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Quando stamane ho spento il televisore e mi sono alzato dal divano ero quasi incredulo.
Quella di AnnoZero sul Divo Andreotti è stata una splendida affacciata sul passato, che coi suoi mille tormenti e misteri può esser descritto soltanto come “complesso”, senza lasciare a nessuno il patentino di detentore delle verità ufficiali.
C’ha provato solo Travaglio, preparatissimo su sentenze e atti processuali, ma decisamente carente per quanto riguarda la capacità di cogliere i collegamenti tra fatti avvenuti in un contesto storico eccezionalmente complicato.
Il suo tentativo di ricostruire le colpe di Andreotti legando qualunque vicenda avvenuta dagli anni 70 a metà degli anni 90 da un unico filo rosso sembra più dettata dal furore giustizialista e politico che dalla effetiva conoscenza dei fatti.
Tant’è che da Santoro a Mieli, chi ha vissuto quei momenti della nostra Repubblica non poteva far altro che arrendersi di fronte alla enormità Storia, con le sue contraddizioni, coi suoi punti morti, coi suoi vicoli ciechi.

Un intreccio di racconti ed aneddoti che mi ha davvero stupito.
Mi aspettavo il solito processo mediatico senza difesa e invece…quasi quasi nemmeno c’era l’accusa.
Chiedo venia.
Lo ammetto: avevo messo le mani avanti accompagnato da un certo pregiudizio (visti anche i molti precedenti).

Volendo perciò riassumere i tanti contenuti della puntata, direi che non ci sono parole più efficaci di quelle contenute nel sillogismo “potere duraturo = complessità di valutazione”.

Sebbene chiunque sia quasi tentato di parlare di Andreotti al passato (impossibile non stupirsi della sua longevità accostata alla sua omnipresenza in tutti i fatti di cui è stato protagonista il nostro Paese dal dopoguerra ad oggi - giusto pochi giorni fa presiedeva il Senato in attesa che l’incarico passasse a Schifani), è impossibile non pensare al Divo Giulio come il politico vivente che più di tutti ha incarnato il potere politico. Ne è stato l’emblema, diciamo!
Ha vissuto così tanti anni ai piani alti dei palazzi (il plurale è d’obbligo) che ha praticamente messo le mani ovunque.
E questo, nessuno si sognerebbe mai di negarlo.
Da qui, però, a ritenerlo colpevole di ogni crimine o di ogni “caso italiano”, ce ne passa.

E’ certo che in quarant’anni di vita pubblica abbia avuto frequentazioni compromettenti.
Ma è altrettanto indubbio che non sempre quelle conoscenze possono esser considerate tout court, scollegandole dal contesto storico in cui venivano a stabilirsi.
Soprattutto, è innegabile che dietro Andreotti si celassero almeno due profili: uno nazionale ed uno internazionale.
Non volendo qui fare una disamina storico-geo-politica mondiale dell’epoca, basterebbe pensare al momento critico che l’Italia viveva dentro e fuori dei suoi confini: da una parte gli equilibri est-ovest; dall’altra quelli tra terroristi rossi e neri e lo Stato.
Trascurare questo background e giudicare l’operato dell’uomo e del politico Andreotti prescindendo da esso è un errore grossolano che denota soltanto la bramosia di ergersi a giudici postumi di fatti mai realmente conosciuti, e dall’animo imbrigliato dall’ideologia.

Tutto questo per dire che: forse, per esprimermi come si sono espressi gli ospiti di Santoro, è praticamente impossibile sentenziare che Andreotti sia stato o non sia stato (o sia, o non sia) un mafioso e un pericoloso criminale; più realisticamente si dovrebbe parlare di un uomo che, nei suoi decenni di “regno” nella politica del Paese si è esposto ad esser considerato un personaggio controverso, capace di stare sotto la luce come di sapersi nascondere nell’ombra più scura.

Stando alla magistratura, Giulio Andreotti non ha più niente a che fare con la mafia da quasi 30 anni. Durante i quali ha addrittura collaborato con gli eroi dell’antimafia come Falcone, lavorando al governo con calibri da novanta della lotta alla criminalità organizzata come l’ex ministro di Giustizia Claudio Martelli.
Prima del 1980 invece, la stessa magistratura (e Travaglio lo sottolinea come può) ci parla di un Andreotti addentro a Cosa Nostra. Ma comunque assolto per intervenuta prescrizione del reato.
Dunque le luci accanto alle ombre.
Non solo mafia comunque.
Il Divo è stato protagonista di mille scandali e da tutti è uscito indenne sul piano penale.
Politicamente, al contrario, la fotografia in nostro possesso lo ritrae come un ambiguo democristiano con le mani in chissà quanti vasetti di marmellata.

MA…un ma c’è e non è da trascurare: è vero che il fine non giustifica i mezzi, ma siamo sicuri di poter giudicare coi nostri criteri “moderni” di moralità pubblica l’operato di chi si trovò a gestire le fasi più critiche della nostra Repubblica in un tempo lunghissimo durante il quale ha ondivagato (certo) dando prova di riuscire a non far precipitare il nostro Paese nel baratro della guerra civile o peggio, del dominio comunista?

Concludendo.
Il sospetto è lecito, ma forse è esagerato condannarlo in toto.
Ovviamente, userà il dubbio chi vorrà indagare sulla Storia della nostra Italia; userà invece la presunzione di colpevolezza chi vorrà farne una questione politica per colpire una parte distinguendola dall’altra.
I giornalisti alla Mieli, per intenderci, fanno parte del primo gruppo. Quelli alla Travaglio, del secondo.

E’ incredibile. Da Verona al Pigneto passando per Ponticelli, la convinzione è rimasta tale e quale, seppure smentita dalla realtà dei fatti. Per le intellighentie progressiste e democratiche(?) sono comunque tutti episodi di stampo fascista, commessi da violenti spinti dall’odio razziale e dal clima xenofobo rinfocolati dal nuovo governo di centrodestra.
Non gli importa che la politica non c’entri niente. Tengono il ditino puntato e non lo abbassano nemmeno se gli fai vedere che addirittura c’erano di mezzo ferventi comunisti e ragazzi di colore. Nemmeno se gli fai vedere che al posto della celtica sta il Che Guevara. Niente. Inflessibili.
Per loro, sono comunque fascisti.

E i ragazzi dei Collettivi che predono in ostaggio il rettore per obbligarlo a rinunciare alla serie di incontri programmati sulle Foibe?
Silenzio.
Ma qualcuno azzarda: fascisti pure quelli.

Siamo al paradosso.
Il “fascismo” trasformato da idea politica e movimento a sinonimo unico di “violenza”.
I comunisti, invece, in realtà non sono fascisti, perchè non sono violenti: loro protestano “vibratamente” o “in maniera accesa”, ma non farebbero male nemanco a una mosca.

Ecco come siamo ridotti in Italia: per taluni (sempre gli stessi) il rosso diventa nero e il nero…beh, il nero rimane nero.
Chiamasi sovversione della realtà.
Tant’è. Perchè solo secondo questo schema di deresponsabilizzazione e di riaddebitamento costante ad altri è possibile che un fedele di Marx o un appassionato di Castro diventi di colpo, e per associazione, una camicia nera dell’ultimora.

Il sillogismo che certa sinistra pericolosamente usa, senza alcun ritegno è: sei violento? usi certi metodi per imporre a qualcuno il silenzio o di rispettare solo e soltanto la tua opinione? beh, allora il tuo cuore batte sicuramente a destra.
E da questo non si scappa. Il resto è travestimento.
(Ricordate cosa dicevano dei Black Blok???)

Ma non sarebbe molto più educativo eliminare la distinzione destra/sinistra di fronte ai violenti e ai prepotenti?
SI!
Ma se proprio non riusciamo a farne a meno, sarebbe il caso di ricordare a taluni che la Storia ha insegnato qualcosa in più del fatto che dal 1919 al 1943 in Italia imperversavano le squadre di Mussolini.
O forse davvero Mao, per alcuni (forse troppi) all’occorrenza si chiamava Tse DUX ?!

Sinistra in totale confusione mentale post-sconfitta-elettorale…

Dedicato a Travaglio e Grillo.


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