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Piero Ricca lo conoscete tutti.

E’ diventato famoso per aver gridato “buffone” al presidente del consiglio, Berlusconi, nei corridoi del palazzo di giustizia di Milano.
Curioso: il “giornalista” Piero Ricca invitava il premier a “farsi processare come tutti gli altri”, praticamente mentre il Cavaliere usciva dall’aula di tribunale in cui si stava regolarmente svolgendo il processo a suo carico sui fatti relativi al “caso Sme”.
Favoloso: è come se io uscissi per strada e al primo podista gli gridassi di andare a correre.
Ma vabbè…
Fu querelato da Berlusconi per il reato di ingiuria.
Il giudice di pace lo condannò ad una misera multa di 500 euro, che la Cassazione annullò perchè quel “monito” di Ricca rappresentava una “idonea a suscitare riflessioni sul tema della legalità e del rispetto delle leggi”.
Un capolavoro: il diritto all’onorabilità del presidente del consiglio soccombeva al “diritto d’offesa” travestito da “diritto di cronaca”. Restava da stabilire di che giornalismo si trattasse.
Tant’è…
Da quel giorno, Piero Ricca è diventato l’idolo delle masse antiberlusconiane.
Da quel giorno, chiunque si è sentito in diritto di “criticare” offendendo il presidente del consiglio.
Ora però le parti si sono ribaltate: c’è lui dalla parte dell’offeso.
Ha infatti deciso di querelare per ingiuria aggravata il senatore Dell’Utri, reo di averlo definito uno “stronzo”.
Adesso è Ricca a voler difendere la sua onorabilità.
Beh, caro Ricca, la prenda così: quello era solo un monito più che idoneo a suscitare in lei un’attenta riflessione sulla sua persona e sul suo concetto di professionealità di giornalista”.
Non faccia la vittima…perchè poi la gente le ride dietro.
Si sà che è ilare il bue che dà di cornuto all’asino…
Peter Gomez sul caso Schifani.
“Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all’apertura di un’inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel ‘99, l’intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.” (fonte: Voglio Scendere)
Segue poi una ricostruzione dei “fatti di Villabate”.
“Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.
La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d’onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia. La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l’ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l’intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell’attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.
La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi c’è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l’ex segretario dei giovani dell’Udeur che falsificò la carta d’identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell’intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.“
Ecco a voi, il “metodo Travaglio”.
Più esplicito di così si muore.
Dunque:
Un inchiesta che non c’è.
Una testimonianza nel ‘99 che però non portò a nessuna incriminazione nei confronti di Schifani.
Addirittura 4 versioni di un fatto.
nessuna di queste verificabile, perchè nemmeno acquisita a processi contro Schifani.
Insomma, non è per difenderlo ad oltranza, questo semmai è compito dei suoi avvocati, ma, detto tra noi, quando le cose stanno così siamo in presenza non di una notizia, ma di veleno.
Il perchè è presto detto:
Travaglio e Gomez non possono fare affidamento ad alcuna condanna, nemmeno su una assoluzione per prescrizione (che loro chiamano “formula dubitativa”), ma vorrebbero comunque che Schifani facesse lo stesso luce su quei fatti.
Ammettiamo sia giusta come richiesta.
Si dovrà però tener conto di un paio di cosette in via preliminare: innanzitutto, che su fatti che olezzano di delinquenza l’organo deputato a dipanare le ombre è la magistratura, non la stampa.
E in secondo luogo, che poi è il punto più importante, facciamo pure che Schifani accetti “l’invito” dei suoi accusatori e si presenti a reti unificate.
Che succede se dice: “li conoscevo quelli, ma non sapevo che erano mafiosi; al comune di Villabate ci sono entrato per merito mio; ho fatto tutto secondo coscienza e legalità”.
Cosa obiettargli?
Non c’è più niente a sostegno della stampa inquirente (chiamiamola così) per continuare questa scandalosa farsa del processo mediatico cui è stato sottoposto il presidente Schifani.
Ergo: a che serve usare informazioni tra loro scollegate e incollate a dovere per sollevare un sospetto che mai potrà esser chiarito e nonostante questo chiedere spiegazioni ad un personaggio (seppure di caratura istituzionale) ben sapendo che da quegli non si potrà che ottenere la sua versione (ed è normale, oltre che giusto, che sia così visto che la magistratura non ha mosso un dito contro quello)?
Dunque: o ti fidi o ti fidi.
Sarà il caso che i Travaglio e i Gomez che spopolano sulla scena giornalistica, si facciano una ragione del fatto che gli uomini sono liberi ed innocenti fino a prova contraria e a condanna passata in giudicato (tre gradi!!) da parte della magistratura.
Sintetizzando la conclusione: questo è veleno. Nessun fatto!
PS: dai commenti: il Senatore
A me sembra sempre di più che Travaglio sia preda di un’ossessione. Il suo è savonarolismo duro e puro, senza senso. Pretende di avere una patente da censore, da tribuno del popolo; patente che nessuno gli ha dato. A volte sembra un giacobino rivoluzionario. Ecco, il suo habitat ideale sarebbe stata la Francia di fine ‘700, i tempi delle ghigliottine, dei sospetti, del terrore.
eccellente descrizione…
Travaglio risponde a D’avanzo. Paventa anche l’ipotesi di una querela.
Dice: è tutto falso (e gli crediamo!).
Non ho conosciuto Aiello; e Ciuro l’ho conosciuto quando ancora non era considerato mafioso!
Toh!
Ma come?!
Forse mi sbaglio, ma mi sembrava di aver capito che le amicizie fossero da considerarsi pericolose anche se giudicate col senno di poi.
Eppure, ora che riguardano lui le allusioni e le illazioni, tira fuori gli artigli, Travaglio e si difende respingendo ogni accusa (perchè, dice, falsa - ma il gioco di D’avanzo stava tutto lì…) sostenendo che è una scorrettezza attribuire a qualcuno sodalizi con persone di cui non si poteva, a quel tempo, conoscere la “mafiosità”.
Sono più che sicuro che Marco Travaglio sia uomo limpido; scorretto come giornalista, fazioso, ma limpido.
Al tempo stesso però, la risposta piccata con cui il Travaglio si è rivolto a D’avanzo (che aveva sollevato il sospetto) è la conferma che il metodo Travaglio è altamente pericoloso, perchè espone persone oneste alla esecrazione sociale che può arrivare pure ad essere basata su fatti inesistenti o interpretati in maniera forzata.
Poichè il target di certi messaggi è ben preciso ed affatto moderato è più che legittimo immaginare che comunque stiano le cose questi fatti ritorneranno nei discorsi di quelli che hanno in profonda antipatia Travaglio, cui rinfacceranno quelle amicizie “pericolose” (anche se in realtà non lo sono).
Ovvero, Travaglio subirà il suo stesso metodo allusivo.
Spiace, ma credo ben gli stia…
Questo è l’ultimo caso di una lunghissima serie, che certo non si interromperà oggi.
Ma è interessante notare come, al solito, il tutto accada nell’incredulità generale, come tutto ci sorprenda scuotendoci da quel torpore che ci fa chiamare tutto “normalità”.
Dopo qualunque tragedia, infatti, i giornalisti si affannano a domandare a parenti ed amici o vicini di casa che tipi erano quelli che solo ora si scoprono “mostri”.
E la risposta è sempre la stessa: persone normali, che vengono da famiglie normali; gente normale insomma…
Beh, a questo punto c’è questo da preoccuparsi.
E’ il moderno concetto di normalità che fa spavento.
Sono tutti “normali”! Prima! Ma poi si balza dalla sedia quando si entra nelle loro camerette, quando ci si addentra nei loro pc, quando si sfogliano i loro diari, quando si dà un’occhiata alle frequentazioni che avevano.
Erano mostri già prima, solo che nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo o di ammetterlo o di scoprirlo.
Le famiglie hanno scaricato il barile della responsabilità verso i propri figli alla scuola; la scuola però non ha raccolto (e come poteva!?) l’investitura e ha abortito qualunque missione educativa affidando di fatto i ragazzi all’autoapprendimento delle regole di Vita da pescarsi nella società…
…ma se è la società stessa ad essere malata?
Forse, visto ch’è inutile perdersi in tante chiacchiere che non risolvono nulla, sarebbe il caso di arrivare al dunque e di abbandonare questo stupido e deleterio relativismo morale e sociale che uniforma tutto e tutti sulla base di criteri superficiali di valutazione della nostra umanità.
Non è possibile tutto sia “normale”.
Ma se provi a dire che qualcosa non lo è, ci sta che ti saltino addosso rimproverandoti di esserti permesso senza alcun titolo di paventare la necessità di riconsiderare i punti di riferimento di cui si è perso nel tempo ogni ricordo, o perchè sei stato così ardito da criticare i modelli valoriali di cui si nutre l’attuale società; o perchè sei stato così avventato e retrogrado dal sostenere che forse forse oggi come oggi si confonde un po’ troppo il concetto di libertà e si pretende un po’ troppo il rispetto di quella stessa fraintesa libertà.
Eppure la realtà parla chiaro.
Siamo allo sbando.
I giovani, le prossime generazione, sono già perse.
C’è assolutamente da chiedersi “perchè” e trovare in fretta risposte adatte a frenare se non fermare questo fenomeno autodistruttivo di una società che rincorre i propri ego e che non intende lasciarsi guidare da alcuna moralità.
D’altra parte, però…ti dicono…chi può decidere ciò ch’è giusto e ciò ch’è sbagliato?
Benissimo: discutiamone.
Ma non diteci più che tutto è normale ai vostri occhi!
UPDATE 3: QUI il video di Porta a Porta con Fini. (la puntata è “I due Presidenti”)
UPDATE 2: più teste vuote che teste rasate. Dal tg5: chi sono i cinque del “branco”.
Clicca sul video.
UPDATE: su La7 c’è il video delle puntualizzazioni di Gianfranco Fini.
clicca sul video.
Quando ieri scrivevo questo post, non avevo ancora letto le dichiarazioni fatte da Fini a Porta a Porta e le relative polemiche da queste innescate.
Poi c’è stato il martellante lancio di commenti sui vari siti dei quotidiani online.
Dal Corriere a Repubblica, passando per La Stampa e mille altre fonti, su ognuno di essi risuonavano le affermazioni del neo presidente della Camera: “Fini: più grave a Torino”.
Non vi dico quante reprimenda ho letto in pochissime ore.
E sono rimasto basito.
Totalmente stupito.
Conoscendo il livello dei “giornalai” italiani ho deciso comunque di aspettare di sentire con le mie orecchie la puntata di Porta a Porta, sospettando che le cose non potessero stare come venivano sbattute in prima pagina.
Come volevasi dimostrare!
Spero che sia messa prestissimo in rete la registrazione della trasmissione di Vespa, perchè così saranno meglio fugati i possibili dubbi, ma già le ricostruzioni apparse sui giornali stamattina rendono maggiore verità, SEBBENE gli editoriali, i commenti e le interviste fatte ricamando su quelle citazioni continuino ad essere del tutto fuorvianti la realtà.
Mi spiego.
Il presidente della Camera aveva già abbondantemente espresso la sua riprovazione circa gli eventi accaduti nella città di Verona.
Ditetro di lui e agli altri ospiti era fino a poco prima campeggiata la scritta sul video-wall: i naziskin…a Verona.
Da lì, si è passati ai fatti di Torino: “L’estrema sinistra…a Torino”.
A quel punto, interrogato anche su quelli, Fini ha voluto puntualizzare: “Non sono paragonabili”; “L’aggressione dei naziskin veronesi e la violenza dei centri sociali torinesi sono due fenomeni che non possono essere paragonati”.
Perchè?
Perchè uno non ha alcuna matrice politica, mentre l’altro si.
Non si è mai messa in discussione la gravità sociale del pestaggio veronese: “Quel gruppo neonazista va preso, messo in galera e rieducato, non ci può essere nessun tipo di solidarietà”.
Ovviamente c’è da rispondere a diversi interrogativi circa il disagio di giovani ormai svuotati di ogni punto di riferimento, ma la violenza gratuita è ben altra cosa rispetto a quella che ha come sfondo una ideologia politica.
Di qui, l’affermazione di Fini.
Cuturalmente parlando, sono molto più gravi i fatti di Torino perchè ad essi è sotteso un imprinting politico che trova solidarietà e sponde in gruppi politici ben identificati.
Non dimentichiamo, tra l’altro, che prima di Fini, ad innescare una sterile polemica era stato Veltroni, che aveva appunto calato la vicenda di Verona nell’agone politico.
Giusta la puntualizzazione del presidente Fini allora.
Perchè volere a tutti i costi paragonare i due episodi?
Non sono la stessa cosa!
Perchè stranirsi di fronte a tanta ovvietà?
Round Up: QUI trovate chi, invece, la pensa diversamente.
Avvistati oggetti volanti non identificati in Arizona. Qui il video!
Se gli esempi servono per capire meglio le cose di cui si parla, per capire i mali della giustizia italiana non c’è esempio di cronaca ed attualità migliore di quello offertoci dal CSM, che ha deciso di non sospendere quel giudice che aveva necessitato di otto anni per depositare le motivazioni di una sentenza. Ritardo grazie al quale erano stati scarcerati, per decorrenza dei termini, appunto, alcuni affiliati del caln Madonia.
Questa giustizia è semplicemente imbarazzante (vedi foto…)
Dove sta il male, nel caso di specie?
Semplice: in Italia è la magistratura a processare sè stessa. Ed eccone i risultati. Impunità.
Si appalesa dunque più che necessaria una forte riforma della giustizia. Che possa pure apparire ai benpensanti progressisti e girotondini anticostituzionale, ma che ripari alle falle che la stessa costituzione ha creato nel nostro ordinamento. Che oggi è insopportabile. Ma che speriamo un domani diventi almeno dignitoso. Poi, efficace ed efficiente.
Dicevano che con la legge 194 erano stati azzerati gli aborti clandestini.
A domanda: si ma come si possono quantificare gli aborti clandestini se per definizione una cosa clandestina non la puoi conoscere? Nessuno credo abbia mai capito la risposta.
Il caso del medico suicida di Rapallo ci da conferma di quanto poco sopra detto.
Non solo. Ci da anche un altro elemento di riflessione.
Per alcuni sarà una considerazione banale ed inflazionata, ma alla luce del fatto è inevitabile non tornarci su: l’aborto, oggi, non è quasi mai terapeutico e quasi sempre di comodo. Un gesto egoistico. Che si sceglie per porre rimedio a qualcosa di non voluto o non programmato.
Diciamola tutta: è più che altro l’ultimo dei contraccettivi possibili.
Inutile dire che così inteso non è un atto che afferma la propria libertà o la propria autodeterminazione, bensì qualcosa di più torbido, almeno moralmente parlando.
E’ un gesto frutto di una mancanza di responsabilità disarmante e il disconoscimento del valore della vita umana al solo fine di garantirsi una (pseudo)libertà fittizia, come può essere il proseguio di una carriera o il passare altre notti brave con gli amici o chicchessia senza doversi preoccupare di nessun’altro!
Fino alla motivazione più squallida di tutte: per evitare al figlio una vita di sofferenza nel caso in cui questo dovesse nascere con qualche handicap.
Facile intuire che il problema non sta nel bambino, per il quale si fa in frettissima a decidere non abbia diritto a vivere la propria esistenza, bensì tutto nei genitori, che hanno paura di affrontare tanto dolore e di star dietro a mille pensieri per quel figlio malato, di dedicarsi a lui soltanto sottraendo il loro tempo. Perciò, se si può scegliere, beh…perchè non farne a meno?
Il disagio, tutto genitoriale, l’abbiamo compreso da una notizia di qualche giorno fa: la mamma e il papà di una bambina affetta dalla sindrome di Down hanno deciso che “per la bambina” sarebbe stato utile un intervento di plastica facciale in modo da darle un aspetto che mascherasse la sua malattia per un migliore inserimento nella società. Quella attuale, che si basa più sull’apparenza che sulla sostanza. Ma quel “per la bambina” è da interpretarsi meglio come “per loro, per quei genitori”, che non accettano il “difetto” della figlia e adottano una scusaccia pur di assecondare i loro turbamenti.
Per farla breve: aborto e accettazione delle diversità sono temi strettamente collegati tra loro. Rispondono ad una comune esigenza: sottrarsi alla realtà e cercare di modificarla, financo a farla sembrare tutt’altra, come mai esistita.
Non possiamo rimanere inermi di fronte a questi deliri di onnipotenza dell’umanità che nascondono solo le profonde fragilità umane.
Dobbiamo semmai batterci per ricostruire o per fondare una società veramente innamorata di sè stessa, che non emargina, ma accoglie e aiuta ed integra e che sia capace anche di mettersi al servizio del più debole.
Ogni vita ha la sua dignità.
Ed è questa che va difesa: da chi vorrebbe assoggettarla ad una scelta; o da chi vorrebbe poterla piegare ai propri interessi.
Rivediamo la 194, quindi…consideriamo l’aborto come un omicidio, perchè tale è, al di fuori di specifici casi previsti dalla legge; e impediamo la vergognosa deriva etica cui assistiamo, per ora troppo intimoriti di scagliarcisi contro!















































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