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E allora perchè Silvio Berlusconi è imputato proprio per falso in bilancio nel processo sui presunti fondi neri Mediaset?
Qualcosa non torna: come si spiega?
(questo post è stato ispirato da un articolo di Travaglio - si, sempre lui…è come una droga ormai - in cui cita il processo, ma non i capi d’imputazione. Ovvio: lo facesse dovrebbe ammettere che non è affatto vero che il reato di falso in bilancio è stato depenalizzato)
Dunque, appare oggi sul blog dell’onorevole Di Pietro una video intervista a Niccolò Ghedini (avvocato del Premier e parlamentare in quota PdL) che dal caso Mills frana a quello Saccà e le relative intercettazioni.
Obiettivo primario dell’intervistatore (come si evince anche dal titolo del post “non si può mentire per sempre”) è mettere in luce le contraddizioni (falsità) del deputato-rappresentante legale del Cavaliere.
Vediamo quindi quali sarebbero le bugie che avrebbe detto Ghedini e che prontamente il nostro giornalista d’inchiesta ha smascherato…
Martinelli: Perché avete vietato le telecamere di riprendere il processo, visto che riguarda il Presidente del Consiglio?
Ghedini: Ma io sarei contento che ci fossero le telecamere, anzi è il tribunale che le ha vietate.Martinelli: Non l’avete chiesto voi?
Ghedini: Ma neanche per sogno. Mai stato, anzi sarei contento che ci fossero le telecamere.Martinelli: Ma il dibattimento non è pubblico?
Ghedini: Il pubblico può entrare ma non consentono di riprendere. Questo secondo me è sbagliato in un processo come questo. Non sappiamo la ragione.Proviamo a pensare quale motivo avrebbe un giudice di vietare l’ingresso alle telecamere in un dibattimento pubblico che riguarda tra l’altro un personaggio pubblico come il capo del governo, se non su pressioni da parte della difesa stessa, in questo caso da parte dello stesso Ghedini e dal suo gruppo di avvocati che difendono Berlusconi.
Ora, dubitare è lecito, ma bisogna anche poi saper dare le giuste informazioni.
La pubblicità del processo penale è assicurata dalla possibilità data a chiunque di presenziare alle udienze.
Per l’ingresso delle telecamere e di apparecchi di registrazione audio è necessaria la richiesta al Tribunale stesso che può autorizzarle o meno. Nel primo caso chiede il parere delle parti; nel secondo non è necessario chiedere niente a nessuno. In questo caso, la truppe dipietrina non avendo chiesto alcun permesso non ha potuto entrare.
Niente pressioni dunque…ma regole, semplici basilari regole di procedura.
Promemoria per la prossima volta: potrete evitare il martirio e seguire semplicissimamente le regole.
Andiamo avanti.
L’altro grande smascheramento riguarda il procedimento in cui Berlusconi è indagato per aver corrotto un senatore della ex maggioranza per far cadere il governo Prodi.
Dice il reporter:
Martinelli: L’ha detto lui al telefono, Berlusconi. Per esempio su Elena Russo cosi il senatore mi vota contro.
Ghedini: Ma no, non è assolutamente detto cosi. Le intercettazioni ce le ho tutte.
Insoddisfatto, il novello cronista giudiziario riporta al grande pubblico la trascrizione, con cui vuol mettere in luce la disonestà intellettuale dell’avvocato.
Il testo però parla chiaro:
P: con la Elena Russo non c’era più niente da fare? Non c’è modo…?
P: io stò cercando … di aver la maggioranza in Senato …
Eccola lì, la prova inconfutabile.
Epperò…epperò non è come dice Martinelli, il quale è convinto che Berlusconi abbia espressamente detto che “così mi vota contro” (il senatore della ex maggioranza).
In realtà i passaggi che anch’io ho riportato si trovano ben distanti nella trascrizione e comunque non si parla di voti.
Tant’è che Ghedini lo fa notare.
La voce di Berlusconi è una, basta che lei le ascolti e non dice assolutamente quello che lei prospetta. Mai ha detto Berlusconi “prenditi la Elena Russo e quell’altro vota cosi”. Lo escludo categoricamente.
Si dirà: è la stessa cosa, non fare il sofisticato. Eh, no…non è la stessa cosa. Soprattutto quando ci si spaccia per giornalisti e si citano fonti documentali per suffragare le proprie affermazioni. Bisogna rispettarle quelle fonti. Soprattutto in campo penale, dove si “gioca” con la libertà delle persone.
Dire, quindi, che Berlusconi ha detto “prenditi la Russo l’altro così mi vota contro” è impreciso, è scorretto e può cambiare di molto i fatti di cui si parla.
Prosegue Ghedini:
Proprio non dice affatto cosi, ma semplicemente che c’è un attrice a cui sarebbe interessato un senatore dell’allora maggioranza, tutto qui, ma non fa alcun collegamento diretto, tanto che per questo non c’è nessuna imputazione.
Il Martinelli a questo punto vuol dar prova di tutta la sua classe giornalistica.
Se fosse stato al tavolo verde si direbbe avrebbe giocato un “all in”, un “tutto quello che ho”…
E nel video appare la scritta:
[Silvio Berlusconi per questa vicenda è indagato per corruzione e tentata corruzione]
Ebbene si…questo è il giornalismo giudiziario figlio del travaglismo.
Così una persona INDAGATA finisce magicamente per esser considerata IMPUTATA.
Qualcuno dica al Martinelli che l’imputazione scatta nel momento in cui il PM esercita l’azione penale chiedendo il rinvio a giudizio.
E nel caso specifico quei fatti (passati dalla procura di Napoli a quella di Roma) sono oggetto di mere INDAGINI.
Non c’è quindi nessuna imputazione.
Al massimo un’ipotesi di reato su cui investigare, ma niente di più.
Questo articoletto di Martellini potrebbe anche esser proposto come saggio di scuola col titolo: “come ti trasformo un indagato in imputato, ovvero come ti condanno una persona prima ancora del processo”.
Si badi: non è per pignoleria che scrivo pezzi come questo, ma solo per dare un’idea della “classe” giornalistica che in Italia si spaccia per “d’inchiesta”, laddove spesso non è in grado di percepire le differenze o capire le regole delle questioni di cui tratta.
A questo si unisca l’intrinseco desiderio giustizialista di vedere tutti dentro prima di qualsiasi verdetto e il gioco è fatto.
Ad oggi però, rimane una bella figura di cacca del Martinelli, che ha voluto sputare in cielo e in faccia gli è tornato…
La procura, con le sue “carte segrete” e i suoi “assi nella manica” sembra andare davvero da poche parti.
Ieri, il perito dell’avvocato Mills ha ricostruito il giro dei famigerati 600mila dollari che, secondo l’accusa, sarebbero stati girati al suo assistito da uomini della Finivest per comprarsi la sua reticenza in altri processi (passati): sorpresa, Berlusconi non c’entra niente e, come aveva sempre sostenuto la difesa del Cav, il nome cui si arriva alla fine di queste motagne russe di conti bancari è quello dell’armatore napoletano Attanasio.
Un vero colpo per il Cavaliere che potrebbe trasformarsi in una assoluta debacle per quelli che fino ad oggi hanno aizzato le folle contro di lui diffamandolo e calunniandolo per fatti che potrebbero non essere mai accaduti, ma strumentalizzati per meri fini politici.
Cadrebbero così anche le accuse secondo cui il Premier vorrebbe varare alcune leggi ad personam per tutelarsi da una sempre meno plausibile sentenza di condanna (per un reato che comunque cadrebbe in prescrizione ben prima dell’Appello).
Questa, comunque, la ricostruzione fatta dall’inviato del Corsera.
MILANO - I 600 mila dollari monetizzati nel 2000 sul Torrey Global Fund dall’ avvocato inglese David Mills (ideatore del comparto estero occulto Fininvest), e «figli» dei 2 milioni e 50 mila dollari che non si sapeva da dove fossero affluiti alle Bahamas nel luglio 1997 sul conto gestito da Mills presso la Mees Pierson Bank, non arrivarono da imprecisati fondi di Berlusconi tramite lo scomparso manager Fininvest Carlo Bernasconi, come la Procura asserisce sulla scia della lettera autoincriminatoria di Mills nel 2004 ai propri commercialisti inglesi: non può essere questa la provenienza perché è invece documentato che quei soldi ne hanno tutt’ altra, e hanno cioè come origine il guadagno nella compravendita 1992-1997 della motonave Ocean Installer realizzato dall’ armatore napoletano Diego Attanasio, un cliente di Mills che gli aveva affidato istruzioni in bianco perché mettesse il suo patrimonio al riparo dai magistrati di Salerno che nel 1997 lo avevano arrestato. E’ quanto ieri il consulente contabile di Mills (Andrea Perini) ha mostrato al processo a Berlusconi per l’ ipotizzata corruzione di Mills, che dal premier con quei 600 mila dollari sarebbe stato «ringraziato» per le sue deposizioni reticenti in due processi nel ‘ 97 e ‘ 98. La difesa taglia così la strada alla ricostruzione del giro dei soldi che l’ accusa ha ipotizzato nell’ iniziale capo d’ imputazione. Resta in teoria la possibilità accusatoria che Mills abbia mescolato i soldi di asserita provenienza berlusconiana con quelli dei suoi clienti non nel circuito-Bahamas ma nella galassia-Gibilterra dove Mills si appoggiava ai fratelli avvocati Marrache. Ma qui Perini, docente di diritto penale commerciale a Torino, passa il testimone alla moglie commercialista Claudia Tavernari, che da consulente di Berlusconi promette di dimostrare, in tre enormi tomi nell’ udienza del 18 luglio, che anche nel mondo-Marrache non sarebbe rintracciabile alcun flusso inspiegato e dunque di possibile matrice berlusconiana. Rispetto agli atti noti sino a ieri, la novità è che il consulente di Mills è stato in grado di risalire a ritroso fino al 1992 alla provvista di denaro di Attanasio. Nel dicembre 1992 una società liberiana dell’ armatore, Boy Shipping, presta a una società domiciliata a Guernsey sempre di Attanasio, la Dendor, 2 milioni e 50 mila dollari, con i quali Dendor acquista dalla Diamar (ancora di Attanasio) quote dell’ immobiliare Due Lune spa. Che dopo due anni e mezzo è rivenduta alla finanziaria Mesa srl di Attanasio per 5,2 miliardi di lire pagati in tre tranches sull’ Hadrian Trust costituito da Mills sempre per Attanasio. Con questi soldi l’ armatore finanzia altre sue due società, la Investment Development Holding e la Ocean Support Services, con le quali nel 1997 rileva per 3,7 milioni di dollari dalla Saipem la nave Ragno Due, la riattrezza, la ribattezza Ocean Installer e la vende per 11,5 milioni, anche se ne guadagna solo 9,3 perché la differenza resta incagliata in un contenzioso. Sono questi 9 milioni ad affluire alle Bahamas su Mees Pierson Bank, ed è da essi che 2 milioni e 50 mila dollari approdano sul conto di Mills alla Cim di Ginevra, dove Mills ne intasca direttamente 439 mila e smista il resto su una società (la ex Iss) che ribattezza Struie e fa gestire all’ amministratrice dei soldi di Flavio Briatore. Dietro questa targa Briatore, che il consulente di Mills ammette di «non avere alcuna reticenza a riconoscere come un tentativo di Mills di confondere le acque», la Struie (in realtà Mills) investe 600 mila dollari nel 1998 nel fondo Giano Capital e nel 1999 nel Torrey Global, le cui quote trasferisce a sé il 29 febbraio 2000 e incamera in ottobre. Fine del giro dei soldi. Che dunque, argomenta il perito, non è quello descritto dal pm nell’ imputazione. E che, al contrario, disegna un filo diretto (per quanto complicatissimo) dal 1992 di Attanasio al 2000 di Mills. Senza mai Berlusconi in mezzo.
Anche su La Stampa ormai si da quasi per scontata l’assoluzione.
Immagino che qualcuno ci sarà rimasto male quando ha saputo che non saranno pubblicate le fantomatiche intercettazioni piccanti del Cavaliere.
Probabilmente, costui non ha capito invece i vantaggi di questa operazione.
I giornali e le riviste del gruppo De Benedetti (guarda un po’) hanno prima lanciato il sasso e poi ritratto il braccio, godendosi lo spettacolo della magia dei rumors.
Parlamento in fibrillazione, stampa e media impazziti che ricamano su questa pseudo notizia, politici che si affannano a strumentalizzarla.
Opinione pubblica confusa.
Ma come al solito (siamo in Italia, non dimentichiamolo, siamo la patria di Travaglio, di Grillo e di Di Pietro - e relativi peones) ciò che rimane è il sospetto. Che non può esser confermato, ma (siamo in Italia, ribadiamolo, terra dei Travaglio e dei Di Pietro) nemmeno smentito e questo, per molti, significa che è tutto reale e che questo basta per giudicare una persona.
Passatemi la volgarità, ma…più ricopri di merda una persona e più a quella gli resterà addosso un cattivo odore che nemmeno dopo essersi lavata accuratamente lo abbandonerà.
Ecco perchè chi ha in odio il Cav non deve dispiacersi del mancato sputtanamento: così è molto peggio (o meglio, fate vobis)…
Di più: l’arma di questo ricatto sarà sempre carica.
Finora, infatti, nessuno ci ha fatto sapere se esistono davvero queste intercettazioni, chi le avrebbe lette e perchè o da chi gli sarebbero state fornite.
L’incertezza è tale che di sicuro Berlusconi non può dormire sonni troppi tranquilli.
Lo tengono per le palle.
Che sia vera o no, ormai questa storia è stata accettata da tutti e tutti ne parlano come se fosse la realtà dei fatti: non ci vuol niente a ritirarla fuori spacciandola ancora una volta per inconfutabile (anche se per confutarla basterebbe - ad oggi - chieder conto della fonte). Il che significa poter in qualunque momento riscatenare il brusio, il ciarlame, il gossip che alla fine può distogliere l’attenzione da altre questioni e nel frattempo erodere consenso e deteriorare la stabilità politica della maggioranza di governo.
E questo è il “potere” dei nostri media. Questo è il livello della nostra informazione. Che si sente sotto regime, ma che decide arbitrariamente cosa fare delle notizie (contro il regime stesso - ironia della sorte); le usa col contagocce, ad orologeria, ben sapendo gli effetti deflagranti che possono provocare.
Questa si che è informazione libera…guai a chi oggi sospetti trame politiche addietro a simili comportamenti.
Si dirà: probabilmente quelle intercettazioni ci sono, ma sono in via di distruzione perchè penalmente irrilevanti.
Ma si dovrà così obiettare che, secondo lo schema logico di quelli che mettono l’informazione al di sopra di ogni diritto, che se si è a conoscenza di una notizia, questa non può rimanere in un cassetto; soprattutto se trattasi di un sexgate di questa portata.
Dicono: gli italiani hanno il diritto di sapere.
E allora perchè ancora oggi non sanno?
Perchè qualcuno millanta di aver letto, ma non si è preoccupato di informare?
Dubbi amletici per noi che invece ingenuamente pensiamo che un limite ci voglia in tutto (o quasi) e che questo sia dato da un altro diritto contrastante.
Per esempio, noi garantisti, ingenuamente pensiamo che il diritto all’informazione dovrebbe incontrare un limite insormontabile nel diritto alla riservatezza: laddove si venga a conoscenza di fatti che non hanno alcuna valenza penale, perciò, non si dovrebbe nemmeno discutere sul da farsi: non si dovrebbero pubblicare.
Questo dovrebbe valere per tutti, ma per qualcuno (a volte) alcuni sono più uguali di altri. A loro comodo ovviamente.
Mi spiego: nel caso in questione, nessuno si preoccupa di citare l’articolo 3 della Costituzione. E non si capisce perchè, dunque, un presidente del consiglio debba esser trattato diversamente da un cittadino comune.
Dicono sia per il fatto che è proprio perchè trattasi del presidente del consiglio che c’è una bella differenza.
Insomma: siamo tutti uguali davanti alla legge, ma alcuni sono diversi e bisogna trattarli diversamente.
Domanda: perchè allora non riconoscere la stessa differenza quando si parla di creare un sistema di tutela rafforzata per questa stessa persona?
Non si può pretendere un diritto allo sputtanamento perchè è un cittadino “diverso” da tutti gli altri e poi non concepire una forma ulteriore di protezione dello stesso proprio in virtù della sua diversità di posizione rispetto a tutti gli altri.
Mettiamola così: un presidente del consiglio dovrebbe essere il più esposto di tutti proprio per la qualità dell’incarico che svolge; vero questo, credo sarebbe necessario allora concepire una sorta di contrappeso a questa sovraesposizione, altrimenti sarebbe come mandare un agnello in mezzo ai lupi (e non parlo di Berlusconi, ma di un generalissimo pres del cons del futuro), alla mercè di chiunque, con qualche rumors e qualche gossip, ne può in qualunque momento intaccare la credibilità giocando sporco sulla sua vita privata od usando la magistratura (in parte di sinistra, ribaltando il Mancino-pensiero) per colpirlo giudiziariamente.
Alcuni fatti, meglio precisati rispetto alla precedente ricostruzione.
L’avvocato David Donald Mackenzie Mills è il creatore della galassia di società che gestiva il comparto estero di Fininvest: dunque l’amministratore, per esempio, della processatissima società All Iberian. Nel 1995, quando la chiusero, si pose un classico dilemma di diritto societario: di chi era All Iberia? Di chi erano i dividendi da dieci miliardi di lire che aveva generato? Del gestore Mills o di Fininvest? Mills non ebbe dubbi e si presi i soldi, sostenendo che non dovessero comparire nel bilancio consolidato di Mediaset. Ci pagò pure un sacco di tasse e alla fine gli rimasero in tasca due milioni di sterline. Ritenendoli appunto soldi suoi, Mills comunicò ai soci del suo studio che per mera generosità avrebbe corrisposto loro 50 o 100 mila dollari a testa; ma i soci, paradossalmente, dissero che i soldi andavano messi a bilancio e insomma litigarono. Mills decise di depositare la somma in banca e di aspettare sino al 2000: secondo la legge inglese, se dopo un determinato periodo nessuno reclama dei soldi, diventano comunque tuoi. Andò così: i soci si divisero i soldi anche se a Mills rimase un po’ di amaro in bocca; disse che la volta successiva ai soci non avrebbe detto nè elargito un bel nulla.
Che quei soldi fossero suoi, intanto, Mills aveva continuato a sostenerlo anche in qualità di teste d’accusa contro Silvio Berlusconi nel processo All Iberia.
Teste d’accusa, sì: l’ambiguità del personaggio è desumibile anche dal fatto che a un certo punto cambiò versione delle cose e diede ragione all’accusa: disse che All Iberia apparteneva anche a Berlusconi, ma si tenne lo stesso i soldi.
I pubblici ministeri, in particolare Francesco Greco, furono molto soddisfatti e, per farla breve: Berlusconi fu condannato in primo grado anche per quanto detto da Mills.
Tra lui e Mediaset, oltretutto, c’è ancora una causa in ballo, sempre per la famosa cifra.
Qui il paradosso: costui, dopo essersi comportato come visto nei confronti di Berlusconi e dopo i soldi presi e la testimonianza contro di lui, sarebbe stato ricompensato da Berlusconi medesimo con 600 mila dollari: è questa l’accusa per cui il presidente del consiglio è stato rinviato a giudizio; avrebbe ordinato a un suo collaboratore di versare quei soldi a Mills affinchè fosse reticente nei processi Guardia di finanza 1997 e All Iberia 1998.
Ora, il collaboratore che avrebbe passato i soldi, Carlo Bernasconi, non può smentire nè confermare perchè frattanto è morto. E Mills? E’ da qui, carte alla mano, che ricomincia l’incredibile racconto che Mills ha sì permesso di ricostruire: ma non prima di aver combinato incredibili pasticci.
Memore dell’ingratitudine dei suoi soci, infatti, Mills di lì a poco combinò un altro affare ma decise di comportarsi diversamente. Condusse un poì come aveva fatto per Fininvest, una serie di operazioni per conto dell’armatore italiano Diego Attanasio, peraltro inqisito a Napoli per corruzione e interessato a far sparire un po’ di soldi con un gioco di compravendite di due navi. Furono infine due i milioni di dollari che Attanasio risulta abbia dato in custodia a Milss, e da essi prese inizio una partita di giro. Mills girò il denaro in una serie di sottoconti (intestati sia a lui che all’armatore) dopodichè parte dei soldi, circa due milioni di dollari, li indirizzò sul conto della società finanziaria Struie (si legge com’è scritto) che si trova alle Bahamas e che a sua volta investì questa cifra, per conto di Mills, in fondi chiamati Torrey.
L’investimento in fondi, in poco tempo, fruttò a Mills circa 600 mila dollari: ed è proprio la cifra che secondo una prima formulazione dell’accusa gli sarebbe stata pagata da Berlusconi. Il problema è che tutte le carte e le certificazioni ottenute a riguardo dalla difesa (l’accusa non ha mai fatto indagini in tal senso) hanno confermato che i soldi appartenevano appunto a questo Attanasio: e su questo, alla fine, dovrà convergere anche l’accusa.
Ma proseguiamo con la storia. Mills, per intanto, quei soldi, quei proventi di investimenti, li usò per estinguere dei mutui anche a nome della moglie, il ministro della Cultura Tessa Jowell: una grana per cui lei rischierà le dimissioni forzate e per cui dovrà inscenare yba separazione dal marito che è finita su tutti i giornali. Il problema, infatti, è che nel gennaio 2004 a Mills era arrivato in studio il fisco. L’avvocato, non volendo pià dividere una sterlina coi suoi soci, e avendo utilizzato soldi fruttati dall’investimento per spese correnti, sostenne infatti che quelli erano soldi esentasse.
Per rafforzare la tesi chiese consulenza a uno dei suoi commercialisti, Bob Drennan, e gli lasciò una lettera che riassumenva il problema sostanziale, ma ne inventava, questo sostiene la difesa, completamente gli attori.
Nella missiva infatti, scrisse che la cifra in questione corrispondeva al regalo di un certo Carlo Bernasconi a seguito delle testimonianze da lui rese ai processi cosiddetti “Guardia di Finanza” e “All Iberian”. Non disse, nella lettera, che le sue testimonianze in realtà avevano inguaiato Berlusconi.
L’ultima cosa che sarebbe venuta in mente a uno come Mills, per com’è fatto, è che Brennan potesse leggere quella lettera al suo socio, David Barker, così da valutare se tra il denaro e le testimonianze potesse esserci un collegamento illegale: dettaglio che Mills aveva negato e sempre negherà.
Sicchè la lettera fu passata al Serious Fraud Office (l’antiriciclaggio inglese) che a sua volta chiese spiegazioni a Mills: il quale, se possibile, ingarbugliò ancora di più la situazione. Modificò in parte la sua versione e disse che quei soldi li aveva sì presi da questo Bernasconi, ma solo come ringraziamento per una dritta speculativa. Il nome di Berlusconi, in ogni caso, non lo farà mai.
E ci siamo, perchè la famosa lettera giunse infine alla Procura di Milano.
Il 18 Luglio 2004 Mills venne dunque interrogato e dopo dieci ore, di notte, “crollò” ufficialmente e fece il nome di Berlusconi. Non spiegò, però, come gli erano arrivati quei soldi.
Mills, al Daily Telegraph, racconterà che i magistrati lo inquisirono con cattiveria sino a fargli dire, estenuato: “scrivete qualcosa e io la firmerò”. Successivamente, smentirà.
Non si sa come sia andata, ma è certo che nel computer di Mills, sequestrato, verrà trovata una lettera in cui Mills racconta di aver cercato in tutti i modi di menzionare Attanasio, durante l’interrogatorio, senza che tutta via il suo noma sia mai comparso nel verbale.
Va anche detto che Mills, menzionando i suoi rapporti con Attanasio, temeva probabilmente un’imputazione per concorso in riciclaggio: questo almeno sostiene la difesa di Berlusconi. Forse è per quello che al Fisco inglese, pochi giorni dopo l’interrogatorio milanese, l’avvocato tornerà a riproporre la versione dei soldi presi da Bernasconi come ringraziamento per una dritta speculativa. Non fece più il nome di Berlusconi: ma fece comunque, oggettivamente un gran casino.
E’ la definizione della sua vertenza col fisco infine che restituirà a Mills la determinazione a dire quello che ritiene essere la verità. Il fisco, frattanto, ha infatti stabilito che i proventi dei fondi Torrey, insomma i famosi 600 mila dollari, non sono un regalo e quindi non sono esentasse. Mills perciò ha dovuto pagare le tasse su quei soldi. Ergo: secondo il fisco inglese insomma nessuna cifra riguarda soldi riconducibili a Fininvest. Per dirla male: gli investigatori inglesi non hanno ritenuto illecita la provenienza di quei soldi. Per dirla malissimo: il fisco inglese ha creduto a Mills, i magistrati italiani no.
Venuta meno la necessità di parlare di strani regali, il 7 novembre successivo, Mills cercò di parlare coi maistrati milanesi che tuttavia non l’ascoltarono. Decise allora di preparare una memoria dove raccontò che i soldi li aveva effettivamente avuti da Diego Attanasio.
I magistrati dapprima non gli credettero, ma è un fatto che il percorso del presunto regalo intanto non erano riusciti a ricostruirlo. Quando poi dalle Bahamas giunsero infine le perizie contabili che provarono il reale percorso dei 600 mila dollari, il gup di Milano ormai aveva già proceduto al rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi e David Mills: corruzione in atti giudiziari. Il fantomatico Diego Attanasio, interrogato, ha detto di non aver mai autorizzto passaggi di denaro a Mills, ma ha precisato che il medesimo aveva delega di movimentare i suoi conti senza consultarlo.
Tutto il processo, in ogni caso, doveva andare in prescrizione decennale nel febbraio scorso, ma colpo di scena: l’accusa ha spostato la data di commissione del reato a marzo del 2000, periodo in cui Mills, come visto, estinse quella serie di mutui.
Con quali soldi? Quanti? Dati da chi? Quando? Non si sa: “per accertare l’effettiva provenienza dei fondi”, ha ammesso l’accusa, “risulteranno prevedibilmente necessarie ulteriori ricerce”.
Nel Regno Unito, semplicemente, direbbero che manca l’habeas corpus.
Da Il Riformista.
“A questo stronzo di Berlusconi gli facciamo un culo così. Gli diamo sei anni e poi lo voglio veder fare il presidente del Consiglio.”
Firmato, Nicoletta Gandus, giudice del caso Mills in cui è imputato Silvio Berlusconi.
Chi l’avrebbe mai detto.
In Rai ci vai o perchè la dai o perchè ci finisci grazie a un calcio in culo, di quelli che contano.
Chi l’avrebbe mai detto.
Grazie a L’Espresso oggi abbiamo la riprova che le nostre intuizioni “da bar” erano giuste e più che fondate.
Mmmmmm….e ora?
Ora che sappiamo che mammaRai è un crogiolo di raccomandati e di amministratori che stanno ore al telefono a prender raccomandazioni, che si fa?
Li denunciamo tutti?
E per cosa?
Per il reato di “raccomandazione”?
Comunque, grazie a L’Espresso sappiamo anche di più: i politici usano il loro “potere” per raccomandare amici e amici degli amici.
E noi, ingenui, che non sospettavamo niente di niente di tutto ciò.
Ragazzi, che scoop: se non ci fossero questi giornalisti davvero liberi e davvero indipendenti saremmo rimasti all’oscuro di tutto questo.
Volete sapere una cosa?
Fossi stato al posto di Berlusconi o di Bordon o di Rutelli o di Fassino o di Barbareschi o di chiunque altro si legga nelle intercettazioni pubblicate da L’Espresso, l’avrei fatto anch’io!
Avrei alzato il telefono e avrei chiamato Saccà.
Gli avrei chiesto se avrebbe potuto far qualcosa per una mia amica o per un mio amico.
Magari perchè credo siano davvero capaci. Magari perchè…ad un amico o ad una amica non si nega un favore.
Un tentativo si può fare.
Poi, vada come vada. Certo, tra amici ci si intende di più…
Così come avrei chiamato anch’io Saccà per farmi pagare di più per un lavoro fatto.
Avrei perfino segnalato la sceneggiatura per una fiction tutta mia, avessi le qualità o la fantasia per scriverla.
Insomma: perchè coprirsi di ridicolo mostrandosi ipocritamente vergini?
Chi arriva ad una posizione di “potere” è normale che lo eserciti.
E non serve andare in Parlamento o in Rai per farlo.
Nel nostro piccolo siamo tutti raccomandati e tutti proviamo a raccomandare.
Dalle piccole alle grandi cose.
All’amico che lavora in comune si chiede il disbrigo di una pratica più in fretta che per altri.
All’amico che sta in ospedale si chiede un appuntamento anche nell’ora di pranzo.
All’amico che ha il babbo imprenditore, che si fa…non si chiede se c’è un posto anche per noi?
E così via…di esempi ce ne sono all’infinito.
Dal meccanico al panettiere…
E pure in Rai ed anche in Parlamento.
Si può pensare sia una pratica scorretta, quella della raccomandazione, ma non si può considerarla tra le più disonorevoli o tra quelle che mettono in crisi il sistema-paese.
Certo, sarebbe meglio si usasse il MERITO come criterio di selezionamento delle capacità di una persona per qualunque lavoro ella voglia fare, ma non si può esser così puritani di fronte al fenomeno più antico del mondo, quasi quanto quello della prostituzione: la raccomandazione spesso nemmeno va a buon fine. Ed anche in Rai, nonostante a chiedere siano pezzi grossi delle istituzioni o del mondo della finanza e nonostante dall’altra parte ci sia il presidente di Rai Fiction, Saccà, non tutte le richieste finiscono per essere accolte.
Basta un capo struttura per dire NO a Fassino o a Rutelli sui nomi da loro indicati.
E non tutte le fiction poi vanno veramente in onda.
Andiamo: sarebbero queste le intercettazioni con cui vorremo moralizzare il nostro Paese? sarebbero queste le intercettazioni da difendere giudicando “tiranno” chi voglia invece limitare l’abuso di questo tipo di inutile sputtanamento mediatico?
Pare che anche l’ANM abbia definito queto episodio un “fenomeno deprecabile”.
E l’informazione come ne esce?
Peggio che pria: in tanti la vorrebbero “libera” ed indipendente, ma alla luce di questo modus operandi essa apparre sempre più legata a poteri forti con cui agisce perseguendo un obiettivo specifico: farsi “quarto potere” in grado di sovvertire o modificare le scelte degli elettori.
L’esempio è lampante: si parla di approvare una legge che limiti l’abuso mediatico delle intercettazioni (che sarebbe un vero colpo per i media che invece spesso si affidano alla magistratura
per ottenerne sempre di più) ed ecco che si scatena questo ennesimo temporale mediatico/giudiziario.
E’ davvero incredibile la puntualità con cui l’orologio mediatico/giudiziario torna a correre quando Berlusconi vince le elezioni…
La procura di Napoli ha depositato nuove scottanti intercettazioni, tese a dimostrare il reato di corruzione commesso da Berlusconi e Saccà: il Cavaliere avrebbe raccomandato alcune ragazze in Rai in cambio di aiuti (privati) finanziari negli affari (privati) finanziari di Saccà.
L’espresso, che fu il primo a pubblicare gli audio e i testi delle telefonate tra l’allora capo dell’opposizione e il presidente di Rai Fiction, oggi rincara la dose, gettando in pasto all’opinione pubblica un altro scottante colloquio tra Berlusconi e Saccà.
B: Punto secondo, quella pazza della Antonella Troise…
S: Sì.
B: Si è messa in testa che io la odio…
S: Sì.
B: Che io ho bloccato la sua carriera artistica..
S: Ma…
B: È andata a dire delle cose pazzesche in giro… Ti chiedo questa cortesia, di farle una telefonata…
S: La chiamo…
B: E di dire: guarda che e, e, e… fissare un appuntamento, non lo so, dire che c’è qualche cosa, e di dire che io ti ho tolto la tranquillità perché sono un po’ di settimane che continuo a dirti: io devo far lavorare la Troise…
S: Va bene, la chiamo, la convoco…
B: Scusa, dille, sottolinea il mio ruolo attivo…
S: Va bene.
B: Perché io continuo a dirglielo, ma lei dice pensa che io le sia di ostacolo addirittura, che è una cosa folle, io non sono mai stato di ostacolo a nessuno in vita mia in nessun campo… va bene, però è pazza e, quindi…
S: Sì.
B: Fammi questa cortesia perché sta diventando pericolosa.
S: Va bene…
(B starebbe per Berlusconi e la S per Saccà).
Incredibile!
9000 intercettazioni per dirci che Berlusconi ci tiene a far sapere ad un’attrice che lui in realtà non l’ha mai ostacolata nel suo lavoro.
Questo si che fa di lui un corruttore.
Questo si che fa incazzare la gente.
Questo si che apre una vera e propria “questione morale”. Anzi, facciamo pure penale.
Lo hanno fatto capire alcunii delegati di Confesercenti che hanno fischiato Berlusconi proprio quando diceva che “i giudici ideologicizzati sono una metastasi della democrazia”. (sottolineo “ideologicizzati”)
Evidentemente a qualcuno piace la magistratura politicizzata.
A me, no!
E nemmeno a tutti gli altri delegati della Confeserceti, come i media (nelle mani del Cav) vogliono far credere.
Nel video si sentono fischi, certo, ma anche applausi.
Eppure quegli applausi sono spariti.
Non ci fosse l’audio a testimoniarlo capirei, ma come si fa a ribaltare la realtà?
E poi, che strano: come mai se qualcuno applaude Berlusconi son tutti pronti a parlare di claque e se invece c’è chi lo fischia (assieme a chi lo applaude) nessuno tira fuori la medesima stupidaggine? (senza contare che c’era anche Veltroni in sala e il sospetto che non fosse da solo poteva pure venire a qualche giornalista e invece, niente…nessuna claque dipietrista o piddina)
E così anche degli iniziali applausi con cui era stato accolto dalla stessa identica assemblea il Cavaliere, s’è perso ogni traccia…
E’ proprio vero: l’informazione in Italia è sotto regime!
il video:
E mentre i media controllati da Berlusconi non fanno altro che rilanciare le panzane dipietresche e travagline su presunte leggi ad personam di cui non si sono nemmeno premurati di leggerne il testo (si, è questo il livello della nostra informazione: si fanno le pulci ai conti della Giustizia quando ne parla un ministro del governo Berlusconi, ma nessuno si azzarda di sfogliare un codice penale o di procedura per capire in cosa consistono veramente le norme di cui si parla), il cittadino comune rimane confuso.
Giustamente si chiederà: che fine ha fatto il pacchetto sicurezza che tanto abbiamo apprezzato?
Eh, già…perchè l’informazione di regime (berlusconiano ovviamente, mica vorrete metterlo in dubbio!?) in questi giorni non ha parlato d’altro che di uno solo degli emendamenti trasformatisi in articoli della legge che riconverte il primo decreto legge varato dal governo del Cavaliere a Napoli e che fu accolto da una forte approvazione popolare.
Messe così le cose, sembra che Berlusconi si sia fatto letteralmente i fatti suoi e niente più.
Glissando sul fatto che non è vero che si tratti di una legge ad personam (chi vuole può leggere i miei post precedenti a questo) sarebbe il caso di ricordare un po’ a tutti che una legge è fatta di più articoli: dimenticarsi di tutti gli altri significa fare disinformazione.
Ecco cos’ha fatto il governo per la sicurezza di tutti gli italiani:
Utilizzo dei militari nelle grandi città: Il ricorso a unità dell’esercito nelle grandi città sarà consentito ‘per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità’. Saranno 3 mila le unità che, per un periodo massimo di sei mesi (rinnovabile una volta) saranno a disposizione dei prefetti delle aree metropolitane o comunque densamente popolate per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, nonché di perlustrazione e pattugliamento in concorso e congiuntamente alle forze di polizia. Saranno utilizzati preferibilmente carabinieri impiegati in compiti militari o comunque volontari delle stesse forze armate specificamente addestrati per i compiti da svolgere.
Ergastolo per chi uccide pubblico ufficiale: Per chi uccide un agente delle forze dell’ordine in servizio (poliziotti, carabinieri, finanzieri e altri agenti di pubblica sicurezza) la condanna sarà dell’ergastolo. Viene così introdotta un’ulteriore fattispecie tra quelle per cui scatta il carcere a vita.
Più reati senza sospensione carcere: Aumenta il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena detentiva. Rimarrà in carcere chi commette atti osceni, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, furto e tutti i delitti aggravati dalla clandestinità, ma anche chi spaccia sostanze stupefacenti e psicotiche. Per chi è incensurato non scatteranno più in maniera automatica le attenuanti generiche. Il giudice valuterà caso per caso a seconda della gravità del reato.
Più riti direttissimi,no a patteggiamento in appello: Per accelerare i processi, il decreto prevede l’obbligo, e non più la facoltà per il pubblico ministero (a meno che ciò non pregiudichi gravemente le indagini) di richiedere il rito direttissimo o il giudizio immediato per i reati per i quali sono previsti i riti speciali. Aumentano inoltre le fattispecie perseguibili con processo ordinario. Il pubblico ministero può procedere con il rito direttissimo nei confronti dell’imputato quando l’arresto in flagranza è già stato convalidato e quando lo stesso imputato abbia confessato o la prova della sua colpevolezza sia evidente. Il rito direttissimo diventerà la regola in relazione a tutte le indagini che non richiedono attività ulteriori da parte del pm. Anche per il giudizio immediato è stata introdotta la previsione della necessità come regola generale. Viene introdotto il divieto di patteggiamento in fase di appello: l’accordo tra le parti potrà aversi solo in fase di udienza preliminare. La sospensione della pena non potrà essere applicata per i reati in relazione ai quali ci sono esigenze di tutela della collettività.
Espulsione stranieri irregolari: Le nuove norme ampliano i casi di espulsione degli immigrati clandestini su ordine del giudice prevedendo analogo provvedimento per i cittadini comunitari, attraverso la misura dell’allontanamento di chi non ha reddito o delinque. Il limite della pena per applicare l’espulsione o l’allontanamento viene portato a due anni di carcere (ora è previsto a non meno di 10). Il giudice, in tutti i casi di condanna dello straniero o del cittadino comunitario a più di due anni di carcere, ne ordina il rimpatrio. Chi trasgredisce l’ordine di espulsione o di allontanamento è punito con la reclusione da uno a quattro anni. I Centri di permanenza temporanea (Cpt) e i Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta) cambiano nome e diventano Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Per chi dichiara una falsa identità a un pubblico ufficiale si prevede l’innalzamento del massimo della pena, che passa da tre a sei anni. Verrà punito con il carcere fino a sei anni anche chi altera parti del proprio corpo o del corpo di un altro. La pena è aggravata se è commessa da un medico o da un operatore del settore sanitario.
Aggravante clandestinità: Se chi commette un reato si trova illegalmente sul territorio nazionale le pene sono aumentate di un terzo. La nuova aggravante di clandestinità viene applicata sia agli extracomuniari che ai cittadini di Stati membri dell’Unione europea irregolarmente entrati in Italia. Carcere e confisca casa per chi lucra su affitti a immigrati: Carcere da sei mesi a tre anni per chi, a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, dà alloggio a uno straniero privo di titolo di soggiorno in un immobile di cui abbia disponibilità, o lo cede allo stesso anche in locazione. Con la condanna scatta anche la confisca del bene. La fattispecie dell’ingiusto profitto dovrebbe escludere i casi di chi ospita badanti o colf.
Sanzioni più dure per pirati strada ubriachi: Sanzioni più severe per chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti prevedendo un’aggravante delle pene e delle sanzioni accessorie in caso di lesioni gravi o gravissime a persone o di omicidio colposo. Per l’automobilista ubriaco o drogato che causa incidenti mortali o feriti gravi è previsto il carcere da 3 a 10 anni, la confisca del veicolo e il ritiro della patente. Ulteriori inasprimenti della pena sono previsti per chi non si ferma a prestare soccorso. Per chi rifiuta di sottoporsi ai controlli per accertare lo stato di ebbrezza o l’assunzione di droghe non ci sarà più solo una sanzione amministrativa ma l’arresto da tre mesi a un anno con sospensione della patente e confisca del mezzo.
Più poteri a sindaci e prefetti: Più poteri a sindaci e prefetti in tema di sicurezza e ordine pubblico. Prevista la cooperazione tra la polizia locale (municipale e provinciale)e le forze di polizia statale, nell’ambito di direttive di coordinamento del ministero dell’Interno. Il sindaco può adottare provvedimenti ‘contingenti e urgenti’ per prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Anche al prefetto è dato un ruolo più attivo, consentendogli di intervenire con propri provvedimenti in caso di inerzia del sindaco e di predisporre gli strumenti necessari all’attuazione delle iniziative adottate dal primo cittadino per l’incolumità pubblica. In tema di contrasto all’immigrazione, il sindaco segnalerà alle competenti autorità gli stranieri irregolari da espellere (o i cittadini comunitari da allontanare).
Polizia municipale e capitaneria di porto hanno accesso al Ced del Viminale: Il personale della polizia municipale addetto ai servizi di polizia stradale accede direttamente al Centro elaborazioni dati del Viminale (Ced) per consultare lo schedario dei documenti di identità rubati o smarriti (fino a oggi poteva accedere solo allo schedario dei veicoli rubati o rinvenuti). Oltre alla consultazione dei dati del Ced (e questa è un’ulteriore novità) gli agenti di polizia municipale possono immettere dati acquisiti autonomamente. Possono accedere al Ced anche gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria della capitaneria di porto.
Lotta a contraffazione: Vengono introdotte norme specifiche in materia di distruzione delle merci contraffate sequestrate.
No a gratuito patrocinio per condannati mafia: I mafiosi già condannati non potranno più avvalersi del gratuito patrocinio.
Ora, che piaccia o no, alla gente, al bar, sull’autobus, in ufficio o al mercato, è questo che interessa e non altro.
Se poi l’altro è palesemente viziato da falsità ideologiche facilmente smentibili, allora la strada del consenso per questo governo è sempre più in discesa.
Senza contare i provvedimenti economici e quelli di lotta agli sprechi della macchina burocratico/amministrativa dello Stato, che hanno il patrocinio di due dei ministri più “amati” (stando ai sondaggi) dagli italiani, Tremonti e Brunetta (vulcanico nonostante qualcuno lo offenda dandogli di “nano”).
Per farla breve: sfogliate un giornale, guardate un tg, perfino su internet…vi sembra che i media stiano spalleggiando l’azione del governo o piuttosto non stiano dando risalto esclusivo alle critiche ingiustificate e svogliatamente non smentite di chi lo accusa soltanto?
Sarebbe questo il regime mediatico per cui Berluconi sarebbe in conflitto di interessi?
L’unica cosa che mi consola è che ormai gli italiani hanno capito il giochetto…e non credo ci cascheranno ancora.
Le ultime elezioni dovrebbero aver insegnato qualcosa…
Speriamo…
C’è poco da fare e ancor meno da dire.
Tutti giorni abbiamo la dimostrazione e la riprova di come si gridi allo scandalo per il sol fatto che a muovere le trame legislative è il Cavaliere; niente di più: diventa quasi troppo perfino appurare e giudicare nel merito una nuova legge o la novellazione di una preesistente.
Non si guarda più se una norma è giusta o sbagliata, tanto meno si accertano le sue caratteristiche di generalità ed astrattezza: no, si vanno a ricercare i punti con cui si può instillare nell’opinione pubblica il sospetto che quel provvedimento sia esclusivamente nell’interesse di uno, Berlusconi, e perciò non andrebbe adoperato.
L’ennesima prova di questo atteggiamento di cieca faziosità politica?
Si parla della stoppa-processi. Legge ad personam. Si dice…
Ma, forse non tutti sanno che…
[...] …è opportuno segnalarle che una disposizione analoga è da tempo vigente nel nostro ordinamento giuridico.
Con il decreto legislativo del 19 febbraio 1998 n. 51 è stato introdotto uno smilzo articoletto (art. 227) il quale testualmente dispone: «Al fine di assicurare la rapida definizione dei processi pendenti alla data di efficacia del presente decreto, nella trattazione dei procedimenti e nella formazione dei ruoli di udienza, anche indipendentemente dalla data del commesso reato o da quella delle iscrizioni del procedimento, si tiene conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l’accertamento dei fatti, nonché dell’interesse della persona offesa.
Gli uffici comunicano tempestivamente al consiglio superiore della magistratura i criteri di priorità ai quali si atterranno per la trattazione del procedimento e per la fissazione delle udienze».
Con tale disposizione è stata consentita la trattazione di quei procedimenti che il magistrato, a suo discrezionale apprezzamento, ritiene «gravi o dotati di concreta offensività». Per gli altri il destino è assicurato: saranno stipati in un oscuro sottoscala all’interno di un ufficio giudiziario, in attesa dell’arrivo liberatorio della prescrizione. È stata cosi introdotta una illegittima archiviazione, mascherata con buona pace del declamato principio della obbligatorietà dell’azione penale.
Il predetto decreto legislativo porta le firme di Prodi, presidente del Consiglio dei Ministri, Flick, ministro di Giustizia, Scalfaro, presidente della Repubblica. È singolare, perciò, che nell’intervista rilasciata al suo giornale, il presidente Scalfaro non abbia fatto alcun riferimento alla disposizione suddetta. Preme sottolineare che in un Paese di democrazia liberale spetta al Parlamento individuare quali fatti assumono rilevanza penale e, quindi, quali reati debbano essere perseguiti. Appare, perciò, quantomeno eccentrico che i criteri di priorità imposti dalla disposizione summenzionata debbano essere portati all’attenzione del Csm e non del Parlamento.
Antonio Albano
ex Procuratore Generale Onorario presso la Corte di Cassazione
Sono quasi commosso…
“L’Italia fa bene a porre un freno ai suoi giudici”. E’ il titolo di un editoriale pubblicato oggi dal Financial Times sulla ‘guerra’ scoppiata di nuovo tra Silvio Berlusconi e parte della magistratura italiana dopo le ultime affermazioni del premier e le leggi messe in cantiere dalla maggioranza sulla giustizia. Nel commento dell’Ft, firmato da Cristopher Caldeweill, si prende in esame il lodo Schifani (che garantirebbe l’immunità per le cinque più alte cariche dello Stato) e si sottolinea come Spagna, Francia, Germania e la stessa Unione europea abbiano già “una qualche forma di immunità” in questo senso. Così come l’Italia aveva l’immunità parlamentare prima che fosse spazzata via dal ciclone di Tangentopoli: un periodo, scrive il quotidiano britannico, che ha aperto un quindicennio dove in Italia “i giudici hanno raggiunto un livello di potere unico in Occidente”, esercitando una sorta di “reggenza giudiziaria” sugli eletti dal popolo. Un potere che, secondo l’Ft, è “a lungo andare, dannoso per la democrazia” e che costituisce tra l’altro “uno dei motivi per i quali gli italiani non hanno più fiducia nella magistratura”.
Insomma, a volte si può “abusare” delle leggi sull’immunità, ma “lo scopo dell’immunità non è dare ‘mano libera’ agli eletti, bensì proteggere il diritto degli elettori di essere governati dalle persone che scelgono democraticamente”. E poi, si chiede il quotidiano, “le accuse contro Berlusconi nascono da una disinteressata richiesta di giustizia, oppure dal desiderio di una certa parte dell’elite italiana di rovesciare una scelta popolare che non gli piace?”. In questo senso, “l’immunità potrebbe essere il modo migliore per proteggere gli elementi democratici di un governo democraticamente eletto, specialmente in un Paese dove la magistratura è altamente politicizzata” come l’Italia. Con l’effetto di rendere i politici “meno litigiosi e più democratici”. Ed anche per quanto riguarda l’emendamento ‘blocca-processi’, ribattezzato dall’opposizione ’salva-premier’, il Financial Times osserva che potrebbe essere un modo per velocizzare i tempi lunghissimi della giustizia italiana, così “dilatori” che “contrastano con l’articolo sei della Convenzione europea sui diritti umani”. Insomma, “le acrobazie giudiziarie di Berlusconi sono invariabilmente a suo vantaggio, ma nello stesso tempo non sono solo a suo vantaggio”, perché riescono a cogliere “problemi veri”, “gravi abbastanza” da intercettare il consenso degli elettori. E qui, conclude l’Ft, sta “il genio politico” del Cavaliere.
QUI l’articolo in lingua originale.
E’ sempre bene sapere di cosa si parla.
Benchè i soliti noti lo vogliano già chiuso con una condanna che accerti la corruzione tra Berlusconi e l’avvocato Mills, sono molti i motivi per credere che questo processo possa invece finire con una assoluzione piena e che metta in luce l’ennesimo tentativo compiuto da una certa magistratura di usare lo strumento giudiziario per colpire il potere politico avverso.
Veniamo ai fatti.
Fonte: il Velino
Il processo che si sta celebrando a Milano contro Silvio Berlusconi e l’avvocato inglese David Mills ruota intorno a 600 mila dollari. Chi fornì all’avvocato quella somma? L’accusa - guidata da Fabio De Pasquale - ha sostenuto che quella cifra fu sborsata “da Carlo Bernasconi, a seguito di disposizioni di Berlusconi” per ricompensare Mills. Il quale avrebbe taciuto ciò che sapeva su tutta una serie di traffici societari e valutari deponendo come testimone nelle inchieste All Iberian e Fininvest B Group. Mills, in una lettera privata finita poi ai magistrati di Milano tramite il Serious fraud office, scriveva di aver ricevuto alla fine del ‘99 da “una persona collegata all’organizzazione B” un pagamento da considerare come “un prestito a lungo termine o un regalo”. A verbale, sempre Mills, fece scrivere: “Carlo Bernasconi mi disse che Silvio Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui io ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”. I famosi 600 mila dollari. Il Cavaliere, intanto, aveva già fatto sapere ai magistrati di non conoscere l’avvocato e di non avere alcuna notizia sul versamento. I suoi avvocati nello stesso tempo avevano chiesto alla procura di svolgere alcune rogatorie alle Bahamas per verificare il racconto di Mills. Passano quattro mesi dalla prima versione e l’avvocato inglese si ripresenta ai magistrati di Milano con una memoria di dodici pagine: quei 600 mila dollari gli erano pervenuti da un altro cliente, l’armatore napoletano Diego Attanasio: “Ho 15 documenti probanti, e me ne manca soltanto uno, per stabilire che i 600 mila dollari provenivano da Diego Attanasio”. Ma Attanasio, interrogato dai piemme milanesi, aveva sostenuto che lui quei soldi a Mills non li aveva mai dati: “Io escludo di aver dato ordine, anche indirettamente, a Mees Pierson (banca delle Bahamas utilizzata da Attanasio per la sua società Hadrian trust, ndr) di far rientrare una somma importante… Non ho memoria di una operazione di travaso di fondi da Mees Pierson a un conto presso la banca Cim di Ginevra (quella che veniva utilizzata dall’avvocato Mills, ndr). Faccio presente che intorno alla metà di luglio 1997 io sono stato arrestato per corruzione. Ribadisco…che in quel periodo io ero in stato di detenzione”.
I piemme milanesi, che sentirono Attanasio il 22 dicembre 2005 e il primo febbraio 2006, credettero alla sua ricostruzione. In realtà il soggiorno in carcere di Attanasio iniziò il 21 luglio del 1997: arrestato per corruzione, abusi d’ufficio e indebito rimborso di Iva. L’accusa ha sempre preso per buona la sua giustificazione: l’avvocato Mills, di cui egli si fidava, poteva avergli fatto firmare - dice Attanasio - fogli in bianco e con quelli aver falsificato successivamente la corrispondenza con il trust delle Bahamas. Una versione fin troppo suggestiva, secondo la difesa di Berlusconi, che si sarebbe potuta smascherare con poche e semplici verifiche (date della detenzione, autenticità della firma, rendiconti bancari). La magistratura inquirente tenne per buone le spiegazioni di Attanasio e diede il via libera al processo di Milano. Se Attanasio entrò in carcere il 21 luglio, il 17 poteva benissimo aver firmato la lettera con cui incaricava un trust delle Bahamas di trasferire soldi a Mills. E la firma è assolutamente compatibile - a prima vista - con altre sicuramente autentiche. Ma ci sono ulteriori riscontri bancari che starebbero a dimostrare che a dare i 600 mila dollari a Mills fu proprio Attanasio. E questi documenti i legali di Berlusconi sono andati a cercarli alle Bahamas: “Si tratta di un accertamento che avevamo chiesto di fare ai piemme prima di decidere sul rinvio a giudizio. È vero che la procura aveva avviato una rogatoria alle Bahamas, ma non c’entrava nulla con le nostre richieste, e cioè individuare chi avesse fornito il denaro a Mills”, ha sempre sostenuto l’avvocato Niccolò Ghedini, difensore del premier. “Avevamo chiesto che il risultato della rogatoria venisse acquisito prima della richiesta di rinvio a giudizio, convinti dell’innocenza di Berlusconi. Ma la procura di Milano non ha voluto attendere quei pochi giorni che la difesa ha impiegato per trovare i documenti bancari che dimostrano come il denaro pervenuto a Mills non derivi dalla Fininvest”.
“Faccio presente che intorno alla metà di luglio del 1997 io sono stato arrestato con una accusa di corruzione e per me è stato un fatto estremamente traumatico. Sono rimasto detenuto per due mesi presso il carcere di Fuorni a Salerno e francamente pensare di dare istruzioni a Mills dal carcere sarebbe stato oltre che quasi impossibile, anche rischioso, perché gli inquirenti di Salerno erano particolarmente interessati alle mie relazioni d’affari con Mills”. E’ quanto sostenne due anni fa Diego Attanasio ai sostituti procuratori Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo che lo ascoltavano in qualità di testimone in relazione al versamento fatto il 23 luglio del 1997 sul conto Cim della banca di Ginevra n. 1001339401 dalla banca Mees Pierson di Nassau, per conto del Trust Hadrian di proprietà dello stesso Attanasio. La testimonianza di Attanasio, per i piemme, confermerebbe la tesi della procura e cioè che David Mills quando sostiene che i 600 mila dollari - che facevano parte di un trasferimento fondi pari a dieci milioni di dollari - gli sarebbero arrivati attraverso il bonifico del Trust Hadrian, dice il falso perché Attanasio non avrebbe potuto “dare istruzioni a Mills” perché in carcere.
E’ strano, comunque, che Attanasio non abbia mai chiesto conto al suo avvocato, Mills, di ben dieci milioni di dollari - trasferiti dopo la richiesta, sottoscritta da Attanasio, legalizzata da Mills e rivolta il 17 luglio alla banca di Nassau - se è vero che il suo legale di fiducia, appunto Mills, avrebbe agito senza “ordine dato anche indirettamente”, come ha sostenuto i uno degli interrogatori. Sulle date poi è importante fare chiarezza, cosa che non traspare dagli atti: Attanasio entra in carcere il 21 luglio - e non intorno a metà luglio, come per ben quattro volte ha riferito senza essere contestato dai due sostituti milanesi - e la transazione fra la banca delle Bahamas e quella di Ginevra avviene il 23, con valuta 22 luglio: ma la lettera con la quale autorizza la propria banca a fare il trasferimento dei fondi è del 17 luglio, quattro giorni prima di essere arrestato. Chiunque abbia un conto in banca, in Italia o all’estero, sa bene che fra la richiesta di bonifico e la materiale esecuzione burocratica dell’ordine possono passare giorni e a volte anche settimane; quindi il fatto che il 23 Attanasio fosse in carcere non cambia nulla. D’altro canto a Mills, né Robelo né De Pasquale hanno mai contestato il reato di “abuso di foglio firmato in bianco”. Che è gravissimo se consumato da un avvocato di fiducia. Tanto inistere su Attanasio, per la procura di Milano, sarebbe invece un tentativo della difesa di spostare l’attenzione dei giudici. Dal canto suo uno dei legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini, ha ribadito la richiesta di convocare in aula un’altra volta l’imprenditore Attanasio perché fino ad ora “non abbiamo svolto il nostro esame del testimone” ma senza successo. Ma quando tutto sembrava che il processo non si sarebbe potuto celebrare perchè ormai avviato a prescrizione, il pm De Pasquale nel corso dell’udienza del 14 dicembre dello scorso anno modificava improvvisamente il capo di imputazione sostenendo che il reato attribuito ai due imputati era stato commesso non il 2 febbraio del 1998, come contestato fino ad oggi, ma due anni dopo, il 29 febbraio 2000. O meglio, il bonifico sarebbe effettivamente avvenuto nel ‘98, sostiene la procura, ma Mills lo avrebbe utilizzato il 29 febbraio del 2000. Una ‘variazione temporale’ che sposta i termini di prescrizione, inizialmente previsti per il febbraio scorso, tra due anni. Da dire che nel frattempo di questi 600 mila dollari si è occupato anche il fisco inglese coinvolgendo anche l’ex moglie di Mills, l’ex ministro della Sanità del governo Blair, Tessa Jowell. La fiscalità del Regno Unito indagò a lungo sia sull’avvocato sia sui conti della moglie, anche perché avevano estinto un mutuo di 600 mila dollari, ma non ha riscontrato alcuna anomalia, né incassi illeciti.
Per chi invece volesse apprendere i termini della vicenda in altra maniera eccovi la ricostruzione fatta dalla redazione di Matrix con la puntualizzazione finale dell’avvocato Ghedini.
Pare proprio così: l’ha detto lui stesso.
“Dirò ai miei legali che io non voglio approfittaredi questa norma, perché voglio allontanare qualunque sospetto. È una norma salva tutti e non una norma salva-premier”.
Ohi ohi: e ora che diranno le anime belle che fino a ieri gridavano scandalizzati all’ennesima legge ad personam?
Per chi già era sufficientemente convinto che a sinistra nessuno avesse davvero analizzato la sconfitta elettorale dello scorso aprile, il discorso di Veltroni non apparirà certo una novità, anzi…semmai sarà da intendersi come una conferma di quanto sospettato finora.
Ma a questo punto, dovrebbe esser chiaro anche a chi l’aveva semplicemente intuito che il PD e l’opposizione in generale è decisamente distante dal paese reale, a cui da troppo tempo ha preferito un paese irreale cui dedicare tutte le proprie attenzioni. Ovviamente sbagliando.
La chiamata alle armi del leader democratico per questo autunno è un po’ come l’apposizione in calce della firma al testamento del progetto politico del partito che doveva raccoglie le anime margheritine e diessine, ma che ha finito per essere l’ennesimo cartellino elettorale, troppo simile a quelli che si trovano in periodi di saldi appesi ai capi che fino al giorno prima costavano qualcosa in meno e che per renderli più invitanti li hanno scontati dopo aver aumentato il prezzo. Una fregatura insomma.
Non serve nemmeno ripercorrere le tappe fondamentali e fallimentari del PD e di Veltroni, delle sue finte alleanze, per arrivare all’ottuso inseguimento dell’antiberlusconismo rispolverato da Di Pietro.
E’ tutto già abbastanza evidente.
Alla luce degli ultimi sondaggi legati ai provvedimenti licenziati dal governo non ci sono molte interpretazioni sul modo in cui l’elettorato sta valutando la maggioranza.
Perchè parlo di suicidio politico?
Beh, perchè Veltroni e compagni hanno buttato, come già facevano un tempo, il dibattito politico sul piano dello scontro personale contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, disinteressandosi di tutto il resto.
E come al solito la risposta in termini di fiducia e consenso smentisce le Cassandre del progressismo.
Quello che a sinistra non capiscono è che ormai la gente ha preso a cuore ben altre vicende, che non sono quelle del privato cittadino Berlusconi (verso cui pure in tanti a questo punto sospettano un accanimento giudiziario).
La maggioranza degli italiani non valuta i fatti come fanno Di Pietro o Travaglio o Grillo o chi per loro, sempre dal punto di vista dell’antiberlusconismo, ma vanno al sodo delle questioni, cercando di capire se e quanto convengano a loro stessi e al Paese.
Ma mentre le intellighentie “progressiste” ancora si affidano alle letture sbagliate della realtà delle loro amate Sibille, la gente apprezza l’azione decisa e decisionista del governo.
Parlo di suicidio, proprio per questo: annunciare una manifestazione contro l’esecutivo che oggi può vantare un consenso quasi plebiscitario e trasversale mette praticamente fuorigioco l’intera dirigenza politica del PD che corre il serio rischio d’esser ritenuta a giusta ragione lontanissima dalla realtà.
Intanto però il governo approva in 9 minuti un piano di finanza che nei prossimi tre anni potrebbe cambiare il voto del Paese.
Copio/incollo da Kagliostro: questi i punti fondamentali.
ROBIN TAX. L’imponibile Ires torna al 33% dal 27%. Verranno colpite banche, assicurazioni e compagnie petrolifere.
CARO-PETROLIO. Il meccanismo di sterilizzazione dell’effetto degli aumenti del petrolio sul prezzo dei carburanti, previsto dalla scorsa Finanziaria, sarà automatico e non più discrezionale. La diminuzione delle accise sia sempre adottata quando il prezzo internazionale del greggio aumenta in misura pari o superiore, nella media trimestrale, a due punti percentuali rispetto al valore indicato del Dpef, che sarà in via esclusiva quello di riferimento.
PESCA E AGRICOLTURA. In arrivo una proroga al 31 dicembre prossimo per l’aliquota Iva agevolata, al 5%, sul gasolio per agricoltura e pesca.
PIANO CASA. Verranno agevolate nell’acquisto della prima casa giovani coppie a basso reddito, particolari categorie sociali, ed anche gli immigrati regolari. È ancora da decidere se potranno rientrarvi anche le famiglie monoreddito, al di sotto di una certa soglia.
CUMULO PENSIONE-LAVORO. Sarà interamente cumulabile il reddito da pensione - di vecchiaia, anzianità, invalidità - con quello da lavoro dipendente ed autonomo. Misura che sarà applicata anche nei confronti dei trattamenti pensionistici liquidati in precedenza.
CARD ANZIANI. Per i pensionati al minimo, in arrivo una carta prepagata per le spese di prima necessità, come gli alimentari e bollette.
MENO CARTA NELLA P.A.. Dal primo gennaio 2009 le amministrazioni pubbliche ridurranno del 50%, rispetto a quelle del 2007, le spese per la stampa delle relazioni e di ogni altra pubblicazione prevista da leggi e regolamenti e distribuita o inviata ad altre amministrazioni. Confermato l’addio della Gazzetta Ufficiale stampata a partire dal primo gennaio 2009.
SERVIZI PUBBLICI LOCALI. Si avvia la loro liberalizzazione, attraverso l’affidamento della loro gestione a società di capitali individuate mediante gare pubbliche o a società a partecipazione mista pubblica e privata, nella quale il socio privato detenga una quota non inferiore al 30% a condizione che quest’ultimo sia selezionato attraverso procedure pubbliche.
LOTTA AI “FANNULLONI”. Tempi duri in arrivo per gli statali fannulloni. Previsti controlli più stringenti (si parla di un allungamento della fascia oraria per le visite di controllo) e anche tagli alla busta paga per i «finti malati». Fare finta di stare male per non andare al lavoro avrà un costo carissimo: il reato diventa quello di truffa aggravata.
RICETTE ON-LINE. Certificati e ricette del medico di famiglia verranno trasmessi su Internet.
SCUOLA, ARRIVA L’E-BOOK. Dal prossimo anno sarà possibile scaricare i libri di testo scolastici da Internet. I libri saranno prodotti a stampa e on line ed è ancora allo studio se imporre al collegio dei docenti di adottare esclusivamente libri utilizzabili nelle due versioni sin da subito o rinviare l’obbligo sino all’anno scolastico 2011-2012.
UNIVERSITÀ. Le Università pubbliche e quelle legalmente riconosciute potranno trasformarsi in fondazioni di diritto privato.
TRASFERIMENTI IN CONTANTE. Previsto il ritorno della soglia massima dei 12.500 euro per i trasferimenti in contante e per gli assegni non trasferibili.
CARTA D’IDENTITÀ. La sua durata passa da 5 a 10 anni.
IMPRESA IN UN GIORNO. Attraverso una semplificazione delle procedure burocratiche, sarà possibile avviare un’impresa in un giorno.
CENTRALI NUCLEARI. Entro il 2008, verranno individuati i criteri per localizzare le nuove centrali.
BANCA DEL MEZZOGIORNO. Viene costituita una nuova spa, con un capitale iniziale di 5 milioni (da restituire entro 5 anni).
CDA NON QUOTATE. Dovranno ridurre i componenti degli organi di amministrazione (a 5 o 7) e anche i compensi in misura del 25%.
TRACCIABILITÀ PAGAMENTI. Salta l’obbligo di ricorrere ad assegni non trasferibili o sistemi di pagamento elettronico, per gli importi superiori a 100 euro.
TICKET SANITARI. Non è stato ancora specificato se verrà confermata la loro abolizione dal 2009. Il mancato gettito sarebbe pari a 834 milioni.
LIBRO UNICO DEL LAVORO. Il datore di lavoro privato - ad eccezione di quello domestico - dovrà istituite e tenere il libro unico in cui iscrivere tutti i lavoratori subordinati, i collaboratori coordinati e continuativi e gli associati in partecipazione con rapporto lavorativo. All’interno vi dovrà essere riportata ogni annotazione relativa alle prestazioni in denaro o in natura, compresi rimborsi spese,trattenute, detrazioni fiscali, dati relativi agli assegni per il nucleo familiare ed eventuali premi o straordinari.
STATALI, SE DICONO NO AL TRASFERIMENTO. Il personale che oppone un reiterato rifiuto, pari a due volte in 5 anni«, alla richiesta di trasferimento »per giustificate e obiettive esigenze di organizzazione dell’amministrazione si considera in posizione di esubero«.
P.A., «OPERAZIONE TRASPARENZA». Tutte le amministrazioni pubbliche dovranno pubblicare sul »proprio sito internet le retribuzioni annuali, i curricula vitae, gli indirizzi di posta elettronica e i numeri telefonici dei dirigenti».
JOB ON CALL E LAVORO A TEMPO DETERMINATO. Torna il lavoro a chiamata e sarà possibile prorogare più di una volta i contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi.
LAVORO, ARRIVA LA DEREGULATION. Incoraggiare le imprese ad assumere attraverso la de-regolazione della gestione dei rapporti di lavoro e promuovere una agevole regolarizzazione di tutti quei rapporti di lavoro o spezzoni lavorativi che oggi sono quasi sempre irregolari.
ADDIO AD ENTI «INUTILI». Sono quelli con meno di 50 dipendenti, e che non saranno confermati dai ministeri vigilanti entro la fine dell’anno.
MISTER PREZZI. Più poteri al Garante dei prezzi, che potrà fare indagini in settori specifici con il supporto delle Fiamme Gialle.
EXPO 2015. Stanziate le risorse per le opere in vista dell’appuntamento di Milano.
FISCO, GUERRA AL «GRANDE FRATELLO». Multe salatissime da 5.000 a 30.000 euro per chi pubblica le dichiarazioni dei contribuenti.
TAV. Abrogata la revoca delle concessioni disposta nel 2007 ai contraenti generali che avevano avuto l’assegnazione senza il ricorso a bando di gara.
BANDA LARGA. Arrivano 800 milioni per il periodo 2007-2013 attinti dai fondi del Fas.
Ora, capite perchè è davvero stupido accanirsi contro Berlusconi attaccandosi ai suoi guai giudiziari mentre il Cav stupisce gli italiani con provvedimenti che vanno tutti nei loro interessi e che sono tutti nella direzione del mantenimento delle promesse elettorali?
A qualcuno non piace la norma che sospende per un anno alcuni processi per avvantaggiare lo smaltimento di pratiche urgenti di procedimenti relativi a reati di assoluta gravità, come quelli per cui è previsto l’ergastolo od una pena superiore ai 10 anni e tutti quelli legati a mafia, terrorismo e criminalità organizzata.
Dicono favorisca anche Berlusconi, perciò si trasforma automaticamente in una legge ad personam. Quindi non s’ha da approvare.
A questo punto resta da capire in che modo un simile provvedimento possa avvantaggiare il Cavaliere nei suoi processi.
A pensarci bene, nessuno lo sa. Che favore potrebbe ricavare il premier dal veder sospeso per un solo anno il procedimento che lo vede coinvolto nel caso Mills senza che vengano nemmeno intaccati i termini di prescrizione? E’ vero o no che fra un anno esatto il processo riprenderebbe esattamente da dove è stato lasciato un anno prima senza che nulla sia cambiato?
Ed è vero o no che nel frattempo tutta una serie di processi contro malavitosi e criminali pericolosi avrebbero ricevuto una forte accelerazione essendo stati posti tra le priorità di giudizio negli uffici della magistratura?
Beh, sebbene la domanda sembri retorica e contenga in sè già la risposta, diciamolo comunque: NO! non cambia niente per Berlusconi perchè non gli assicura alcun vantaggio. SI! fra un anno, a legislatura ancora in corso, tutto ripartirebbe dallo stesso punto lasciando il Cavaliere sulla graticola mediatico-giudiziaria imbastita da certa magistratura e certa opposizione. E…SI! nel frattempo processi importanti verrebbero celebrati con priorità assoluta su tutti gli altri.
Difficile allora parlare di una vera e propria legge ad personam.
A meno che, non si voglia bocciare qualunque legge, sebbene impostata sulla generalità delle persone, per il sol fatto che riguarderebbe anche Berlusconi. Che sarebbe quanto ribaltare ogni principio di diritto sulla elaborazione di qualsiasi provvedimento legislativo.
In soldoni: Berlusconi non può esser la cartina di tornasole per qualunque legge il governo voglia approvare. Se una norma può esser giudicata valida ed efficace non può ricevere ostruzionismi politici di questo tenore.
Altre critiche agli emendamenti del pacchetto sicurezza sono state avanzate circa due aspetti:
dicono che se Napolitano avesse avuto sotto mano fin da subito quel testo non lo avrebbe approvato.
Domanda: perchè? Non risponde forse ad esigenze di urgenza anche la proposta di impostare delle priorità nella celebrazione di taluni processi che riguardano reati gravissimi e che da troppo tempo sono fermi a causa di casi meno importanti?
Non solo: dicono che così si violi il principio dell’azione penale obbligatoria proprio della magistratura, e quindi non si rispetti l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario.
E’ davvero così?
Ovviamente no.
Gli emendamenti agirebbero su quei processi per i quali è già stata esercitata l’azione penale, essendo praticamente già istruiti.
Ma se allora stanno così le cose, perchè azzardare critiche campate letteralmente in aria?
Non si tratta quindi di uno scontro tra poteri dello stato, ma di un molto più bieco scontro politico che investe anche alcuni settori politicizzati della magistratura.
La quale a volte ha memoria corta.
Infatti è lo stesso CSM ad aver elaborato la cosiddetta “circolare Maddalena” del procuratore di Torino con la quale si prevedeva addirittura il blocco in procura di certi processi impedendo così dall’interno (diciamo) l’esercizio dell’azione penale in specifici casi.
Insomma, polemiche veramente sterili e vaque. Ma soprattutto fondate su ipotesi false e sbagliate.
Non sarebbe più costruttivo invece fermarsi a riflettere e chiedersi se quelle norme siano giuste al di là di Berlusconi?
La parola stavolta la lascio ad un giurista affermato, già professore in diverse università italiane di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato, di Diritto Pubblico e di Diritto Pubblico Comparato.
da: l’Occidentale.
Quello che è stato chiamato il “lodo Maccanico”, e che tante polemiche ha suscitato al momento della sua presentazione prima e approvazione poi, viene ora riproposto per la sua approvazione parlamentare, sia pure attraverso la conversione di un decreto legge. E proprio sulla base della passata esperienza, che ha prodotto anche una sentenza della Corte costituzionale, si possono ora provare a svolgere delle pacate riflessioni e utili indicazioni.
Innanzitutto, c’è da dire che la norma che introduce una sorta di immunità istituzionale a favore delle cinque alte cariche dello Stato [che sono: Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Presidenti delle due Camere e Presidente della Corte costituzionale], escludendoli così dalla sottoponibilità a processi penali nel corso del loro mandato, trattasi di una misura transitoria collegata a certe prerogative di status istituzionale. I processi – qualora promossi – verrebbero così a essere sospesi per poi essere ripresi soltanto quando le alte cariche dello Stato fossero cessate dalla funzione. La disposizione, quindi, ha come obiettivo quello di tutelare l’esercizio del potere pubblico da possibili deviazioni giurisdizionali e di garantire così il prestigio delle istituzioni politiche. In tal modo, potrebbe essere consentita - come già avviene in diversi e numerosi casi - una deroga al principio di eguaglianza, di cui all’art. 3 Cost.: in quanto, la diversità di trattamento riservata alle cinque alte cariche dello Stato anziché essere un ingiustificabile privilegio personale sarebbe, piuttosto, una garanzia che sorregge la funzione ricoperta a evitare, pertanto, che si possano produrre lesioni al prestigio delle istituzioni politiche e più in generale al bene dell’intero Paese. Questa parrebbe essere la ratio della norma, che deroga al principio di eguaglianza in virtù del criterio di ragionevolezza e del bilanciamento degli interessi. Ci si è poi chiesto come una sorta di tormentone: questa regola della “immunità istituzionale”, che verrebbe introdotta con legge ordinaria, dovrebbe piuttosto essere disciplinata con legge costituzionale? Non mi pare che prevalga in modo netto e sicuro una posizione rispetto all’altra. Anzi, semmai c’è da rilevare che in quanto legge ordinaria, questa potrà essere sottoposta a referendum abrogativo (come venne fatto la volta scorsa seppure poi non effettuato) e al giudizio di costituzionalità (come avvenne la volta scorsa): si tratta di strumenti di garanzia che non potrebbero essere in pieno attivati nel caso della legge costituzionale.
Come noto, il giudizio di costituzionalità si è già manifestato con riferimento all’art. 1 della legge n. 140 del 2003 (nota come “lodo Maccanico”, espressione adoperata addirittura dalla stessa Corte nel comunicato stampa con il quale annunciava la decisione presa): ed è stato un giudizio sulla incostituzionalità della norma. La Corte, però, si è limitata a dire l’essenziale senza arricchire il suo intervento di ulteriori richiami, quali eventuali obiter dictum oppure moniti e indicazioni rivolti al legislatore. Avrebbe, poi, potuto scrivere una sentenza additiva, ovvero una interpretativa di rigetto. Scelse, e fece bene, un ragionare lineare, asciutto, che non creasse ulteriori turbative.
Cosa ha detto la Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004? Preliminarmente, va ricordato che l’ordinanza di rimessione del Tribunale di Milano non indicava solo l’art. 3 della Costituzione quale norma parametro violata dall’art. 1 della legge n. 140 del 2003; ma piuttosto si faceva riferimento anche agli articoli 101, 112, 68, 90, 96, 24, 11 e 117. La lunga elencazione degli articoli costituzionali (che si presumevano essere) violati stava lì quasi a voler dimostrare come quell’articolo di legge, a tutela delle alte cariche dello Stato, andasse a contrastare con l’impianto generale della Costituzione, relativamente sia alla prima parte dei principi fondamentali e dei diritti di libertà, che alla seconda parte relativa all’organizzazione della giustizia e al giusto processo. E’ come se il giudice a quo avesse detto: la norma sulla non sottoponibilità a processo penale a favore delle cinque cariche dello Stato non appare come in violazione (soltanto) di qualche articolo della Costituzione ma piuttosto del costituzionalismo, ovvero dell’architettura complessiva dei principi costituzionali che sorreggono l’intero impianto dell’ordinamento repubblicano. Insomma, esagerando e non poco, era come si chiedesse quasi una pronuncia che fosse degna di quella della Corte Suprema statunitense agli inizi dell’Ottocento (Marbury vs. Madison), che ha scolpito nel costituzionalismo l’idea della Costituzione come legge superiore.
A fronte di un siffatto scenario – accentuato e reso più manifesto nella ricca memoria presentata dalla parte civile, la CIR s.p.a – la Corte si è abilmente (e correttamente) sottratta dalla richiesta di scrivere una sentenza dalla portata per così dire “storica”, e si è piuttosto limitata a censurare la norma oggetto del giudizio di costituzionalità, peraltro senza sconfessare del tutto la ratio della norma stessa. Infatti: tra le prime affermazioni che si leggono nel Considerato in diritto della sentenza, dopo un’analisi delle tipologie delle sospensioni nel e del processo penale, vi è la seguente: «Ciò non significa che quello delle sospensioni sia un sistema chiuso e che il legislatore non possa stabilire altre sospensioni finalizzate alla soddisfazione di esigenze extraprocessuali, ma implica la necessità di identificare i presupposti di tali sospensioni e le finalità perseguite, eterogenee rispetto a quelle proprie del processo». E poco più avanti, la Corte afferma che quello della tutela delle cinque più alte cariche dello Stato, al fine del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche, «si tratta di un interesse apprezzabile che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale». Qui, in questo passo, è ravvisabile, a mio avviso, il sostanziale ridimensionamento della problematica così come prospettata dalla ordinanza di rimessione e dalla parte civile: non siamo, quindi, in presenza di una violazione dei principi del costituzionalismo (ovvero dello Stato di diritto, come scrive la Corte), perché la prerogativa di tutela delle alte cariche istituzionali può convivere “in armonia” con quei principi.
La questione, pertanto, si sposta, nell’argomentazione del giudice costituzionale, dal nucleo forte dei principi costituzionali all’incidenza che la norma in esame può avere «sui principi del processo e sulle posizioni e sui diritti in esso coinvolti». Ed è su questo punto che la norma risulta costituzionalmente illegittima. Per due precisi motivi, contenuti nell’art. 24 Cost.: primo, perché «l’automatismo generalizzato della sospensione incide, menomandolo, sul diritto di difesa dell’imputato», il quale se volesse veder accertata la propria innocenza sarebbe costretto a dimettersi dalla carica «rinunciando così al godimento di un diritto costituzionalmente garantito»; secondo, perché «sacrificato è altresì il diritto della parte civile la quale […] deve soggiacere alla sospensione» del processo, senza potere avere giustizia. Richiamandosi alla sua stessa giurisprudenza, la Corte conferma che la stasi di un processo per un tempo indefinito e indeterminabile vulnera il diritto di azione e di difesa, e che la possibilità di reiterate sospensioni leda il bene costituzionale dell’efficienza del processo. A ciò, volendo, si potrebbe altresì aggiungere la violazione dei principi costituzionali del giusto processo fondati, tra l’altro, sulla ragionevole durata dello stesso.
L’art. 3 della Costituzione, invece, sarebbe violato non tanto per il regime di differenziazione riguardo all’esercizio della giurisdizione, ma piuttosto perché la norma «accomuna in unica disciplina cariche diverse non soltanto per le fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni e distingue, per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai principi fondamentali della giurisdizione, i presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti». Affermazione precisa e rigorosa, che muove dall’assunto che i presidenti in questione svolgono funzioni diverse e pertanto non possono essere accomunati tra loro, e che sono formalmente primum inter pares, e quindi non possono godere di un trattamento differenziato e privilegiato rispetto ai loro colleghi, siano essi ministri o parlamentari.
La Corte non individua le ragioni dell’incostituzionalità della norma nella sua veste giuridica o nella sua natura ma esclusivamente nella sua struttura: siccome «la sospensione del processo è generale, automatica e non determinata, [allora] la questione è fondata in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione». Punto e basta. Quindi: la ripresentazione di una nuova legge, che tenesse conto delle argomentazioni della Corte costituzionale, è perfettamente lecita e legittima. Come ebbe a scrivere Sabino Cassese (prima ancora di diventare giudice costituzionale) sul Corriere della sera del 25 gennaio 2004, «si può pensare che una durata ragionevole della sospensione [dei processi] possa risolvere anche questo problema [di incostituzionalità]. Insomma, la strada imboccata dal Parlamento non è sbarrata». Si tratta, aggiungiamo noi, di saperla tracciare in maniera lineare, senza deviazioni e complicazioni.
In Sicilia è successo qualcosa di inspiegabile.
Com’è possibile ci sia stato un simile cappotto elettorale a favore del centrodestra, l’ennesimo, a pochi mesi dalla vittoria delle politiche e dopo tutte le polemiche scatenate praticamente su tutti i provvedimenti presentati dal governo, tacciati dall’opposizione di essere l’ennesimo tentativo di insaturare un regime, una dittatura dolce, da cui difendersi con le unghie e con i denti?
Come’è possibile mi chiedo: non ci stavano dicendo che la luna di miele degli italiani col Cav era ormai esaurita e che questo atteggiamento prepotente di Berlusconi che usa lo Stato come scudo ai suoi interessi personali aveva già stancato la gente?
Aspettate un attimo.
Ma certo che tutto si spiega: beh…semplicemente perchè a dirlo sono gli stessi che erano convinti che Veltroni potesse vincere le elezioni dell’aprile scorso, quelli che dicevano che ormai Berlusconi era bollito, quelli che credevano che il PdL fosse l’ennesima trovata pubblicitaria del Cav e che non potesse andare lontano se paragonata al solido, coerente e stabile progetto politico del PD.
Ebbene, siamo al punto di partenza: Berlusconi incassa sempre più il consenso del popolo italiano, ad ogni latitudine, ma da sinistra, invece che interrogarsi sulle ragioni della sconfitta continuano a cantare il solito ritornello dell’antiberlusconismo, arrivando a punte di antipatia con cui fanno prevalere nei loro commenti post-elettorali le loro convinzioni di esseri-moralmente-superiori.
Quando vince il centrodestra, insomma, è sempre perchè quell’elettorato è più sempliciotto, fatto di gente abbindolabile dalla televisione. E se mai ce ne fosse bisogno, per i soliti noti, è la dimostrazione che in Italia c’è un regime e che l’informazione è imbavagliata.
Eppure, fino a ieri ne abbiamo sentite di tutti i colori.
Con un Di Pietro in grande spolvero e lancia in resta che si è scagliato quotidianamente contro Berlusconi e il suo quarto governo accusandolo delle peggiori nefandezze antidemocratiche, anticostituzionali, contrarie ad ogni sorta di legalità.
Al chè, uno si chiede come mai in Sicilia, dove forse si sta radicando più veementemente il sentimento di sdegno nei confronti di mafia e criminalità e delinquenza di ogni risma, non abbia attecchito invece il verbo dipietrista o almeno quello travaglista!? La “chiamata alle armi è fallita”. E anche malamente.
Sebbene sia difficile confrontare due tipi di elezioni così diverse come sono quelle politiche e quelle amministrative (vuoi per il carattere localistico delle seconde e per la imparagonabile percentuale di affluenza alle urne) risulta evidente un dato abbastanza indicativo: l’Italia dei Valori, il partito del vero capo dell’opposizione (a Berlusconi) ha praticamente ovunque perso voti. Sia in termini di numero di elettori, sia in termini percentuali.
Insomma, qualcosa non funziona nei modi di intendere il confronto politico tra maggioranza e minoranze, inteso da alcuni come “scontro” con la persona del presidente del consiglio.
Non funziona perchè se da una parte c’è chi inveisce attaccando Berlusconi guardando ai suoi personalissimi guai giudiziari e privati, dall’altra c’è una larga, larghissima parte della popolazione che ormai ha capito che c’è qualcosa in più del conflitto d’interessi: ad esempio, su quello che oggi in molti si affrettano a battezzare emendamento “salva-premier”, in tanti hanno capito che non c’è una norma che impedisca a Berlusconi di essere giudicato, ma solo una norma che sospende i processi e che rimanda quel giudizio (che ci sarà) per sveltire altre pratiche che stanno in cima alla classifica delle priorità della gente comune.
Allo stesso modo, sempre come esempio, nessuno si sogna di spaventarsi dell’esercito nelle strade, perchè sono anni che si sente dire che è inutile pagare migliaia di soldati per tenerli fermi nelle caserme e che sarebbe invece meglio usarli per compiti di polizia e prevenzione dei crimini…e sono in pochi a paventare l’avvento del nuovo regime.
Ecco perchè il centrodestra continua a vincere, nonostante tutto…
Perchè Berlusconi è il primo pensiero nelle menti di certi politici, ma all’ultimo posto tra quelli della gente, che ha votato per avere un governo forte, deciso e decisionista.
E’ quello che volevano ed è quello che stanno ottenendo.
Piaccia o no, ci sono cose più importanti delle “fantasiose” inchieste a carico del Cavaliere.
Ora magari ci diranno che in Sicilia è normale che vinca il “garante dei mafiosi”…
Ma delle due l’una: o in Campania, Puglia, Calabria e Sardegna sono altrettanto delinquenti gli elettori del centrosinistra che privilegiano la camorra , la sacra corona unita, la ndrangheta e l’anonima sequestri; oppure qualcosa non funziona neanche in questo ragionamento…
In ogni caso…il PD è allo sfascio e Di Pietro non sfonda.
Popolo di ignoranti o sinistra da rifondare culturalmente?
