You are currently browsing the monthly archive for Ottobre 2008.
Come si può trattare con decine di sigle sindacali e poi vedersi bocciare una trattativa pur quando si è già ottenuta l’approvazione delle tre confederazioni principali, ma non di quelle minoritarie?!?!?!?!
Evidentemente, democrazia e sindacato non vanno troppo d’accordo…
Camminare cammina, ma questo pezzo d’Italia ch’è sceso in piazza oggi contro la riforma Gelmini e la finanziaria di Tremonti rappresenta quella parte del Paese completamente sorda alle necessità e cieca di fronte alle opportunità. In poche parole, è la parte immobile, quella conservatrice, anacronistica della società. Che è ancora legata a quell’idea di Stato-bancomat che copre i debiti senza preoccuparsi mai di migliorare il sistema. Che si sente in diritto di pretendere un impiego pubblico a tutti i costi…anche se quei costi sono diventati ormai insostenibili, ma soprattutto inutili, visti anche i livelli di competitività delle nostre scuole e la preparazione dei ragazzi che vi escono.
Eccola lì, dunque… Dicono siano un milione… Meno male, dico io…vuol dire che tutto sommato son pochi. Anche perchè tra questi ci sono un bel po’ di bambini e giovanotti del tutto inconsapevoli, ma comunque intruppati: fanno numero, quindi fanno comodo.
Protestano, urlano, s’incazzano contro chi ha provato a metter mano a questo sistema.
Non accettano che possa farsi strada un’idea che miri a razionalizzare per risparmiare e al tempo stesso migliore le cose.
Non c’è niente da fare: per loro lo Stato è un ammortizzatore sociale, un datore di lavoro imbecille e sopraffatto, che non può dire la sua, tantomeno decidere che è stato raggiunto il limite massimo di assunzioni. E’ la dittatura del proletariato, alias del sindacato.
Fosse per loro, ogni 10 pensionamenti dovrebbero venire assunti altri 20 dipendenti.
Perchè nella loro concezione di eccellenza, la “qualità” si raggiunge solo per mezzo della “quantità”.
Dunque non capiscono come a qualcuno possa esser venuto in mente di tagliare e non invece di aggiungere.
Dicono: risparmiare si può. Guardate però da altre parti.
“La vostra (di chi??????) crisi non la paghiamo”… lo gridano minacciosamente e irresponsabilmente.
E di tutti gli sprechi che ci sono oggi nella scuola pubblica, nell’Università?
Fino a ieri nessuno si scandalizzava della proliferazione dei corsi di laurea, così come nessuno si sentiva turbato dai deficit degli atenei e men che meno faceva caso alla rete clientelare, tutta familiare, intrecciata dai baroni. Fino a ieri era tutto normale.
Perchè tagliare? Mettiamo più soldi…così potremo mantenere anche quegli sprechi e nessuno si sentirà responsabile dei conti in rosso che costringono gli studenti a non godere di strutture adeguate in cui formarsi.
Ma ai ragazzi questo non interessa.
Lo scoprono oggi, ma comunque non gli interessa.
Il problema sono i tagli, non gli sprechi.
Questa, per fare il verso al Veltroni del 25 ottobre, è l’Italia che si dimostra peggiore di chi la governa (perchè poco lungimirante e pavida di fronte alle possibilità del cambiamento), ma anche di chi la circonda e che invece è predisposta e protesa al futuro.
Nel mezzo, tutta una serie di balle spaziali su tutti gli altri punti del decreto Gelmini e sulla finanziaria di Tremonti.
Dalla fine del tempo pieno al licenziamento di centinaia di migliaia di insegnanti (sorprende al proposito che nessuno sia sceso in piazza l’anno passato, quando il ministro Fioroni bloccava il turn over per 75mila insegnanti); dalla messa in vendità delle università ai privati agli aumenti indiscriminati delle tasse.
Questo si chiama non voler guardare in faccia la realtà.
Chi protesta contro la sfida che è stata lanciata verso il futuro, può essere ascoltato, ma certamente non preso sul serio.
Forza Gelmini…
I rischi son che gli sfugga da ogni controllo.
Eppure Veltroni e Di Pietro sono fortemente intenzionati a non lasciarsi scappare di mano la palla che gli è rimbalzata addosso dalle piazze piene di studenti.
Niente di meglio che creare un fronte eterogeneo contro il governo, avranno pensato.
Il problema è che là dove il partito non c’entra niente (come sostengono gli studenti) il partito non può metter bocca.
Può quindi accendere, ma non placare gli animi.
Dichiarazioni come quelle fatte dagli esponenti del centrosinistra e dall’Italia dei Valori contro il decreto Gelmini e i tagli tremontiani non hanno fatto altro che attizzare i focolai delle proteste (a tutt’oggi, dal mio punto di vista ingiustificate nel merito e nelle forme), che puzzano però di centrosociale e non di sollevazione popolare tanto spontanea come vogliono farci credere.
Basta guardarli i ragazzi che “okkupano” le università: io li ho visti (anche se sono pochini…)! Scienze politiche la fa da padrona…poi vengono Lettere e Architettura; in poche parole, dall’abbigliamento, agli ammennicoli che si portano addosso con un certo orgoglio, al capello stile rastafarian e la sciarpetta palestinese al collo, alle stelle rosse e il fazzolettino d’Emergency appuntate un po’ d’appertutto…beh…sono inconfondibili. Esci il sabato sera e li trovi con una birra in mano davanti le porte dei loro circoli ska-punk. Dove ovviamente non ci sono solo studenti…
E così le università diventano sedi distaccate dei circoli proletari di periferia.
Al di là delle intuizioni di lombrosiana memoria che mi vengono in mente, però, è necessario capire che cavalcare una protesta studentesca non è cosa facile. E i rischi di degenerazioni come quelle di cui siamo stati spettatori oggi, con scontri tra bande e assalti tra facinorosi, sono all’ordine del giorno.
Giornali e sinistra, in questa gestione del “conflitto”, hanno una gravissima responsabilità.
Così come pure il governo che, nonostante l’urgenza di voler approvare il decreto, poteva cercare non tanto il dialogo (impossibile già dalle premesse) quanto piuttosto una forma di comunicazione con le varie parti in causa per tentare di respingere in maniera più convincente le bugie o le preoccupazioni che stanno dietro questo tanto temuto testo di legge.
Ora però non si parla più di un decreto da approvare e quindi modificabile, bensì di una legge vera e propria.
Si potrebbe dire che la protesta è fallita e che il governo ha vinto la sua battaglia per il cambiamento: aveva un’idea iniziale e non si è lasciato intimidire dalla piazza (forse rassicurato da quella maggioranza silenziosa che da qualche ora sta venendo fuori dal bozzo).
Adesso occorrono nuove forme di contestazione e Veltroni e Di Pietro dovrebbero indirizzare i ragazzi a quelle scoraggiandoli dal perseguire questa inutile contrapposizione con tanto di muscoli in bella vista.
Vada per il referendum, ma si liberino gli atenei e le singole facoltà “okkupate” da quei pochi pedinati dai troppi giornalisti.
Cambino, insomma, le forme della protesta.
Da questo punto di vista, trovo anche singolare e sciocco lo sciopero di domani. Che senso ha? La legge è stata approvata oggi e non c’è manifestazione che tenga… Il dissenso di giovani e meno giovani verso questa norma era già stato ampiamente documentato.
Perchè allora fare questo sciopero che sa troppo di occasione per farsi un bel ponte o di conta per vedere realmente quanti si è?
Si sa che poi si cade nella rete dei numeri. Il “Circo” messo in scena dal PD l’altro giorno lo ha dimostrato. I contenuti si perdono e rimangono solo sterili polemiche tra chi ha voluto alzare la voce e chi continua a dirgli che non lo ha sentito comunque…
Veltroni deve cambiare strategia…abbandonare la piazza (ormai ci si è già divertito a fare l’Obama de noantri) e lavorare in Parlamento con proposte alternative.
Una vera forza riformista non può opporsi pretendendo che tutto rimanga com’è, ma deve prender coscienza della volontà e della necessità del cambiamento e adeguarsi di conseguenza.
Se non saprà farlo sarà un altro flop, l’ennesimo della sinistra pseudo progressista, che lascerà il campo alle forze più estreme del conservatorismo comunista. Quello che sta ancora una volta provando a far leva sui ragazzi.
Veltroni non faccia il suo gioco, perchè deve sapere che poi non potrà più controllarlo…
A meno che…i ragazzi non siano intruppati sotto le insegne del PD… Il che smonterebbe la presunzione di ingenuità, o meglio, di genuinità della protesta…
Non sono in molti ad esserne informati. E sono pronto a scommettere che nessuno di quelli che in questo mese hanno sfilato in piazza ne sia a conoscenza.
Ma a tutti gli studenti che continuano a ripetere che il governo vuole rendere l’università accessibile solo ai ricchi perchè coi tagli dei finanziamenti del fondo ordinario agli atenei costringerà i rettori ad aumentare le tasse, vorrei rivolgere l’invito a leggersi bene come si calcola il “contributo universitario da parte dello studente”.
Questo è stabilito, infatti, entro la soglia del 20%.
20% rispetto a cosa? Udite udite: del finanziamento pubblico.
Insomma: se lo stato dà 100, le rette possono arrivare fino a 20; se al contrario lo stato desse 50 le tasse universitarie non potrebbero superare 10.
Incredibile, ma vero.
Per questo è assurdo e si dimostra un controsenso protestare contro la facoltà in capo alle università di aprirsi ai finanziamenti privati: questi determinerebbero una minore necessità da parte dello Stato di elargire finanziamenti a pioggia liberando risorse per gli atenei che ne dovessero avere maggiormente bisogno e al contempo produrrebbero una diminuzione delle tasse (e non come sostengono i disinformati studenti, un loro innalzamento)!
Altra cosa da chiarire, perchè collegata al discorso appena fatto, è che la trasformazione in fondazioni private non sarebbe una svendita ad un non meglio identificabile privato. Vorrebe invece dire, creare le basi per ricavare maggiori vantaggi circa il reperimento di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato; per la raccolta di fondi (non solo privati ma anche pubblici da parte di enti locali e non soltanto nazionali); per le conseguenti agevolazioni fiscali.
Dire che i privati ne diventeranno padroni, poi, è quantomai tesi bislacca ed evidenzia un’ignoranza di fondo sulla materia.
La legge 133/2008 prevede che questa facoltà (non un obbligo, quindi) sia proposta e promossa dal Senato accademico all’unanimità; dopo di che, la decisione andrà approvata dal Ministero delle Finanze di concerto con quello della Pubblica Istruzione che dovrà poi emanare il decreto. Ministeri che continueranno a svolgere un ruolo di vigilanza (comma 10). La contabilità sarà inoltre controllata dalla Corte dei Conti (comma 11).
Per smontare il mito dell’università pubblica distrutta per esser posta nelle mani dei privati, si può benissimo interrogare, ancora una volta, la norma contenuta nella legge 133: le fondazioni non potranno perseguite fini di lucro e non potranno in alcun modo gestire i dividendi se non a favore della struttura stessa.
Oltre a tutto ciò, alle fondazioni si continueranno ad applicare le regole delle università statali (comma 14).
Ancora è comunque tutto da definire. E alcuni saranno sorpresi dal sapere che alla stesura dei regolamenti attuativi di dette misure sta collaborando un senatore del PD, Nicola Rossi.
Insomma: le proteste del mondo universitario sono tutto fuor che giustificate.
I ragazzi si offendono e si risentono se qualcuno gli dice che è sciocco per chi manifesta scendere in piazza senza neanche sapere bene perchè, ma la realtà dei fatti ne evidenzia le carenze…
Dopo averci spiegato che secondo lui (l’Imputato Travaglio) l’articolo 111 della Costituzione sul Giusto Processo (lo scrivo maiuscolo perchè il contraddittorio in dibattimento per assumere una prova per me è sacrosanto!!!) è una legge incostituzionale nella Costituzione (concetto che nemmeno Machiavelli avrebbe mai potuto partorie in maniera tanto contorta), oggi (in realtà ieri), dalla homepage del suo blog, lo stesso Travaglio si è premurato di confermarci (per l’ennesima volta) quanto lui di garantismo proprio non voglia sentir parlare (tranne che per lui e basta, ovvio).
L’occasione per dimostrarsi l’illiberale quale è, gliel’hanno data quelli che si sono tolti qualche sassolino dalla scarpa commentando l’assoluzione in Appello del senatore (attualmente in quota UDC) Calogero Maninno.
Dopo 14 anni di processi e ben 23 mesi di carcere (a quanto pare ingiusto), al momento della decisione dei magistrati palermitani che lo scagionavano da tutte le accuse di collusione con la mafia, qualcuno ha avuto l’ardire di contestare l’ennesimo errore giudiziario avviato e perpetrato dal pool di Giancarlo Caselli.
Come si sono mai permessi?
Mannino assolto in Appello?
Per Travaglio non vuol dire che sia innocente fino a prova contraria, bensì che è da considerarsi innocente PER ORA, perchè ancora manca il giudizio della Cassazione (anche se in realtà la Corte non giudica nel merito, ma solo nella forma e al massimo può reinviare – per la seconda volta – il caso ad un’altra sezione del tribunale di Palermo, ma non condannarlo): in poche parole, per Travaglio, Mannino è mafioso fino a che lo decide lui.
E perchè lui, Travaglio, ne è così convinto?
Perchè ben 18 magistrati (pensate un po’) hanno pensato chi di processarlo e chi di condannarlo.
E che gliene frega a Travaglio se poi quelli di primo grado, di secondo grado e di Cassazione hanno ritenuto che le prove contro Mannino non fossero poi così schiaccianti per giudicarlo colpevole.
Scendendo nel merito, poi, Travaglio dà prova di eccezionali conoscenze di diritto e di giurisprudenza: dunque, l’accusa puntava tutto su uno scambio di favori con i clan mafiosi, il tipico do ut des elettorale.
Peccato che la controprestazione da parte di Mannino non sia mai stata dimostrata: il che rende del tutto irrealistico che ci fosse anche l’intenzione di uno scambio.
A ben pensarci (pensateci bene) non è verosimile che un politico possa farla franca con la mafia a 30 anni da un patto non rispettato!
Ad ogni modo, il risultato probatorio è stato quello che è stato: insufficiente.
Ma a Travaglio non basta.
E fornisce alla platea (e quindi anche a Mannino) una piccola guida per evitare d’esser considerati collusi con la mafia o con mafiosi d’ogni rango e specie.
In breve, secondo Travaglio sarebbe meglio se uno non avesse rapporti con mafiosi o figli di mafiosi e che nemmeno si meritasse un invito da parte di quelli; sarebbe anche meglio se si evitasse proprio di frequentare mafiosi e amici di boss.
In conclusione:
“Ecco, se uno non frequenta mafiosi o smette di frequentarli quando scopre chi sono, e magari li denuncia alla magistratura, sarà ben difficile che la mafia voti per lui, che qualcuno lo sospetti di mafia, che qualche mafioso pentito si ricordi di lui costringendolo a un “lungo calvario giudiziario”.”
Ecco…se gli fosse venuto a mente prima a Travaglio questo decalogo, forse ora nessuno avrebbe il diritto (secodo Travaglio) di considerarlo un colluso con la mafia.
In fin dei conti, lui (Travaglio) è stato amico di mafiosi, li ha frequentati e si è meritato i loro inviti a passare piacevoli mattinate o rilassanti pomeriggi con la famiglia a bordo vasca di bellissimi resort…
Ma lui è Travaglio e il garantismo vale solo per lui.
Quindi, guai a dirgli che è un pregiudicato perchè per lui valgono ancora la presunzione di innocenza e i tre gradi di giudizio; ma soprattutto guai a dirgli che ha sbagliato a frequentare un mafioso (e ad averci rapporti ai tempi in cui quello, il mafioso, gli passava i risultati delle indagini della GdF su Mediaset e Dell’Utri) e a non essersene accorto prima e ad averlo denunciato poi… Gli altri sarebbero finiti nel suo elenco di “evitabili”, ma lui…beh…lui è Travaglio!
Ci sarà sicuramente qualcuno che avrà da ridire sulla firma in calce di questo articolo, ma tra i tanti che ho letto m’è sembrato uno dei più piccanti.
Che Veltroni sia stato banale credo sia stato sotto gli occhi di tutti.
Che sull’Italia dei “migliori” abbia preso una cantonata ed offeso milioni di elettori, anche questo credo sia sotto gli occhi di tutti.
Che fossero un po’ pochini per suggerire al governo di fare i bagagli è stato pressochè unanimamente riconosciuto.
Che il ritorno all’amo dell’antifascismo = antiberlusconismo non abbia fatto abboccare nessuno è ormai accertato, viste le reti vuote del consenso per il Partito Democratico.
Che Veltroni abbia fallito il tentativo di smarcarsi da un alleato scomodo come Di Pietro è definitivamente acclarato, dal momento che non ha esitato a prostrarsi sulle sue stesse posizioni.
Che l’analisi sulla crisi internazionale il povero Veltroni l’abbia cannata completamente affibiandola al premier Berlusconi è del tutto certificabile.
Che sia stata una bella, civile e pacifica manifestazione non ci sono dubbi.
L’unico dubbio è: ma non è che quella gente meritasse qualcosa di più?
Di Filippo Facci per Il Giornale:
Qui di seguito, la manifestazione spiegata a uno straniero. Allora. Sabato pomeriggio, a Roma, c’è stata un’imponente manifestazione organizzata dal Partito democratico e in particolare dalla Cgil. Questa manifestazione è stata voluta soprattutto dal segretario, Walter Veltroni, intenzionato a rispolverare la propria immagine e a ridare morale alla sua forza politica, da tempo immobilizzata tra i buoni risultati del governo e l’opposizione urlata di Antonio Di Pietro. Sono questi i due problemi di Veltroni: un governo che governa e un alleato che delira.
Nel dettaglio: il governo ha preso molte decisioni che hanno registrato un forte consenso legato alla velocità e qualità dei provvedimenti, rovesciando la percezione di immobilismo che aveva caratterizzato il governo Prodi; anche di fronte alla sopraggiunta crisi economica, troppo globalizzata perché se ne potesse colpevolizzare il premier, il governo ha mostrato un dinamismo «di sinistra» che sino a oggi ha contribuito a mantenere alta la fiducia degli italiani nell’esecutivo; sul fronte interno invece c’è questo Di Pietro, persona infida, che col suo partitino monoposto si è opposto demagogicamente al governo (parlando di dittatura e attribuendo al premier le colpe della crisi) e ha definito la propria forza politica come «unica opposizione», fregandosene degli alleati e puntando su un distinguo continuo. Questo ruolo da guastatore di Di Pietro (complici giornali e televisioni che ultimamente sono più attenti all’antipolitica che alla politica), ha inoltre fatto danni gravissimi al processo di modernizzazione che Veltroni ha cercato di imprimere al suo partito, oltretutto limando o limitando quell’antiberlusconismo che in passato aveva sterilmente coagulato le varie anime della sinistra. Non è un caso che Di Pietro, alla manifestazione di sabato, non fosse neppure invitato: ma gli autoinviti, essendo Di Pietro al solito sprovvisto di dignità personale, sono per lui una regola. Nel corso del corteo, infatti, l’ex magistrato è tornato a parlare di dittatura e ha cercato di rilanciare un’alleanza che per Veltroni è ormai nefasta.
Ciò detto, resta la manifestazione: un legittimo tentativo di corroborare gli umori stanchi e divisi del Pd. Una cosa a uso interno, senza particolare significato politico: il discorso di Veltroni, oggettivamente, non ne aveva. Anche perché il Paese, e Veltroni lo sa, per il resto è lo stesso dell’aprile scorso. Anzi.
Premesso che quella di ingrossare i numeri è ormai diventata una patetica regola valida per tutti quelli che sono scesi in piazza nel corso degli anni (vedi manifestazione del PdL del 2 dicembre scorso contro Prodi e il suo regime fiscale), facciamo le pulci a quelli che si sono autoproclamati “i migliori”.
Sarà, ma intanto mentono anche sulle cose più facilmente dimostrabili come false.
Vediamo: il Circo Massimo è un’area lunga 600 metri e larga 120. Si diceva ieri che volendola riempire tutta, al limite della sua capienza, potevano starci circa 300mila persone. (3/4 in ogni metro quadro).
Si diceva anche: attenti, la spareranno grossa.
E così hanno fatto. Due milioni e mezzo. Hanno detto.
Grassa risata…
Le intenzioni erano buone, ma la realtà vuole tutt’altro.
Oggi ci viene in soccorso il Corrierone, che ci mette a disposizione una bella panoramica del Circo Massimo invaso dalle bandierine del PD (paragonandola poi a quella di altre manifestazioni degli anni passati).
A ben vedere, di quei 600 metri di lunghezza, comparando le immagini del Corriere e le immagini del satellite prese da Google Earth, si capisce ne sono stati usati molti di meno. Diciamo pure la metà.
Qui la prova…
Come si vede siamo a 300 dei 600 metri disponibili. In compenso avevano affollato le “tribune laterali” allargando la superficie laterale.
Rifacendo i conti quindi: 300 X 160 = 48000 metriquadri d’area; X 4 (persone per metro quadro…ad esser buoni) = 192mila persone. Ovvero, quanto sostiene la Questura.
Ovvero, il dieci per cento di quanto sostenuto dai “migliori” lassù sul palco.
Veltroni si crede Obama, ma per vedere le stesse folle oceaniche dovrebbe anch’egli rappresentare il cambiamento nei cuori della gente, mentre invece…
Sono già arrivate le prime dichiarazioni degli organizzatori della manifestazione del PD sui numeri dei partecipanti: “diverse centinaia di migliaia”.
Numero largamente equivocabile ed estremamente (eccessivamente, direi) labile.
Siccome però prevenire è meglio che curare, avvantaggiamoci sui conti e diamo subito una stima di quella che potrebbe essere la reale portata delle presenze al Circo Massimo, luogo in cui è stato predisposto il palco da cui parleranno i leaders democratici (contro il governo Berlusconi).
I calcoli, premetto, non li ho fatti io, ma Repubblica, già un anno fa. (per chi volesse approfondire, QUI)
Considerando le dimensioni della “piazza” (anche se piazza il Circo Massimo non è) i conti sono abbastanza semplici: dice Ceccarelli: ” Il Circo Massimo è uno spazio molto più ampio (rispetto a Piazza Navona, ndr), ma non riesce a ospitare più di 300 mila unità, a dispetto dei tre milioni propagati dalla Cgil nella manifestazione controil terrorismo e le modifiche all’ articolo 18 del marzo 2002.”
Come si arriva a questo totale?
Semplicissimo: si considerano i lati della piazza (in questo caso 621 X 118) e si tiene di conto della teoria della non compenetrazione dei corpi e che quindi, battute a parte, più di 3/4 persone per metro quadro non possano stare…
Risultato, appunto, 300mila persone.
Il tutto in eccesso, perchè volendo fare i pignoli si dovrebbero sottrarre i metri occupati dal palco. Ma questi sono facilmente sostituibili da quelli che i manifestanti potrebbero occupare nelle vie d’accesso al Circo Massimo.
Per chiudere: le stime vanno da un massimo di 300mila persone all’interno del Circo Massimo, ad un massimissimo di 500/600mila se dovessero essere intasate anche le zone circostanti.
Vedremo…ma se li sentiremo parlare di “milioni contro Berlusconi”, prima gli ricorderemo l’articolo che vi ho linkato poco più sopra e poi gli sbatteremo in faccia le immagini di Obama in Missouri (dove dicono fossero in 100mila…e basta!?!?!?????).
Ah, vedremo anche se Repubblica stessa sarà capace di tener fede alle sue inchieste oppure per piaggeria abiurerà la sua scienza medesima…
Ieri sera, ad AnnoZero, un maestro bolognese rimproverava alla ministra Gelmini che la scelta del ritorno al maestro unico non fosse sostenuta da alcuna associazione di pedagogisti e che non si potesse mettere quindi i bambini alla mercè di scelte pedagogiche sbagliate.
Ebbene, mi sarebbe piaciuto che qualcuno (non dico Santoro, chè è quello che è…) avesse avuto le palle di chiedere a quello stesso maestro se mai qualche associazione di pedagogisti avesse invece mai approvato la scelta di portare i bambini in piazza coinvolgendoli attivamente nelle proteste, inculcando nelle loro giovani menti un sentimento a-critico di opposizione a tutto ciò che gli viene “insegnato” cui opporsi.
Ma chi l’ha mai detto e dove mai sta scritto che lo Stato ha l’obbligo/dovere di poter solo assumere e mai razionalizzare i propri ranghi?
Chi l’ha mai detto e dove mai sta scritto che ogni 5 professori che vanno in pensione devono esserci altrettanti ricercatori che li sostituiscono?
E se in realtà non servissero più 5 professori, ma ne bastasse uno solo per integrare il personale necessario al proseguio della didattica!? E’ una violazione dei diritti dell’uomo limitare le assunzioni laddove non ve n’è effettivo bisogno?
E dove sta scritto che il ricercatore ha il diritto al posto fisso nella scuola pubblica?
Ancora…
Dove sta scritto e chi mai ha detto che i precari hanno il diritto ad essere assunti a tempo indeterminato quando lo Stato invece non ha bisogno di assumere altri docenti?
Perchè, poi, continuare a dire che ci saranno 87mila licenziamenti quando sarebbe più giusto parlare di 87mila mancati rinnovi? E perchè, soprattutto, non parlare del fatto che c’è un giustificato motivo per cui non si ritiene necessario continuare a stipendiare insegnanti che non si rientrano più nel fabbisogno totale?
Dove sta scritto e chi mai l’ha detto che finita la scuola dell’obbligo e magari anche l’università il diplomato o il neo-laureato si debbano sentire in diritto di pretendere un impiego pubblico?!
Eppure, li sentite protestare…s’incazzano per questo: perchè “da domani ogni 5 professori che andranno in pensione sarà assunto soltanto un ricercatore”! Oppure perchè, dicono, “da domani 87mila insegnanti resteranno a casa”!
Funziona così.
A sinistra hanno ottenuto un ottimo risultato: quello di far credere ai giovani che la cosa migliore non è trovarsi un lavoro mettendosi in competizione con altri cercando di far prevalere le proprie eccellenze, bensì bussare alle porte di mamma Scuola Pubblica e iscriversi alle liste d’attesa nella speranza che prima o poi si possa essere chiamati a dare il proprio contributo.
Epperò nessuno di quelli (vedi Veltroni, che mi sta disgustando ad AnnoZero) ha il coraggio di ammettere che potrebbe benissimo darsi che non si abbia bisogno di pescare in quelle liste; nessuno di quelli ha mai avuto le palle per spiegare che non si può pretendere ciò che non è disponibile.
A guardare i numeri della scuola pubblica e in particolare di quella universitaria si rimane allibiti; particolarmente guardando come funzionano all’estero gli stessi meccanismi che da noi in Italia siamo riusciti a far diventare pletorici.
Non dico che si potrebbero dimezzare le cattedre, ma di sicuro una bella razionalizzazione si può e si deve fare.
E non può esserci sempre bisogno di tutti.
Ma chi continua a protestare e a gettare benzina sul fuoco delle agitazioni non fa altro che perpetrare un modello fallimentare di scuola, di università nonchè di capacità di inserimento nel mondo del lavoro.
Complimenti, mi avete definitivamente aperto gli occhi: per voi la scuola è solo uno stipendificio; nient’altro!
Ipocriti!
In Italia sono convinti che l’endorsement di Colin Powell al democratico Obama porti ancora di più in vantaggio il senatore nero dell’Illinois; oggi sappiamo che sarebbe addirittura pronto, per l’ex falco dell’amministrazione Bush, un posto nel suo staff.
Il tutto senza creare un minimo d’imbarazzo nè tra i democratici di governo nè tra quelli di piazza.
Il che appare più che altro un controsenso logico visto di chi stiamo parlando, ovvero di quel Colin Powell che giustificò la guerra in Iraq portando al Consiglio di sicurezza ONU una fialetta di non si sa bene quale non meglio identificata polvere bianca, sostenendo che fosse la prova indiscutibile della presenza delle armi di distruzione di massa nelle mani di quel satrapo di Saddam Hussein e per la quale tanto fu ridicolizzato ed attaccato.
Che a tutt’ora possa essere lui la carta definitivamente vincente per Barack Obama mi sembra quanto di veramente più insensato potrebbe passare per le menti degli analisti.
Eppure ce lo raccontano così…
Ripeto: senza nessun imbarazzo!
Un po’ come se un giorno, chissà quando, per vincere le elezioni Di Pietro si giocasse Berlusconi come jolly promettendogli addirittura un posto nella sua squadra di governo.
Che dite: lo aiuterebbe o favorirebbe il fianco alla sconfitta per palese contraddittorietà?
Che sia un esperto in processi ormai è appurato. Il problema è che di diritto ne sa veramente poco!
Capita perciò che si inventi di sana pianta principi giuridici che nella realtà invece non esistono; il tutto pur di mostrarsi superiore e di contraddire chi gli fa notare come le cose sulla Terra sono ben diverse da quelle che lui immagina nel suo iperuranio giudiziario.
L’ultima perla è sull’Unità di oggi.
L’agente Betulla, alias Renato Farina, gli fa notare che è del tutto plausibile che alla fine, se condannato anche in Cassazione, l’imputato Travaglio usufruirà (suo malgrado) dell’indulto.
La risposta del Nostro è secca: a me l’indulto non può applicarsi perchè in ogni caso la mia pena sarebbe sospesa.
Domanda: e quindi?
Anche una pena sospesa può essere indultata.
Per due semplici motivi: perchè è pur sempre stata comminata una sanzione e perchè seppur sospesa essa può tornare ad essere esecutiva alla prima recidiva.
L’indulto, per farla breve, condona la pena: non può quindi essere sospesa una pena condonata.
C’è un’altra dimostrazione a sostegno di ciò che sto dicendo.
La Cassazione, in due sentenze (Cassazione penale, sezioni unite, sentenza 9 giugno 1995; in senso conforme: Cassazione penale, sezioneIII, sentenza 4 dicembre 2002 n. 8411) fa rilevare come l’indulto condoni le pene sospese.
Nei passaggi, poi, si capisce come in realtà però l’indulto in qualche modo decada nel caso in cui, se applicato ad una pena sospesa, ad essa segua un altro reato che sommandone la comminatoria superi il limite per l’applicazione di una nuova sospensione.
Insomma: Travaglio ormai vaneggia credendosi un giurista, dimenticandosi di essere tutt’altro.
Falla finita, imputato Travaglio!
Mi viene da cominciare così: se ci fossero più università private, anche in Italia avremmo azzerato la cosiddetta “fuga dei cervelli”.
Dei tanti ricercatori che non verrebbero assunti negli atenei pubblici, molti potrebbero trovare spazio presso le “libere istituzioni di istruzione universitaria” non statali (ma riconosciute ed autorizzate non solo a fregiarsi del titolo di “università”, ma anche di rilasciare attestati e diplomi aventi pari forza di legge).
Questo, per rispondere a modo mio alla lettera piagnucolante di una ragazza inviata ieri al Corriere della Sera per spiegare le ragioni delle proteste del mondo universitario.
Patetica. O meglio: cieca.
Ho assistito in prima persona ai discorsi dei “precari” assistenti dei baroni che detengono le cattedre fino a novant’anni e mi sono sembrati largamente fuorvianti.
Forse però è bene spiegarsi meglio.
Dunque, il meccanismo è questo: per diventare professori è necessario partecipare ad un concorso, che ovviamente non viene bandito ogni anno, bensì ogni 5 o 10 o più anni secondo le necessità. Nel frattempo, chi riesce a laurearsi ha due strade: cercarsi un lavoro fuori dalle università (nel privato) oppure infilarsi tra le maglie del mantello di mamma Stato ed affiancarsi come “ricercatore” ai professori ordinari ed associati che hanno già vinto il concorso, nella speranza che prima o poi tocchi a loro sostituirli (ma ricordiamolo, possono volerci lustri o decadi).
Ora, siccome di aspiranti professori ve ne sono migliaia, centinaia di migliaia, e dal momento che già i professori sono altrettanto tanti, chi decide di fare il precario nell’università lo fa per scelta personale e non perchè obbligato!
Ovviamente questo ragionamento non vale per tutti i casi: è chiaro infatti che un neo avvocato/architetto/ingegnere/economista/medico/chimico/fisico/farmacista (e non me ne vengono in mente altri) ha molteplici sbocchi in cui impegnarsi nel frattempo. Studi privati, cliniche private, imprese private, ecc…
Un po’ come per i professori ordinari che tre giorni si presentano a lezione e comunque per tutti e sette continuano il loro lavoro nei loro studi, nelle loro cliniche eccetera…
E’ drammatico, ma…a restar fuori da queste possibilità sono quelli che sbocchi professionali inerenti ai propri studi ne hanno decisamente meno.
Facciamo il caso di un neo-laureato in scienze politiche. O di quello in matematica. O di quello in lettere. O di quello in storia e filosofia.
Non vorrei esser banale, ma l’obiettivo principale, credo, sia per loro trovare un impiego pubblico. Nella scuola.
Nessun lavoro extra per loro. A meno che…a meno che non si abbandonino le velleità del posto fisso in università e ci si dedichi alla ricerca di un lavoro diverso, a partire dalle scuole superiori o comunque qualunque altro lavoro.
Questa categoria di ricercatori “precari” è quella più insaziabile.
Nel senso che già i posti son pochi; le possibilità sono limitate… ma nonostante tutto si intestardiscono nel voler rimanere precari pur di aspirare ad un posto nell’università pubblica e questo non può essere colpa di nessun’altro se non loro!
Dovrebbero essere ben consci delle difficoltà cui vanno incontro.
E’ un po’ come se io volessi, appena uscito dall’università, andarmi a trovare (e lo pretendessi) un lavoro in una mega società già al limite del personale.
Sarei presuntuoso se poi protestassi per un posto che non posso avere!
E così, per farla breve.
I tagli all’università sono necessari, ma non ferali.
Chiedere in 5 anni un risparmio del 4% (1,5 miliardi di euro sui 35 stanziati da qui al 2013) non significa portare gli atenei coi libri contabili in tribunale.
Significa semmai chiedere ad ogni facoltà di ristrutturarsi, di tagliare i corsi inutili e di gestire al meglio il proprio personale. Che oggi è esagerato!
Come si fa tutto questo?
Senza licenziare nessuno (il precario non viene licenziato, semplicemente non gli viene rinnovato il contratto), ma controllando le assunzioni.
Oppure, e questo è un paradosso per chi protesta, provando ad incassare di più, cioè avendo più fondi a disposizione.
Dal momento però che lo Stato non può dare, e anzi deve togliere, gli unici che potrebbero finanziare le università sono i privati.
Ma per accettare donazioni dai privati è necessario che le università pubbliche si costituiscano in fondazioni.
Ricapitolando: non ci sono soldi; bisogna risparmiare. Anche la scuola e l’università in particolare devono tirare la cinghia. Perchè? Perchè sono faraoniche e perchè il rapporto qualità prezzo è decisamente scadente: le nostre scuole stanno via via fallendo i loro compiti primari, ovvero istruire ed educare. Per risparmiare non c’è bisogno di licenziare nessuno, ma di limitare le assunzioni e riorganizzare i corsi e l’offerta formativa. Limitare le assunzioni vuol dire bloccare il turn over, altrimenti siamo punto e a capo. Questo vuol dire lasciare a piedi i precari. Precari che sanno già che dovranno restare a piedi per anni. C’è però un modo, anzi due, per non distruggere i loro sogni da cattedrati universitari: o che si vadano a costituire nuove università private, o che i privati vadano a coprire coi loro finanziamenti le necessità di bilancio per le nuove assunzioni. Dunque ecco la facoltà di costituire le università in fondazioni che possano ricevere i soldi dei privati e con quelli farci tutto quello che vogliono nell’interesse dei ragazzi che vogliono studiare.
Il tutto, senza tagliare i fondi alla ricerca nè gli stipendi a nessuno!
Insomma: tutti sti lamenti, con la realtà dei fatti, hanno ben poco a che fare.
Ecco cos’avrei risposto io a quella giovane aspirante impiegata pubblica…
Siccome Travaglio, al solito livoroso (soprattutto nei confronti dei colleghi che non accettano il suo modo di fare giornalismo), ne ha tirata fuori un’altra delle sue, ma stavolta useremo la sua stessa tenacia affinchè la Verità documentata abbia la meglio sulla diceria.
Da stasera, assillerò (e sarebbe ottimo se lo facessero in tanti) nel vero senso della parola il nostro Imputato Travaglio affinchè ci dia spiegazioni più dettagliate in merito alla notizia che ci ha rivelato col suo ultimo articolo su L’Unità: Facci sarebbe stato processato una “caterva” di volte e avrebbe perso.
Non dice nemmeno se il Facci è risultato soccombente o se è diventato un pregiudicato: come sei caduto in basso Marco…
Ebbene, ppotrebbe sembrare roba di poco conto, ma per me non lo è, quindi, caro Travaglio…documentaci questa tua verità!
Ne va della tua credibilità…già parecchio minata…
UPDATE:
La risposta di Travaglio.
Ai sensi della legge sulla stampa, mi felicito per l’intuito di Facci che, mai nominato nel mio articolo, s’è riconosciuto nel “biondo mechato” e nella “Yoko Ono di Craxi”. Si vede che è fisionomista. Purtroppo è altrettanto smemorato sulle sue cause perse e i suoi processi penali. Finora non ho mai voluto usare, per polemizzare con questo o quel collega (o sedicente tale), i processi per diffamazione. So bene, anche sulla mia pelle, che sono incerti del mestiere poco rilevanti (salvo che riguardino parlamentari: nel qual caso, se le sentenze non sanzionano legittime opinioni, ma falsità conclamate, è giusto che gli elettori sappiano). Anche perché, per smontare le balle di chi mente sapendo di mentire, non c’è bisogno delle sentenze: basta conoscere i fatti. Come quando Facci venne ad Annozero a sostenere che Mangano non era mai stato condannato per mafia: fui costretto a rammentargli che era stato condannato in due processi istruiti da Falcone e Borsellino a 13 anni di reclusione per associazione a delinquere con la mafia e traffico di droga.
Ma ora, visto che il mèchato naturale ci tiene tanto, mi corre l’obbligo di rinfrescargli la memoria. Il suo casellario giudiziale non riporta “un modesto risarcimento”. Riporta una condanna penale definitiva per il reato di diffamazione per il libro “Di Pietro, biografia non autorizzata” (Mondadori), a 500 mila lire di multa e 10 milioni di provvisionale, più le spese, decisa dalla Cassazione il 20 novembre 2002. Dunque il Facci che l’altro giorno mi dava del “pregiudicato” (falsamente: la mia condanna è solo in primo grado) è, lui sì, un pregiudicato. Quanto al “modesto risarcimento”, Facci non pagò i 25 milioni di provvisionale inflittigli in primo grado, anzi scrisse sul Foglio che li avrebbe spesi “in droga, orge, donne, financo uomini, piuttosto che darli a Lucibello”. Così si vide pignorare pure il Bancomat. E, nella successiva causa civile persa in primo grado, dovette pagare (lui o, più probabilmente la Mondadori, cioè Berlusconi) altri 50 mila euro all’avvocato diffamato, più 10 mila di spese legali e riparazione pecuniaria. Alla faccia del “modesto risarcimento”.
Quando, nel processo penale, il pm gli domandò dove avesse tratto le notizie diffamatorie sul lavoro di Lucibello a Vallo della Lucania, lui tentò di sostenere che il suo era “giornalismo di costume”, “descrizione pittoresca” di “fatti comici”; ma poi, messo alle strette, il presunto comico dovette ammettere: “Non ho svolto un approfondimento particolarmente intenso…mi sono rifatto a un paio di racconti e alla pubblicistica peraltro scarsa… qualcosa ho letto, qualcosa mi è stato detto, dovrei fare una disamina parola per parola…non sono mai andato a Vallo della Lucania”. Poi concluse che quel “passaggio non lo giudicherei diffamatorio neanche se fosse falso”. Il pm, allibito, domandò: “Ma lei ha fatto verifiche sul passato dell’ avv. Lucibello?”. Risposta: “Non so cosa significhi ‘verifica del passato’…”. Un figurone.
Altri 10 mila euro di danni il nostro ometto ha sborsato (lui o il suo santo protettore) in sede civile a Enzo Biagi, per averlo insultato sul Giornale dopo che era stato cacciato dalla Rai, già molto anziano e malato, chiamandolo “il non-giornalista per tutte le stagioni” e accusandolo di confezionare “insulsi brodini” e “insipide sbobbe” (sentenza del Tribunale di Milano, 12 luglio 2006, non appellata e dunque definitiva).
Poi c’è una sfilza quasi interminabile di processi persi, in sede civile e penale, contro il pool Mani Pulite, che era solito diffamare a maggior gloria della sua carriera nel gruppo Fininvest. Se non sono giunti in Cassazione, e talora nemmeno a sentenza, è per un motivo molto semplice: Facci (anzi, il suo spirito guida) è solito pagare subito il risarcimento dei danni, ottenendo la rimessione delle querele. Lui dice che le transazioni avvengono regolarmente “senza il mio consenso”: segno che qualcuno decide e paga per lui (indovinate un po’ chi), anzi forse lo paga per diffamare. Ma poi, in calce alle lettere con le richieste di transazione ai denuncianti e le promesse di pagare i danni, compare regolarmente la firma autografa di Facci. Che firmi in stato di letargo? Non si tratta, beninteso, di opinioni negative sul Pool, magari orrende, ma legittime. Si tratta di balle a getto continuo, sempre all’insegna del motto professionale: “Verifica? Non so cosa significhi”. Per esempio le cause intentategli dagli ex pm Di Pietro (rimborsato tre volte in via transattiva), Davigo (idem, tre volte), e poi ancora Colombo e Ielo. Per una diffamazione contro Borrelli, Facci fu condannato in primo grado e in appello, poi in Cassazione lo salvò la prescrizione, ma il risarcimento danni fu confermato e pagato.
Facci subì poi due processi, uno penale e uno civile, su denuncia dell’ex gip Andrea Padalino, diffamato a proposito del processo Caneschi. Nel primo, Facci fu condannato a 3 mesi e 30 milioni dal Tribunale di Brescia per un articolo sul Giornale in cui aveva – scrivono i giudici – “dolosamente sottaciuto o colposamente ignorato” fatti decisivi per la ricostruzione del caso e scritto “evidenti elementi di falsità”, anche perché le sue fonti erano “unicamente… la parte in causa: la famiglia Caneschi” e il suo avvocato. Nel processo civile Facci fu condannato definitivamente dalla Cassazione a rifondere 70 milioni di lire di danni per il libro “Presunti colpevoli” (Mondadori): “difetta – scrivono i giudici – sicuramente la verità delle notizie pubblicate”, visto che Facci è autore di “pura invenzione fantastica” e “finge di ignorare” i fatti veri “al fine evidente di seppellire il Padalino sotto un cumulo di ardimentosi equivoci, volti a minarne la credibilità… L’intento dell’Autore… si rivela precisamente quello di delegittimare il singolo magistrato… Il narratore si colloca all’interno dei Palazzi di Giustizia, ma non come un cronista obiettivo, e tanto meno come un ‘comune cittadino’, bensì come un abile sfruttatore di quelle innegabili anomalie del sistema, da cui trarre e alimentare l’onda della sfiducia verso la serietà del singolo operatore della giustizia, attraverso una trama sottile di espressioni calunniose … La diffamazione così perpetrata costituisce reato poiché la coscienza e la volontà del Facci di diffondere quella congerie di notizie inveritiere è fuori discussione”. Un bel ritrattino. Anche i giudici, evidentemente, sono fisionomisti.
(Vignetta di Roberto Corradi)
Precisazione:
Nella puntata di Annozero del 19 aprile scorso, Facci non disse che Mangano non era mai stato condannato, anzi lo definì “mafioso”, anche se difese Berlusconi che in quei giorni aveva raccontato la superballa. Poi però dimostrò di sapere ben poco della vicenda del presunto “stalliere”: infatti scrisse sul Giornale che la famosa telefonata Mangano-Dell’Utri, a proposito di un certo “cavallo”, “non vi fu mai”. Invece vi fu eccome: fu intercettata dalla Criminalpol il 14 febbraio 1980 alle ore 15.44. Lo sa bene chi ha seguito il processo Dell’Utri, dove i pm ne fecero ascoltare l’audio e ne depositarono la trascrizione letterale. (m.trav.)






















































Commenti Recenti