
Che l’Italia sia un Paese cresciuto all’ombra di tanti misteri è ormai risaputo. Quel che invece non tutti sanno è che la Repubblica stessa c’è addirittura nata circondata da mille sospetti. Dei quali si discute ancora oggi, a 62 anni dal referendum che ha segnato la Storia della nostra nazione appena uscita dalla Guerra e dalla dittatura fascista.
La materia è complessa e il materiale reperibile è enorme. Ma in nessun caso si riescono a dissipare i dubbi e a far luce totale su ciò che accadde veramente in occasione delle consultazioni che dovevano decidere la composizione dell’Assemblea Costituente e, soprattutto, la forma di Stato che sarebbe dovuta essere adottata di lì in avanti.
Proviamo allora (e comunque) a ricostruire il più obiettivamente possibile cosa successe dal 2 giugno 1946 fino al 13 Giugno dello stesso anno, giorno in cui il Re, Umberto II sceglie l’esilio dopo un’aspra battaglia istituzionale col governo De Gasperi.
E cominciamo proprio da qui, col proclama che Umberto II lasciò all’ansa alle ore 22 del 13 giugno 1946.
questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza.
Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto.
Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove.
Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome dell’Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.
Viva l’Italia.
Era il 13 giugno 1946. La Corte di Cassazione non aveva ancora sciolto le riserve sull’esito elettorale, ma il governo, per paura di essere esautorato dei propri poteri, gioca d’anticipo (su proposta di Togliatti) e destituisce (di fatto) il Re.
Ma come si arriva a questo momento di crisi?
Cosa è successo dal giorno del referendum, quel 2 giugno che oggi ricordiamo e commemoriamo come Festa della Repubblica?
Tratto da: il Timone n. 52 aprile 2006.
La mattina del 2 giugno 1946 gli italiani si recarono alle urne (per la prima volta votavano anche le donne) per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente e per partecipare al referendum che avrebbe dovuto decidere la forma dello Stato.
I seggi rimasero aperti fino al pomeriggio del 3 giugno.
(facciamo un passo indietro)
Umberto II era divenuto re d’Italia il 9 maggio di quell’anno, a seguito dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III seguita dalla sua partenza per l’esilio ad Alessandria d’Egitto. Nettamente contrari alla monarchia erano il Partito comunista, il PSIUP (partito socialista di unità proletaria), il sindacato ancora unitario (CGIL), il Partito d’Azione, il Partito repubblicano. Per la libertà d’azione i liberali e la Democrazia Cristiana. Favorevole al re solo il piccolo PDI (Partito democratico italiano), le formazioni partigiane monarchiche (tra i loro massimi esponenti, le medaglie d’oro al valor militare Edgardo Sogno ed Enrico Martini «Mauri»), e – sia pure in modo non dichiarato – le Forze Armate, che si erano battute a fianco degli Alleati per fedeltà al giuramento prestato alla monarchia, e l’Arma dei Carabinieri. Ma non la polizia, largamente infiltrata da elementi ex partigiani comunisti. E non certo i superstiti del fascismo della Repubblica Sociale Italiana che, anzi, odiavano a morte il re e Badoglio. Assolutamente imparziale la Chiesa, che evitò sempre e comunque qualsiasi presa di posizione.
A Roma, i canali d’informazione sui risultati erano due. Uno, proveniente dalle prefetture, faceva capo al ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita. L’altro, proveniente dalle 31 circoscrizioni elettorali, confluiva verso il ministero della Giustizia di via Arenula, retto dal capo del Partito comunista Palmiro Togliatti, e da qui alla Suprema Corte di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, che aveva il compito di sommare i voti e proclamare il risultato finale.
Chiuse le urne, furono dapprima scrutinate le schede per la formazione dell’Assemblea Costituente, poi si passò a quelle referendarie.
Alle ore 8 del 4 giugno il ministro dell’Interno Romita redige un primo prospetto dei risultati e lo porta al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Il prospetto riguarda 4000 sezioni su 35.000, tutte localizzate nel Centro Nord, tendenzialmente «repubblicano», e attribuisce alla repubblica una maggioranza del 65 per cento. Decisamente poco, se si considera che gli italiani del Sud e delle Isole sono nella stragrande maggioranza monarchici. De Gasperi, che personalmente è per la repubblica, vede nero e quella sera stessa informa il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, che si profila assai probabilmente la vittoria della monarchia. Il mondo politico romano entra in fibrillazione. Massimo Caprara, all’epoca segretario personale di Togliatti, ha ricordato, in un articolo pubblicato su Nuova Storia Contemporanea (n. 6 del 2002), che fu lui stesso a «passare» a Togliatti la telefonata di un Romita disperato. I risultati continuavano ad affluire al Viminale, questa volta anche dalle prefetture del Sud, e, al momento della telefonata, nel pomeriggio inoltrato del 4 giugno, la monarchia era ormai al 54 %. Fu a quel punto che Togliatti decise di agire direttamente sui funzionari del suo ministero addetti alle circoscrizioni delegando loro una «autonoma gestione dei voti», da comunicare alla Cassazione «al di fuori di ogni controllo». Se le parole hanno un senso: fate vincere la repubblica a tutti i costi.
Da un punto di vista storico, la cosa è del tutto logica: i funzionari erano infatti tutti uomini di fiducia del Guardasigilli, e quindi del PCI.
È a questo punto che, nella tarda mattinata del 5 giugno, De Gasperi va al Quirinale e informa personalmente il re Umberto II, affinché possa regolarsi, che la repubblica ha vinto. Umberto dispone immediatamente che la regina Maria José e i figli s’imbarchino per il Portogallo sull’incrociatore «Duca degli Abruzzi», lo stesso che ha trasportato Vittorio Emanuele III, dopo l’abdicazione, ad Alessandria d’Egitto.
Frattanto la stampa diffonde la notizia della probabile vittoria della monarchia e nel frattempo raccoglie le dichiarazioni polemiche e critiche dei sostenitori di re Umberto. Da sinistra si risponde per le rime. Pietro Nenni sull’«Avanti!»: «O la repubblica o il caos!».
Gli occhi di tutti erano puntati sulla Cassazione, cui toccava il compito di dichiarare ufficialmente chi aveva vinto e chi aveva perso. E fu sul tavolo della Cassazione che tempestivamente, prima del computo finale, l’onorevole Enzo Selvaggi, monarchico del Partito Democratico Italiano, fece recapitare un ricorso nel quale metteva in guardia i giudici: attenti, quello che conta è il numero dei votanti e non quello dei voti validi. Si riferiva, Selvaggi, subito seguito dall’onorevole Giovanni Cassandro, all’articolo 2 della legge 16 marzo 1946, istitutiva del referendum. L’articolo disponeva che avrebbe vinto la forma istituzionale (monarchia o repubblica) che fosse stata indicata «dalla maggioranza dei votanti» e non «dalla maggioranza dei voti validi», principio al quale invece, fino a quel momento, prefetture e funzionari di via Arenula si erano attenuti per il computo dei voti. Infatti, le rilevazioni erano state fatte soltanto sui voti giudicati validi.
Delle schede giudicate non valide (bianche, sporche o dubbie) non era stato fatto neppure il computo.
Poche ore dopo, sul tavolo della Cassazione giungeva un secondo ricorso, firmato dalla Medaglia d’Oro della Resistenza Edgardo Sogno, che chiedeva l’invalidazione del referendum essendo stati esclusi dal voto i residenti nella provincia di Bolzano e nella Venezia Giulia. Fu a questo punto che al primo presidente della Cassazione, Giuseppe Pagano, giunse una lettera di Togliatti che – come nota Franco Malnati nella sua opera La grande frode – forte del suo potere disciplinare sulla magistratura, gli ordinava di limitarsi alla lettura delle cifre dei verbali di ognuna delle 31 circoscrizioni elettorali e alla sommatoria complessiva «omettendo qualsiasi ulteriore pronuncia»: chiara infrazione – nota Malnati – della legge che invece prevedeva, da parte della Cassazione, «la proclamazione del risultato del referendum».
Lunedì 10 giugno, nella Sala Lupa di Montecitorio, il presidente Pagano comunica i risultati raggiunti: 12.672.767 voti per la repubblica, 10.688.905 per la monarchia. Mancano 118 sezioni (che comunque, data la loro esiguità numerica, non modificheranno nulla), ragione per la quale si rinvia la comunicazione definitiva ad una successiva seduta fissata per il giorno 18.
Martedì 11 giugno: gravissimi disordini a Napoli. La polizia apre il fuoco su un corteo monarchico. Nove morti. Disordini anche a Bari e a Taranto. Tutto il Sud, profondamente monarchico, è in subbuglio.
Mercoledì 12 giugno: Consiglio dei ministri in un clima di fortissima tensione. Togliatti, anche in seguito alle migliaia di denunce per brogli che continuano a piovere a cura dell’UMI (Unione Monarchica Italiana), dice testualmente: «Vi sono ricorsi che possono anche richiedere l’esame delle schede che tra l’altro non sono qui e forse sono distrutte» (lo ricorda Aldo Mola nel suo Storia della monarchia in Italia). In effetti, «sacchi e pacchi di verbali saranno poi rinvenuti nei luoghi più disparati» (ibidem).
Il 21 febbraio 2002, una giornalista del quotidiano Libero intervistò anche il padre gesuita Giuseppe Brunetta, il quale confermò le perplessità sulla legittimità dello spoglio e testimoniò che nelle cantine del Viminale egli stesso aveva visto le casse con le schede mai aperte.
Giovedì 13 giugno, ore 0,15: al termine della seduta, De Gasperi, in accordo con tutti i ministri eccettuato Leone Cattani, dichiarò di assumere i poteri di capo provvisorio dello Stato. Umberto II, subito informato, decise che sarebbe partito in aereo quel giorno stesso, alle ore 15, per l’esilio in Portogallo.
Il 18 giugno infine, la Corte di Cassazione, nella persona del suo presidente Giuseppe Pagano da lettura dei risultati definitivi, rispondendo così anche a tutte le contestazioni sollevate dai monarchici.
Resta ancora un dubbio, quello relativo al conteggio dei soli voti validamente espressi e non anche delle schede bianche e nulle per la definizione del quorum.
Ma alla fine, la Repubblica ha spiccato il volo e nonostante le molteplici difficoltà ha condotto l’Italia nel futuro.
PS: nel titolo ho citato una affermazione controversa usata da Togliatti per descrivere quell’eccezionale momento storico.
Ognuno ne faccia le valutazioni che preferisce…




















































12 comments
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2 Giugno 2008 a 13:19
ilsenatore
tutto vero e tutto a dir poco inquietante. Aggiungo solo che recenti studi storiografici (e lavori d’archivio) tenderebbero a confermare la vittoria repubblicana, seppur con un margine più stretto rispetto a quello ufficiale.
2 Giugno 2008 a 17:29
raser
per pilotato che sia, ringraziamo i piloti
2 Giugno 2008 a 21:13
Alessio in Asia
Sembra oramai storicamente accertato che alcuni brogli ci furono, ma non alterarono il risulato finale, che sarebbe stato comunque favorevole alla Repubblica.
2 Giugno 2008 a 21:32
TheB
Piu’ che brogli, da quanto ho sentito stamattina (Rai Uno), c’e’ stata un’interpretazione della Consulta sulla percentuale del voti da usare per comunicare il risultato: Praticamente sono stati dati solo i voti pro monarchia e pro repubblica, senza indicare le schede nulle e bianche (i soli voti validi invece che tutti i voti effettivamente scrutinati).
Probabilmente la percentuale delle schede nulle+bianche non poteva lo stesso cambiare il risultato (2 milioni circa di voti di scarto), ma comunque una qualche irregolarita’ c’e’ stata.
2 Giugno 2008 a 21:54
magetrony
ragazzi scusate ma stiamo parlando di presunti brogli durante il referendum repubblica-monarchia o sbaglio?
No perchè, effettivamente, ci sarebbero state in tempi giusto un pochettino più recenti tutta una serie di piccoli-grandi scandali elettorali in Italia…
ad esempio quelli per l’elezione dell’ultimo sindaco di Palermo…
Non dubito che anche quel voto svoltosi sessant’anni fa potesse essere pieno di ombre, ma forse c’è qualcosina di più attuale su cui concentrare le proprie attenzioni ed il proprio sdegno…
2 Giugno 2008 a 21:58
magetrony
devo riconoscere però, pensatore, che l’idea di tirare fuori questa storia il giorno della festa della repubblica la trovo di quel provocatorio che piace a me…e che in genere fa odiare a te i tipi come travaglio…curioso !
3 Giugno 2008 a 10:07
Luigi
Vogliamo parlare dei risultati delle elezioni del 2006 che andarono contro la legge dei grandi numeri? e dello strano abbattimento e sparizione delle schede bianche in tutta italia?
3 Giugno 2008 a 11:32
nicola
… mia nonna, arrestata senza motivo gli ultimi giorni di maggio del 1946 e rilasciata il giorno 4 giugno ricorda che S.Vittore era pieno fino all’orlo di persone ben vestite che sembravano tutto tranne che delinquenti.
9 Aprile 2009 a 22:33
Rob
Il referendum ai mio parere doveva essere gestito dagli anglo-americani, invece venne organizzato dai socialisti di Romita, i comunisti ben piazzati nei punti chiave, con De Gasperi chiaramente repubblicano, con la sua cortesia di facciata difronte al sovrano.. Resto allibito da come si siano fatti fregare i monarchici, Umberto II voleva una nuova monarchia, legittimata dalla forze antifasciste, ormai totalmente repubblicane, e come chiedere la grazia ad un plotone d’esecuzione, di fatto nel governo di De Gasperi, non vi era alcun sostenitore o rapresentante della corona, Umberto II era solo. A mio avviso i tempi del referendum furono stroppo precipitosi, il monarca avrebbe potuto chiedere più tempo, che gli avrebbe consentito un clima meno ostile, e maggiori consensi. Si è sempre detto, ed è difatti riconosciuto anche dai repubblicani, che Umberto II aveva forze necessarie per difendere il trono, il regio esercito e i carabinieri erano totalmente fedeli, i repubblicani potevano contare sulla polizia di Romita e parte delle forze partigiane, viste le forze in campo non riesco a capire come mai il monarchici non abbiano chiesto tempi più lunghi.
Sui brogli che si può dire….., le schede sono state misteriosamente distrutte immediatamente dopo lo spoglio.., e alcuni hanno addirittura trovato urne mai aperte….., si diceva “o repubblica o caos”, e in molti si preparavano ormai allo scontro armato, i brogli a mio avviso erano solo il preludio.
Umberto II era pronto alla partenza, riconoscendo pacificamente la repubblica, passando al presidente del consiglio tutti i poteri, non che vennero fatti numerosi ricorsi alla corte costituzionale, e le denunce di brogli si moltiplicarono. Il re di maggio attendeva solo che la suprema corte si pronunciasse su questi ricorsi, alchè Alcide De Gasperi, con un colpo di mano esautoro il re, assumendosi tutti i poteri, temendo che questo potesse sciogliere il goverono o addirittura arrestarli per alto tradimento, in pratica ci si trovava difronte ad un golpe repubblicano
Ne famoso discorso di condanna del re, il sovrano fu messo nella condizione o di subire violenza o agire di fatto, sciogliendo il governo, dare ordine ai regi carabinieri di arrestare De Gasperi Togliatti e tutto il governo per altro tradimento. Non era affatto irrealistico, come ho detto sopra la monarchia aveva le forze necessarie, entro sera i carabinieri avrebbero preso il totale controllo di Roma della maggior parte delle prefetture dei comuni, e poi……, la reazione militare monarchica avrebbe avuto successo, ma certamente la situazione sarebbe precipitata verso la guerra civile, senza contare che gli americani non sarebbero stati di certo a guardare.
Tutto ciò non avvenne, poichè manco l’ordine di Umberto II, che non volle certo governare su un trono insanguinato, preferendo l’esilio risparmiando così nuovi lutti e disastri.
Umberto II re d’Italia
“La Repubblica si può reggere col 51%, La Monarchia no. La Monarchia non è un partito. É un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi incredibile volontà di sacrificio… deve essere un simbolo caro o è nulla. (avrebbe voluto e sarebbe stato un grande re)
3 Giugno 2009 a 18:14
lupettoblu
qualcuno ha definito il referendum istituzionale “il padre di tutti i brogli”
non riesco a dargli torto…
9 Giugno 2009 a 15:31
la cretina
ciao
9 Giugno 2009 a 15:34
Marco Caruso
ciao…