Quando mi iscrissi a giurisprudenza erano in molti a dirmi: eh, ci vuole memoria per ricordarsi tutte quelle leggi.
La cosa non mi spaventava, anche perchè avevo il sospetto che se davvero i miei studi fossero serviti soltanto a quello, allora i codici erano del tutto inutili.
Certo, in ogni articolo di legge si sostanzia una volontà del legislatore, ma non ha alcun senso ricordarsi i numeri e non capire poi cosa dietro essi si celi.
E così, ho scoperto anche che ripetere a pappagallo gli articoli della Costituzione non è mai stato un esercizio fruttuoso. Bisogna studiarli, saperli interpretare e collegare agli altri, ma soprattutto comprenderne la ratio.
Fermarsi alla lettera è superficiale e decisamente sbagliato.

Prendiamo ad esempio il tanto citato articolo 3:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

ebbene, dovessimo fermarci a questa lettura verrebbe facile dire che non ci devono essere diversità di trattamento. Ma è davvero così?
Basta guardarsi attorno per capire che non è.
E non è, perchè non è “siamo tutti uguali quindi dobbiamo esser trattati tutti ugualmente”; ma…”situazioni uguali vanno trattate allo stesso modo; situazioni diverse vanno trattate diversamente”.
Limitarsi a dire: “siamo tutti uguali di fronte alla legge” è scorretto, perchè si omette dolosamente l’altra faccia della medaglia dello stesso principio.

A volerla dire in un altro modo, se ne sovverte il senso.

Ma di casi come questo ce ne sono tanti nella nostra Carta fondamentale.
Che oggi è usata impropriamente da molti che si rifugiano nelle singole parole perchè rendono di gran lunga più facili e pubblicizzabili le loro battaglie.
Altre volte invece, la si dimentica, perchè non fa più comodo.

Il caso eclatante è questo del processo Mills.
Ci sono politici, giornalisti e parti della cosiddetta società civile che non vedevano l’ora di girotondeggiare nelle piazze italiane sventolando singoli articoli della Costituzione. Ovviamente facendo finta che tutti gli altri non contino.
Così, tutti giù per terra con in bocca le parole dell’articolo 3 (il principio d’uguaglianza) perchè il lodo Alfano (che incombe sul processo a carico di Berlusconi e dell’avvocato inglese) renderebbe il Cavaliere “più uguale degli altri”; al diavolo ogni considerazione sul fatto che la posizione istituzionale assunta da Berlusconi non lo rende diverso “da tutti gli altri” in virtù di una “posizione sociale” che lo eleva rispetto al cittadino comune, ma lo distingue dagli altri proprio per i compiti che quegli deve svolgere e per i quali quindi deve essere tutelato per garantire quelli. No, quando si tratta di lui, del Cavaliere, si diventa ciechi e cala la notte in cui tutte le vacche sono nere.

Vada, comunque, per queste battaglie politiche che sfruttano i dettami costituzionali.
La cosa che fa più rabbia e che rendono bene lo spregio demagogico che viene fatto della Carta, però si nota bene quando quella stessa Carta viene dimenticata volutamente.

Per esempio: provate a dire a un Travaglio o a un Di Pietro che nella stessa Costituzione del 48, oltre all’articolo 3 c’è anche l’articolo 27…e provate magari anche a ricordagli cosa dice…

La responsabilità penale è personale.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Capito?!
Nel nostro Paese vige la presunzione di non colpevolezza (se non vogliamo dire “di innocenza”).
Cosa vuol dire?
Vuol dire che è l’accusa che deve dimostrare le colpe dell’indagato/imputato e non l’indagato/imputato a dover dimostrare la propria innocenza, perchè quella è già presunta…

Eppure…
Prendi un processo come quello Mills.
L’accusa ha in mano solo una lettera-confessione e nient’altro. Per giunta si è rifiutata di ottemperare alle richieste della difesa nella ricerca delle prove a favore dell’indagato/imputato evitando rogatorie e controlli su conti che hanno invece dovuto impegnare la difesa.
Succede perciò che nel nostro Paese, dove tutti si dicono innamorati della Costituzione, alcuni, pur senza prove e senza ritegno, patteggino da subito per l’accusa, condannando l’indagato/imputato.
Succede perciò che nel nostro Paese, sia l’indagato/imputato a dover dimostrare la propria innocenza ricostruendo i passaggi di denaro che non li ha nemmeno coinvolti, ma che la magistratura inquirente si è disinteressata dal controllare.

Questo a nessuno sembra un po’ anomalo?
Questo non scandalizza nessuno?

Ah, già…si tratta di Berlusconi. Lui non è uguale a tutti gli altri.

PS: nel delirio dipietresco, il patteggiamento (che non ci sarà) di Mills (di cui si dice certo solo lui e chi per lui) avrebbe come effetto quello ri rendere impunito anche Silvio Berlusconi.
Ora, sorprende che un personaggio come lui, che ha masticato diritto per lunghi anni, arrivi a dire tali castronerie.
Intanto: col lodo Alfano in via di approvazione, la posizione di Berlusconi viene stralciata e quindi disgiunta dalle vicende di Mills; perciò sospesa fino al termine del suo incarico da premier per poi riprendere da lì dov’era stata lasciata.
Quindi, sempre secondo il principio personalistà della colpevolezza (articolo 27 comma 1) non si capisce come mai il dichiararsi colpevole di un imputato potrebbe farla fare franca all’altro imputato.
Di più: se Mills è il corrotto e Berlusconi il corruttore e l’avvocato inglese ammettesse di aver preso quei soldi per compiacere il Cavaliere, beh, mi spiegate perchè Berlusoni dovrebbe evitare di essere condannato, essendo lui l’altra parte necessaria del reato di corruzione?

Si consiglia a Di Pietro (ex pubblico ministero, laureato in giurisprudenza) un bel ripasso di diritto penale.
Si consiglia sempre a Di Pietro (novello Robespierre dell’informazione) di avvalersi di giornalisti un po’ più competenti di tale Daniele Martinelli, che quando scrive di cronaca giudiziaria tira degli sfondoni di pari gravità (ma almeno da lui uno se li può aspettare).