Un amico del blog mi ha segnalato un post scritto da Michela Murgia sul suo sito personale dedicato a Marco Travaglio.
Leggendolo vi ho scorto le parole che non ho mai saputo trovare per descrivere il “fenomeno Travaglio”.
Ve lo ripropongo, aggiungendo in calce anche un successivo commento della scrittrice allo stesso articolo.

Buona lettura…

Per sentire Marco Travaglio c’è la fila da ore, e non importa se nella sala affianco viene intervistato simultaneamente un premio Nobel: ubi Marco, minor cessat. In alcuni casi di paga persino un biglietto simbolico, ma questo non influisce minimamente sulla lunghezza della fila.
C’entra poco la sete di letteratura, perché Marco Travaglio non è uno che fa letteratura. Appartiene piuttosto a quella ristretta categoria di persone che, sembrando avere il coraggio di dire cose importanti in contesti scomodi, finiscono per diventare più importanti delle cose che dicono. Grazie a questa sovrapposizione tra la luna e il dito che la indica,Travaglio non è più semplicemente uno che dice cose vere: sono le cose a diventare vere, o più credibili, perché è lui a dirle. Un potere enorme che spetterebbe solo ai buoni maestri, in un mondo in cui distinguere il buono dal cattivo è sempre più complicato, figuriamoci i maestri. Sarà per questo che la gente ha investitoTravaglio del compito di osservare e raccontare la realtà con sguardo libero e attento: quello sguardo manca. Ma il sospetto mio è che andare ad ascoltareTravaglio sia un modo per sollevarsi la coscienza dalla colpa collettiva del torpore civile. Indignarsi per interposta persona fa sentire cittadini ancora appassionati, come se emozionarsi per il suo piglio critico verso i poteri grandi scusasse i silenzi collusi con il potere piccolo, le richieste in cambio di un voto, la logica del favore al posto di quella del diritto, tutte cose che mi sono familiari persino in un posto come Cabras, lontano dai gangli malati del potere vero. E allora la vedo uscire così la gente dall’incontro con MarcoTravaglio : sollevata e assolta, con le facce rilassate di chi ha fatto il suo dovere civico andando ad applaudire la rappresentazione catartica di quello che nella vita di ogni giorno conviene che non indigni più nessuno. Bisognerebbe inventare una nuova figura letteraria per questo strano rituale, perchéTravaglio è evidentemente un capro nobilitatorio, che si assume il compito di esercitare virtù di gruppo laddove quello espiatorio si carica delle colpe collettive.

e ancora…

Travaglio onestamente merita, è un animale da palco e lo sa.
Meritano meno le folle acritiche che lo seguono come un guru, a meno che tu non studi sociologia dei fenomeni di massa, e allora lì ti si spalancano abissi. Giorgio Vasta, riflettendo sul delirio che prende tutti alla sua sola vista, ha commentato molto giustamente che la cosa strana è proprio questa: la gente che non è riuscita a entrare nella sala dove lui parlava ha dato di matto strillando, come l’avessero privata di un diritto. Ora, Travaglio non è certo uno a cui manchi visibilità; non è che se non lo vedi a Cuneo ti sei perso l’apparizione di Lourdes: ha mille spazi mediatici e li sfrutta tutti e bene.
Ma l’idea che per questa gente fosse un dramma non sentirlo ‘dal vivo’ dire le stesse cose che comunque dice continuamente su blog, televisioni e giornali, ti da la misura del feticismo che lo circonda. Comunque interessante.