passato, cadrà nel trabocchetto, né ci cadremo noi dell’Italia dei Valori.
Noi crediamo che fare opposizione vuol dire innanzitutto riscrivere la verità rispetto alle disinformazioni che lei ha portato avanti in questi anni nel nostro Paese. L’opposizione ideale che vuole lei è quella di un’opposizione morbida che non denuncia, non alza i toni, non fa battaglie anche dure per il rispetto delle regole democratiche, insomma un’opposizione di Governo. Noi questa opposizione non la faremo, né crediamo che la faranno gli amici del Partito Democratico, perché una cosa è ascoltarla, un’altra è venirle appresso.
Insomma, sappia signor Presidente del Consiglio che da oggi esiste ed esisterà un’opposizione forte, decisa e senza compromessi, fatta di critiche, ma anche di proposte costruttive, che è quella dell’Italia dei Valori.

Un’opposizione che avrà anche il coraggio e il dovere, allorché lei dovesse fare un provvedimento negli interessi dei cittadini, di votarlo, ma mai di scambiare la sua politica come una politica nell’interesse della collettività. Noi crediamo che lei abbia fatto e si sia messo a fare politica per i suoi interessi personali e giudiziari (Proteste dei deputati del gruppo Popolo della Libertà - Una voce dai banchi del gruppo Popolo della Libertà: «Vergogna!»); è questa la verità che non ci toglie nessuno. Noi non le diamo la fiducia!

Tiriamo le somme.
Direte: come, di già?! ma siamo appena agli inizi!
Vero, ma sembra che alcune cosette si possano dire non tanto sul piano dell’attuazione del programma quanto piuttosto sull’organizzazione politica interna al Parlamento.

Alla luce degli ultimi eventi, leggasi tempeste in Rai contro Santoro, Grillo e Travaglio; telefonata di Berlusconi a Veltroni prima del suo intervento a Montecitorio; e dopo il discorso di oggi del Cavaliere alle Camere, vengono immediate alcune riflessioni.

Per esempio, sappiamo che il governo avrà un interlocutore privilegiato: il Partito Democratico di Walter e il suo shadow cabinet.
Sappiamo poi che da questo governo ombra è stato escluso Di Pietro. Il quale però è stato abile a ripiegare in una opposizione lontana dai palazzi (dove comunque non può niente, visti i numeri), affidandosi a quella da farsi in TV coi vari Travaglio ed a quella di piazza lasciata all’amico predicatore Beppe Grillo.
Dei Radicali non si sa più nulla, ma tanto quelli stanno bonariamente nel recinto PD.

Chi manca all’appello?
L’UDC di Casini.
Che, come volevasi dimostrare, ancora una volta esce con le ossa rotte dallo scontro con Berlusconi.
La sua ininfluenza è ormai imbarazzante. Numericamente è inesistente; non può allearsi con alcuno a meno di tradire le belle parole usate in campagna elettorale; non conta niente più nemmeno tra i cattolici, che sanno di poter contare nel PdL di autorevoli personalità non solo nella squadra di governo.
Difficilmente, oltretutto, gli uddiccini potranno sottrarsi alle proposte della maggioranza, dal momento che molte di esse sono praticamente sovrapponibili a quelle inserite nel programma di Casini.

Una catastrofe. Per chi vuole ancora appiccicarsi un bollino da cattolico per adescare gli elettori.
Una catastrofe. Anche per chi ha decisamente sbagliato ogni valutazione politica.

E il futuro?
Onestamente lo vedo nero per Casini e per l’UDC.
O torna all’ovile. O muore.

Casini è testardo. E farà morire l’UDC!

Berlusconi ha terminato da pochissimo il suo discorso alla Camera.
Sono sinceramente colpito. Positivamente.
Dai toni ai contenuti fa percepire davvero il cambiamento del clima nel Paese e perfino all’interno delle istituzioni.
Ma la cosa più sensazionale, a caldo, è che col suo programma ha messo in totale imbarazzo le opposizioni.
E solo oggi si sente la mancanza della sinistra massimalista dal Parlamento.
Perchè senza i conservatori dell’immobilismo sociale, è ancor più evidente quanto i riformisti (di destra come di sinistra come di centro) non possano far altro che aprirsi alle proposte del Presidente.
Inappuntabili.

Di fatti, gli unici commenti nel rispetto dei ruoli suonavano tipo: “questi sono i titoli, ora vediamo lo svolgimento di questi temi”; che è un po’ come dire che non si può pregiudizialmente contrariarsi perchè sono le stesse cose che avrebbe detto l’opposizione stessa, ma che allo stesso tempo bisogna pur mantenere una parvenza di opposizione per distinguerci dalla maggioranza, altrimenti…

Uno splendido inizio.

Appena sarà pubblicato, comu