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Piazza Navona, due giorni dopo.

Una persona che si dedica da così tanto tempo alla politica e si propone come “uomo della svolta” per il futuro del Paese, non può commettere errori manco fosse il primo arrivato.
Veltroni invece ha peccato di ingenuità, se gli vogliamo bene; altrimenti dovremmo dire che ha peccato in presuntuosità, pensando di avere la forza necessaria a domare il Tonino che ben poteva aspettarsi.

Alzi la mano chi, sentendo prima delle elezioni, dell’apparentamento del PD con l’Italia dei Valori di Di Pietro non ha sgranato gli occhi pensando a quella come ad una pura e semplice operazione buona per le urne, ma deleteria per il dopo-voto.
O davvero Veltroni voleva farci credere che con Di Pietro c’erano veri interessi programmatici comuni?

Andiamo: l’unico motivo per cui Walter ha scelto Antonio è stato solo per trattenere i consensi che altrimenti gli sarebbero sfuggiti di mano, usando perciò l’IdV come diga al flusso di voti che poteva scivolare di nuovo verso le sinistre più antagoniste, dopo che tanto si era speso per convincere gli italiani della necessità di un “voto utile”.
Al resto, ci avrebbe pensato Tonino; avrebbe raccolto lui gli elettori antiberlusconiani (che sono più duri a morire dei comunisti a quanto pare).

Che oggi, quindi, Walter si stupisca e caschi dalle nuvole per essersi tirato la zappa sui piedi imbarcando Di Pietro e riportando in auge l’antagonismo di cui gli italiani felicemente si erano sbarazzati è il segno più tangibile della sua pochezza politica.
Ovvero: non ha capacità di immaginazione per il futuro. E quello che immagina lo “canna” di brutto.

Certo, per ora non si può fare a meno di Veltroni, che almeno sta provando a tenere il PD unito, ma è molto poco probabile che sia lui a poter rappresentare il vero nuovo futuro per l’Italia.

Chissà comunque che non abbia imparato la lezione.

Speriamo…

Dunque, appare oggi sul blog dell’onorevole Di Pietro una video intervista a Niccolò Ghedini (avvocato del Premier e parlamentare in quota PdL) che dal caso Mills frana a quello Saccà e le relative intercettazioni.
Obiettivo primario dell’intervistatore (come si evince anche dal titolo del post “non si può mentire per sempre”) è mettere in luce le contraddizioni (falsità) del deputato-rappresentante legale del Cavaliere.
Vediamo quindi quali sarebbero le bugie che avrebbe detto Ghedini e che prontamente il nostro giornalista d’inchiesta ha smascherato…

Martinelli: Perché avete vietato le telecamere di riprendere il processo, visto che riguarda il Presidente del Consiglio?
Ghedini: Ma io sarei contento che ci fossero le telecamere, anzi è il tribunale che le ha vietate.

Martinelli: Non l’avete chiesto voi?
Ghedini: Ma neanche per sogno. Mai stato, anzi sarei contento che ci fossero le telecamere.

Martinelli: Ma il dibattimento non è pubblico?
Ghedini: Il pubblico può entrare ma non consentono di riprendere. Questo secondo me è sbagliato in un processo come questo. Non sappiamo la ragione.

Proviamo a pensare quale motivo avrebbe un giudice di vietare l’ingresso alle telecamere in un dibattimento pubblico che riguarda tra l’altro un personaggio pubblico come il capo del governo, se non su pressioni da parte della difesa stessa, in questo caso da parte dello stesso Ghedini e dal suo gruppo di avvocati che difendono Berlusconi.

Ora, dubitare è lecito, ma bisogna anche poi saper dare le giuste informazioni.
La pubblicità del processo penale è assicurata dalla possibilità data a chiunque di presenziare alle udienze.
Per l’ingresso delle telecamere e di apparecchi di registrazione audio è necessaria la richiesta al Tribunale stesso che può autorizzarle o meno. Nel primo caso chiede il parere delle parti; nel secondo non è necessario chiedere niente a nessuno. In questo caso, la truppe dipietrina non avendo chiesto alcun permesso non ha potuto entrare.
Niente pressioni dunque…ma regole, semplici basilari regole di procedura.
Promemoria per la prossima volta: potrete evitare il martirio e seguire semplicissimamente le regole.

Andiamo avanti.
L’altro grande smascheramento riguarda il procedimento in cui Berlusconi è indagato per aver corrotto un senatore della ex maggioranza per far cadere il governo Prodi.

Dice il reporter:

Martinelli: L’ha detto lui al telefono, Berlusconi. Per esempio su Elena Russo cosi il senatore mi vota contro.
Ghedini: Ma no, non è assolutamente detto cosi. Le intercettazioni ce le ho tutte.

Insoddisfatto, il novello cronista giudiziario riporta al grande pubblico la trascrizione, con cui vuol mettere in luce la disonestà intellettuale dell’avvocato.
Il testo però parla chiaro:

P: con la Elena Russo non c’era più niente da fare? Non c’è modo…?
P: io stò cercando … di aver la maggioranza in Senato …

Eccola lì, la prova inconfutabile.
Epperò…epperò non è come dice Martinelli, il quale è convinto che Berlusconi abbia espressamente detto che “così mi vota contro” (il senatore della ex maggioranza).

In realtà i passaggi che anch’io ho riportato si trovano ben distanti nella trascrizione e comunque non si parla di voti.
Tant’è che Ghedini lo fa notare.

La voce di Berlusconi è una, basta che lei le ascolti e non dice assolutamente quello che lei prospetta. Mai ha detto Berlusconi “prenditi la Elena Russo e quell’altro vota cosi”. Lo escludo categoricamente.

Si dirà: è la stessa cosa, non fare il sofisticato. Eh, no…non è la stessa cosa. Soprattutto quando ci si spaccia per giornalisti e si citano fonti documentali per suffragare le proprie affermazioni. Bisogna rispettarle quelle fonti. Soprattutto in campo penale, dove si “gioca” con la libertà delle persone.
Dire, quindi, che Berlusconi ha detto “prenditi la Russo l’altro così mi vota contro” è impreciso, è scorretto e può cambiare di molto i fatti di cui si parla.

Prosegue Ghedini:

Proprio non dice affatto cosi, ma semplicemente che c’è un attrice a cui sarebbe interessato un senatore dell’allora maggioranza, tutto qui, ma non fa alcun collegamento diretto, tanto che per questo non c’è nessuna imputazione.

Il Martinelli a questo punto vuol dar prova di tutta la sua classe giornalistica.
Se fosse stato al tavolo verde si direbbe avrebbe giocato un “all in”, un “tutto quello che ho”…

E nel video appare la scritta:

[Silvio Berlusconi per questa vicenda è indagato per corruzione e tentata corruzione]

Ebbene si…questo è il giornalismo giudiziario figlio del travaglismo.
Così una persona INDAGATA finisce magicamente per esser considerata IMPUTATA.

Qualcuno dica al Martinelli che l’imputazione scatta nel momento in cui il PM esercita l’azione penale chiedendo il rinvio a giudizio.
E nel caso specifico quei fatti (passati dalla procura di Napoli a quella di Roma) sono oggetto di mere INDAGINI.
Non c’è quindi nessuna imputazione.
Al massimo un’ipotesi di reato su cui investigare, ma niente di più.

Questo articoletto di Martellini potrebbe anche esser proposto come saggio di scuola col titolo: “come ti trasformo un indagato in imputato, ovvero come ti condanno una persona prima ancora del processo”.

Si badi: non è per pignoleria che scrivo pezzi come questo, ma solo per dare un’idea della “classe” giornalistica che in Italia si spaccia per “d’inchiesta”, laddove spesso non è in grado di percepire le differenze o capire le regole delle questioni di cui tratta.

A questo si unisca l’intrinseco desiderio giustizialista di vedere tutti dentro prima di qualsiasi verdetto e il gioco è fatto.

Ad oggi però, rimane una bella figura di cacca del Martinelli, che ha voluto sputare in cielo e in faccia gli è tornato…

La ringrazio tutta.

Tutti e 20mila che eravate lì a dar mostra della parte migliore del Paese. Grazie ragazzi…
Un grazie speciale va comunque a Tonino. Senza Di Pietro nessuno sarebbe mai riuscito a riunire l’intellighentia della nostra società sotto un’unica bandiera.
Ora ce l’abbiamo: non lasciamola nel silenzio.
Più le daremo voce e più potremo comprendere.

Grazie, grazie davvero a tutti…

A costo di risultare monotematico è bene tenere alta la guardia.
Paradossalmente, chi si lamenta dell’informazione asservita ai poteri è poi il primo a fare disinformazione, anzi, disinformatja usando toni e parole assolutamente fuori luogo.

E’ il caso (l’ennesimo) del dottor onorevole Di Pietro.
Leggo e riporto dal suo blog:

con l’annullamento del regime speciale 41 bis per 37 padrini della mafia, effetto di una norma-regalo che nel 2002 fece il III governo Berlusconi, la maggioranza si appresta a mantenere le promesse elettorali fatte alla criminalità organizzata. Le parole pronunciate ad un passo dalle elezioni, che non dimentichiamo, “Mangano è stato un eroe” null’altro erano che un messaggio per rassicurare la malavita organizzata sul fatto che avrebbero avuto vita facile votando Berlusconi, garantendosi così il pacchetto di voti da loro controllato.

Mi domando come si possa arrivare a tanto…

Fatto sta che da un personaggio come il leader dell’Italia dei Valori ormai ci si può aspettare di tutto.
Perfino che dimentichi la storia.

E’ convinto, l’onorevole Di Pietro, che gli annullamenti del carcere duro a diversi mafiosi di un certo livello che negli ultimi tempi hanno scandalizzato l’opinione pubblica, siano da imputare ad una “norma regalo” del 2002.
Qual è la norma in questione?
Questa: legge 23/12/2002 numero 279.
La rubrica recita: MODIFICA DEGLI ARTICOLI 4-BIS E 41-BIS DELLA LEGGE 26 LUGLIO 1975, N. 354, IN MATERIA DI TRATTAMENTO PENITENZIARIO.

In cosa consiste?
Lo facciamo dire a Wikipedia, un “must” per i dipietristi travaglini quando c’è da recuperare stralci del curriculum giudiziario di Silvio Berlusconi.

In occasione del decennale della strage di Capaci il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge che prevedeva:

  1. la proroga per ulteriori quattro anni dell’art. 41 bis (secondo comma), scadente al 31/12/2002;
  2. l’applicazione anche ai reati di terrorismo ed eversione dei regimi speciali previsti dagli art. 4 bis e 41 bis.

Ora, spieghi per favore, l’onorevole Di Pietro, come può una norma del genere esser considerata un “regalo ai malavitosi”?!

Ecco due interessanti articoli del 2002:
Repubblica del 27 settembre

In quell’occasione è il procuratore nazionale antimafia Luigi Vigna a dirsi soddisfatto di quel provvedimento del governo Berlusconi:

E’ un passo avanti nella lotta alla criminalità, le continue proroghe erano motivo di tensioni carcerarie e di messaggi inviati

Ancora.
Repubblica 22 dicembre

A norma ormai approvata, il suo carattere di “dono” ai mafiosi appare decisamente sfocato.
A protestare contro la severità della legge sono addirittura i penalisti, che si appellano al capo dello Stato.

Questo è quanto dice la Storia, che come spesso accade, smentisce Di Pietro.

Al di là delle puntualizzazioni possibili, sarebbe anche il caso di ricordare a Tonino che le sentenze di annullamento del carcere duro ai mafiosi sono opera dei magistrati e della loro discrezionalità nell’interpretare la legge al singolo caso concreto.
Il governo quindi non c’entra niente.

Altro passaggio terrificante è quello secondo cui parlare di Mangano come di un eroe sarebbe stato un messaggio alla malavita organizzata: votate per me e avrete vita facile, avrebbe lasciato intendere Berlusconi.

Mettiamo da parte quella che potrebbe risultare una inutile polemica proprio sul fatto, cioè sul senso di quelle affermazioni fatte prima da Dell’Utri e poi da Berlusconi.
La gravità delle parole usate da Di Pietro dovrebbe far riflettere anche gli intellettualoni che solitamente, guardando alle azioni di Berlusconi, parlano di “guerra civile strisciante”.

Di questo passo, l’onorevole (?) Di Pietro finirà con l’accenderla davvero la miccia…
Non si può parlare di “regime” o di “dittature dolci” e di “regali alla mafia” (inventati) e sperare che nessuno ti prenda sul serio…

Attenzione: siamo davanti ad un clamoroso caso di DISINFORMATJA, che è molto peggio della disinformazione. Non solo si tace, ma si forniscono anche false informazioni.

Chiariamo un attimo una cosa: prima di fare proclami bellicosi come quelli che stanno lanciando Di Pietro e Beppe Grillo dai loro blogs sarebbe il caso di leggere i testi delle leggi di cui si vuol parlare senza affidarsi alle sole rubriche delle norme o agli articoli apparsi sui quotidiani.

Ne avevo già parlato qualche giorno fa, sperando che anche i nostri eroi si rendessero conto del clamoroso abbaglio che avevano preso nel redigere liste di reati per i quali i processi saranno sospesi con l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza appena oggi licenziato dal Senato; niente da fare: hanno continuato a puntare tutto sull’allarmismo ingiustificato, propagandando informazioni false che inducessero nell’opinione pubblica la sensazione di trovarsi davvero di fronte ad una “porcata” fatta giusto per uno e con la quale tutti gli altri sarebbero andati a rimetterci.

Nel mezzo, un parere inesistente del Csm, le polemiche del sindacato dei magistrati, l’Anm, che produce la stessa identica lista e, per finire, l’annuncio di Berlusconi e dei suoi legali che comunque intenderanno rifiutare la sospensione del processo Mills.

Ora, veniamo alla LISTA.
E’ lunga, ma anche molto facilmente confutabile.

Innanzitutto però, andrebbe ricordato che saranno sospesi solo i processi ancora in attesa del giudizio di primo grado (su tre) istruiti per accertare le responsabilità su fatti e reati commessi PRIMA del 30 giugno 2002, in pratica 6 anni fa. Ribadiamo: dopo 6 anni ancora non si è arrivati ad una condanna (teniamo conto che la Corte di Giustizia Europea ha definito la durata del giusto processo determinandola in 4 anni, per tutti e 3 i gradi).

Partiamo.
Di Pietro, come l’ANM, dicono che con questa norma scellerata non si celebreranno (per un anno, intendiamoci: sospensione di un anno e prescrizione bloccata) i processi per i seguenti reati:

- aborto clandestino
- abuso d’ufficio
- adulterazione di sostanze alimentari
- associazione per delinquere
- bancarotta fraudolenta
- calunnia
- circonvenzione di incapace
- corruzione
- corruzione giudiziaria
- detenzione di documenti falsi per l’espatrio
- detenzione di materiale pedo-pornografico
- estorsione
- falsificazione di documenti pubblici
- frodi fiscali
- furto con strappo
- furto in appartamento
- immigrazione clandestina
- incendio e incendio boschivo
- intercettazioni illecite
- maltrattamenti in famiglia
- molestie
- omicidio colposo per colpa medica
- omicidio colposo per norme sulla circolazione stradale vietata
- peculato
- porto e detenzione di armi anche clandestine
- rapina
- reati informatici
- ricettazione
- rivelazioni di segreti d’ufficio
- sequestro di persona
- sfruttamento della prostituzione
- somministrazione di reati pericolosi
- stupro e violenza sessuale
- traffico di rifiuti
- truffa alla Comunità Europea
- usura
- vendita di prodotti con marchi contraffatti
- violenza privata

MA NON E’ DEL TUTTO VERO.

Leggendo il testo del decreto si legge invece che la sospensione NON OPERERA’ per i seguenti reati:

  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di riduzione in schiavitù
  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di tratta di persone
  • associazione a delinquere diretta a commettere il reato di acquisto o alienazione di schiavi
  • associazione mafiosa
  • sequestro di persona a scopo di estorsione
  • omicidio
  • estorsione
  • rapina
  • banda armata
  • tratta di armi ed esplosivi
  • prostituzione minorile
  • pornografia minorile
  • violenza sessuale (+ aggravanti 609 ter cp)
  • violenza sessuale di gruppo
  • terrorismo
  • reati addebitabili alla criminalità organizzata

Non solo.
Sarebbe doveroso far notare che alcuni dei reati indicati da Di Pietro è quasi impossibile non siano ancora giunti ad un giudizio almeno di primo grado. Per molti altri invece potrebbe essere scattato il processo per direttissima o quello con giudizio immediato. Per altri ancora la sospensione potrebbe comunque non operare perchè il reo è detenuto. Altri ancora poi andrebbero inevitabilmente verso la sospensione da parte dei magistrati perchè prossimi alla prescrizione.

Altra considerazione: la sospensione dei processi per i reati indicati da Di Pietro e qui in parte smentiti (semplicemente leggendo il testo della norma) opera solo per i vecchi reati comessi prima del 2002 e non per quelli di nuova commissione.
Quindi è del tutto ingiustificato questo allarmismo, come a far spaventare la cittadinanza facendogli credere che saranno alla mercè di criminali che non saranno perseguiti.

Insomma: c’è tanto clamore su questa norma ma pochissima sostanza motivata.
La realtà è ben diversa da quella che vogliono far credere.

A noi non resta che provare a confutare queste tesi campate in aria e strumentali alla sola lotta politica.

Per chi volesse, vi riporto QUI il link del post in cui già qualche giorno fa spiegavo la struttura del decreto in questione.

In Sicilia è successo qualcosa di inspiegabile.
Com’è possibile ci sia stato un simile cappotto elettorale a favore del centrodestra, l’ennesimo, a pochi mesi dalla vittoria delle politiche e dopo tutte le polemiche scatenate praticamente su tutti i provvedimenti presentati dal governo, tacciati dall’opposizione di essere l’ennesimo tentativo di insaturare un regime, una dittatura dolce, da cui difendersi con le unghie e con i denti?
Come’è possibile mi chiedo: non ci stavano dicendo che la luna di miele degli italiani col Cav era ormai esaurita e che questo atteggiamento prepotente di Berlusconi che usa lo Stato come scudo ai suoi interessi personali aveva già stancato la gente?

Aspettate un attimo.
Ma certo che tutto si spiega: beh…semplicemente perchè a dirlo sono gli stessi che erano convinti che Veltroni potesse vincere le elezioni dell’aprile scorso, quelli che dicevano che ormai Berlusconi era bollito, quelli che credevano che il PdL fosse l’ennesima trovata pubblicitaria del Cav e che non potesse andare lontano se paragonata al solido, coerente e stabile progetto politico del PD.

Ebbene, siamo al punto di partenza: Berlusconi incassa sempre più il consenso del popolo italiano, ad ogni latitudine, ma da sinistra, invece che interrogarsi sulle ragioni della sconfitta continuano a cantare il solito ritornello dell’antiberlusconismo, arrivando a punte di antipatia con cui fanno prevalere nei loro commenti post-elettorali le loro convinzioni di esseri-moralmente-superiori.
Quando vince il centrodestra, insomma, è sempre perchè quell’elettorato è più sempliciotto, fatto di gente abbindolabile dalla televisione. E se mai ce ne fosse bisogno, per i soliti noti, è la dimostrazione che in Italia c’è un regime e che l’informazione è imbavagliata.

Eppure, fino a ieri ne abbiamo sentite di tutti i colori.
Con un Di Pietro in grande spolvero e lancia in resta che si è scagliato quotidianamente contro Berlusconi e il suo quarto governo accusandolo delle peggiori nefandezze antidemocratiche, anticostituzionali, contrarie ad ogni sorta di legalità.
Al chè, uno si chiede come mai in Sicilia, dove forse si sta radicando più veementemente il sentimento di sdegno nei confronti di mafia e criminalità e delinquenza di ogni risma, non abbia attecchito invece il verbo dipietrista o almeno quello travaglista!? La “chiamata alle armi è fallita”. E anche malamente.

Sebbene sia difficile confrontare due tipi di elezioni così diverse come sono quelle politiche e quelle amministrative (vuoi per il carattere localistico delle seconde e per la imparagonabile percentuale di affluenza alle urne) risulta evidente un dato abbastanza indicativo: l’Italia dei Valori, il partito del vero capo dell’opposizione (a Berlusconi) ha praticamente ovunque perso voti. Sia in termini di numero di elettori, sia in termini percentuali.

Insomma, qualcosa non funziona nei modi di intendere il confronto politico tra maggioranza e minoranze, inteso da alcuni come “scontro” con la persona del presidente del consiglio.
Non funziona perchè se da una parte c’è chi inveisce attaccando Berlusconi guardando ai suoi personalissimi guai giudiziari e privati, dall’altra c’è una larga, larghissima parte della popolazione che ormai ha capito che c’è qualcosa in più del conflitto d’interessi: ad esempio, su quello che oggi in molti si affrettano a battezzare emendamento “salva-premier”, in tanti hanno capito che non c’è una norma che impedisca a Berlusconi di essere giudicato, ma solo una norma che sospende i processi e che rimanda quel giudizio (che ci sarà) per sveltire altre pratiche che stanno in cima alla classifica delle priorità della gente comune.
Allo stesso modo, sempre come esempio, nessuno si sogna di spaventarsi dell’esercito nelle strade, perchè sono anni che si sente dire che è inutile pagare migliaia di soldati per tenerli fermi nelle caserme e che sarebbe invece meglio usarli per compiti di polizia e prevenzione dei crimini…e sono in pochi a paventare l’avvento del nuovo regime.

Ecco perchè il centrodestra continua a vincere, nonostante tutto…
Perchè Berlusconi è il primo pensiero nelle menti di certi politici, ma all’ultimo posto tra quelli della gente, che ha votato per avere un governo forte, deciso e decisionista.
E’ quello che volevano ed è quello che stanno ottenendo.
Piaccia o no, ci sono cose più importanti delle “fantasiose” inchieste a carico del Cavaliere.

Ora magari ci diranno che in Sicilia è normale che vinca il “garante dei mafiosi”…
Ma delle due l’una: o in Campania, Puglia, Calabria e Sardegna sono altrettanto delinquenti gli elettori del centrosinistra che privilegiano la camorra , la sacra corona unita, la ndrangheta e l’anonima sequestri; oppure qualcosa non funziona neanche in questo ragionamento…

In ogni caso…il PD è allo sfascio e Di Pietro non sfonda.
Popolo di ignoranti o sinistra da rifondare culturalmente?

C’è una truffa ai danni della pubblica amministrazione.
Ci sono degli omicidi.
Si tratta di fatti che creano un forte allarme sociale.

I requisiti ci sono tutti, ma ancora c’è qualcuno che pensa che con la nuova normativa (se venisse approvata così com’è uscita dal consiglio dei ministri, in blocco) casi come quelli della clinica Santa Rita di Milano rimarrebbero imperseguibili.

E’ una balla colossale anche per un altro motivo: tutta l’indagine non è scaturita da intercettazioni, che ovviamente dal nulla non possono partire, ma dalle segnalazioni di pazienti che si erano ritrovati a patire pene peggiori a quelle per le quali si erano fatti ricoverare; da lì sono scattati i controlli su numerosi documenti. Le spiate telefoniche sono arrivate solo in un secondo momento e hanno semmai confermato sospetti.

Perfino i reati finanziari che Di Pietro teme non saranno più scoperti, continueranno a venire alla luce.
Per il semplice fatto che un indagine non ha mai nè può avere origine da una intercettazione, la quale per essere accordata ha bisogno d’esser motivata e quindi ciò non può che avvenire in un secondo momento rispetto alla presa di conoscenza della notizia di reato nonchè delle prime indagini investigative.

Sul blog dell’ex pm di mani pulite ci sono poi altre imprecisioni.

In particolare: al punto UNO Di Pietro si lamenta che con questa norma non saranno più intercettabili reati come il faslo in bilancio, la truffa aggravata ai danni dello stato nonchè l’evasione fiscale.
Beh, a rigor di logica neanche prima sarebbe potuto accadere, visto che la vecchia legislazione sulle intercettazioni le prevedeva per reati con pena edittale nel massimo non inferiore a 5 anni e tutti quei reati erano sanzionati in maniera più lieve. Tranne la truffa aggravata, che però è del tipo quella commessa da Gustavo Selva che se ne andò scarrozzato da un’ambulanza per scopi privati.

Sul punto DUE si può anche esser d’accordo. Effettivamente la scelta di affidare a ben 3 giudici il giudizio d’autorizzazione delle intercettazioni appare un inutile aggravio di spesa e di tempo per questo strumento d’indagine.
Detto questo, pare però rispondere alla necessità di rendere più “difficile” abusare delle intercettazioni e in 3 sono molto meno influenzabili che uno solo.

Punto TRE: il fatto che le intercettazioni non possano essere usate come PROVA in un altro procedimento è sacrosanto. Non è però escluso che esse vengano usate come notizia di reato e da lì possano scaturire nuove indagini e magari anche la richiesta di nuove intercettazioni. Ergo: il problema, in realtà non sussiste ed è solo capzioso.

Punto QUATTRO: è un principio garantista quello di tutelare l’onorabilità di una persona fino almeno al primo grado di giudizio. Chi dovrebbe occuparsi poi di decidere cosa è giusto o meno che l’opinione pubblica sappia o non sappia non è dato saperlo. C’è inoltre un falso nelle argomentazioni dell’ex pm e leader dell’IdV: nel caso la procura indagasse la stessa persona su due reati saremmo in presenza di uno dei casi in cui le inchieste potrebbero venire avocate dal Procuratore perchè è evidente trattasi di procedimenti CONNESSI.

Punto CINQUE: su mafia e terrorismo son state dette solo PAROLE. E’ del 2001 una legge che estende l’uso delle intercettazioni preventive. E fino ad oggi tutto è andato alla grande!

Se non ci fossi bisognerebbe inventarti.

Solitamente, nelle trasmissioni televisive e durante i dibattiti pubblici, se qualcuno ti dice che non è niente vero quello che scrivi, tu rispondi che se davvero era così allora perchè i suoi libri continuavano a stare nelle librerie senza che qualcuno ne contestasse gli episodi raccontati all’interno?
Una raffinatezza giornalistica davvero disarmante.
Tant’è…ormai ci siamo abituati al tuo stile.

Capita però che il principio del “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, si trasformi in realtà.

Qualche giorno fa, Di Pietro ti investì del titolo di suo difensore ufficiale, pubblicando un tuo articolo in risposta ad un editoriale di Paolo Cirino Pomicino (in arte Geronimo) apparso su Il Giornale, in cui si “investigavano” i fatti che portarono all’abbandono del decreto (Conso) sulla depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti. Si diceva: “Scalfaro si piegò ai PM”.
Tu replicasti con un post al vetriolo sul tuo blog: questo, dal titolo Balle Spaziali.
Neghi tutto e ti attacchi ad una lettura capziosa degli eventi.

Oggi, lo stesso Geronimo ti risponde così: in soldoni, puoi negare quanto vuoi, ma sono tutte cose pubblicate addirittura già nel 2000 in un libro, “Strettamente riservato”, edito da Mondadori, a cui è dedicato un intero capitolo in cui viene fatta la ricostruizione dei giorni che videro Scalfaro piegarsi ai diktat delle toghe milanesi (Tra cui anche Di Pietro, guarda un po’).

Fatti, caro Marco, mai smentiti da nessuno dei diretti interessati.

Seguendo il tuo percorso metodo-logico, quindi, vale la presunzione di veridicità per le cose già dette e mai confutate e quella di proditorietà nei tuoi confronti che cominci a diventare l’emblema dell’insostenibile incoerenza del cronista giustizialista satirico in cui ti sei trasformato!

UPDATE: uno non fa manco in tempo a dirle certe cose, che ne ottiene subito la conferma.
Stavo leggendo la rassegna stampa della Camera e mi sono imbattuto nell’ultimo articolo di Travaglio su l’Unità.
Una vera perla del giornalismo fazioso ed incoerente.
Travaglio si scaglia contro l’iniziativa di Berlusconi sulla stretta sulle intercettazioni, e lo fa ripercorrendo vicende del recente passato che, a detta di Travaglio, non si sarebbero potute risolvere o sapere senza quello strumento investigativo.
Ebbene, in 4 colonne di articolo, Travaglio (s)parla di tutti meno che d’uno: strepitoso…cita Conforte e la scalata alla BNL, ma, sorpresa, non c’è il nome di Fassino nè quello di d’Alema.

Una buffonata.
E poi la ciliegina sulla torta: oggi, grazie a Marco, sappiamo che il caso Cogne è stato risolto grazie alle intercettazioni.

Nessuna parola poi, ovviamente, sui tanti casi di inchieste e sputtanamenti che sono stati però seguiti da archiviazioni ed assoluzioni.

Bravo Marco…continua così…

Nel frattempo, sul pianeta Terra…

…Marco Travaglio si scaglia contro le toghe del CSM [(e non solo) e quindi anche contro il Presidente della Repubblica che ne è il Capo] ree di aver assecondato le pressioni politiche che volevano una precisa soluzione del “caso De Magistris”. Ieri, effettivamente un po’ in sordina sui media nazionali, è arrivata la notizia che da Salerno in molti aspettavano: archiviazione. Sono stati infatti archiviati i procedimenti che volevano il pm di Catanzaro sotto accusa per i reati di diffamazione, calunnia, abuso d’ufficio, fuga di notizie, ecc…
E oggi, sia il Marco che Tonino se ne compiacciono neanche troppo serenamente, passando dalla difesa all’attacco.
Un attacco però che finisce per rilevare l’inconsistenza di un loro certo modo di valutare gli eventi che quasi scade nell’incoerenza e nell’ipocrisia.

Dico questo perchè è decisamente strano vedere Di Pietro e Travaglio così entusiasti per un’indagine conclusasi con una archiviazione.
Finora ci avevano abituato a ben diversi siparietti.
E perfino oggi, evidentemente travolti dall’esaltazione degli eventi, si lasciano sfuggire una contraddizione davvero palese e davvero preoccupante.
Dicevamo: il pm De Magistris viene festeggiato perchè l’archiviazione ha confermato la sua innocenza; ci si aspetterebbe allora che lo stesso atteggiamento venisse usato anche per quelli che come De Magistris sono stati riconosciuti innocenti (o non colpevoli, fate vobis): per esempio il signor Chiaravallotti, che il 22 maggio scorso ha ottenuto l’archiviazione delle accuse a suo carico relative proprio all’inchiesta Poseidone, avviata dal De Magistris nel 2005.
Niente di tutto ciò.
Anzi, il Travaglio (rilanciato dal Di Pietro) si lancia in una requisitoria a tutto tondo contro l’ex presidente in quota forzista della Giunta regionale della Calabria (oggi vice del garante della privacy), tirando fuori addirittura un suo vecchio articolo del 2007 con tanto di intercettazione telefonica da cui, sostiene il Travaglio ritornato in sè (e quindi “il megafono delle procure), come al solito, non risulterebbero fatti penalmente rilevanti, ma politicamente…
Per curiosità, andatevela a leggere questa intercettazione: QUI.
E ora ditemi: è davvero questo il modo di fare giornalismo?
E’ palese che Travaglio ha copincollato stralci di quella intercettazione presa qua e là tra le carte a disposizione dei pm e le ha riportate sul suo blog, senza però contestualizzarle: tant’è che scorrendole non appare nemmeno una volta il nome di Luigi De Magistris e, volendo, difficilmente qualcuno che non conoscesse i fatti pregressi potrebbe immaginare di chi si sta parlando.

Insomma, il solito squallido “metodo Travaglio”.

Infine, due appunti:

1. Leggendo il titolo del post apparso sull’argomento sul blog di Di Pietro, viene da chiedersi: ma come ha fatto a diventare PM? ma ancora prima: come ha fatto a laurearsi?
Riporto: “Assoluzione De Magistris”.
Ora, non bisogna esser dei giuristi o dei dottori in diritto per restare allibiti.
E’ però un fatto abbastanza esplicativo del concetto di giustizia che ha l’onorevole Tonino.
Di fatto, per lui, una archiviazione è paragonabile ad una assoluzione.
Niente di più sbagliato però, perchè per essere assolti bisogna almeno essere stati rinviati a giudizio e quindi avere delle prove a proprio carico che rendano sostenibile l’accusa; l’archiviazione invece è una dichiarazione di totale mancanza di ogni possibilità accusatoria.
Non so se avete intuito il concetto…
Della serie…sei innocente se lo decidono i magistrati. Eh, no! sei innocente già da prima e l’archiviazione lo conferma, non lo sentenzia.

2. Leggendo invece il post di Travaglio contro il “Coniglio superiore della magistratura”, probabilmente non volendolo, l’amico delle toghe evidenzia un problema di primaria importanza per quel che riguarda la Giustizia nel nostro Paese: abbiamo cioè un ordinamento giudiziario completamente da rifondare.
Magistrati che giudicano magistrati, che attaccano magistrati, che difendono altri magistrati.
Un bordello clamoroso, fatto di auto-delegittimazioni tra giudici e pm e tra pm e giudici.
Di mezzo, solitamente, ci va il corretto corso della Giustizia.

Urge riforma che spezzi l’autoreferenzialità della Magistratura…

Proviamo a trovare il bandolo della matassa.

Europa 7, nel 1999 ottiene la concessione per trasmettere a livello nazionale. Ma non le vengono assegnate le frequenze, fino ad oggi occupate dal terzo canale Mediaset, Rete4, perchè deve aspettare il piano di riassegnazione delle stesse.
Si scatena una battaglia legale, Di Stefano contro tutti, Stato e Mediaset, perchè nel frattempo il governo in carica nel 1999 (centrosinsitra, D’Alema) emette un’autorizzazione ministeriale che legittima Rete4 a continuare a trasmettere.
Nel 2002 viene perciò eccitata la Corte Costituzionale per valutare la legittimità di una legge del 1997 sulle “reti eccedenti” (tra cui Rete4) rispetto al tetto delle 2 frequenze per ogni operatore.
La Corte si esprime senza bocciarla, ma indicandone una lacuna “temporale”, fissando perciò la data dello switch-off delle trasmissioni in analogico di dette reti e il loro passaggio al digitale (2003).
Data però non rispettata.
Negli anni infatti, i governi che si sono succeduti da allora hanno sempre rinviato il riordino del sistema radiotelevisivo (non per quetioni tecniche, bensì politiche) e quindi la redistribuzione delle frequenze.
L’ultima scandenza è stata fissata dal ministro delle comunicazioni del governo Prodi, Gentiloni, addirittura al 2012.

Europa7 insomma ha il diritto a trasmettere ma non può farlo, perchè deve attendere che si liberi la frequenza che le è stata assegnata e a tutt’oggi occupata da Rete4; ma questa non può essere liberata se prima non viene ridisegnato il sistema delle telecomunicazioni e non viene definitivamente liberato il settore col passaggio al digitale terrestre.
Allo stesso modo, anche Rete4 è legittimata a continuare a trasmettere.
Lo ha riconosciuto anche il Consiglio di Stato, che ieri ha emesso diverse sentenze in merito.
La corte “d’appello” amministrativa ha deciso di respingere i ricorsi presentati dalle parti finendo per sancire per entrambe il diritto (sebbene a diverso titolo) di trasmettere, obbligando il governo di riorganizzare, finalmente, il sistema delle autorizzazioni adeguandosi ai dettami europei rilevati anche in una sentenza della corte di giustizia del Lussemburgo in cui pure si sottolineava come lo Stato italiano dovesse dare la possibilità a Di Stefano di esercitare il suo diritto.

Possibilità che comunque non potrà essere esercitata finchè il governo non libererà nuove frequenze.

Paradossalmente, quindi, dal 99 si tira avanti una vicenda per cui le parti private (Europa7 e Rete4) hanno diritto a trasmettere, ma in cui una di queste (Europa7) ha visto soccombere i suoi diritti a causa della incapacità dei vari governi di fare, diciamo così, giustizia.

Oggi quindi, la palla torna nelle mani dell’esecutivo.
E vedremo come andrà a finire.

Intanto però una cosa è certa: Di Pietro e quelli che come lui hanno sempre gridato all’illegittimità di Rete4 si sbagliavano e mentivano sapendo di mentire.

Ancora oggi, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, Di Pietro si scaglia contro Berlusconi e lo fa con una ferocia tale che addirittura paventa un ricorso in Europa per la messa in mora (con relativa multa) del nostro (e quindi anche suo) Paese.

Assurdo!

Invece di pensare a come aumentare il pluralismo aprendo il mercato e liberando frequenze, Di Pietro e la sinistra preferisce intestardirsi nella contesa politica dall’amaro sapore antiberlusconiano.

Guarda un po’.
Le ultime battaglie parlamentari, dall’insediamento della nuova maggioranza si sono svolte tutte sull’onda dell’antiberlusconismo ritrovato.
E a capeggiarle è sempre stato lui: Antonio Di Pietro.
Non gliel’aveva mandato a dire, al Cavaliere: non ci infinocchi, ti teniamo d’occhio.
E mentre il PD si ammantava travestito d’agnello, l’Italia dei Valori prometteva una rigorosissima e feroce opposizione al governo Berlusconi.
Sta di fatto che fino ad ogg, al di là delle convergenze politiche tra Walter e Silvio, a ricordare al centrosinsitra che avevano perso le elezioni e che ora erano minoranza e che quindi dovevano “combattere” l’esecutivo di “testa d’asfalto”, è stato solo e sempre il mastino abruzzese.
Che non ha avuto scrupoli ad usare anche parole forti sull’operato del Premier e della sua squadra, indicando in alcuni provvedimenti l’ennesimo tentativo di legiferare ad personam.
Così sono diventate terreno di scontro politico sia la norma, inserita nel pacchetto sicurezza al primo consiglio dei ministri napoletano, sulla possibilità di patteggiare anche a processo in corso con sospensione del procedimento per dare all’imputato il tempo di valutarne la convenienza (in cui v’hanno visto un tentativo di sottrarsi al processo “Mills”); sia sull’emendamento ribattezzato “salva rete4″.

Il PD non ha potuto sottrarsi, lasciando la scena al solo Di Pietro e si è accodato.

Il problema, in tutto questo, è che a legare entrambe le “questioni” non c’è un filo politico oggettivo, bensì quell’antiberlusconismo che a fatica sembrava esser stato ricacciato nell’ombra.

Non si spiegano altrimenti le mega-polemiche su una misura di cui certamente non avrebbe beneficiato Berlusconi nè sarebbe servita a garantirgli l’immunità dai suoi processi in corso; così tutta la diatriba sul comma 3 dell’emendamento al decreto di attuazione delle direttive europee che toccava si anche il “caso Rete4″, ma che mirava più che altro ad evitare la sanzione prevista per l’Italia dalla UE.

Di Pietro però non ha voluto sentire storie.
Su Rete4 è intransigente. Deve filare sul satellite e con essa anche e soprattutto Emilio Fede.
Strano non si parli mai delle sorti di Rai3, strettamente legate al terzo canale Mediaset.

Ma tant’è.
Il delirio antiberlusconiano è talmente accecante che la maggioranza ha ora da confrontarsi non più solo con Veltroni, ma anche e prima ancora con l’indiscusso leader delle opposizioni: Tonino, l’amico di Travaglio e Beppe Grillo.

Strano (ma neanche tanto) notare come il quartetto magico (Santoro, Travaglio, Grillo e appunto, Di Pietro) detti all’unisono l’agenda dello scontro politico.
E su quello poi si adagino tutti gli altri.

Proprio sulle tv del Cavaliere e sulle relative sentenze (in ultima quella UE) perchè rete4 vada sul satellite o comunque solo sul digitale si è scatenata l’ira antiberlusconiana.

Il problema infatti non dovrebbe essere Rete4 si o Rete4 no.
Ma rimediare agli errori che lo stato va perpetrando e ribadendo da parecchi lustri ormai e ancor prima della discesa in campo di Berlusconi.

Per approfondire la questione, che non sto a riportarvi per intero, vi lascio qualche passaggio dell’articolo che Paola Liberace ha scritto in merito.

“intorno a Rete4 e Europa7 si scontrano infatti due pretese a loro modo ugualmente legittime, quelle del mercato e quelle del diritto. La giurisprudenza italiana ed europea è stata concorde nel convalidare le istanze di Francesco Di Stefano, vincitore della gara per l’assegnazione delle frequenze nel 1999. D’altro canto, non si può dimenticare che le frequenze di Rete 4 furono acquistate anni prima su un mercato, sia pure uno che aveva sopperito alla latitanza legislativa organizzandosi in proprio; e che la rete fu rilevata alle soglie del fallimento, e riportata in auge a suon di investimenti. Negare questo dato, alla base della cosiddetta “occupazione di fatto” delle frequenze, significherebbe sostenere una logica da esproprio, non da pluralismo. Che l’acquisizione berlusconiana e il successivo rilancio possano non aver fatto piacere ad altri gruppi editoriali privati (alcuni dei quali, del resto, avevano già dato prova negativa di sé nel settore televisivo), è facilmente immaginabile; e forse la maturazione di questo malcontento non è estranea all’obiezione sulla concentrazione di tre reti nelle mani dello stesso proprietario, che condusse ai pronunciamenti della Corte Costituzionale del 1988 e del 1994. Ma non va dimenticato che fu un referendum popolare, nel 1995, a dire no al limite di un solo canale per ogni operatore televisivo. E infine, le stesse istituzioni italiane (Ministero delle Comunicazioni in primis) hanno in qualche modo tenuto conto dei diritti acquisiti (nel senso economico della parola), sin dal 1999, in epoca dalemiana: e hanno reagito ai pronunciamenti delle corti con autorizzazioni, proroghe e decreti legge che contraddicevano le loro stesse precedenti iniziative.

Nulla è cambiato da allora: e nulla cambierà, malgrado le riformulazioni della maggioranza e l’ostruzionismo dell’opposizione, che troverà sempre un motivo per gridare allo scandalo. L’unica vera svolta sarà assicurata dall’avvento definitivo del digitale terrestre, che libererà una quantità di frequenze sufficienti ad assicurare la trasmissione ai vari canali, e consentirà quindi nel contempo di riaprire il mercato. Ma lo switch-off, sul quale il ministero Gasparri con l’omonima legge aveva fortemente investito, e che era stato previsto da Landolfi per il 2008, è stato poi rinviato da Gentiloni fino al 2012. E con esso, la definitiva risoluzione di un dilemma che non cesserà di offrire facile appiglio a chi vorrebbe addossare tutti i mali italiani – quelli televisivi in primis – sulle spalle di uno solo.”

Altri articoli interessanti sono questo e questo di Davide Giacalone.

Volendo sinetizzare: il problema non è Berlusconi o Rete4, ma il sistema in sè che lo Stato ha reso complicato, contraddittorio e lontano dall’esser definito pluralista; non solo: ogni volta che ha provato a metterci mano ha solo peggiorato la situazione.
Soluzione? L’avvio definitivo della tecnologia digitale e l’apertura di quella ai gruppi imprenditoriali che ne siano interessati e che siano interessati a sviluppare quel sistema garantendo il massimo del pluralismo nell’nformazione e nell’offerta all’interno del nuovo mercato!

Ascoltare e poi rileggere il discorso con cui Di Pietro nega la fiducia a Berlusconi può essere istruttivo.
A me ha fatto pensare ad una cosa in particolare…

Sebbene Tonino ostenti sicurezza, sa bene che il risultato elettorale della sua Italia dei Valori è il frutto della politica del voto utile che ha letteralmente accompagnato fuori dal Parlamento la sinistra più radicale e che quindi è più simile ad una splendida (per lui) eccezione che ad altro.

Ecco perchè, il buon Di Pietro rispolvera l’antiberlusconismo isterico e becero.
Lo fa perchè è l’unico modo che ha per provare a mantenere legato a sè quel consenso che in un altro contesto politico non gli spetterebbe.

Volendo ricapitolare, è altamente probabile che i comunisti fregati da Veltroni non cadranno un’altra volta nel tranello e faranno di tutto per riportare nel Palazzo le forze di piazza che sempre hanno sostenuto e che mai, nonostante tutto, avrebbero pensato di vedere escluse dalla vita parlamentare. E nel farlo, sono sicuro, richiameranno ogni goccia del già non enorme bacino elettorale, spremendola quindi proprio da quello che è stato il partito spugna del voto più intransigente: quello di Di Pietro, appunto.

Cavalcare il livore contro il Cavaliere, richiamare continuamente il suo passato e star lì sulla barricata è esattamente ciò che un elettore massimalista si aspetterebbe da un proprio rappresentante.
Tonino, in poche parole, deve tener saldo il timone dell’opposizione dura e pura, quella senza se e senza ma, altrimenti addio 5virgola%!

Unica falla in tutto questo ragionamento nei panni dell’ex magistrato è che deve sperare che l’effetto Travaglio/Grilli non si esaurisca isolato com’è in mezzo allo sdegnato popolo del PdL e quello del PD che ha ormai capito che con certa gente non si può andare avanti!

Replica del Presidente del Consiglio, onorevole Silvio Berlusconi.

Grazie, signor Presidente.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho seguito con attenzione tutti gli interventi nel dibattito di ieri, qui di persona in Aula o attraverso la lettura dei resoconti parlamentari. Desidero ringraziare tutti i colleghi della maggioranza e dell’opposizione che hanno portato un contributo costruttivo.
A chi in particolare ha voluto incalzarci e quasi sfidarci sulla strada del dialogo che ho proposto, voglio rispondere subito che questo Governo accoglie questa sfida costruttiva, consapevole che proprio le difficoltà che abbiamo di fronte ci impongono un approccio nuovo, non più basato su contrapposizioni sterili e preconcette. Non è soltanto una questione di galateo parlamentare o politico, anche se a questo galateo io tengo particolarmente: è questione invece di una comune assunzione di responsabilità alla quale, nella difficile situazione in cui ci troviamo, nessuno può sottrarsi. Essere responsabili significa adoperare, prima di tutto, il buonsenso, per ricercare soluzioni quanto possibile condivise. In ogni caso, voglio ribadire con forza quanto ho anticipato nel mio intervento di ieri proprio in nome di questo stesso buonsenso: non vi sarà mai - mai! - da parte nostra un rifiuto pregiudiziale nei confronti dei contributi costruttivi che l’opposizione saprà e vorrà offrirci.
Il primo terreno sul quale dovremo ricercare le soluzioni più efficienti per una democrazia bipolare matura come quella che tutti noi sogniamo è quello delle riforme, sulle quali - lo abbiamo registrato anche ieri nel dibattito che vi è stato - sono ampi i margini di convergenza e quindi di possibile collaborazione. Ho anche notato in qualche intervento e dichiarazione un moto di sorpresa - anche positiva e cordiale - per i toni della mia relazione. Eppure, già nel 1994, nella mia prima esperienza di Governo, quando presentai qui il mio programma, cercai di essere rassicurante e di sottolineare quel che univa, in tempi in cui tutto congiurava per dividere. Ricordo anche un gesto, dettato da pura spontaneità, quando cioè andai a stringere la mano a quell’oratore dell’opposizione che si chiamava Giorgio Napolitano dopo un suo discorso nobile e pacato.
Ma per venire alla sostanza delle cose, come mi ha chiesto di fare l’onorevole Fassino nel suo intervento, che ho ascoltato con grande attenzione e che ho apprezzato, bisogna anche dire che talune delle questioni primarie su cui si dovrà decidere non ci dividono più come succedeva una volta. Lasciamo da parte il tema dei rifiuti di Napoli, la cui rimozione non è ovviamente di destra o di sinistra: è solo un atto doveroso di decenza civile.
Parliamo delle tasse, delle imposte, dei diversi gravami che rendono così difficile la crescita della nostra economia. Certo, se il tema si affronta partendo dall’ansia di far piangere i ricchi, se diventa una bandiera ideologica senza alcun senso (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia), allora è chiaro che lo spazio per una discussione limpida tra scelte diverse, ma che in alcuni casi sarebbero integrabili o componibili, si vanifica.
Ma ho ascoltato discorsi sensati anche in campagna elettorale, ad esempio dal leader del Partito Democratico: quel «pagare meno per pagare tutti», al di là dello slogan, è un concetto che ci appartiene, assolutamente condivisibile e condiviso.
Vengo ad un altro tema. Noi continuiamo a pensare che il mercato mondiale e il mercato globalizzato sia lo strumento decisivo per il funzionamento delle economie moderne e liberali, ma abbiamo riconosciuto che, per quanto riguarda anche il nostro Paese, alcuni costi della globalizzazione sono eccessivi e sono pagati prevalentemente dai lavoratori a reddito fisso e dalla classe media, comprese le piccole aziende, il commercio al dettaglio, il lavoro autonomo.

Se la cultura prevalente dell’opposizione, così come si configura oggi in questo Parlamento, non si definisce più come statalista e dirigista e non considera più lo Stato fiscale come un idolo al quale immolare sacrifici ideologici, è anche vero che noi non siamo più tributari esclusivamente della rivoluzione liberista degli anni Ottanta, e ci facciamo carico di interessi popolari diffusi che un mercato mal regolato può offendere e ferire (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia).
Non dico che tutto questo sarà sempre facile. Ci vorrà molta pazienza, molta tenacia. Ma dico che, se vogliamo davvero il bene del nostro Paese, tutto questo è indispensabile.
Faccio alcuni esempi concreti di temi sui quali probabilmente ci divideremo e di temi sui quali il dialogo potrà essere sistematico e utile. Il Ponte sullo stretto di Messina, per esempio: noi vogliamo realizzarlo, voi non lo ritenete indispensabile (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Misto-Movimento per l’Autonomia). Su questo mi sembra difficile un’intesa, però la vigilanza contro le infiltrazioni della malavita organizzata è un problema comune che possiamo esaminare e assolvere di concerto.
Oppure, ecco un altro esempio: l’onorevole Bersani non crede che si debba partire dalla detassazione degli straordinari e dei premi di produzione legati all’incremento della produttività, che è invece la nostra convinzione. Alla fine la decisione sarà presa e probabilmente non vi sarà un’intesa sul voto, tuttavia il Governo, come d’altronde l’onorevole Bersani, è assolutamente deciso a studiare e a porre in essere misure per aumentare i salari e le pensioni minime (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia).
Non abbiamo timori, non abbiamo soprattutto pregiudizi di fronte a un’opposizione che faccia proposte pubbliche chiare, definendo responsabilmente la copertura di ogni misura di spesa o di riduzione fiscale. Ed è probabile che nel mondo sindacale e nelle stesse fila dell’opposizione vi siano forze importanti favorevoli alla riforma della contrattazione che è, a mio giudizio, uno dei modi più sani, più diretti e più efficaci per sottrarre alla stagnazione la dinamica dei salari e degli stipendi, aggrediti, come sono, dal carovita.
Un’altra osservazione: non è vero - questo devo dirlo, colleghi dell’opposizione - che abbiamo creato aspettative che non saremo in grado di esaudire. È stata una campagna elettorale vivace, in molti casi assai vivace, ma io credo che la consapevolezza di uno sforzo nazionale da fare e della necessità di unire intorno a questo sforzo abbia resistito alla naturale propensione di parte degli argomenti da comizio (ed è stata, lo avete sottolineato anche voi, una campagna davvero diversa da quelle che l’avevano preceduta).
Certo è vero che i due anni di Governo presieduto dal professor Prodi hanno generato un’insofferenza diffusa e un’inclinazione alla sfiducia verso chi dirigeva il Paese, ma noi non siamo caduti nell’errore di promettere lo smantellamento sistematico e pregiudiziale delle leggi della passata maggioranza, a partire dalla costosa controriforma della nostra riforma delle pensioni che avete realizzato contro il nostro parere.

Non l’abbiamo fatto e non lo faremo.
Un altro esempio. Nel pacchetto sicurezza che stiamo ultimando per il prossimo Consiglio dei ministri ci saranno alcune misure analoghe a quelle che erano state definite dal Ministro Amato e che erano state richieste espressamente dall’onorevole Veltroni sindaco di Roma. Queste misure sono state poi cancellate con un effetto di vero smarrimento nell’opinione pubblica, colpita dal ripetersi di atroci fatti di sangue. Non escludo che alla fine nasca un dissenso sul decreto che abbiamo in animo di varare, ma una cosa è un dissenso argomentato che tiene conto anche della prospettiva comune nella lotta per ristabilire il dominio della legge sul territorio, come ieri voi avete assolutamente auspicato, un’altra cosa è fabbricare - ciò che mi auguro non accada - una caricatura propagandistica delle posizioni e delle proposte del Governo.
Su tutta l’attività di Governo poi esiste un terreno naturale di esperienza comune che è quello degli enti locali e delle regioni. Nessuno vorrà negare che in materia di sicurezza molti sindaci, anche di sinistra, hanno preso provvedimenti che vanno nella stessa direzione che intendiamo prendere noi con il nostro Governo.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, non c’è bisogno di scomodare Adam Smith per sapere che un’economia forte e libera non dipende dalla benevolenza del birraio, del macellaio, del fornaio, ma dal loro interesse. Non ho parlato e non parlo di benevolenza quando dico che esistono le condizioni per cambiare registro e per impegnarci in una grande rivalutazione della politica e del suo significato di servizio per i cittadini. È dall’interesse vostro e nostro, dall’interesse comune di una classe dirigente eletta per risolvere i problemi degli italiani che può e deve nascere un Paese più sereno, un metodo più tranquillo e limpido di discussione, un’attitudine politica sempre esigente, sempre rigorosa, sempre severa ma non disfattista e arrogante.
Lo so e noi tutti sappiamo che non sarà facile, ma siccome per natura sono un ottimista e ho sempre avuto la passione dell’ottimismo credo che se lo vorremo davvero e tutti insieme, come direbbe pacatamente e serenamente il principale esponente dello schieramento a me avverso, «se po’ fa», ce la possiamo fare (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà, Lega Nord Padania e Misto-Movimento per l’Autonomia).
È con questo auspicio, anzi con questa certezza che chiedo la vostra fiducia.

IL SIPARIETTO DI DI PIETRO (che se la prende anche con Fini)

Vorrei dirle con il sorriso sulle labbra, signor Presidente del Consiglio, che mai avrei immaginato, di trovarmi per la seconda volta a dare un giudizio sul suo Governo. La prima volta mi è capitato quando mi ha offerto di fare il Ministro dell’interno e non ho abboccato. Poi se l’è scordato, perché lei è abituato a dimenticare, quando le cose non le fanno piacere.
Quindi, signor Presidente del Consiglio, lasci che anche oggi - con il sorriso sulle labbra, ma sempre a testa alta - le diciamo: «noi no, noi dell’Italia dei Valori non abbocchiamo!» Noi dell’Italia dei Valori non intendiamo cadere nella tela del ragno che lei, ancora una volta, sta tentando di costruire con pacche sulle spalle, come ha detto lei: «volemose bene, va’ che ce la famo». Lo dica agli altri, non lo dica a noi dell’Italia dei Valori! Infatti, noi dell’Italia dei Valori abbiamo memoria e soprattutto non intendiamo perdere la memoria.
Noi conosciamo la sua storia personale e politica e conosciamo bene anche la sua storia…
E soprattutto conosciamo bene la sua storia personale e giudiziaria e quella dei tanti…
Signor Presidente della Camera, darmi la possibilità di parlare è un suo compito.

PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, lei non è nuovo di quest’Aula e sa che è abbastanza naturale che ci sia, nei limiti…

ANTONIO DI PIETRO. Solo quando riguarda me, però.

PRESIDENTE. Ovviamente dipende unicamente da ciò che si dice…

PRESIDENTE… fermo restando che ho già invitato la parte destra dell’emiciclo a non interromperla. Prego, onorevole Di Pietro, continui.

ANTONIO DI PIETRO. Ha ragione signor Presidente della Camera, dipende da quello che si dice: non bisogna disturbare il manovratore (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico)!
Ma noi dell’Italia dei Valori conosciamo la storia anche dei suoi tanti dipendenti e sodali che si è portato in Parlamento con sé a titolo di ringraziamento per i favori e le omertà di cui si sono resi complici. Noi dell’Italia dei Valori conosciamo bene le sue bugie e la sua capacità di distorcere la verità dei fatti.

Soprattutto conosciamo bene la tela sul controllo dell’informazione e sul sistema di disinformazione che ha messo in piedi (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico). Soprattutto conosciamo la disinformazione che ha posto e ha fatto porre in essere per far credere che la colpa dei mali dell’Italia non sarebbe di chi li ha commessi ma di chi li ha scoperti.
Lei ha mentito a ripetizione nel corso della sua carriera politica e da ultimo ha fatto credere agli italiani di aver lasciato l’ultima volta il Governo con i conti in ordine, mentre invece ha truccato le carte fin quando l’Unione europea non l’ha scoperto e sanzionato, e quel povero Prodi si è dovuto far carico di far quadrare i conti e ne ha pagato le conseguenze (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo Partito Democratico - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della libertà).
Lei, signor Presidente del Consiglio, spesso - ed ancora ieri - ha detto di ringraziare e apprezzare il lavoro dei giudici. Ma va! È un falso storico, signor Presidente: lei odia i giudici indipendenti che fanno il loro dovere, a lei quei giudici fanno orrore! Lei vuole solo una giustizia forte con i deboli e debole con i forti (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della libertà)! Lei vuole solo una giustizia che fa comodo a lei, una giustizia a suo uso e consumo, e quando non le basta si fa le leggi apposta per fare in modo che la giustizia funzioni come dice lei.
Lei è in conflitto di interesse con se stesso e nulla vuole fare per risolverlo. Così ancora oggi nessuno di noi può sapere, quando decide qualcosa, se lo fa per sé o per gli altri, e quali altri poi. Lei non ci ha detto ieri come intende risolvere il conflitto di interesse, anzi ce lo ha detto con il suo silenzio: non intende risolverlo.
Lei ieri ha descritto un Paese di sogni e di balocchi, in un esercizio di equilibrismo per farci stare dentro tutti: nord e sud, poveri e ricchi, imprenditori, lavoratori e parti sociali deboli, pacifisti e guerrafondai, rigoristi e scialacquatori. Insomma, ha fatto solo un discorso furbo per cercare di imbavagliare l’opposizione. Ma noi non abbocchiamo.
Lei dice di volere il dialogo…ma noi crediamo che lei voglia un dialogo ad una voce sola: la sua. E chi non la pensa come lei è solo un qualunquista, un forcaiolo, un populista; insomma un disturbatore da isolare e condannare.
Lei dice di volere una giustizia che funzioni, lo ha ripetuto anche in questi giorni. Ma come può funzionare - di grazia - una giustizia con le leggi ad personam che si è fatto fare nella scorsa legislatura? Come può funzionare un libero mercato, che lei dice di volere, quando ci sono falsificatori di bilanci - che lei conosce molto bene, a lei molto vicini - che grazie alle leggi fatte fare da lei e dal suo Governo oggi possono stare ancora liberi in giro per l’Italia?
Lei dice che vuole combattere l’evasione fiscale, ma intanto ogni giorno se ne inventa una, nel corso del processo che la riguarda a Milano, per ritardare i tempi della giustizia che la riguarda.
Lei dice che vuole combattere la criminalità organizzata, ma la criminalità organizzata oggi si combatte prevedendo ferree leggi e decisi interventi sull’evasione fiscale, sul falso in bilancio, sulla contiguità esistente e persistente tra politica e mafia, sulla non candidabilità delle persone condannate. Se lo ricordi questo leitmotiv, perché lo sentirà per tutta la legislatura (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori). Sono tutte questioni chiave su cui lei si è ben guardato dal prendere posizione.

Certo, lei ha più volte teso la mano all’opposizione, a quell’opposizione che pensa di ingraziarsi ammiccando un po’ di più. Io non credo che il Partito Democratico, che è un partito che ha la sua storia, ha un suo passato, cadrà nel trabocchetto, né ci cadremo noi dell’Italia dei Valori.
Noi crediamo che fare opposizione vuol dire innanzitutto riscrivere la verità rispetto alle disinformazioni che lei ha portato avanti in questi anni nel nostro Paese. L’opposizione ideale che vuole lei è quella di un’opposizione morbida che non denuncia, non alza i toni, non fa battaglie anche dure per il rispetto delle regole democratiche, insomma un’opposizione di Governo. Noi questa opposizione non la faremo, né crediamo che la faranno gli amici del Partito Democratico, perché una cosa è ascoltarla, un’altra è venirle appresso.
Insomma, sappia signor Presidente del Consiglio che da oggi esiste ed esisterà un’opposizione forte, decisa e senza compromessi, fatta di critiche, ma anche di proposte costruttive, che è quella dell’Italia dei Valori.

Un’opposizione che avrà anche il coraggio e il dovere, allorché lei dovesse fare un provvedimento negli interessi dei cittadini, di votarlo, ma mai di scambiare la sua politica come una politica nell’interesse della collettività. Noi crediamo che lei abbia fatto e si sia messo a fare politica per i suoi interessi personali e giudiziari (Proteste dei deputati del gruppo Popolo della Libertà - Una voce dai banchi del gruppo Popolo della Libertà: «Vergogna!»); è questa la verità che non ci toglie nessuno. Noi non le diamo la fiducia!

Tiriamo le somme.
Direte: come, di già?! ma siamo appena agli inizi!
Vero, ma sembra che alcune cosette si possano dire non tanto sul piano dell’attuazione del programma quanto piuttosto sull’organizzazione politica interna al Parlamento.

Alla luce degli ultimi eventi, leggasi tempeste in Rai contro Santoro, Grillo e Travaglio; telefonata di Berlusconi a Veltroni prima del suo intervento a Montecitorio; e dopo il discorso di oggi del Cavaliere alle Camere, vengono immediate alcune riflessioni.

Per esempio, sappiamo che il governo avrà un interlocutore privilegiato: il Partito Democratico di Walter e il suo shadow cabinet.
Sappiamo poi che da questo governo ombra è stato escluso Di Pietro. Il quale però è stato abile a ripiegare in una opposizione lontana dai palazzi (dove comunque non può niente, visti i numeri), affidandosi a quella da farsi in TV coi vari Travaglio ed a quella di piazza lasciata all’amico predicatore Beppe Grillo.
Dei Radicali non si sa più nulla, ma tanto quelli stanno bonariamente nel recinto PD.

Chi manca all’appello?
L’UDC di Casini.
Che, come volevasi dimostrare, ancora una volta esce con le ossa rotte dallo scontro con Berlusconi.
La sua ininfluenza è ormai imbarazzante. Numericamente è inesistente; non può allearsi con alcuno a meno di tradire le belle parole usate in campagna elettorale; non conta niente più nemmeno tra i cattolici, che sanno di poter contare nel PdL di autorevoli personalità non solo nella squadra di governo.
Difficilmente, oltretutto, gli uddiccini potranno sottrarsi alle proposte della maggioranza, dal momento che molte di esse sono praticamente sovrapponibili a quelle inserite nel programma di Casini.

Una catastrofe. Per chi vuole ancora appiccicarsi un bollino da cattolico per adescare gli elettori.
Una catastrofe. Anche per chi ha decisamente sbagliato ogni valutazione politica.

E il futuro?
Onestamente lo vedo nero per Casini e per l’UDC.
O torna all’ovile. O muore.

Casini è testardo. E farà morire l’UDC!

Dicevano che invece di strapparli, i programmi degli avversari li leggevano.
Mica vero…

Altrimenti non si spiegherebbe come mai Di Pietro ha impiegato due mesi di campagna elettorale ed i quasi venti giorni successivi alle elezioni per capire che Berlusconi aveva ragione.

Si, il Cavaliere, sono già quasi tre mesi che dice ciò che solo il 30 aprile è stato compreso da Di Pietro: cioè che per rilanciare l’economia delle imprese è necessario sciogliere (parole di Di Pietro) “il cappio dell’IVA anticipata“.

Ovvero, impegno numero uno, pagina 4, terzo e quarto punto del programma elettorale del Popolo della Libertà.

Anche se Di Pietro mantiene la faccia di tolla che lo ha da sempre distinto, facendo intuire che questo sarà il primo provvedimento che l’Italia dei Valori chiederà di attuare al prossimo venturo governo (come se non fosse già all’ordine del giorno dei primi interventi del nuovo esecutivo), beh…

…benvenuto Tonino…

Eccolo qua, il famigerato effetto Veltroni. La grande rimonta.
Leggere i sondaggi può riservare sorprese non indifferenti, soprattutto perchè aiutano a capire meglio la realtà che continuamente ci viene mistificata attraverso i media dai paladini del progressismo.

Partiamo da un paio di dati fondamentali: i risultati alle scorse elezioni: l’Ulivo (grosso modo il PD di oggi) 31,3% ; Di Pietro arrivò al 2,3%. I Radicali si presentarono coi socialisti nella Rosa nel Pugno, guadagnando il 2,6% dei consensi, ma oggi è difficile scomporre il dato, perciò indicativamente accreditiamo Pannella e compagni di almeno un misero 1%.
Somma della tornata 2006 (quella della “scelta definitiva”, quella “per liberare l’Italia da Berlusconi”, quella insomma caricata a mille da cinque anni di insulti, menzogne e cattiverie di vario genere): circa 35%.

Bene.
Andiamo a vedere la situazione oggi.
Di sondaggi se ne sentono lanci quotidianamente. Ma volendo fare un’analisi anche solo grossolana, viene fuori che il PD (cioè il vecchio Ulivo) con Veltroni arriverebbe al massimo (previsione ottimistica della SWG, cioè della società di rilevazione più vicina alla sinistra, quella che nel 2006 dava per certo un distacco di almeno 8 punti rispetto al Cavaliere) al 34%, ma più realisticamente non andrebbe oltre il 33% (per la Euromedia, quella che invece azzeccò il pareggio elettorale tra le due coalizioni, Walter si fermerebbe al 32,5%); Di Pietro fa un balzo in su nelle preferenze: dal 3,5 al 4%. I radicali invece, come sopra, li attestiamo di un peso pari all’1%.

Notate qualcosa?
La grande rimonta di Walter in realtà non è una rimonta, che peraltro tutti i sondaggisti danno per esaurita già da qualche settimana. Ma anche volendo, il “peso” della novità Veltroniana vale parecchio meno del 1,7%, tenendo conto che i Radicali, fagogitati nel PD qualcosa valgono pure! Da qui, l’unica riflessione possibile: che non ci prenda in giro, Walter! Il merito dello sforamento della quota 33%, indicata da Fassino a suo tempo per l’Ulivo come soglia minima per parlare di quello come di un partito veramente competitivo (essendo almeno quella la somma dei voti di DS + Margherita), sarà tutto da attribuirsi al porgimanette dell’Italia dei Valori, che è però quello che va ad intercettare i voti “utili” dei comunisti, consapevoli che votare Bertinotti sia completamente dispersivo.

Eccoci al dunque.
Veltroni le sta provando tutte. Sta giocando tutte le sue carte. Ma sta comunque perdendo, clamorosamente, la mano.
Il PdL infatti sta andando forte e la campagna elettorale di Berlusconi e Fini è appena cominciata.
Certo, nell’urna tutto può cambiare, ma…se si parla tenendo in conto i numeri proposti dai sondaggi (a disposizione di tutti) bisognerebbe avere la decenza di non dire cazzate!

Per verificare coi vostri occhi tutto ciò di cui qui s’è discusso, fate bene a vedere QUI tutti i numeri!

A chi si stupisce dell’apparentamento tra Veltroni (il non più solitario) e Di Pietro, basterebbe voltarsi alle spalle, tornare indietro di 15 anni e…magia, tutto sarà più chiaro; stanno insieme da sempre: il partito (i nuovi DS) e il magistrato che spazzarono via la dc e i socialisti (da cui peraltro rimangono distanti)! All’insegna della cultura giustizialista, alla faccia del garantismo di cui tante volte si son riempiti la bocca, anche se nei fatti, poi, son sempre stati coerenti - strano a dirsi, ma vero!

Dopo il suo mandato da sindaco di Roma, Walter voleva andare in Africa, MA ANCHE a palazzo Chigi.

Dopo aver tirato su il PD, Walter voleva correre da solo, MA ANCHE in compagnia.

Biografia (politica) non autorizzata di Marco Travaglio. L'uomo dalle molteplici contraddizioni!


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