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non è reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura né si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni.

Questo era il testo della legge, (comma 5) quindi la realtà.

Questo invece, come la traduce Travaglio sul suo blog.

questo è pure “reiterabile… in caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura”. Se, alla fine di questa, Al Tappone riesce a passare da Palazzo Chigi al Quirinale, porta con sé sul Colle lo scudo spaziale che aveva già a Palazzo Chigi. Che dunque durerebbe 5 anni più 7, rendendolo auto-immune fino al 2020 quando ne avrà 84.

Paradossalmente, se facesse uccidere Napolitano per sloggiarlo anzitempo, non sarebbe punibile e potrebbe prendere il suo posto senza che nessuno possa processarlo

Ovvero:

la realtà dice che l’immunità vale per una sola volta anche se cambia la carica (a meno che non sia reiterata nel corso della stessa legislatura per quella di Pres del Cons); Travaglio invece o non sa leggere o si fa spiegare malissimo le cose e arriva a dire l’esatto contrario, ovvero che volendo Berlusconi una volta esaurito il suo mandato da Premier può rimanere immune dai suoi processi con la salita al Quirinale. Ma non è vero, non funziona così, non è così.

Vabbè…ma quante ancora ne dovremo dire per chiarire a tutti la vera natura truffaldina del Travaglio?

Dunque, appare oggi sul blog dell’onorevole Di Pietro una video intervista a Niccolò Ghedini (avvocato del Premier e parlamentare in quota PdL) che dal caso Mills frana a quello Saccà e le relative intercettazioni.
Obiettivo primario dell’intervistatore (come si evince anche dal titolo del post “non si può mentire per sempre”) è mettere in luce le contraddizioni (falsità) del deputato-rappresentante legale del Cavaliere.
Vediamo quindi quali sarebbero le bugie che avrebbe detto Ghedini e che prontamente il nostro giornalista d’inchiesta ha smascherato…

Martinelli: Perché avete vietato le telecamere di riprendere il processo, visto che riguarda il Presidente del Consiglio?
Ghedini: Ma io sarei contento che ci fossero le telecamere, anzi è il tribunale che le ha vietate.

Martinelli: Non l’avete chiesto voi?
Ghedini: Ma neanche per sogno. Mai stato, anzi sarei contento che ci fossero le telecamere.

Martinelli: Ma il dibattimento non è pubblico?
Ghedini: Il pubblico può entrare ma non consentono di riprendere. Questo secondo me è sbagliato in un processo come questo. Non sappiamo la ragione.

Proviamo a pensare quale motivo avrebbe un giudice di vietare l’ingresso alle telecamere in un dibattimento pubblico che riguarda tra l’altro un personaggio pubblico come il capo del governo, se non su pressioni da parte della difesa stessa, in questo caso da parte dello stesso Ghedini e dal suo gruppo di avvocati che difendono Berlusconi.

Ora, dubitare è lecito, ma bisogna anche poi saper dare le giuste informazioni.
La pubblicità del processo penale è assicurata dalla possibilità data a chiunque di presenziare alle udienze.
Per l’ingresso delle telecamere e di apparecchi di registrazione audio è necessaria la richiesta al Tribunale stesso che può autorizzarle o meno. Nel primo caso chiede il parere delle parti; nel secondo non è necessario chiedere niente a nessuno. In questo caso, la truppe dipietrina non avendo chiesto alcun permesso non ha potuto entrare.
Niente pressioni dunque…ma regole, semplici basilari regole di procedura.
Promemoria per la prossima volta: potrete evitare il martirio e seguire semplicissimamente le regole.

Andiamo avanti.
L’altro grande smascheramento riguarda il procedimento in cui Berlusconi è indagato per aver corrotto un senatore della ex maggioranza per far cadere il governo Prodi.

Dice il reporter:

Martinelli: L’ha detto lui al telefono, Berlusconi. Per esempio su Elena Russo cosi il senatore mi vota contro.
Ghedini: Ma no, non è assolutamente detto cosi. Le intercettazioni ce le ho tutte.

Insoddisfatto, il novello cronista giudiziario riporta al grande pubblico la trascrizione, con cui vuol mettere in luce la disonestà intellettuale dell’avvocato.
Il testo però parla chiaro:

P: con la Elena Russo non c’era più niente da fare? Non c’è modo…?
P: io stò cercando … di aver la maggioranza in Senato …

Eccola lì, la prova inconfutabile.
Epperò…epperò non è come dice Martinelli, il quale è convinto che Berlusconi abbia espressamente detto che “così mi vota contro” (il senatore della ex maggioranza).

In realtà i passaggi che anch’io ho riportato si trovano ben distanti nella trascrizione e comunque non si parla di voti.
Tant’è che Ghedini lo fa notare.

La voce di Berlusconi è una, basta che lei le ascolti e non dice assolutamente quello che lei prospetta. Mai ha detto Berlusconi “prenditi la Elena Russo e quell’altro vota cosi”. Lo escludo categoricamente.

Si dirà: è la stessa cosa, non fare il sofisticato. Eh, no…non è la stessa cosa. Soprattutto quando ci si spaccia per giornalisti e si citano fonti documentali per suffragare le proprie affermazioni. Bisogna rispettarle quelle fonti. Soprattutto in campo penale, dove si “gioca” con la libertà delle persone.
Dire, quindi, che Berlusconi ha detto “prenditi la Russo l’altro così mi vota contro” è impreciso, è scorretto e può cambiare di molto i fatti di cui si parla.

Prosegue Ghedini:

Proprio non dice affatto cosi, ma semplicemente che c’è un attrice a cui sarebbe interessato un senatore dell’allora maggioranza, tutto qui, ma non fa alcun collegamento diretto, tanto che per questo non c’è nessuna imputazione.

Il Martinelli a questo punto vuol dar prova di tutta la sua classe giornalistica.
Se fosse stato al tavolo verde si direbbe avrebbe giocato un “all in”, un “tutto quello che ho”…

E nel video appare la scritta:

[Silvio Berlusconi per questa vicenda è indagato per corruzione e tentata corruzione]

Ebbene si…questo è il giornalismo giudiziario figlio del travaglismo.
Così una persona INDAGATA finisce magicamente per esser considerata IMPUTATA.

Qualcuno dica al Martinelli che l’imputazione scatta nel momento in cui il PM esercita l’azione penale chiedendo il rinvio a giudizio.
E nel caso specifico quei fatti (passati dalla procura di Napoli a quella di Roma) sono oggetto di mere INDAGINI.
Non c’è quindi nessuna imputazione.
Al massimo un’ipotesi di reato su cui investigare, ma niente di più.

Questo articoletto di Martellini potrebbe anche esser proposto come saggio di scuola col titolo: “come ti trasformo un indagato in imputato, ovvero come ti condanno una persona prima ancora del processo”.

Si badi: non è per pignoleria che scrivo pezzi come questo, ma solo per dare un’idea della “classe” giornalistica che in Italia si spaccia per “d’inchiesta”, laddove spesso non è in grado di percepire le differenze o capire le regole delle questioni di cui tratta.

A questo si unisca l’intrinseco desiderio giustizialista di vedere tutti dentro prima di qualsiasi verdetto e il gioco è fatto.

Ad oggi però, rimane una bella figura di cacca del Martinelli, che ha voluto sputare in cielo e in faccia gli è tornato…

A costo di risultare monotematico è bene tenere alta la guardia.
Paradossalmente, chi si lamenta dell’informazione asservita ai poteri è poi il primo a fare disinformazione, anzi, disinformatja usando toni e parole assolutamente fuori luogo.

E’ il caso (l’ennesimo) del dottor onorevole Di Pietro.
Leggo e riporto dal suo blog:

con l’annullamento del regime speciale 41 bis per 37 padrini della mafia, effetto di una norma-regalo che nel 2002 fece il III governo Berlusconi, la maggioranza si appresta a mantenere le promesse elettorali fatte alla criminalità organizzata. Le parole pronunciate ad un passo dalle elezioni, che non dimentichiamo, “Mangano è stato un eroe” null’altro erano che un messaggio per rassicurare la malavita organizzata sul fatto che avrebbero avuto vita facile votando Berlusconi, garantendosi così il pacchetto di voti da loro controllato.

Mi domando come si possa arrivare a tanto…

Fatto sta che da un personaggio come il leader dell’Italia dei Valori ormai ci si può aspettare di tutto.
Perfino che dimentichi la storia.

E’ convinto, l’onorevole Di Pietro, che gli annullamenti del carcere duro a diversi mafiosi di un certo livello che negli ultimi tempi hanno scandalizzato l’opinione pubblica, siano da imputare ad una “norma regalo” del 2002.
Qual è la norma in questione?
Questa: legge 23/12/2002 numero 279.
La rubrica recita: MODIFICA DEGLI ARTICOLI 4-BIS E 41-BIS DELLA LEGGE 26 LUGLIO 1975, N. 354, IN MATERIA DI TRATTAMENTO PENITENZIARIO.

In cosa consiste?
Lo facciamo dire a Wikipedia, un “must” per i dipietristi travaglini quando c’è da recuperare stralci del curriculum giudiziario di Silvio Berlusconi.

In occasione del decennale della strage di Capaci il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge che prevedeva:

  1. la proroga per ulteriori quattro anni dell’art. 41 bis (secondo comma), scadente al 31/12/2002;
  2. l’applicazione anche ai reati di terrorismo ed eversione dei regimi speciali previsti dagli art. 4 bis e 41 bis.

Ora, spieghi per favore, l’onorevole Di Pietro, come può una norma del genere esser considerata un “regalo ai malavitosi”?!

Ecco due interessanti articoli del 2002:
Repubblica del 27 settembre

In quell’occasione è il procuratore nazionale antimafia Luigi Vigna a dirsi soddisfatto di quel provvedimento del governo Berlusconi:

E’ un passo avanti nella lotta alla criminalità, le continue proroghe erano motivo di tensioni carcerarie e di messaggi inviati

Ancora.
Repubblica 22 dicembre

A norma ormai approvata, il suo carattere di “dono” ai mafiosi appare decisamente sfocato.
A protestare contro la severità della legge sono addirittura i penalisti, che si appellano al capo dello Stato.

Questo è quanto dice la Storia, che come spesso accade, smentisce Di Pietro.

Al di là delle puntualizzazioni possibili, sarebbe anche il caso di ricordare a Tonino che le sentenze di annullamento del carcere duro ai mafiosi sono opera dei magistrati e della loro discrezionalità nell’interpretare la legge al singolo caso concreto.
Il governo quindi non c’entra niente.

Altro passaggio terrificante è quello secondo cui parlare di Mangano come di un eroe sarebbe stato un messaggio alla malavita organizzata: votate per me e avrete vita facile, avrebbe lasciato intendere Berlusconi.

Mettiamo da parte quella che potrebbe risultare una inutile polemica proprio sul fatto, cioè sul senso di quelle affermazioni fatte prima da Dell’Utri e poi da Berlusconi.
La gravità delle parole usate da Di Pietro dovrebbe far riflettere anche gli intellettualoni che solitamente, guardando alle azioni di Berlusconi, parlano di “guerra civile strisciante”.

Di questo passo, l’onorevole (?) Di Pietro finirà con l’accenderla davvero la miccia…
Non si può parlare di “regime” o di “dittature dolci” e di “regali alla mafia” (inventati) e sperare che nessuno ti prenda sul serio…

Sulla home page di Repubblica.it (alle 15,13) appare un box con due notizie che la dice lunga sulle teniche di manipolazione dell’informazione.

Eccovi l’immagine tratta dal sito:

Ora, a meno di non essere tra quelli a cui suona un po’ strana una notizia del genere, parrebbe quasi che “gli annullamenti per i boss della mafia” siano colpa dell’attuale governo, contro cui, quindi, giustamente si starebbero ribellando i giudici.
Questa l’interpretazione del pervicace accostamento di due notizie completamente scollegate tra loro e che non vedono coinvolto in alcun modo il governo nella “crisi” del 41bis (il carcere duro) ai mafiosi.

Passando con la punta del mouse sui titoletti delle notizie (che a prima vista possono sembrare una notizia unica) si scopre che in realtà rimandano a due articoli diversi.

Il primo, quello sul 41bis, in cui si spiega che sempre più boss riescono ad uscire dall’isolamento.
E il governo non c’entra assolutamente niente: il problema è tutto nella motivazione usata dai giudici del tribunale di sorveglianza: “Non è dimostrata la persistente capacità del detenuto di mantenere tuttora contatti con l’associazione criminale di appartenenza“.
I magistrati antimafia, chiedono quindi una rivisitazione dell’articolo sul carcere duro.
E’ insomma un appello al governo per migliorare una norma vigente.

Il secondo, ci informa che le toghe, anzi, il sindacato delle toghe, l’ANM, sarebbe in agitazione.
Perchè ce l’ha tanto col governo?
Perchè il governo ha deciso di tagliare gli stipendi ai magistrati.
E loro cosa fanno?
Organizzano uno sciopero, minacciando di lasciar vuote le aule.
Ma lo sapete quanti processi saranno così SOSPESI pur lasciando scorrere i tempi di prescrizione?
Impossibile dirlo, ma i solerti magistrati, quelli che in fretta e furia hanno calcolato i “costi” della blocca-processi, oggi si riguardano bene dal fare due conti e dire alle famiglie quanti e quali indiscriminati processi rischiano di perire perchè pm e giudici non vogliono vedersi diminuire gli stipendi.
Per lo meno, loro rispettano l’articolo 3 della Costituzione: scioperando sospendono sia i reati gravissimi che quelli meno gravi; così le famiglie con figli ammazzati o figlie stuprate saranno trattate ugualmente a quelle dei ragazzi malmenati dai bulletti di periferia e quelle di chi si è visto svaligiare la casa…

Insomma: è evidente che l’informazione è posta sotto regime e che Berlusconi ne è il grande burattinaio…

Da notare: Di Pietro che avvalla la sommossa dei magistrati senza nulla dire sulle possibili sospensioni dei processi dovute agli scioperi; Travaglio che nulla (ancora) ha detto sulla vicenda…

Viva l’informazione indipendente…

In poche ore, Napolitano ha confermato alcuni dubbi e certezze che anche qui su questo blog erano già stati espressi sulle questioni più attuali e a cui in molti, sempre qui, su questo blog (ma non solo), non hanno mai dato peso, anzi…, dall’opportunità di un parere costituzionale ad opera del CSM sulle leggi in approvazione dalle Camere, alla compatibilità del “lodo Schifani bis” (oggi lodo Alfano) con la Costituzione, sottolineando come dalla sentenza con cui la Corte Costituzionale bocciò la legge 140/2003 emergessero rilievi favorevoli al principio della immunità delle più alte cariche dello stato.

Ieri, infatti, il Capo dello Stato, in una lettera inviata al vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e letta durante il plenum in cui si discuteva del parere sulla “blocca-processi” ha ricordato all’organo di autogoverno della Magistratura che non può esservi “dubbio od equivoco sul fatto che al Csm non spetti in alcun modo quel vaglio di costituzionalità cui, com’è noto, nel nostro ordinamento sono legittimate altre Istituzioni”.
Esattamente ciò che si diceva QUI qualche giorno fa.

Oggi, altra doccia fredda per i più intransigenti sostenitori delle “travagliate” battaglie dipietriste a difesa di una fantomatica violazione dell’articolo 3 della nostra Carta.
Autorizzando il Lodo Alfano, infatti, Napolitano ha ritenuto che la norma che ora passerà all’esame del Parlamento, tiene conto dei rilievi espressi nella sentenza 24 del 2004 con cui la Corte Costituzionale aveva bocciato il lodo Schifani.
In pratica: la Corte non sancì che la norma di sospensione di quei processi dovesse essere adottata con legge costituzionale, giudicò inoltre “un interesse apprezzabile” la tutela del bene costituito dalla “assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche”, rilevando che tale interesse “può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale”, e stabilendo a tal fine alcune essenziali condizioni.
Esattamente come si diceva QUI qualche giorno fa.

Ora, la domanda sorge spontanea: chi aveva torto? e chi ragione?

Ai posteri l’ardua sentenza…

Il CSM si appresta a discutere la bozza del parere che eprimerà in merito alla compatibilità col dettato costituzionale della norma blocca-processi.
I relatori l’hanno già preparata e sono appena uscite le prime dichiarazioni: quella legge sarebbe incostituzionale perchè sospendere i processi viola l’articolo 111 della Carta, quello sul “giusto processo”.
Devo ammettere che quando ho letto l’ansa della notizia sono rimasto sorpreso: e io che pensavo avrebbero contestato, come tutti dicevano, l’articolo successivo, quello sull’obbligatorietà dell’azione penale.
Dunque, se quella è fatta salva si sterilizzano gran parte delle polemiche sostenute fino ad oggi su una presunta violazione dell’indipendenza della magistratura da parte del Parlamento.
Non è così.
Il problema, secondo il CSM è che così i tempi si allungano e questo è incostituzionale.

A questo punto restano da capire un paio di cose essenziali della faccenda.
Com’è che se è il parlamento a sospendere i processi quello è un atto incostituzionale perchè lede il principio della ragionevole durata di un processo, ma se a sospendere i processi (per mille motivi) sono i magistrati stessi, nei loro atti non c’è alcuna aggressione a detto principio?
Insomma: davvero si può giudicare incostituzionale questo atto parlamentare per il sol fatto che così si allungano i tempi?

Seconda riflessione.
Ma il parere del CSM non dovrebbe essere richiesto?
Se nessuno l’ha richiesto perchè il CSM si prodiga tanto nel volerlo dare?

Discutiamone.

Il Consiglio superiore della magistratura torna protagonista sulla scena istituzionale. E lo fa provando a fare una cosa – il parere, non richiesto, sulle leggi da approvare in Parlamento – che costituzionalmente non gli compete fare. Se lo fa, a dispetto della lettera della Costituzione, è perché vorrebbe tornare ad assumere un ruolo di organo di indirizzo politico-giudiziario, che è in contrasto con il disegno e l’assetto costituzionale. Quali sono i confini costituzionali del Consiglio superiore della magistratura? Ovvero, entro quale perimetro della Costituzione deve poter esercitare le sue funzioni quello che, impropriamente, viene chiamato l’organo di autogoverno della magistratura?

L’argomento non è nuovo: ci sono non solo numerosi studi della dottrina costituzionalistica ma anche un’intera vicenda istituzionale, che vide protagonista l’allora Presidente della Repubblica (e quindi del Csm) Cossiga contrapporsi a una parte del Csm (prevalentemente quella togata) proprio sulle competenze costituzionali dell’organo, e poi, a cascata, sulla predisposizione dell’ordine giorno e sulla figura del Presidente non solo formale ma anche sostanziale.

Innanzitutto, l’equivoco sul ruolo che deve esercitare il Csm nasce dalla definizione dello stesso: organo di rilievo costituzionale? O, addirittura, di indirizzo costituzionale per quanto attiene alla magistratura? Utilizzare queste formule, come pure è stato fatto e si continua a fare, vuol dire fornire al Csm uno spazio, e quindi un ruolo, che inevitabilmente finisce col tracimare costituzionalmente e connotarsi politicamente. Il Csm è organo di alta, anzi altissima amministrazione. Questa è la definizione giuridicamente corretta, e per nulla riduttiva: essa deriva dal fatto che al Csm è stato conferito dalla Costituzione un complesso di funzioni la cui natura amministrativa è indiscutibile, in quanto dotato delle sole competenze tassativamente indicate dalla Costituzione e dalle leggi attuative. E cioè, come recita l’art. 105 cost.: “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Questo, e soltanto questo, è quanto dice la Costituzione a proposito delle funzioni del Csm. Se poi la prassi ha finito con l’attribuire al Csm poteri che non gli spettano, allora vuol dire che è stata scavalcata la Costituzione. E si può aggiungere che vi è stata una prassi incostituzionale.

Vincolando il Csm alla lettera dell’art. 105 cost. e della legge istitutiva dell’organo, e quindi garantendo il suo intervento all’esercizio delle attribuzioni amministrative espressamente affidategli, non c’è davvero spazio per iniziative nei confronti di leggi varate o, addirittura, che sono ancora all’esame del parlamento. Come nel caso, di questi giorni, del parere che il Csm avrebbe voluto esprimere su di una norma che dovrebbe essere inserita nel decreto legge sulla sicurezza. A ragione di tale comportamento, si invoca la legge istitutiva del Csm del 1958, in particolare l’art. 10, comma cinque, laddove prevede che “[il Csm] dà pareri al Ministro sui disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e su ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie”.

Chiariamo subito un punto: il parere lo si dà solo se richiesto, e quindi nel caso in cui il Ministro abbia fatto espressa e formale domanda di consulenza al Csm. Non c’è motivo, infatti, di dare un parere al Ministro se questi non lo ha chiesto. E poi, si può anche ritenere che questa norma sulla (presunta) consulenza sia incostituzionale, proprio perché finisce con l’attribuire al Csm un potere non previsto dalla Costituzione né tantomeno a essa riconducibile. Non è una tesi preregrina: la sosteneva autorevolmente Enzo Caianiello, il quale così scriveva: “Già la legge istitutiva del Csm, nell’attribuirgli anche qualche funzione consultiva, è incostituzionale, essendo le sue attribuzioni tassativamente scolpite nella Costituzione, dato che questa ubi non dixit non voluit” (cfr. “Istituzioni e liberalismo”, 2005, p. 56).

Attenzione: siamo davanti ad un clamoroso caso di DISINFORMATJA, che è molto peggio della disinformazione. Non solo si tace, ma si forniscono anche false informazioni.

Chiariamo un attimo una cosa: prima di fare proclami bellicosi come quelli che stanno lanciando Di Pietro e Beppe Grillo dai loro blogs sarebbe il caso di leggere i testi delle leggi di cui si vuol parlare senza affidarsi alle sole rubriche delle norme o agli articoli apparsi sui quotidiani.

Ne avevo già parlato qualche giorno fa, sperando che anche i nostri eroi si rendessero conto del clamoroso abbaglio che avevano preso nel redigere liste di reati per i quali i processi saranno sospesi con l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza appena oggi licenziato dal Senato; niente da fare: hanno continuato a puntare tutto sull’allarmismo ingiustificato, propagandando informazioni false che inducessero nell’opinione pubblica la sensazione di trovarsi davvero di fronte ad una “porcata” fatta giusto per uno e con la quale tutti gli altri sarebbero andati a rimetterci.

Nel mezzo, un parere inesistente del Csm, le polemiche del sindacato dei magistrati, l’Anm, che produce la stessa identica lista e, per finire, l’annuncio di Berlusconi e dei suoi legali che comunque intenderanno rifiutare la sospensione del processo Mills.

Ora, veniamo alla LISTA.
E’ lunga, ma anche molto facilmente confutabile.

Innanzitutto però, andrebbe ricordato che saranno sospesi solo i processi ancora in attesa del giudizio di primo grado (su tre) istruiti per accertare le responsabilità su fatti e reati commessi PRIMA del 30 giugno 2002, in pratica 6 anni fa. Ribadiamo: dopo 6 anni ancora non si è arrivati ad una condanna (teniamo conto che la Corte di Giustizia Europea ha definito la durata del giusto processo determinandola in 4 anni, per tutti e 3 i gradi).

Partiamo.
Di Pietro, come l’ANM, dicono che con questa norma scellerata non si celebreranno (per un anno, intendiamoci: sospensione di un anno e prescrizione bloccata) i processi per i seguenti reati:

- aborto clandestino
- abuso d’ufficio
- adulterazione di sostanze alimentari
- associazione per delinquere
- bancarotta fraudolenta
- calunnia
- circonvenzione di incapace
- corruzione
- corruzione giudiziaria
- detenzione di documenti falsi per l’espatrio
- detenzione di materiale pedo-pornografico
- estorsione
- falsificazione di documenti pubblici
- frodi fiscali
- furto con strappo
- furto in appartamento
- immigrazione clandestina
- incendio e incendio boschivo
- intercettazioni illecite
- maltrattamenti in famiglia
- molestie
- omicidio colposo per colpa medica
- omicidio colposo per norme sulla circolazione stradale vietata
- peculato
- porto e detenzione di armi anche clandestine
- rapina
- reati informatici
- ricettazione
- rivelazioni di segreti d’ufficio
- sequestro di persona
- sfruttamento della prostituzione
- somministrazione di reati pericolosi
- stupro e violenza sessuale
- traffico di rifiuti
- truffa alla Comunità Europea
- usura
- vendita di prodotti con marchi contraffatti
- violenza privata

MA NON E’ DEL TUTTO VERO.

Leggendo il testo del decreto si legge invece che la sospensione NON OPERERA’ per i seguenti reati:

  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di riduzione in schiavitù
  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di tratta di persone
  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di acquisto o alienazione di schiavi
  • associazione mafiosa
  • sequestro di persona a scopo di estorsione
  • omicidio
  • estorsione
  • rapina
  • banda armata
  • tratta di armi ed esplosivi
  • prostituzione minorile
  • pornografia minorile
  • violenza sessuale (+ aggravanti 609 ter cp)
  • violenza sessuale di gruppo
  • terrorismo
  • reati addebitabili alla criminalità organizzata

Non solo.
Sarebbe doveroso far notare che alcuni dei reati indicati da Di Pietro è quasi impossibile non siano ancora giunti ad un giudizio almeno di primo grado. Per molti altri invece potrebbe essere scattato il processo per direttissima o quello con giudizio immediato. Per altri ancora la sospensione potrebbe comunque non operare perchè il reo è detenuto. Altri ancora poi andrebbero inevitabilmente verso la sospensione da parte dei magistrati perchè prossimi alla prescrizione.

Altra considerazione: la sospensione dei processi per i reati indicati da Di Pietro e qui in parte smentiti (semplicemente leggendo il testo della norma) opera solo per i vecchi reati comessi prima del 2002 e non per quelli di nuova commissione.
Quindi è del tutto ingiustificato questo allarmismo, come a far spaventare la cittadinanza facendogli credere che saranno alla mercè di criminali che non saranno perseguiti.

Insomma: c’è tanto clamore su questa norma ma pochissima sostanza motivata.
La realtà è ben diversa da quella che vogliono far credere.

A noi non resta che provare a confutare queste tesi campate in aria e strumentali alla sola lotta politica.

Per chi volesse, vi riporto QUI il link del post in cui già qualche giorno fa spiegavo la struttura del decreto in questione.

Che differenza passa tra un macellaio omicida e un macellaio truffatore?
Per l’uomo della strada praticamente fa lo stesso; ma per la Giustizia?
Una domanda non di poco conto e che non può essere inevasa, ma che anzi sta alla base della coscienza giuridica di un Paese.
Facciamo un esempio d’attualità.
Nei giorni scorsi abbiamo letto e ci siamo inorriditi venendo a conoscenza del caso della clinica “degli orrori” Santa Rita di Milano.
Lì, si diceva, per i soldi erano disposti a tutto. Anche ad ammazzare ignari pazienti, visti solo come potenziali assegni da parte dello Stato per il rimborso delle spese operatorie.
Per giorni i quotidiani hanno pubblicato intercettazioni nelle quali si evidenziavano i passaggi con cui si volevano dimostrare queste pratiche inumane.
E’ stato istintivo sdegnarsi e provare un forte conato di vomito per la bassezza cui può degenerare l’umana coscienza.
Quei medici sono diventati per tutti il volto della malvagità fatta persona, degli assassini senza scrupoli, dei macellai che vorremmo solo veder marcire in galera per tutto il male che hanno fatto e per quelle vite che hanno anzitempo spezzato…solo per avidità…
Per l’uomo della strada la sentenza è scontata: colpevoli per tutti gli omicidi di cui i media hanno parlato.
Poi però, nel suo corso, succede che la Giustizia ponga un freno a quelle accuse: il Tribunale del Riesame di Milano, accogliendo l’impugnazione della difesa, ha detto che quei macellai rimangono macellai, ma che in realtà non hanno ucciso nessuno; il nesso causale non è stato sufficientemente dimostrato in concreto, ma sostenuto in maniera eccessivamente astratta.
Che, tradotto, significa che dire che quei medici hanno anche ucciso non è vero; che non bastano delle intercettazioni per sostenere un’accusa così terribile.
Non abbiamo a che fare con dei santi benefattori luminari della medicina per i poverelli, ma è presto per sostenere che quei medici siano degli assassini.

Per l’uomo della strada, però, ormai non fa alcuna differenza. E forse non l’ha mai fatta.
Ma…per la Giustizia?
Un truffatore può essere trattato e giudicato come un assassino?
Evidentemente no.

Ammettiamo che le cose rimangano così come sono oggi: al Santa Rita hanno truffato lo Stato ed offeso l’integrità fisica di alcuni pazienti (non di tutti), ma nessuno è mai morto per colpa di quelle operazioni.
Che ne sarà di quei medici?
Saranno condannati. Due volte però: e una di queste sentenze sarà diversa e più grave dell’altra, sebbene “l’altra” sia quella comminata da chi amministra la Giustizia in nome di tutti. Colpevoli di truffa e lesioni gravissime per i magistrati; assassini per tutti gli altri.

Non che socialmente si avverta un grande divario tra i due fatti, ma resta alla base di questa vicenda un dato abbastanza allarmante: la condanna sociale arriva sempre prima di quella giudiziale e, spesso, dalla prima non si esce mai più scagionati, neanche se la seconda ridimensiona i fatti o addirittura li smentisce.

Ma allora a che servono tutte le garanzie che il nostro Diritto, nell’elaborazione secolare, ha fornito ad ogni individuo che si trovi ad avere a che fare con la Giustizia (penale), se poi queste vengono praticamente disattese nella società e nella quotidianità del popolo?

A ben vedere, sembra proprio che il grave problema che oggi rischia di compromettere il rapporto di fiducia tra il cittadino e lo Stato, inteso come Giustizia, è che a parlare di Giustizia e a maneggiare il Diritto siano in troppi e troppo incompetenti.
Così, però, vengono bypassate quelle garanzie poste dal diritto a difesa della Giustizia e dei singoli per lasciare singoli e Giustizia in balia degli umori delle piazze sollevate da stampa e media.
Così, però, la Giustizia diventa strumento nelle mani di sobillatori in cerca di fama o di politici in cerca di consenso.

Così però non è più Giustizia…

C’è poco da fare e ancor meno da dire.
Tutti giorni abbiamo la dimostrazione e la riprova di come si gridi allo scandalo per il sol fatto che a muovere le trame legislative è il Cavaliere; niente di più: diventa quasi troppo perfino appurare e giudicare nel merito una nuova legge o la novellazione di una preesistente.
Non si guarda più se una norma è giusta o sbagliata, tanto meno si accertano le sue caratteristiche di generalità ed astrattezza: no, si vanno a ricercare i punti con cui si può instillare nell’opinione pubblica il sospetto che quel provvedimento sia esclusivamente nell’interesse di uno, Berlusconi, e perciò non andrebbe adoperato.
L’ennesima prova di questo atteggiamento di cieca faziosità politica?
Si parla della stoppa-processi. Legge ad personam. Si dice…
Ma, forse non tutti sanno che…

[...] …è opportuno segnalarle che una disposizione analoga è da tempo vigente nel nostro ordinamento giuridico.

Con il decreto legislativo del 19 febbraio 1998 n. 51 è stato introdotto uno smilzo articoletto (art. 227) il quale testualmente dispone: «Al fine di assicurare la rapida definizione dei processi pendenti alla data di efficacia del presente decreto, nella trattazione dei procedimenti e nella formazione dei ruoli di udienza, anche indipendentemente dalla data del commesso reato o da quella delle iscrizioni del procedimento, si tiene conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l’accertamento dei fatti, nonché dell’interesse della persona offesa.
Gli uffici comunicano tempestivamente al consiglio superiore della magistratura i criteri di priorità ai quali si atterranno per la trattazione del procedimento e per la fissazione delle udienze
».

Con tale disposizione è stata consentita la trattazione di quei procedimenti che il magistrato, a suo discrezionale apprezzamento, ritiene «gravi o dotati di concreta offensività». Per gli altri il destino è assicurato: saranno stipati in un oscuro sottoscala all’interno di un ufficio giudiziario, in attesa dell’arrivo liberatorio della prescrizione. È stata cosi introdotta una illegittima archiviazione, mascherata con buona pace del declamato principio della obbligatorietà dell’azione penale.

Il predetto decreto legislativo porta le firme di Prodi, presidente del Consiglio dei Ministri, Flick, ministro di Giustizia, Scalfaro, presidente della Repubblica. È singolare, perciò, che nell’intervista rilasciata al suo giornale, il presidente Scalfaro non abbia fatto alcun riferimento alla disposizione suddetta. Preme sottolineare che in un Paese di democrazia liberale spetta al Parlamento individuare quali fatti assumono rilevanza penale e, quindi, quali reati debbano essere perseguiti. Appare, perciò, quantomeno eccentrico che i criteri di priorità imposti dalla disposizione summenzionata debbano essere portati all’attenzione del Csm e non del Parlamento.

Antonio Albano
ex Procuratore Generale Onorario presso la Corte di Cassazione

Sono quasi commosso…

“L’Italia fa bene a porre un freno ai suoi giudici”. E’ il titolo di un editoriale pubblicato oggi dal Financial Times sulla ‘guerra’ scoppiata di nuovo tra Silvio Berlusconi e parte della magistratura italiana dopo le ultime affermazioni del premier e le leggi messe in cantiere dalla maggioranza sulla giustizia. Nel commento dell’Ft, firmato da Cristopher Caldeweill, si prende in esame il lodo Schifani (che garantirebbe l’immunità per le cinque più alte cariche dello Stato) e si sottolinea come Spagna, Francia, Germania e la stessa Unione europea abbiano già “una qualche forma di immunità” in questo senso. Così come l’Italia aveva l’immunità parlamentare prima che fosse spazzata via dal ciclone di Tangentopoli: un periodo, scrive il quotidiano britannico, che ha aperto un quindicennio dove in Italia “i giudici hanno raggiunto un livello di potere unico in Occidente”, esercitando una sorta di “reggenza giudiziaria” sugli eletti dal popolo. Un potere che, secondo l’Ft, è “a lungo andare, dannoso per la democrazia” e che costituisce tra l’altro “uno dei motivi per i quali gli italiani non hanno più fiducia nella magistratura”.
Insomma, a volte si può “abusare” delle leggi sull’immunità, ma “lo scopo dell’immunità non è dare ‘mano libera’ agli eletti, bensì proteggere il diritto degli elettori di essere governati dalle persone che scelgono democraticamente”. E poi, si chiede il quotidiano, “le accuse contro Berlusconi nascono da una disinteressata richiesta di giustizia, oppure dal desiderio di una certa parte dell’elite italiana di rovesciare una scelta popolare che non gli piace?”. In questo senso, “l’immunità potrebbe essere il modo migliore per proteggere gli elementi democratici di un governo democraticamente eletto, specialmente in un Paese dove la magistratura è altamente politicizzata” come l’Italia. Con l’effetto di rendere i politici “meno litigiosi e più democratici”. Ed anche per quanto riguarda l’emendamento ‘blocca-processi’, ribattezzato dall’opposizione ’salva-premier’, il Financial Times osserva che potrebbe essere un modo per velocizzare i tempi lunghissimi della giustizia italiana, così “dilatori” che “contrastano con l’articolo sei della Convenzione europea sui diritti umani”. Insomma, “le acrobazie giudiziarie di Berlusconi sono invariabilmente a suo vantaggio, ma nello stesso tempo non sono solo a suo vantaggio”, perché riescono a cogliere “problemi veri”, “gravi abbastanza” da intercettare il consenso degli elettori. E qui, conclude l’Ft, sta “il genio politico” del Cavaliere.

QUI l’articolo in lingua originale.

Fino a ieri l’emendamento che prevede la sospensione di alcuni processi per un anno per avvantaggiare il disbrigo dei procedimenti più urgenti e più gravi, era visto come la pietra dello scandalo che avrebbe riattizzato lo scontro istituzionale per il sol fatto che di quella previsione legislativa avrebbe potuto beneficiare anche il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi.
Dicevo che solo fino a ieri quell’emendamento era pietra dello scandalo, perchè giusto poche ore fa è stato lo stesso Cav a promettere che non usufruirà della sospensione per il processo che lo vede imputato nel caso Mills (di cui si parla nel post più sotto).

Parole, si dirà: aspettiamo i fatti.
Benissimo.
Intanto però resta da capire una cosa: se davvero Berlusconi mantenesse fede a questa “promessa” cambierebbe il giudizio su questa norma? Insomma: sarebbe da NON considerarsi più ad personam?
Rovesciando la riflessione verrebbe da chiedersi: possibile che in Italia ormai una legge si giudica solo valutando i suoi effetti e considerando se favorisce uno in particolare tra i tanti e non come si dovrebbe invece fare considerandone la portata generale?

Ma vabbè, capisco che il tutto è funzionale allo scontro politico.
Così come funzionale allo scontro politico è l’atteggiamento della Associazione Nazionale Magistrati, aslias il sindacato della magistratura.
Le sue riflessioni pubbliche hanno un peso notevole, anche perchè si prestano alla strumentalizzazione.
Per esempio, hanno aspramente attaccato l’emendamento stoppa-processi abbozzando una polemica che, come si vedrà, ha i contorni della futile e sterile diatriba politica e di autodifesa dei privilegi connessi alla “casta”.

Vediamo.

Il Parlamento ha appena approvato, con il cosiddetto «pacchetto sicurezza» una norma che prevede la sospensione di un anno per i processi relativi ai reati meno gravi. Intento dichiarato del provvedimento è di imprimere una accelerazione ai procedimenti relativi ai fatti che creano maggior allarme sociale o danno alla comunità. L’Associazione Nazionale Magistrati ha sdegnosamente reagito, sottolineando che in questo modo saranno oltre 100.000 i processi sospesi e che qualcuno dovrà rendere conto di questo al Paese.
La scelta effettuata dalle Camere tocca quello che è considerato generalmente un pilastro del nostro sistema democratico e giudiziario, il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Obbligatorietà dell’azione penale significa questo: che se un magistrato ha notizia - in qualunque modo - della possibile commissione di un reato, non può dire «questo non è grave», «questo non è importante», «ci penso dopo», «non è opportuno infastidire chi ha commesso il fatto» e via discorrendo, ma deve dare inizio a tutti gli atti necessari per le indagini e per l’eventuale successivo processo.
Ribadiamo: è un principio importantissimo; in democrazia non si vuole che sia il magistrato a decidere chi deve essere perseguito e chi no: solo il popolo, cioè il Parlamento, è legittimato a stabilire quali siano i comportamenti delittuosi e quali, di conseguenza, vadano puniti. Benissimo, in teoria: ma, nella pratica, le cose non stanno affatto così. Quello che accade è che un magistrato dell’accusa (ovvero un Pm) alla mattina, quando entra in ufficio, si trova di fronte a - mettiamo - venti nuove notizie di reato, e lui sa che ha il tempo di occuparsi solamente di due. Quindi è costretto a scegliere, a stabilire precedenze, a rinviare, quando spesso rinviare significa rinunciare a perseguire perché nel frattempo interviene la prescrizione. Allora succede quello che nell’ordinamento democratico non deve succedere e che l’obbligatorietà dell’azione penale era nata per evitare: succede che, appunto, è il magistrato a stabilire contro quali reati procedere e contro quali no. Quando l’Associazione Nazionale Magistrati dichiara che saranno oltre 100.000 i procedimenti sospesi, dimentica che forse sono molto più i procedimenti che non vengono mai conclusi o, addirittura, mai iniziati.

Quando giudica, il magistrato non decide mai, con la sua testa, cosa sia lecito e cosa no, ma solo conclude se un comportamento vada punito o no in base a criteri che non è stato lui a formulare. Ecco allora che, per salvaguardare ciò che è importante del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, bisogna tornare alle origini, e dunque restituire al Parlamento la scelta sui comportamenti da punire o, meglio, sui reati da perseguire con precedenza sugli altri. I magistrati strepitano che si attenta alla loro indipendenza: e fanno male. Il guaio del nostro Paese non è di avere una cattiva magistratura, ma di avere una magistratura che si arroga poteri che non le competono. Personalmente, sono d’accordo con quello che ha detto recentemente alla televisione l’onorevole Ghedini, e cioè che la grande maggioranza dei giudici è competente e coscienziosa: tuttavia è anche vero, purtroppo, che la grande maggioranza dei giudici pretende di fare quel che non spetta loro di fare, spesso appellandosi al principio dell’indipendenza.
Qui vanno spese parole chiare su questa indipendenza che, rettamente intesa, è un valore sacrosanto di qualunque sistema democratico. Il giudice è e deve essere assolutamente indipendente in udienza. Lì, nessun potere al mondo può ingiungergli di assolvere o condannare, la sentenza deve dipendere solo dalla legge e dalle risultanze processuali. Anche in questo caso, sia chiaro, la totale indipendenza del giudice presuppone che non sia lui a decidere quali comportamenti, in astratto, vadano puniti o no. Il che implica che al di là dell’assoluto rispetto del suo libero (da ogni potere) convincimento nel giudizio, il giudice non può pretendere nessun’altra competenza in nome dell’indipendenza.
Aggiungiamo una postilla: dice l’Anm che qualcuno dovrà rendere conto del provvedimento che dispone la sospensione dei processi. Giusto, su questo concordiamo. Ma non mi risulta che i giudici abbiano mai reso conto a qualcuno delle loro scelte. Chi rende sempre conto al sovrano è invece il Parlamento: il quale dal popolo può essere confermato o no nella sua composizione politica attraverso libere elezioni. Perciò è bene che sia il Parlamento a prendere certe decisioni perché il Parlamento potrà e dovrà darne conto al sovrano.
Quanto ai mezzi che garantiscono attualmente l’indipendenza della magistratura bisognerà prima o poi fare un discorso finalmente meditato e non intessuto di slogan. Bisognerà chiedersi se l’attuale organizzazione sindacale dei giudici, insieme all’autonomia e le competenze esclusive del Csm, serva davvero a tutelare l’indipendenza del magistrato, come va intesa in uno stato democratico, o se finisca invece con l’esporre ogni singolo giudice alla più subdola e pericolosa sottomissione: all’ortodossia, alla mentalità, ai criteri, alle scelte politiche del proprio ordine professionale (perennemente a rischio, perciò, di trasformarsi in casta).

Francesco Cavalla
professore di Filosofia del Diritto

Prima di parlare bisognerebbe conoscere di cosa si parla.
Non sarebbe male, quindi, andarsi un attimo a leggere il testo dell’emendamento che l’opposizione proditoriamente ha ribattezzato “salva-premier“.

C’è chi preferisce definirla una norma che sospende i processi, ma si potrebbe benissimo descrivere come una norma che accelera alcuni processi in virtù della loro gravità e dell’urgenza dovuta alla prossimità della scadenza dei termini di custodia cautelare. Che in soldoni vuol dire che avrebbero precedenza quei procedimenti per i quali il presunto colpevole è già o detenuto o carcerato in via cautelativa, ma prossimo alla scarcerazione per decorrenza dei tempi. Insomma, è un po’ come dire che si vuole evitare che alcuni criminali pericolosi tornino in strada perchè la giustizia è troppo lenta per tenerli al sicuro dietro le sbarre.

Andiamo però a vedere nel dettaglio come funziona.

Viene data priorità assoluta alla trattazione dei procedimenti di cui all’articolo 132-bis del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271 (ovvero quelli per i quali stanno per scadere i termini di custodia cautelare), nonché dei procedimenti da celebrarsi con giudizio direttissimo e con giudizio immediato.
La conseguenza diretta di questa scelta è che i processi penali relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 che si trovino in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare (quindi ad azione penale già esercitata) e la chiusura del dibattimento di primo grado, sono immediatamente sospesi per la durata di un anno.

Nel frattanto, il corso della prescrizione rimane sospeso durante la sospensione del procedimento o del processo penale. La prescrizione riprende il suo corso dal giorno in cui è cessata la sospensione.

Nel processo sospeso, ove ne ricorrano i presupposti, il giudice può comunque provvedere ai sensi degli articoli 392 e 467 del codice di procedura penale, ovvero può promuovere l’incidente probatorio così come integrare il fascicolo per il dibattimento attraverso gli atti urgenti e non rinnovabili di cui ha necessità di disporre.

Per quanto riguarda invece la parte civile costituita, essa può trasferire l’azione in sede civile. In tal caso, i termini a comparire sono abbreviati fino alla metà, e il giudice fissa l’ordine di trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all’azione trasferita.
Quindi non è vero che la parte civile finirebber col soccombere o per vedersi ritardata la giustiziabilità del caso a causa della sospensione in atto nel procedimento penale.

Ora vediamo invece per chi NON OPERA la sospensione:

  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di riduzione in schiavitù
  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di tratta di persone
  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di acquisto o alienazione di schiavi
  • associazione mafiosa
  • sequestro di persona a scopo di estorsione
  • omicidio
  • estorsione
  • rapina
  • banda armata
  • tratta di armi ed esplosivi
  • prostituzione minorile
  • pornografia minorile
  • violenza sessuale (+ aggravanti 609 ter cp)
  • violenza sessuale di gruppo
  • terrorismo
  • reati addebitabili alla criminalità organizzata

Inoltre, al fine di assicurare la priorità assoluta alla trattazione dei procedimenti di cui al comma 1, il Presidente del tribunale può sospendere i processi quando i reati in essi contestati sono prossimi alla prescrizione e la pena eventualmente da infliggere non sarebbe eseguibile ai sensi della legge 31 luglio 2006, n. 241. (un po’ quello che prevedeva la Circolare Maddalena approvata dal CSM)

MA: l’imputato può richiedere al Presidente del tribunale di non sospendere il processo. Il Presidente del tribunale, valutate le ragioni della richiesta, le esigenze dell’ufficio e lo stato del processo, provvede con ordinanza.

9. L’imputato o il suo difensore munito di procura speciale e il pubblico ministero possono formulare la richiesta di cui all’articolo 444 del codice di procedura penale (apllicazione della pena su richiesta delle parti = PATTEGGIAMENTO) entro tre giorni dalla notifica o nella prima udienza utile successiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, anche nei processi nei quali, alla data di entrata in vigore della presente legge, risulti decorso il termine previsto dall’articolo 446 comma 1 del codice di procedura penale e sino alla dichiarazione di chiusura del dibattimento. La richiesta può essere formulata anche quando sia stata già presentata nel corso del procedimento, ma vi sia stato il dissenso da parte del pubblico ministero ovvero sia stata rigettata dal giudice, e sempre che la nuova richiesta non costituisca mera riproposizione della precedente.

Insomma: non saranno sospesi, come taluno paventava, processi relativi ad estorsioni o violenze sessuali, ma anzi, ad essi sarà data la massima priorità. E avranno priorità in virtù della gravità espressa da quei reati e del fatto che sono o prossimi alla scadenza dei termini per tenere in carcere il presunto reo o perchè prossimi alla conclusione del dibattimento.
Le parti civili vengono in ogni caso tutelate durante la sospensione dei procedimenti penali.
Gli imputati, poi, potranno o patteggiare (ammettendo la loro colpevolezza) o chiedere che la sospensione venga revocata (motivandone il motivo) e arrivare dunque comunque a giudizio.

E’ davvero una norma così sbagliata?

No!
Ma siccome in Italia tutto gira intorno a Berlusconi, ecco che se una qualunque legge, seppur giusta, finisce per toccare anche l’imputato Silvio Berlusconi, allora questa sarà da cestinare. Con buona pace del dialogo e della ragionevolezza della politica.
In pratica: non si possono più fare leggi che si possano applicare alla generalità delle persone, ma bisogna cominciare ad elaborare leggi che NON si applichino ai singoli e in particolare a Berlusconi.
Si, perchè siccome anche il Presidente del Consiglio vedrebbe così sospendersi per un anno il processo Mills per cui è inquisito d’aver pagato un avvocato inglese per rendere false testimonianze in altri due processi conclusisi con l’assoluzione del premier, allora l’emendamento di cui vi ho poco sopra tradotto il testo non può nemmeno più esser discusso, tant’è che l’opposizione si rifiugia sull’Aventino e si sottrae al dialogo sul merito affossandolo su mere questioni di faziosità politica.

Volendo ricapitolare…
Sospendere un processo a Berlusconi è sbagliato, quindi non si fa niente neanche per nessun’altro.
Con buona pace del fatto che sospendere non vuol dire nè azzerare nè annullare un processo che tale e quale riprenderebbe al termine dei tempi di sospensione.
Ma la paura di una nuova legge ad personam (?) è troppa, ergo, che tutto rimanga com’è finchè Berlusconi non viene condannato.
Già, perchè non si prende neanche in considerazione l’ipotesi che il tutto potrebbe finire con una assoluzione.
E ci si dimentica di essere innamorati della Costituzione quando essa dice che non si può esser considerati colpevoli fino all’ultimo grado di giudizio.
No, non vale.
Ora bisogna pensare al lodo Schifani bis.
A chi importa se una norma simile c’è anche in Francia ed in altri paesi del mondo?
A chi importa se anche la Corte Costituzionale giudicò legittima la ratio di una legge che proteggesse le più alte cariche dello stato per il periodo in cui governano le istituzioni più importanti del Paese?
A chi importa che si tratti sempre e comunque di una sospensione e non di una cancellazione del processo.
No, Berlusconi va processato perchè in quanto Pres del Cons è diverso dal cittadino comune.
Ma come…ma la legge non doveva essere uguale per tutti?
Evidentemente no. Non per Berlusconi.
Al che la domanda: se quello di Berlusconi deve esser giudicato un fatto grave (o più grave, al punto da essere almeno equiparato ad un omicidio o roba simile0) proprio per la qualità dell’imputato, allora si dovrebbe riconoscere che quella qualità lo rende diverso da tutti gli altri imputati “semplici” (chiamiamoli così) finendo per confermare come non possa violare il principio di uguaglianza una eventuale legge sul modello del lodo Schifani; sbaglio?
Al contrario, se Berlusconi è uno come tutti gli altri, allora non vedo perchè polemizzare sul fatto che anch’egli possa usufruire della sospensione di un suo processo MENO grave di altri per i quali è prevista una pena ben più severa.
E siamo esattamente al punto di partenza.
Il problema è che c’è sempre qualcuno che si disinteressa delle questioni nel merito per il sol fatto che agisce con una presunzione di colpevolezza di Berlusconi, che vorrebbe al patibolo una volta per tutte.

Nessuno mai, di quelli, che però tenesse conto di come a volte anche la magistratura possa rappresentare un fattore o un pericolo alla stabilità politica del Paese.

Nessuno si chiede cosa succederebbe se Berlusconi dovesse subire una crisi di governo sulla base di una sentenza di primo grado assolutamente sbagliata e per questo ribaltata, tra chissà quanti anni, dall’appello e poi dalla Cassazione.

Beh, io me lo chiedo. E non solo per l’oggi, ma anche per il futuro…

E a chi sostiene che una persona come Berlusconi non dovrebbe poter essere eletta, beh, si ricordi che ad oggi PUO’ e che gli italiani lo hanno fatto numerosissimi per ben 3 volte.
La Costituzione vale sempre e per tutti o solo a volte e per taluni?

UPDATE: il Paese Reale non segue travaglini e dipietrini…

A qualcuno non piace la norma che sospende per un anno alcuni processi per avvantaggiare lo smaltimento di pratiche urgenti di procedimenti relativi a reati di assoluta gravità, come quelli per cui è previsto l’ergastolo od una pena superiore ai 10 anni e tutti quelli legati a mafia, terrorismo e criminalità organizzata.
Dicono favorisca anche Berlusconi, perciò si trasforma automaticamente in una legge ad personam. Quindi non s’ha da approvare.
A questo punto resta da capire in che modo un simile provvedimento possa avvantaggiare il Cavaliere nei suoi processi.
A pensarci bene, nessuno lo sa. Che favore potrebbe ricavare il premier dal veder sospeso per un solo anno il procedimento che lo vede coinvolto nel caso Mills senza che vengano nemmeno intaccati i termini di prescrizione? E’ vero o no che fra un anno esatto il processo riprenderebbe esattamente da dove è stato lasciato un anno prima senza che nulla sia cambiato?
Ed è vero o no che nel frattempo tutta una serie di processi contro malavitosi e criminali pericolosi avrebbero ricevuto una forte accelerazione essendo stati posti tra le priorità di giudizio negli uffici della magistratura?
Beh, sebbene la domanda sembri retorica e contenga in sè già la risposta, diciamolo comunque: NO! non cambia niente per Berlusconi perchè non gli assicura alcun vantaggio. SI! fra un anno, a legislatura ancora in corso, tutto ripartirebbe dallo stesso punto lasciando il Cavaliere sulla graticola mediatico-giudiziaria imbastita da certa magistratura e certa opposizione. E…SI! nel frattempo processi importanti verrebbero celebrati con priorità assoluta su tutti gli altri.

Difficile allora parlare di una vera e propria legge ad personam.
A meno che, non si voglia bocciare qualunque legge, sebbene impostata sulla generalità delle persone, per il sol fatto che riguarderebbe anche Berlusconi. Che sarebbe quanto ribaltare ogni principio di diritto sulla elaborazione di qualsiasi provvedimento legislativo.
In soldoni: Berlusconi non può esser la cartina di tornasole per qualunque legge il governo voglia approvare. Se una norma può esser giudicata valida ed efficace non può ricevere ostruzionismi politici di questo tenore.

Altre critiche agli emendamenti del pacchetto sicurezza sono state avanzate circa due aspetti:
dicono che se Napolitano avesse avuto sotto mano fin da subito quel testo non lo avrebbe approvato.
Domanda: perchè? Non risponde forse ad esigenze di urgenza anche la proposta di impostare delle priorità nella celebrazione di taluni processi che riguardano reati gravissimi e che da troppo tempo sono fermi a causa di casi meno importanti?
Non solo: dicono che così si violi il principio dell’azione penale obbligatoria proprio della magistratura, e quindi non si rispetti l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario.
E’ davvero così?
Ovviamente no.
Gli emendamenti agirebbero su quei processi per i quali è già stata esercitata l’azione penale, essendo praticamente già istruiti.

Ma se allora stanno così le cose, perchè azzardare critiche campate letteralmente in aria?
Non si tratta quindi di uno scontro tra poteri dello stato, ma di un molto più bieco scontro politico che investe anche alcuni settori politicizzati della magistratura.
La quale a volte ha memoria corta.
Infatti è lo stesso CSM ad aver elaborato la cosiddetta “circolare Maddalena” del procuratore di Torino con la quale si prevedeva addirittura il blocco in procura di certi processi impedendo così dall’interno (diciamo) l’esercizio dell’azione penale in specifici casi.

Insomma, polemiche veramente sterili e vaque. Ma soprattutto fondate su ipotesi false e sbagliate.

Non sarebbe più costruttivo invece fermarsi a riflettere e chiedersi se quelle norme siano giuste al di là di Berlusconi?

Alzi la mano chi sapeva che tre giorni fa erano state depositate le motivazioni per cui la Corte di Cassazione ha definitivamente assolto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dalle accuse di aver corrotto i giudici romani per ottenere l’acquisizione della società alimentare SME.

Immagino sarete in pochi.
Domanda: perchè?

Evidentemente certe notizie sono meno importanti di altre.
Altrimenti come avrebbero fatto a rivolgersi a Berlusconi ancora come ad un “privato corruttore”?

Eppure la sentenza parla chiaro: assolto perchè le prove dedotte in processo dall’accusa non hanno in alcun modo fugato ogni ragionevole dubbio.
Perchè, mi chiedo, i nostri pasdaran dell’informazione non hanno fatto parola di una notizia così importante, soprattutto oggi dove la cronaca politica propone e ripropone i vecchi teoremi giudiziari contro il premier?

Sarebbe questa l’informazione che ha timore d’essere imbavagliata?

Andiamo oltre.
Altra notizia di oggi è il “licenziamento” dalla magistratura di quel giudice, diventato pm una volta trasferitosi a Milano, che aveva impiegato 8 anni per depositare le motivazioni di una sentenza relativa ad un processo che vedeva imputati, a Gela, diversi boss della mafia siciliana che sono presto tornati in libertà proprio a causa di questa negligenza.
Un’ottima notizia.
Da qui però la domanda: davvero la magistratura non può essere criticata come si vuol far credere in questi giorni, paventando il rischio di una ingerenza che ne diminuisca l’indipendenza?
E poi: ma non era Berlusconi ad essere il “garante dei mafiosi”?
Lo chiedo perchè dei tanti che stra-parlano di Berlusconi come del “garante dei mafiosi”, appunto, poi nessuno riesce nemmeno a citare o riuscire a citare una legge nè un caso che fosse uno in cui si siano aperte le porte del carcere o un processo sia stato cancellato con la complicità di un provvedimento del governo dell’attuale presidente del consiglio, ma guai a toccargli la magistratura, che idolatrano a-criticamente.

Dubito troverete commenti del genere sui blogs di Travaglio o di Di Pietro.
Troverete invece che quegli stessi campioni dell’informazione italiana continuano a parlare come nulla fosse successo, usando gli stessi stereotipati ed inflazionatissimi teoremi calunniosi che cavalcando l’antiberlusconismo hanno il solo scopo di allargare il bacino elettorale per uno e far schizzare le vendite di libri e la fama per l’altro.

In ogni caso, quelle persone che sono dedite allo sputtanamento becero e spesso realmente ingiustificato, sbandierano spauracchi per annichilire il confronto civile e spostare le idee sul campo di battaglia ideologico, fregandosene davvero dell’informazione.
Altrimenti, già in questi giorni avremmo avuto le prove dell’onestà intellettuale di quelli che nonostante tutto, invece, non chiedono mai scusa!

C’è una truffa ai danni della pubblica amministrazione.
Ci sono degli omicidi.
Si tratta di fatti che creano un forte allarme sociale.

I requisiti ci sono tutti, ma ancora c’è qualcuno che pensa che con la nuova normativa (se venisse approvata così com’è uscita dal consiglio dei ministri, in blocco) casi come quelli della clinica Santa Rita di Milano rimarrebbero imperseguibili.

E’ una balla colossale anche per un altro motivo: tutta l’indagine non è scaturita da intercettazioni, che ovviamente dal nulla non possono partire, ma dalle segnalazioni di pazienti che si erano ritrovati a patire pene peggiori a quelle per le quali si erano fatti ricoverare; da lì sono scattati i controlli su numerosi documenti. Le spiate telefoniche sono arrivate solo in un secondo momento e hanno semmai confermato sospetti.

Perfino i reati finanziari che Di Pietro teme non saranno più scoperti, continueranno a venire alla luce.
Per il semplice fatto che un indagine non ha mai nè può avere origine da una intercettazione, la quale per essere accordata ha bisogno d’esser motivata e quindi ciò non può che avvenire in un secondo momento rispetto alla presa di conoscenza della notizia di reato nonchè delle prime indagini investigative.

Sul blog dell’ex pm di mani pulite ci sono poi altre imprecisioni.

In particolare: al punto UNO Di Pietro si lamenta che con questa norma non saranno più intercettabili reati come il faslo in bilancio, la truffa aggravata ai danni dello stato nonchè l’evasione fiscale.
Beh, a rigor di logica neanche prima sarebbe potuto accadere, visto che la vecchia legislazione sulle intercettazioni le prevedeva per reati con pena edittale nel massimo non inferiore a 5 anni e tutti quei reati erano sanzionati in maniera più lieve. Tranne la truffa aggravata, che però è del tipo quella commessa da Gustavo Selva che se ne andò scarrozzato da un’ambulanza per scopi privati.

Sul punto DUE si può anche esser d’accordo. Effettivamente la scelta di affidare a ben 3 giudici il giudizio d’autorizzazione delle intercettazioni appare un inutile aggravio di spesa e di tempo per questo strumento d’indagine.
Detto questo, pare però rispondere alla necessità di rendere più “difficile” abusare delle intercettazioni e in 3 sono molto meno influenzabili che uno solo.

Punto TRE: il fatto che le intercettazioni non possano essere usate come PROVA in un altro procedimento è sacrosanto. Non è però escluso che esse vengano usate come notizia di reato e da lì possano scaturire nuove indagini e magari anche la richiesta di nuove intercettazioni. Ergo: il problema, in realtà non sussiste ed è solo capzioso.

Punto QUATTRO: è un principio garantista quello di tutelare l’onorabilità di una persona fino almeno al primo grado di giudizio. Chi dovrebbe occuparsi poi di decidere cosa è giusto o meno che l’opinione pubblica sappia o non sappia non è dato saperlo. C’è inoltre un falso nelle argomentazioni dell’ex pm e leader dell’IdV: nel caso la procura indagasse la stessa persona su due reati saremmo in presenza di uno dei casi in cui le inchieste potrebbero venire avocate dal Procuratore perchè è evidente trattasi di procedimenti CONNESSI.

Punto CINQUE: su mafia e terrorismo son state dette solo PAROLE. E’ del 2001 una legge che estende l’uso delle intercettazioni preventive. E fino ad oggi tutto è andato alla grande!

Ricapitoliamo un secondo: il ministro parla di eccesivi costi delle intercettazioni. Dice che ammontano ad un terzo delle spese della giustizia.
Si sbagliava. O meglio, ha sbagliato perchè è stato impreciso. Avrebbe dovuto invece chiarire che si trattava di un particolare capitolo del bilancio della Giustizia.
I 7,7 miliardi di cui parlano sia Bonini che Ferrarella nei loro editoriali, infatti, si riferiscono alle spese complessive del ministero, ovvero dagli stipendi degli addetti ai lavori della macchina giudiziaria (per intendersi da quello per il presidente della Corte Costituzionale fino al portiere del Tribunale di Canicattì), alla manutenzione delle carceri, fin’anche alle intercettazioni. Le quali rientrano nel più “ristretto” capitolo delle Attività Giudiziarie. Cioè quel “conto” cui possono attingere i magistrati per effettuare indagini e quant’altro per assicurare alla giustizia criminali d’ogni specie e rango.
Ebbene, quest’ultime spese per le Attività giudiziarie ammontano ad oggi, circa ad 800 milioni.
Di questi, quasi 230 milioni vengono spesi per le intercettazioni. Alias, un terzo di quel bilancio.

A ben vedere, quindi, si tratta effettivamente di un forte onere di spesa…e non di bruscolini come si vorrebbe far credere.
Espletate le puntualizzazioni, rendendo merito anche agli stessi Bonini e Ferrarella che hanno fornito l’esatta portata del fenomeno, passiamo al capitolo politico riferito sempre alle intercettazioni.

Ora, il governo nei giorni scorsi ha proposto un giro di vite sulle intercettazioni, volendo affidare ad un disegno di legge una loro limitazione.
Ne è scoppiato un putiferio; c’è stata una levata di scudi che ha coinvolto settori della magistratura, settori della stampa e l’opposizione, che ha colto l’occasione per cavalcare la protesta.
Così si minaccia il lavoro dei magistrati e la sicurezza dei cittadini.
E’ una misura criminogena.
Hanno detto.

Giusto, sbagliato? Ancora non si conoscono i termini della proposta di legge, quindi è prematuro interrogarsi sul come verrà affrontato il problema.
Rilevante è invece un altro fatto.
Ovvero…chi oggi si strappa le vesti contro Berlusconi reo di voler limitare l’attività dei pm, ieri, con ancora il governo Prodi in carica niente ha detto e niente ha fatto.

Fa un certo effetto, infatti, scoprire che nell’ultima finanziaria del governo Prodi era previsto che: “Entro il 31 gennaio 2008 il ministero della Giustizia deve realizzare un sistema unico nazionale per le intercettazioni telefoniche, dovrà monitorare i costi complessivi delle attività disposte dalle autorità giudiziarie con l’obiettivo di ridurre i costi dagli attuali 250 milioni circa a 100 milioni di euro”.
Cioè si diceva: le intercettazioni costano troppo, bisogna rivederne il meccanismo al fine di tagliarne i costi e l’uso.
Portare da 250 milioni a 100 milioni il budget suona molto simile ad una fortissima limitazione delle possibilità investigative dei pm.

Nessuno però mosse un dito. Nessuno tacciò il governo di centrosinistra di voler mettere i bastoni tra le ruote alla magistratura arrischiando così la sicurezza dei cittadini.
Nessuno, nemmeno il Di Pietro che oggi tanto si scalda.

Chiaro esempio di incoerenza.
Dalla quale comunque si evince che il problema relativo all’abuso delle intercettazioni come metodo d’indagine esiste eccome, e non è solo un vezzo privatissimo dell’attuale Premier.

Ma…andiamo avanti, perchè rispetto alle tante parole spese demagogicamente in questi giorni si scoprono tante belle sorprese.

Nei giorni scorsi hanno tirato in ballo diverse inchieste per sostenere che la “questione intercettazioni” è  deleteria, che le intercettazioni vanno bene come sono e che anzi, sono vitali.

Vediamo allora a che cosa hanno mirato e che risultati hanno avuto, negli ultimi tempi, le più famose inchieste a base di intercettazioni.

Inchiesta del 2006 su Vittorio Emanuele di Savoia. Intercettazioni chieste dal pm di Potenza Henry John Woodcock: accuse, associazione a delinquere, falso, favoreggiamento della prostituzione, riciclaggio. In 24 finiscono in carcere. Nel marzo 2007 l’indagine viene archiviata dalla procura di Como (tra i vari filoni, le slot machine del Casinò di Campione d’Italia). Il principe non è certamente uno stinco di santo, ma quanto sono costate le intercettazioni?
Passa un anno e Woodcock apre “Massonopoli”, indagine a base di intercettazioni telefoniche sui rapporti tra massoneria e politica. Il pm coinvolge le 103 prefetture italiane. Al momento, finita nel nulla.

2008: altra inchiesta di Woodcock che coinvolge l’ex ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, il comandante Ultimo (l’uomo che arrestò Totò Riina), l’agenzia di viaggi Visetour di Viterbo e gli appalti della Camorra in Campania. A che cosa è approdata? Mistero. Fatto sta che la situazione dei rifiuti (e della camorra) a Napoli e dintorni non pare averne risentito. Operazione Why not del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Coinvolge politici, dirigenti sanitari, affaristi vari, e tocca l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, sfiorando Romano Prodi. Mastella si dimette: dopo poco viene scagionato.

Un lungo passo indietro, fino a Mani Pulite. Di quella stagione che fece piazza pulita della vecchia classe politica molti ricordano le telefonate personali, sbattute a piene mani sui giornali, tra Alessandra Necci e Pierfrancesco Pacini Battaglia. Che cosa c’entravano? Nulla.

Ma non solo. Negli ultimi anni lo Stato ha ottenuto rilevanti vittorie contro il terrorismo e la mafia. In nessun dei due casi si è fatto uso (o abuso) delle intercettazioni. Molto, invece, del lavoro sul campo dell’intelligence, della collaborazione dei pentiti. Tutte cose meno comode che mettersi ad ascoltare le chiacchiere tra qualche vip e darle in pasto al guardonismo nazionale. In cambio, s’intende, di numerose comparsate televisive.

Insomma, c’è modo e modo di compiere indagini…
E sorprende che chi guarda ai risultati ottenuti non tenga nemmeno un minimo conto di quelli invece non pervenuti, che in un paese che si ispira al garantismo delle democrazie occidentali, non dovrebbero essere dimenticati.

Infine: contrariamente a quanto alcuni (i soliti) hanno insinuato, Silvio Berlusconi non propone affatto di cancellare le indagini sulla corruzione finanziaria. Chiede invece che si svolgano con i metodi tipici delle vere inchieste giudiziarie: che, come abbiamo visto proprio a proposito di mafia e terrorismo, sono tanto più efficaci quanto più si svolgono nel silenzio.

No, non sono impazzito.
Certo, se avete letto queste pagine nei giorni scorsi, adesso vi stupirete nel vedere un titolo che cozza così vistosamente con i post scritti precedentemente sull’argomento.
Ma, tant’è…

Il tutto è nato pensando alla (inflazionatissima) formula “in nome del popolo italiano”.
Ma chi è che agisce nel nome del popolo italiano?
Il problema è tutto qui: sono un po’ troppi quelli che pretendono di agire “in nome del popolo italiano”; e questo crea questioni di notevole importanza.
Il legislatore, il Parlamento, è espressione della volontà del popolo italiano.
La magistratura agisce “in nome del popolo italiano”, diciamo…in maniera indiretta, perchè opera per mezzo delle leggi votate dal Parlamento espressione della volontà popolare.
Diciamo quindi che la magistratura, applicando le leggi dello Stato, si muove “in nome del popolo italiano” in un secondo momento, rispetto al legislatore.
Ora: che succede se la magistratura pretende di agire per prima?

Ecco, appunto…
Sapete che vi dico?
Il reato di ingresso clandestino nell Stato ormai non serve più.
Lo hanno praticamente smantellato gli stessi magistrati, assicurando che non sarà possibile applicarlo come il legislatore vorrebbe.
Che tradotto suona molto, anzi, troppo, come un avviso agli stessi immigrati irregolari che possono dormire sogni tranquilli: non gli sarà torto neanche un capello.
In pratica, è andato a farsi benedire il cosìdetto effetto di prevenzione generale, col quale si vorrebbe disincentivare determinati comportamenti minacciando una pena per quel reato commesso; effetto praticamente affievolito dalle dichiarazioni degli stessi esecutori della legge che già oggi dicono non sarà possibile che la minaccia si concretizzi: sembra logico, a questo punto, che solo un deficiente potrebbe ancora avere qualche timore nell’attraversare i nostri confini pur senza alcun valido documento.

In questi giorni abbiamo assistito a tutta una serie di prese di posizione che dalla critica al governo arrivavano perfino al suggerimento di excamotage giuridici per non essere puniti.

C’è poco altro da fare: i magistrati, anzi…il sindacato dei magistrati italiani (l’ANM) ha messo una pietra tombale ad una legge che è ancora di là dall’esser partorita. Una sorta di aborto giuridico commesso dal potere giudiziario contro la volontà del potere legislativo.

Il che, se permettete, al di là dei giudizi che si possono avanzare nei confronti dell’operato di un governo, è gravissimo. Trattasi di un’invasione di campo che rivela quanto dietro la maschera del nuovo clima concicliativo tra esecutivo e magistratura, si nasconda il vero volto della “casta” dei giudici e dei pubblici ministeri, che negli anni (dalla stagione di mani pulite in poi) hanno visto il loro potere (politico e mediatico) crescere a dismisura, sostenuto anche da giornalisti (alla Travaglio, alla D’Avanzo) e magistrati/politici (come Violante o come Di Pietro o come D’ambrosio) che lo hanno tradotto in una lobby giustizialista in grado di cambiare la configurazione democratica del Paese.

Prossime sfide: sulle intercettazioni i soliti magistrati sono già sul piede di guerra…ma sarà un argomento da trattare a parte…

Peter Gomez sul caso Schifani.

Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel ‘99, l’intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.” (fonte: Voglio Scendere)

Segue poi una ricostruzione dei “fatti di Villabate”.

Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.

La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d’onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia. La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l’ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l’intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell’attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.

La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi c’è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l’ex segretario dei giovani dell’Udeur che falsificò la carta d’identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell’intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.

Ecco a voi, il “metodo Travaglio”.
Più esplicito di così si muore.

Dunque:
Un inchiesta che non c’è.
Una testimonianza nel ‘99 che però non portò a nessuna incriminazione nei confronti di Schifani.
Addirittura 4 versioni di un fatto.
nessuna di queste verificabile, perchè nemmeno acquisita a processi contro Schifani.

Insomma, non è per difenderlo ad oltranza, questo semmai è compito dei suoi avvocati, ma, detto tra noi, quando le cose stanno così siamo in presenza non di una notizia, ma di veleno.
Il perchè è presto detto:

Travaglio e Gomez non possono fare affidamento ad alcuna condanna, nemmeno su una assoluzione per prescrizione (che loro chiamano “formula dubitativa”), ma vorrebbero comunque che Schifani facesse lo stesso luce su quei fatti.
Ammettiamo sia giusta come richiesta.
Si dovrà però tener conto di un paio di cosette in via preliminare: innanzitutto, che su fatti che olezzano di delinquenza l’organo deputato a dipanare le ombre è la magistratura, non la stampa.
E in secondo luogo, che poi è il punto più importante, facciamo pure che Schifani accetti “l’invito” dei suoi accusatori e si presenti a reti unificate.
Che succede se dice: “li conoscevo quelli, ma non sapevo che erano mafiosi; al comune di Villabate ci sono entrato per merito mio; ho fatto tutto secondo coscienza e legalità”.

Cosa obiettargli?
Non c’è più niente a sostegno della stampa inquirente (chiamiamola così) per continuare questa scandalosa farsa del processo mediatico cui è stato sottoposto il presidente Schifani.

Ergo: a che serve usare informazioni tra loro scollegate e incollate a dovere per sollevare un sospetto che mai potrà esser chiarito e nonostante questo chiedere spiegazioni ad un personaggio (seppure di caratura istituzionale) ben sapendo che da quegli non si potrà che ottenere la sua versione (ed è normale, oltre che giusto, che sia così visto che la magistratura non ha mosso un dito contro quello)?

Dunque: o ti fidi o ti fidi.

Sarà il caso che i Travaglio e i Gomez che spopolano sulla scena giornalistica, si facciano una ragione del fatto che gli uomini sono liberi ed innocenti fino a prova contraria e a condanna passata in giudicato (tre gradi!!) da parte della magistratura.

Sintetizzando la conclusione: questo è veleno. Nessun fatto!

PS: dai commenti: il Senatore

A me sembra sempre di più che Travaglio sia preda di un’ossessione. Il suo è savonarolismo duro e puro, senza senso. Pretende di avere una patente da censore, da tribuno del popolo; patente che nessuno gli ha dato. A volte sembra un giacobino rivoluzionario. Ecco, il suo habitat ideale sarebbe stata la Francia di fine ‘700, i tempi delle ghigliottine, dei sospetti, del terrore.

eccellente descrizione…